La cappella di Sant’Ignazio in Cattedrale: memorie d’arte e fede

All’ ingresso nella cattedrale basilica di Santa Maria Madre di Dio a Rieti, consacrata il 9 settembre 1225 da papa Onorio III al tempo residente a Rieti, lo sguardo del visitatore è irresistibilmente attratto dall’altare maggiore, sovrastato da un imponente baldacchino, felicemente sorpreso dal contrasto tra le austere linee romaniche del complesso architettonico e la ricca sontuosità dell’interno barocco.

Ma se egli avrà il tempo di sostare per osservare con maggior cura i dettagli della decorazione delle cappelle laterali, scoprirà con gioia un piccolo gioiello, custodito nella prima cappella a cornu Evangelii, la cappella dedicata a Sant’Ignazio da Loyola.

Agli albori del XIV secolo, quando da pochi decenni era stata intrapresa la costruzione delle cappelle a fianco delle navate laterali della basilica, questa era stata intitolata a Santa Maria Maddalena e successivamente assegnata alla Congregazione della Madonna del Rosario.

Furono proprio i membri della Congregazione, nell’ultima decade del secolo, ad incaricare Antoniazzo Romano, insieme con le sue maestranze, della decorazione a fresco della parete orientale sovrastante l’altare.

Il maestro, affiancato dal figlio ed allievo Marcantonio, vi raffigurò una Sacra Conversazione di straordinaria raffinatezza, capace di rinnovare mediante il linguaggio della rinascenza l’espressione mutuata dalla tradizione medievale.

Sant'Ignazio-di-LoyolaSullo sfondo di un delicato paesaggio lacustre, all’interno di una nicchia finemente decorata, la Vergine in trono offre il Bambino Gesù all’adorazione degli astanti tra Santa Barbara e Santo Stefano, Santa Maria Maddalena e San Balduino.

L’impianto convenzionale è ingentilito dalla tenue, realistica luminosità dello scorcio di paesaggio che descrive per imagines la gloria del creato così come si manifesta nella quiete della conca reatina.

I Santi raffigurati a fianco del trono su cui siede la Madonna in maestà con il Figlio bambino benedicente sono scelti con particolare, trasparente intenzione, d’intesa con i committenti e con l’autorità del Capitolo della Cattedrale.

In quegli anni il cardinale Giovanni Colonna, vescovo di Rieti dal 1477 al 1508, aveva intrapreso la ricerca delle spoglie del cistercense San Balduino, fondatore dell’abbazia di San Matteo de Monticulo per assicurare ad esse un’onorata custodia nella rinnovata cappella della cattedrale.

Nell’intento di contribuire alla bonifica del territorio impaludatosi nei lunghi secoli di abbandono seguiti alla crisi altomedievale, nel 1140, il cistercense Balduino dei Conti dei Marsi aveva fondato su un’altura prospiciente all’alveo acquitrinoso dell’antico lago l’abbazia di San Matteo de Monticulo, filiazione della comunità di Casa Nova.

La comunità cistercense prosperò, ottenendo nel 1205 dal Comune di Rieti «pro peccatis populi reatini» la proprietà dei terreni prossimi all’abbazia.

L’atto fu ratificato qualche anno più tardi dal podestà Matteo di Sinibaldo di Donone ed accolto da papa Innocenzo III.

Le condizioni ambientali del sito indussero però i Cistercensi a trasferirsi in una località più salubre.

Nel 1255 l’abate Andrea intraprese dunque la costruzione dell’abbazia di San Pastore in Quinto, completata nel 1264.

L’abbazia di San Matteo di Monticchio, in cui erano state sepolte le spoglie del fondatore, fu dunque abbandonata.

Ai messi del cardinale Colonna l’abbazia apparve ormai «inter aquosissimas paludes… apertam, discopertam, ruinosam, et non ecclesiam sed ut domum porcorum», secondo la desolata espressione del notaio Antonio de Mando Pucciaritti, estensore dell’Instrumentum ad honorem Omnipotentis Dei et Sancti Balduini trasportati.

Oltre all’affresco commissionato ad Antoniazzo e a Marcantonio, il Capitolo della cattedrale volle onorare la memoria di San Balduino conferendo all’orafo Bernardino da Foligno l’incarico di realizzare il busto-reliquiario in argento, argento indorato e niellato, lavorato a sbalzo e cesello, oggi custodito presso il beni ecclesiastici della Diocesi di Rieti nel settore dedicato all’oreficeria, includendo il cranio del monaco all’interno della preziosa teca.

Così il canonico Pompeo Angelotti, autore della Descrittione della città di Rieti pubblicata a Roma nel 1635 in onore del cardinale Giovanni Francesco dei Conti Guidi di Bagno, vescovo della Diocesi reatina, annovera le spoglie di San Balduino tra le tante, preziose reliquie che la cattedrale conservava nel XVII secolo: «il preziosissimo tesoro del Corpo di S. Barbara Vergine e Martire, antica protettrice di Rieti (…) con li corpi di S. Giuliana Vergin’e Martire Sorella sua di latte, e di S. Probo, antico Vescovo di Rieti, con una parte del Corpo di S. Dionigi padre di S. Pancratio Martire, parte del Corpo di S. Cornelio, & un braccio di S. Vittorino fratello di S. Severino Martire: Essendovi per prima riposte le reliquie de’ Santi Hermete, Giacinto, e Massimo Martiri (…); Non lascerò d’annoverar’ alcune altre reliquie delle molte ch’a vista di tutti ne’ Reliquiari d’Argento si conservano: tra le quali è un braccio di S. Andrea Apostolo che con perpetuo miracolo fa gomma; la testa di S. Balduino Reatino, Abbate del Monasterio di S. Pastore, il cui Corpo nella medesima Chiesa si conserva: un Cappuccio di S. Francesco d’Assisi: e parte de’ Corpi di S. Eleutherio, & Antia Martiri».

Nel 1756, fu costituita a Rieti la Congregazione di Sant’Ignazio di Loyola che pochi anni più tardi chiese ed ottenne dal Capitolo della Cattedrale l’uso della cappella che mutò ancora una volta il suo titolo.

Don Francesco Bertocci, per conto della Congregazione ignaziana, provvide a riadattare una tela che Sebastiano Conca, artista appartenente all’Ordine dei Minori Conventuali formatosi a Napoli alla scuola di Francesco Solimena, aveva dedicato a Sant’Ignazio da Loyola, raffigurato mentre impartisce la benedizione a Francesco Saverio, in partenza per le terre di missione.

La tela, firmata Pater Sebastianus Conca ex Ordine Coventualium invent. et pinxit A.D. 1737, fu collocata sul nuovo altare della cappella all’interno di una spessa cornice di stucco modanato, mutilando così il più antico affresco, riportato fortuitamente alla luce e convenientemente restaurato solo nel 1906, al tempo del vescovo Bonaventura Quintarelli.

L’attuale soluzione, che espone presso i diversi ambienti del museo diocesano sia il busto reliquiario di San Balduino, sia la tela di Sant’Ignazio e San Francesco Saverio, appare la più confacente a conservare memoria delle fasi decorative della cappella della cattedrale, corrispondenti a diverse esigenze di culto e devozione.

La modesta distanza fra i tre siti – l’affresco della cappella nella basilica superiore di Santa Maria Madre di Dio, la teca argentea di San Bernardino nel settore delle oreficerie, la tela di Sebastiano Conca nella pinacoteca diocesana, evita una totale decontesualizzazione delle opere d’arte sacra, che anche questa breve nota storica contribuisce a far conoscere come espressione di una catechesi affidata agli artisti al servizio della Chiesa.

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