Giornata mondiale della Vita consacrata

L’alba della vita consacrata: libertà dalle cose, dalle persone, da se stessi, per distinguere ciò che passa da ciò che resta

È stata celebrata in Cattedrale a Rieti la Giornata mondiale della Vita consacrata. Un'occasione che ha visto il vescovo invitare religiosi e religiose a essere partecipi a quelle che sono le fatiche, i drammi, le sofferenze della gente

«La vita religiosa, femminile e maschile, non è al tramonto come ci verrebbe da pensare, ma è piuttosto all’alba». Non ha dubbi, il vescovo Domenico, nel rivolgersi alle religiose e ai religiosi riuniti in Cattedrale per celebrare la Giornata mondiale della Vita consacrata: «siamo appena all’inizio», dice, prendendo spunto da tre aspetti della vita consacrata evocati nelle letture dalle parole rivolte a Maria dal vecchio Simeone: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; e anche a te una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

«Quella che sembra una oscura minaccia è in realtà una profezia», spiega mons Pompili, «non un addio crepuscolare e malinconico, ma un saluto festoso all’alba messianica che sta per schiudersi grazie a quel bambino che il vecchio Simeone tiene teneramente tra le sue braccia».

Il segno di contraddizione è evidentemente Gesù Cristo. «Segno, cioè strada», precisa il vescovo, ricordando che Gesù è «autore e perfezionatore della fede», e perciò «è su di lui che occorre tenere fisso lo sguardo». In questo si trova la prima traccia di vitalità della vita religiosa: «chi si consacra a Dio lo fa anzitutto perché è preso dal desiderio di ricercare il volto di Dio», è cioè in cerca cioè «dietro le cose provvisorie ciò che è e resta definitivo». Un’indagine che frati e suore, monaci e monache fanno trapelare senza dirlo: «con la vostra esistenza quotidiana – ha sottolineato don Domenico – non smettete mai di insegnare a tutti noi la libertà dalle cose, la libertà dalle persone, la libertà da se stessi; ci insegnate a distinguere ciò che passa da ciò che resta».

E poi c’è la spada che trafigge l’anima. «Non si deve pensare alla spada come a una tentazione particolare che ci tiene sempre alla stanga», ha precisato mons Pompili: «è piuttosto la pazienza che è richiesta a ciascuno di noi per lasciarsi toccare dalla carne senza esserne travolti». A dispetto dei luoghi comuni sulla vita religiosa, spesso intesa «come una sorta di oasi», come una ricerca «benessere psicofisico volto unicamente alla propria personale gratificazione», o peggio «come una fuga dal mondo», il vescovo ha colto come la spada che trafigge ogni giorno la vita consacrata consista nel sapersi esporre ai bisogni della gente, nel rendersi disponibile all’ascolto delle tante sofferenze che attraversano la nostra società. «Questo significa lasciarsi trafiggere l’anima: essere partecipi non dall’esterno, ma dall’interno a quelle che sono le fatiche, i drammi, le sofferenze della gente. Così la vita consacrata non è un buen retiro, ma diventa uno spazio ospitale al quale ciascuno può bussare sapendo di trovare ascolto».

È per questa strada che si fanno avanti «i molti cuori: le tante persone con cui ogni giorno entrate in contatto. A scuola, nel mondo della salute, in parrocchia, in mezzo ai tanti campi della vostra attività. Tanti sono i cuori che a contatto con voi sono destinati a svelarsi, a far emergere ciò che è veramente importante. Per questo ogni incontro di un consacrato, di una consacrata, diventa un’occasione per svelare e convertire».

L’invito del vescovo a quanti indossano l’abito religioso è stato dunque quello di non lasciarsi travolgere «da questa sindrome che ci vuole ormai alla fine», a non lasciarsi schiacciare da un punto di vista troppo legato alle difficoltà del quotidiano. «Non dimentichiamo mai che la vita consacrata non è mai definita in base ai numeri e alle opere, ma è definita dalla speranza e dal futuro che riesce a sprigionare attivando processi di cui a noi spesso è dato di vedere soltanto l’avvio e non la fine. Tanti di voi hanno ereditato cose e opere che da altri sono state avviate. E così la storia e la fede continuano la loro vicenda terrena in attesa dell’incontro definitivo».

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