La distruzione del lavoro

I macchinari a controllo numerico e la globalizzazione hanno rottamato la classe operaia, almeno in Occidente; computer e rivoluzione digitale stanno rottamando i colletti bianchi, i vecchi “impiegati”, il serbatoio storico della classe media. È notizia di questi giorni che una primaria banca italiana sta rivoluzionando il suo assetto organizzativo: meno cassieri allo sportello, più consulenti. Sottinteso: più internet che, grazie all’home banking, fa sì che buona parte delle operazioni un tempo eseguite in cassa, le faccia ora il cliente da solo.

Meno costi per la banca, ma meno gente con un impiego lavorativo. Ed è questo il lato buio della rivoluzione digitale: le novità stanno distruggendo posti di lavoro più di quanti ne creano. Il computer, la connessione internet sfoltiscono i ranghi dei bancari – fino a pochi anni fa uno dei lavori più ambiti, una sicurezza – ma anche degli addetti alle poste (le mail hanno cancellato lettere e cartoline), il personale delle assicurazioni, delle concessionarie automobilistiche, dei giornali, in genere dei colletti bianchi presenti in tutte le aziende. Tra un po’ toccherà anche alla pubblica amministrazione: un ufficio anagrafe centralizzato sostituirà tutti quelli esistenti nei vari Comuni, ad esempio.

Altri esempi pratici? Instagram ha praticamente pensionato tutto il settore classico della fotografia. La vecchia Kodak dava lavoro a più di 100mila addetti, mentre Instagram a 17. Diciassette per tenere in piedi quel che sta diventando un colosso. La vecchia General Motors passava uno stipendio a 350mila addetti; ora è tempo di Facebook, 7mila stipendiati in tutto. I supermercati hanno cancellato migliaia di negozi e negozianti, che in un primo momento hanno ritrovato occupazione dietro al banco delle carni o alle casse. Adesso le macchinette che rilevano immediatamente la spesa, accompagnate da totem automatici per il pagamento, stanno a loro volta sfoltendo gli addetti alle casse. Meno costi, ma meno lavoro.

Ancora: il fenomeno Amazon, che vende di tutto ma impiega molti meno addetti di quelli che stanno perdendo il lavoro appunto a causa del successo di Amazon…
L’Occidente non sa come reagire a questa distruzione di massa di posti di lavoro, che migliorano da una parte le condizioni delle persone come consumatrici di merci e servizi; peccato però che ci siano sempre meno soldi in tasca, visto che i consumatori sono sempre più disoccupati.

Due fenomeni stanno crescendo, a contrasto di un fenomeno che ha ripercussioni sociali ancora più pesanti della scomparsa di quella classe operaia che ha mosso la Storia da metà Ottocento fino agli anni Settanta del Novecento. Il primo è la creazione di un’infinità di nicchie lavorative, di nuovi lavori che soddisfino nuovi bisogni, soprattutto nei servizi: campare lavando cani sarebbe sembrata una battuta da cabaret fino a non molti anni fa.

Il secondo fenomeno è più consistente e più foriero di cambiamenti sociali a largo spettro. Gli anglosassoni lo definiscono backshoring: le aziende che si erano spostate dall’Occidente verso Paesi a basso costo del personale (Cina, Messico, India, Nord Africa, ecc…) stanno in parte tornando a casa. Ancora in piccola parte: ma “a casa” c’è quella qualità e quella facilità di innovazione che difficilmente si riscontra in distretti industriali primitivi e lontanissimi.

In più, appunto, l’Occidente sta nuovamente “offrendo” alle aziende masse di persone senza lavoro, e con meno propensione a godere di diritti in via di sgretolamento. Le nuove forme contrattuali offrono ai neo-assunti stipendi non molto differenti da quelli dei colleghi rumeni: che ci sta a fare il calzaturificio a Timisoara, quando tutto sommato è più comodo e non così oneroso averlo dietro casa?

Nel frattempo, si corrode la tenuta della classe media, serbatoio delle democrazie e spinta propulsiva dei consumi interni. Si dilata di mese in mese un nuovo “proletariato anagrafico”, fatto di giovani che non hanno i mezzi per camminare con le proprie gambe. Niente di buono, a ben vedere.

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