A Pasqua è diverso

Non è come a Natale, lo stesso giorno tutti gli anni. A Pasqua è diverso, solo per il calendario, c’è una rotazione di date, ma il rischio è sempre quello: la stessa ricorrenza, le stesse cose ripetute, identici discorsi per celebrare una festa.

Ma non può essere un effetto meccanico o un orpello formalistico a dare sostanza a quell’evento che sancisce la nostra vera salvezza, il nostro effettivo appiglio dai marosi quotidiani di lavoro, affetti, imprevisti, preoccupazioni. La fede cristiana non può ridursi ad una congerie di idee da proporre o dogmi da rispettare, non è una concezione religiosa, per cui scatenare fuochi da guerra mondiale. Se fosse così diventerebbe lettera morta.

Appunto uno spazio vuoto, formale, ininfluente. Ma è quello che oggi abbiamo di più caro. Ed è un bene che ci viene ricordato a Pasqua. Come una sorpresa dentro l’uovo. Esprime l’urgenza di oggi. Oggi che crisi e difficoltà di ogni genere mostrano sempre più come sia arduo ed arido vivere da uomini, “dopo Gesù senza Gesù” come scriveva Peguy.

Intanto il Papa ha indetto un Giubileo sulla Misericordia non per rilanciare il nostro turismo, come qualcuno ha pensato, ma per richiamare il nostro popolo a non partire dalle conseguenze etiche, sociali, civili e dare per scontata l’origine della fede stessa, Crosto. Che parte appunto dalla misericordia. Da quel gesto, da quel rapporto che è abbraccio, familiarità, accoglienza, prossimità, E lo fa servendosi anche di una croce, la sua croce.

Morire per rivivere a nuova vita. Sacrificarsi per mettere in salvo l’uomo, non quello astratto, l’umanità in senso lato, ma il mio io, la mia persona. Nella battaglia violenta che l’islamismo più radicale sta portando avanti contro l’Occidente tocca da vicino i simboli più forti dell’identità cristiana, come la croce, espressione più nitida della libertà. I carnefici islamisti si sono vantati nella strage di Tunisi di aver “schiacciato” un “crociato italiano”.

Per loro noi lo siamo per il solo fatto di abitare questa parte del mondo, di aver dato vita a questa civiltà. “Allora – si domanda con apprensione Ernesto Galli della Loggia sul Corsera – dovremmo avere il coraggio di ammettere che quel termine ci interpella”. Vale a dire che evoca una croce con cui dobbiamo fare i conti. E’ la nostra storia. E’ l’abbrivio del nostro cammino di popolo. “Impossibile – continua della Loggia – dissociarsi dal momento che è consustanziabile alla nostra storia, a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo”.

C’è qualcosa che ci viene dato ora, c’è un volto che si fa amico ora, c’è una mano che si allunga ora, c’è del sangue che scorre ora, ma c’è una risurrezione che avviene ora. Al di fuori di questo ora, non c’è nulla, c’è il deserto, c’è la solitudine. In questo ora c’è Gesù Cristo, la sua croce. Che ci interpella e fa sì che la domanda drammatica e cruciale di un Dostoevskij, ovvero “un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere proprio alla divinità di Gesù Cristo?”, richiede una risposta non teorica, ma effettiva, visibile.

Perché a sfidarci non è una formula campata per aria, ma un fatto. Qualcosa che la Pasqua rimette davanti ai nostri occhi, la Sua Resurrezione. La Sua presenza qui ed ora. Quell’ora, quell’adesso che ci serve di sentire addosso come una pelle. Eppure c’è.

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