11. L’organo della chiesa dell’ex convento di San Domenico

La prima notizia su un organo in S. Domenico è del 1565, quando il consiglio comunale di Rieti, in data 24 giugno, deliberò 20 ducati di elemosina a quel convento per fare l’organo (pro organis conficiendis). Se poi sia stato di fatto realizzato non sappiamo.

Fatto sta che mezzo secolo dopo, 3 settembre 1608, i frati di S. Domenico, riuniti in capitolo, decisero fare un organo a onore e gloria dell’onnipotenete Dio, di tutta la corte celeste e del suo protettore S. Domenico, e per la gioia e la letizia del popolo reatino (conficere et facere unum organum ad honorem et gloriam omnipotentis Dei, totius curie celestis et dicti sancti Dominici, eiusdem protectoris, et gaudium et letitiam populi Reatini), affidandone la realizzazione a fra Leone (detto anche Leonardo) Vitelli di Terni, frate conventuale, Matteo De Sanctis, anche lui di Terni, e Clemente Maggi di Calvi di Terni, professores in exercitio conficiendorum organorum in ecclesiis. I patti erano i seguenti:

«In prima li detti fra Leone, Mactheo et Clemente spontaneamente et in solido come di sopra promettono et se obligano fare un organo nella detta chiesa di S. Domenico di sette piedi di misura romana, corista, con il principale de stagno buono, con l’ottava, registro, quintadecima, decimanona, vigesima secunda, vigesima sesta, un flauto in ottava et un altro flaudo in duodecima fatto a fuso, tutti registri sonanti di piumbo, eccetto il principale, con doi castelletti di canne morte di stagno per ornamento, conforme il disegno lasciato in mano di me notario infrascritto, con tre mantaci di vacchetta de Fian dotta et sua reductione di ferro filato et tastatura di quarantacinque tasti alla moderna. Qual organo piantato nella detta chiesa promettono venderlo sonante per tutto il giovedì santo del anno seguente 1609.

Et questo per mezzo et nome di prezzo in tutto scudi ducento de pauli diece per ciascuno scudo da pagarsi in questo modo, videlicet incontinenti scuti sessanta simili, quali scuti sessanta li detti fra Leonardo, Mactheo et Clemente confessano haverli hauti et ricevuti dalli detti venerabili priori et patri […].

Item altri scudi sessanta simili alla festa della Nativitate di nostro signore Jesu Xpo del mese di decembre prossimo del presente anno 1608, et il restante sino al integro completamente finito che sarà l’opera in denar contanti et non altramente.

Item detti venerabili priore et patri, così capitularmente congregati, si obligano fare et far fare detti ornamenti di legname et pulpido per detto organo et dare stantia et letti, pane et vino alli detti fra Leonardo, Macheo et Clemente mentre lavorarando detto organo in detto convento».

Un accordo chiaro e dettagliato, con allegato progetto su carta, che purtroppo non ci è giunto. L’ultimo pagamento doveva avvenire il 10 giugno 1609. Ma a quella data gli artefici non erano stati ancora del tutto liquidati, benché l’organo fosse già al suo posto e sonante. Restavano in sospeso 40 scudi che i frati promettono di dare quanto prima. Nel frattempo i religiosi si erano rivolti per un aiuto alla confraternita di S. Pietro Martire, strettamente legata, fin dal suo nascere, al loro convento, chiedendo un’«elemosina per l’organo principiato in detta chiesa [di S. Domenico]».

Ma l’anno dopo, l’organo, che appena messo suonava benissimo, era già scordato. Del che i frati si risentirono con i maestri organari, anche perché l’opera, comprese le spese vive per i lavoranti e per il legno, era costata ben più del prezzo stabilito.

Il nuovo strumento, posto in un primo tempo nel coro, fu presto trasferito sopra la porta della sagrestia, di fronte all’altare del Rosario, in una bella cantoria realizzata dai reatini Masini e Rubei, eccellenti maestri del legno.

Quasi certamente fu proprio questo l’organo protagonista della «solennissima festa» tenuto presso l’altare della beata Colomba in S. Domenico il 20 maggio 1657, all’indomani della cessata peste del 1656, festa, appunto,

«con musica, oratorio al vespro del signor Loreto Mattei, messo in musica dal signor Alessan dotto Ponteggi, con predica e grandissimo concorso [di popolo]».

All’inizio del XIX secolo, ma sappiamo se lo stesso organo, ma molto probabilmente un altro più moderno e sontuoso (quasi tutte le chiese nel corso del ‘700 si erano dotate di nuovi organi), già in cattive condizioni alla fine del secolo precedente, fu smontato e restaurato da Innocenzo Della Monaca, «professore d’organo in Viterbo», che si offrì anche di accordarlo ogni anno e di scomporlo e ricomporlo ogni quattro.

Ma circa sessant’anni dopo, in seguito alla soppressione, rimasta la chiesa «per molto tempo in balia di tutti», come racconta un testimone oculare,

«i ragazzi, trovando l’orchestra aperta, toglievano le canne dell’organo e suonando con queste per la piazza S. Domenico facevano baldoria. E bisogna riflettere – commenta amaramente il Boschi, autore di questa testimonianza – che l’organo, sia per la bella struttura delle canne fatte a tortiglione, sia per l’antichità, sia per la dolcezza del suono, era da tutti tenuto un buon organo».

Oggi, per iniziativa dell’attuale parroco mons. Luigi Bardotti, nel presbiterio di S. Domenico troneggia un nuovo magnifico organo barocco, grandioso e di pregevolissima fattura, mirabile in sé per materiali e tecnica con cui è stato realizzato, del quale hanno parlato diffusamente e meritatamente stampa, radio e televisione, vanto della città e della rinata chiesa di S. Domenico, ma mi permetto di dire che stride palesemente e non si accorda affatto con il severo tempio che lo ospita. Vi sta come un soprammobile nel posto sbagliato.

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