Valle Santa Officina di Pace

La pace che inizia da piccole cose

Nel suggestivo borgo del primo presepe, il discorso sulla «Valle Santa-Officina di pace» prende forma come metodo

Se la Valle Santa va vissuta come officina di pace, Greccio può essere un laboratorio concreto. È da questa intuizione che ha preso forma Famiglia – Officina di pace, l’incontro pubblico svolto il 17 gennaio nell’atrio della scuola elementare e negli spazi della palestra comunale. Un’intera giornata pensata come esperienza condivisa e aperta a tutti: credenti e non credenti, famiglie e associazioni, istituzioni. Un’offerta semplice per mettersi in ascolto, sintonizzarsi su un tema quanto mai attuale.

Il cuore dell’incontro è stato l’intervento del vescovo Vito Piccinonna, che ha preso le mosse dalla Traccia pastorale e, attraverso di essa, dal racconto evangelico delle nozze di Cana, che ne è l’icona. L’approccio, però, non è stato confessionale. Perché il brano ha molto da dire anche a chi non si riconosce nella fede cristiana. Anche letta in chiave laica, ha spiegato Piccinonna, il testo è uno dei più belli del Vangelo, «perché Dio sorprendentemente non comincia dal tempio, ma da una festa di nozze». Come a dire che non si può affrontare lo stare al mondo se l’approccio non è innanzitutto umano. Ed è proprio ciò che si ricava da Cana: la pace come processo che nasce dal basso, dalla vita quotidiana, dalla famiglia. «Il primo luogo in cui noi abbiamo imparato le cose più care – e permettetemi, a volte anche le più brutte – è la famiglia. Lì abbiamo riconosciuto i tratti della gratuità, lì abbiamo amato di più e soprattutto ci siamo sentiti più amati». Non un’immagine idealizzata, ha precisato subito: «Non sto parlando della famiglia del mulino bianco. Sto parlando delle nostre famiglie, fatte di sogni, di speranze, di gioie, ma anche di tante lacrime».

Attorno alla figura di Maria, nel racconto di Cana, Piccinonna ha articolato tre verbi che hanno scandito l’intera riflessione: accorgersi, intercedere, organizzare la speranza. La pace, ha insistito, non nasce da grandi proclami, ma da uno sguardo che sa riconoscere ciò che manca. «La madre si accorge che manca il vino. E nella Scrittura il vino è metafora della gioia. Dio è appassionato della mia gioia. Quando la vita consuma la gioia, qualcosa si spezza». Da qui uno sguardo lucido sulla società contemporanea, segnata – ha detto – da una “distrazione di massa” che diventa facilmente “distruzione di massa”: «Sette secondi di compassione e poi basta». Un passaggio che ha toccato anche le contraddizioni globali: «Se un bambino vede che si distrugge Gaza e nessuno dice niente, volete che non pensi che anche la violenza piccola non conti? Ciò che facciamo all’ingrosso ha riflessi nel dettaglio». La seconda postura è l’intercessione: non come gesto devozionale, ma come ritorno alle motivazioni profonde. «Intercedere significa non rassegnarsi, tornare alla sorgente quando la vita sembra non ripagare». La terza è forse la più impegnativa: organizzare la speranza. «Oggi si organizza la mala vita. La buona vita, purtroppo, non sa organizzarsi». La speranza, ha avvertito, non è spontaneismo: chiede responsabilità condivisa, alleanze, sguardo largo. Senza partecipazione, non c’è festa. Intuizioni che hanno trovato un’eco nella forma concreta della giornata.

Dopo l’intervento del vescovo, numerose realtà del territorio – associazioni, gruppi, istituzioni – hanno preso la parola non per “presentarsi”, o per concedersi una vetrina, ma per consegnare una parola chiave, come contributo a un lavoro comune. E la realizzazione stessa dell’evento ha visto una grande collaborazione da parte del mondo che ruota attorno alla parrocchia, della Pro-Loco, di tutte le realtà aggregative e del Comune di Greccio, che ha patrocinato e sostenuto l’iniziativa. A pensarci già la scelta del luogo d’incontro portava un messaggio. Il tutto è stato ospitato nella scuola, con i bambini coinvolti in attività parallele di animazione e laboratorio, con momenti simbolici semplici, come le fotografie di famiglia scattate dentro una cornice comune o i disegni dei più piccoli, restituiti agli adulti come racconto della loro idea di famiglia. Una famiglia che non coincide con modelli perfetti, ma con una rete di relazioni reali, talvolta fragili, sempre decisive.

Piccinonna ha richiamato più volte il rischio di una società che perde il primato delle relazioni: «La madre di ogni povertà è la solitudine», ha sottolineato, mettendo in guardia da una cultura che misura tutto in termini di efficienza, comandata dal primato del mercato e della tecnica. Da qui l’appello a recuperare un’attitudine materna come stile sociale: «Una madre, davanti al figlio piccolo, si abbassa. Se come società impariamo ad abbassarci, cresciamo tutti». Volgendo al termine la giornata non ha avuto il tono di una conclusione, ma di un’apertura. Un percorso che continuerà nei prossimi incontri, con l’obiettivo di tradurre quanto emerso in pratiche condivise. «Alla globalizzazione dell’indifferenza – ha ricordato Piccinonna citando papa Leone – si è aggiunta la globalizzazione dell’impotenza». A questa tentazione di resa, da Greccio è giunta una piccola risposta, semplice e impegnativa insieme: mettersi al lavoro, come in un’officina. Con attrezzi diversi, mani diverse, tempi diversi. Ma con una direzione comune: fare in modo che, al banchetto della vita, non manchi il vino della gioia per nessuno.