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Derby infinito: Ibra, Lukaku e le nostre risse

La sfida di Coppa Italia segnata dalla lite tra i due bomber e dai commenti faziosi. Cosa c'entra il razzismo e il voodoo? Il passato di entrambi può essere una chiave ma certo non li assolve

Il calcio non è la danza classica si dice in questi casi, ma certo la rissa Lukaku-Ibrahimovic nel derby milanese di Coppa Italia non è stata un bel vedere, sebbene le stracittadine siano da sempre e a tutte le latitudini “infuocate”. A distanza di 24 ore, stop al giornalismo tifoso. Che il milanista Ibra non sia nuovo ad atteggiamenti da bullo non lo si può certo negare. Ma che l’interista Lukaku non si sia comportato da francescano non dovrebbe essere difficile ammetterlo. Prima però di invocare l’Onu per distribuire patenti di antirazzismo o fare una classifica di gravità dei rispettivi insulti, è interessante scavare nel passato dei due giocatori più che discutere se lo svedese abbia detto «asino» o «scimmia». Anche perché a puntare il dito sono magari gli stessi che fanno gli ululati ai giocatori di colore o che hanno sempre apostrofato Ibra come «zingaro».

Zlatan non l’ha mai nascosto, è cresciuto nel ghetto di Rosengard, un quartiere difficile di Malmoe, insieme con i figli di altri immigrati. La madre di origini croate lavorava tutto il giorno come donna delle pulizie per sfamare lui e i suoi fratelli e il padre, bosniaco, faceva il muratore. «Quando parliamo di razzismo credo che si tratti di persone poco educate o poco istruite che non hanno idea di cosa significhi vivere nel 2020. Non importa da dove vieni, chi tu sia, che colore tu sia. Siamo tutti uguali». Sorprenderà forse qualcuno ma sono parole di Ibra rilasciate alla Bbc di recente. E anche ieri ha scritto sui social: «Nel mondo di Zlatan non c’è posto per il razzismo. Siamo tutti della stessa razza – siamo tutti uguali! Siamo tutti giocatori, alcuni meglio di altri». Con Lukaku non sono amici già da quando erano compagni allo United. E le ruggini risalgono al passato inglese. Ciò che ha fatto infuriare il bomber dell’Inter è stato il riferimento di Ibra ai riti voodoo di sua madre.

Ma si tratta di una falsità messa in circolazione da Moshiri, patron dell’Everton, per spiegare la volontà di Lukaku di lasciare il club di Liverpool. Una voce che ferì il gigante belga, figlio di genitori originari del Congo, cresciuto in una famiglia da sempre cattolica che come spiegò lui stesso non ha nulla a che vedere con il “voodoo”. Un’infanzia disagiata anche per lui, in un contesto dove mancava luce e riscaldamento e la madre allungava il latte con l’acqua. Si può comprendere dunque quanto tenga alla mamma a cui deve anche la sua fede cattolica che certo non nasconde, ammettendo di essere assiduo nella preghiera. Eppure anche i “buoni” possono scandalizzare (sebbene il telecronista fosse sorpreso) e Lukaku è arrivato persino a minacce pesanti: «Ti sparo in testa» o «Sei un uomo morto», oltre a insulti volgari sulla madre e la moglie di Ibra. Insomma uno scempio in mondovisione. E il passato può spiegare ma non giustificare, semmai dovrebbe ricordare a entrambi la responsabilità della loro condizione privilegiata.

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