Amatrice

Don Savino D’Amelio lascia Amatrice: «un pezzo di cuore rimane qui»

Dopo dieci anni di servizio pastorale nella comunità di Amatrice centro e in quindici frazioni limitrofe, don Savino D'Amelio lascia il paese terremotato per assumere il nuovo incarico di Superiore Generale della Congregazione Famiglia dei Discepoli della Fondazione Don Minozzi.

Dopo dieci anni di servizio pastorale nella comunità di Amatrice centro e in quindici frazioni limitrofe, don Savino D’Amelio lascia il paese terremotato per assumere il nuovo incarico di Superiore Generale della Congregazione Famiglia dei Discepoli della Fondazione Don Minozzi. «Sabato scorso abbiamo terminato il capitolo, sono venuti ad Amatrice tutti i capitolari per pregare padre Minozzi ed iniziare insieme questa nuova pagina: per i due terzi il consiglio generale è stato riconfermato, in più ci sono due new entry, incluso io».

Prossimo impegno dunque nella Capitale per il sacerdote che diventò simbolo del tragico sisma del 24 agosto 2016: «è naturale che il legame con Amatrice rimarrà sempre, conosco le persone e le storie, e non le dimenticherò di certo. Sono stato un punto di riferimento per tante ragioni, insieme a don Marco della diocesi di Orvieto che ha gestito con me le prime necessità post sisma. Poi, insieme a don Fabrizio direttore di Caritas diocesana e al vescovo Domenico, abbiamo cercato di sopperire come potevamo alle necessità del territorio». Come parroco di Amatrice, don Savino è stato al centro di grande solidarietà e partecipazione, in termini di doni e offerte economiche: «non ho distribuito ciò che ho ricevuto a pioggia, bensì ho ritenuto opportuno aiutare le persone e le comunità del territorio in base alle necessità che man mano si presentavano nell’ampia area colpita dal terremoto».

Quella terribile notte, come negli ultimi due anni, don Savino dormiva nell’area dell’istituto Don Minozzi, all’interno nella zona destinata al ricovero per anziani di cui era direttore. «Dopo il boato ci siamo riversati tutti in strada, fortunatamente la struttura ha retto e il gruppo elettrogeno ha fatto il suo dovere per cui nel giro di mezz’ora insieme agli altri confratelli siamo riusciti a tirare fuori, tutti illesi, i ventisette ospiti che avevamo: credo che padre Minozzi abbia messo il dito in quella situazione». A quasi due anni di distanza da quella notte, nelle zone terremotate si è passati da un’emergenza all’altra, e la situazione ad Amatrice resta ancora difficile: «la vivibilità a mio avviso si è raggiunta solo nel mese di maggio di quest’anno, quando tutti hanno avuto la propria casetta Sae. Non nascondo tuttavia i grossi problemi che ancora vivono le pesone, come ad esempio gli artigiani, che non hanno ancora la possibilità di riaprire i propri laboratori per lavorare».

E poi, comprensibilmente, si fa i conti con il morale a terra degli abitanti, che «non riescono a vedere punti luminosi per il futuro». Un altro dei problemi, secondo Don Savino è la comunità sfaldata: «c’era già una grande dispersione territoriale, ora è ancor peggio: le aree abitative dove abitano prevalentemente anziani sono diventate quasi dei ghetti, i gruppi di casette dove invece abitano le persone che lavorano sembrano dei dormitori: non ci sono luoghi di aggregazione, e anche per comprare un chilo di pane a volte occorre percorrere quasi dieci chilometri, una cosa molto complicata se si pensa che la gran parte della popolazione è anziana e non guida: questa dispersione crea ulteriore acredine in una situazione dove già regna nervosismo a fior di pelle, talvolta sfociato in un calo di umanità». Dopo il nuovo incarico, don Savino ha ricevuto le congratulazioni dei parrocchiani, tuttavia dispiaciuti della sua partenza: «siamo contenti ma avremmo preferito restassi, mi dicono. Ma non li abbandonerò di certo, tornerò spesso, sia per i legami di amicizia che per la nostra casa madre che è ad Amatrice».

Ha visto famiglie sfaldate, bambini morti, dolori inconsolabili don Savino: «non esiste certo una strategia per aiutarli, non deve esserci nulla di precostruito, devi solo metterti in gioco spontaneamente in comunione con l’altro. Ho cercato di non risparmiarmi, di essere disponibile verso tutti senza barriere o limiti di tempo». Settant’anni da poco compiuti, don Savino D’amelio, originario di Monte Milone in provincia di Potenza, sta per festeggiare i quarantaquattro anni di sacerdozio. Prima di arrivare a fare il parroco ad Amatrice, ha prestato servizio a Perugia, Matera, a Napoli in un istituto per ragazzi disagiati, poi Cassino, Roma, quattordici anni a Gioia del Colle e tredici a Policoro in provincia di Matera, e ora di nuovo a Roma.

Un pezzo di cuore resta tuttavia ad Amatrice: «mi allontano solo fisicamente, ma tornerò spesso tra quelle montagne sia per affetti che per lavoro, anche come parte in causa del progetto della Casa del Futuro, che seguirò passo passo».

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