Antonio e lo “strascico” della santità

La devozione sincera e forte per la ricorrenza di S. Antonio da Padova è qualcosa che esula dal gesto tradizionale. E in parte sono le numerose iniziative che preparano alla solenne concelebrazione di fine giugno a testimoniare l’attesa di una festa e la ricchezza di una storia che si tramanda da tempo e che non può essere catalogato come un evento folkloristico di stampo popolare.

È vero che S. Antonio rimane uno dei santi più noti ed amati nel mondo, ma Rieti vive questo culto con un’intensità tutta particolare. Una sorta di profondo legame che è spiritualità, ma anche arte, cultura, aggregazione, esperienza di popolo. Sorprende favorevolmente che in un mondo che incensa un altro stereotipo di uomo, si desideri invece riconoscere la grandezza e la potenza di un’umanità diversa, ovvero di santi che hanno lasciato un segno nel solco di una comunità.

Pensare a S. Antonio e al suo “strascico” di fede e di carisma religioso viene naturale domandarsi allora la portata ed il significato della parola “santo” nel nostro contesto. Perché insomma questo amore così forte e duraturo, questo affetto così diffuso? La santità è il riconoscimento operante del bisogno fondamentale dell’uomo, vale a dire la realizzazione ultima del proprio senso. Perché la società opera una divisione di questo bisogno fondamentale fino a scoraggiarne ogni espressione e ad organizzarne una tentata soffocazione e da tale divisione nascono volontarismi esasperati da una parte e psicosi dall’altra.

Il rapporto con Dio è l’ipotesi di lavoro più adeguata all’incremento e alla realizzazione dell’unità della personalità. Per questo il mondo ha ancora, anzi soprattutto oggi, bisogno dello “spettacolo della santità”, perché il mondo ha bisogno di testimonianze di unità, di coerenza della vita con il suo bisogno fondamentale.

S. Paolo diceva: “Siamo resi spettacolo agli angeli, al mondo e a noi stessi”. Il fulgido esempio di Rieti, della sua storica processione, della suggestiva presenza di tanti bambini rappresenta agli occhi del mondo questo spettacolo. Questa risposta di vivere il mistero della comunione con Dio in Cristo in modo da vedere tutte le cose riferite ad un valore unico per cui tutti i giudizi e le decisioni incominciano a partire da una misura unica.

In un certo senso il santo ciò che brama non è la santità come perfezione; è la santità come incontro, appoggio, adesione, immedesimazione con Gesù Cristo. Le figure dei grandi santi sono spesso dominate dall’importanza che nella loro vita spirituale si è data alla forza di volontà. Ma tutto ciò è la conseguenza di ben altro. L’equivoco potrebbe essere nel non capire che la volontà per il santo non è tanto volontà di riuscire, ma è un volere Dio, il desiderio attivo di un Altro. Non guardare a sé come capacità personale, ma sempre ad Altro come possibilità di riuscita. Ci si può allontanare dalla strada del cristianesimo anche per un calcolo ascetico sbagliato.

Nella presunzione e nella pretesa di poggiarci su fattori apparentemente più realistici, dimentichiamo che l’unico fattore del nostro essere reale è la libera potenza di Dio, la sua presenza. Nessuna conseguenza etica è più radicale e necessaria di questa: la certezza di essere trasformati e quindi di poter cambiare. Questo credito di sé ad un Altro, sperando in Lui contro ogni apparenza disperante della propria pochezza e meschinità, è l’inizio della redenzione che palesa il suo compimento. È la certezza di una salvezza che sta già avvenendo nella propria vita, sfidando il tempo delle proprie fragilità e lo sconforto delle evidenze di peccato che vengono veicolate.

Il dare concretezza, anima, fisicità ad una devozione che risale ad una robusta tradizione è allora un barlume di santità, una ricerca più matura di dare certezza al proprio incerto vagare. Anche e soprattutto attraverso una processione come quella che ci apprestiamo a vivere per le vie di Rieti.

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