Scomparse

Addio a Gianrico Tedeschi, cent’anni sul palco della vita

Un gigante della scena dalla carriera strepitosa, il 20 aprile scorso aveva festeggiato il secolo di vita. «Sono diventato attore in un lager nazista. Mi ha salvato la fede»

È morto lunedì sera, 27 luglio, nella sua casa di Pettenasco (Novara), Gianrico Tedeschi, decano del teatro italiano. Aveva compiuto 100 anni lo scorso 20 aprile.

Nato a Milano nel 1920, nella sua lunghissima carriera – iniziata in un campo di prigionia dove era stato portato perché si era rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò – Tedeschi ha lavorato con i più grandi registi, da Luchino Visconti a Giorgio Strehler a Luca Ronconi, ma è stato anche volto del varietà e della pubblicità in tv con Carosello. Ecco l’articolo che avevamo pubblicato in occasione dei suoi cent’anni, il 19 aprile 2020.

Gigante della scena, voce inconfondibile e una sottile ironia che è diventata la sua cifra stilistica. Gianrico Tedeschi festeggia 100 anni domani, 20 aprile, precedendo di poco l’altro genio della scena del Novecento, Franca Valeri che soffierà sulle 100 candeline il 31 luglio. «Ma la festa è rimandata a quando finirà questa buriana, perché a causa del Coronavirus le figlie Sveva ed Enrica e i nipoti non ci possono raggiungere» spiega la moglie di Gianrico, Marianella Laszlo, da 52 anni amorevole compagna di vita e di scena del mattatore. Domani Rai Cultura gli dedica lo speciale firmato da Caterina Intelisano, dal titolo Gianrico Tedeschi. Il fascino del teatro, in prima tv alle 11 e alle 23.10 su Rai Storia. Il vecchio leone sta bene e trascorre ora una vita serena e tranquilla in una bella casa in pietra ricavata dall’ex canonica della chiesa di un piccolissimo borgo fra i boschi situato vicino a Pettenasco, nei pressi del Lago d’Orta, Novara. Nello studio dell’attore, affollato di carte e copioni, sono appesi i ritratti a matita colorata di alcuni compagni di prigionia eseguiti nei lager nazisti in Polonia e Germania in cui fu prigioniero dopo l’8 settembre 1943, che Gianrico osserva senza parlare, in uno dei suoi lunghissimi e pensosi silenzi.

Il ragazzino nato in una casa di ringhiera che aveva mosso i primi passi nella filodrammatica del teatro parrocchiale di via Redi a Milano, divenne uomo e grande attore proprio sulle assi di un palco improvvisato in un campo di concentramento, dove suo cavallo di battaglia divenne l’Enrico IV di Pirandello. Il ventenne sottotenente Gianrico Tedeschi, catturato in Grecia, aveva trascorso tra il 1943 e il 1945 come internato militaro due anni durissimi negli stessi campi di concentramento fra Polonia e Germania (Beniaminovo, Sandbostel e Wietzendorf) descritti in Diario clandestino da Giovanni Guareschi, che condivideva lo stesso letto a castello con Tedeschi. Momenti di resistenza che Tedeschi raccontò in un fortissimo monologo negli anni ’90, commuovendosi ogni volta in scena. Un periodo della sua vita che si può approfondire dal punto di vista storico grazie al volume Gianrico Tedeschi, due anni nei campi nazisti a cura della professoressa Maria Immacolata Maciori, edito dall’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia (ANRP) con Mediascape. Mentre Enrica Tedeschi, docente universitaria, figlia avuta dalla prima moglie Laura de Bernart, ha raccolto le memorie del padre in Semplice, buttato via, moderno. Il “teatro per la vita di Gianrico Tedeschi” ( Viella editore, pag 222, Euro 27). «Papà, ma come hai fatto a resistere?» chiede la figlia Enrica. «La fede. Lo sai che sono credente e cattolico – rivela l’attore –. Pensa che mentre ero in Grecia ebbi una licenza e tornai a casa per qualche giorno. Ho cercato qualcosa che mi rasserenasse e che mi pulisse dentro. Sono andato in ritiro dai gesuiti a fare gli esercizi spirituali. È stato importante perché dopo, di fronte all’apocalisse della civiltà, ho provato dolore, impotenza, compassione. Mai disperazione».

Il titolo del libro deriva dall’insegnamento che Tedeschi dava ai giovani attori della compagnia del Piccolo Teatro su come recitare nel rivoluzionario Arlecchino servitore di due padroni di Strehler in cui era Pantalone nell’edizione del 1974. L’anno prima l’attore aveva, inoltre, partecipato ad un altro lavoro fondamentale del maestro milanese, L’opera da tre soldi di Bertoldt Brecht. Tedeschi ha attraversato un secolo di storia italiana e oltre 60 anni di carriera passata da Strehler a Orazio Costa, Visconti ( Tre sorelle, La Locandiera) e Ronconi (indimenticabile La compagnia degli uomini di Edward Bond) ma anche attraverso tv, cinema e teatro. Sempre mattatore, ma con uno stile sobrio e riservato, capace di passare dai classici greci al musical My fair lady, dall’operetta No, No Nanette allo show tv Il poeta e il contadino con Cochi e Renato. Moltissimi i film (da Il federale a Brancaleone alle Crociate), tanta prosa televisiva ( I giocatori, Tredici a tavola, La padrona di raggio di luna, La professione della signora Warren), prove brillanti anche nello spettacolo leggero come i varietà di Falqui Eva ed io nel 1961 e Bambole, non c’è una lira nel 1977. Prese parte anche ai grandi sceneggiati della Rai, fu Marmeládov in Delitto e castigo (1963), Sorin ne Il gabbiano( 1969) e Paolino in Demetrio Pianelli (1963). Ma non disdegnò nemmeno la pubblicità, diventando volto popolare a Carosello con uno spot sulle caramelle e, anni dopo, simpatico nonno alle prese con formaggi spalmabili.

Andando avanti con l’età il “ragazzaccio” Gianrico, strappato dalla guerra agli studi magistrali presso l’Università Cattolica di Milano per diplomarsi poi nel 1947 all’Accademia di arte drammatica, aveva ritrovato una nuova giovinezza attraverso testi contemporanei e un’autorevolezza scenica sempre maggiore: nel 1998 vinse il premio Ubu per lo strepitoso Il riformatore del mondo di Thomas Bernard, per concludere arzillamente la sua carriera nel 2016, a 96 anni, sul palco con Dipartita finale di Franco Branciaroli insieme al medesimo, Ugo Pagliai e Massimo Popolizio. Un tema, quello della solitudine dell’anziano, affrontato anche nel ruolo di vecchio partigiano in Farà giorno del 2013, con la regia di Piero Maccarinelli, accudito da un giovane bulletto dalle simpatie neonaziste, e Le ultime lune di Furio Bordon. «Per chi sta bene la vecchiaia è un momento di gioia, si è più sereni e obiettivi, ma per chi sta male, e sono in tanti, è la società che dovrebbe farsi carico – raccontò allora l’attore, da sempre impegnato in un teatro “politico” nel senso sociale del termine –. Anche perché le famiglie hanno obiettivamente grandi problemi». Ma Gianrico Tedeschi, il patriarca che ha attraversato tutte le prove del secolo breve, un pensiero lo ha sempre rivolto ai giovani, a partire dalla figlia Sveva, attrice: «Il mio invito è a non arrendersi mai, ad andare sempre avanti, soprattutto con l’arte e con la cultura. Altrimenti si muore davvero». Un invito ancora più prezioso in questi giorni di incertezza.

da avvenire.it

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