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Il vescovo agli operatori pastorali: «chi fa la strada è sempre il singolo», ma deve «partecipare alla cura dell’insieme»

Si è svolto nel pomeriggio di sabato 4 marzo l’incontro del vescovo Domenico con gli operatori pastorali della diocesi di Rieti. Un appuntamento in Quaresima che segue una prima esperienza fatta in Avvento e guarda all’Incontro pastorale di settembre

Sono sempre vivificanti incontri del vescovo con gli operatori pastorali. Sono l’immagine di una Chiesa che si ritrova insieme per riflettere, capire il tempo presente e andare avanti. Anche quando c’è da attraversare il deserto: quello profondo, esistenziale, della fede, richiamato dal tempo di Quaresima, ma anche quello concreto e terribile del terremoto.

Ed è a partire da questo parallelo – preso non solo in astratto, ma proposto anche per quella che è la dura realtà della zona rossa, per mezzo di un video – che don Domenico ha fissato alcuni punti di riferimento. Proprio perché «la Chiesa – ha sottolineato – è una bussola, una strada per orientarsi nel deserto».

Nonostante essa stessa non sia estranea al panorama arido che si allarga nella nostra società post moderna. Il clima di sfiducia attraversa anche i partiti politici, le istituzioni, le associazioni. Oggi i valori sono come polverizzati, e ciascuno corre il rischio di lasciarsi andare alla depressione delle proprie personali macerie. Sembra che nessuno abbia più voglia di interrogarsi, di mettersi daccapo ad affrontare i problemi. Si sta a testa bassa, ciascuno a consumare il suo privato.

Il deserto esteriore e quello interiore si riflettono a vicenda. Ciò che manca a entrambi «è la percezione di Dio e della sua presenza che illumina e sostiene il quotidiano». E di conseguenza «manca il senso del legame che ci vede gli uni legati agli altri».

Di qui nasce l’esigenza di «individuare la strada che ci consente di uscire dall’isolamento e dallo sconforto». Ma senza dover ricominciare sempre daccapo. Al contrario: mons. Pompili ha voluto riprendere il discorso dal punto in cui era rimasto a settembre, dai tre verbi Camminare, Costruire e Confessare, scelti per l’Incontro pastorale, e dal loro sviluppo. In questi mesi, infatti, la Chiesa di Rieti non è stata ferma, ma ha dato forma alle intuizioni maturate in quei giorni.

Ad esempio organizzando, come stabilito, il territorio attorno a 5 zone pastorali. «Dietro questa semplificazione del quadro si nasconde già un modo per scegliere il proprio spazio senza subirlo, cercando di conoscerlo da vicino. I territori sono minuti, ma ancora vivi» ha spiegato don Domenico. Un altro passo concreto è stato quello di ripensare il servizio della Chiesa attorno a tre dimensioni: Evangelizzazione, Liturgia e Carità, attraverso le quali rileggere tutti gli altri servizi della Chiesa locale. E poi c’è la scelta del dialogo, da coltivare sempre grazie agli organismi di partecipazione: sia a livello locale che diocesano.

Tre scelte di contesto, ma «chi fa la strada è sempre il singolo» ha ammonito il vescovo, richiamando gli operatori della carità, chi svolge il proprio servizio nella liturgia, e quanti sono impegnati nella catechesi a una «personale e responsabile quota di partecipazione alla cura dell’insieme».

E per compiere con efficacia il cammino, mons Pompili ha esortato questi «soggetti attivi» a opporre l’iniziativa e la creatività al pessimismo sterile. La parola chiave, “rubata” a papa Francesco, è primerear, che vuol dire ritrovare l’audacia e l’energia di fare. Un atteggiamento, questo, che aiuta a «progredire nella fede». A patto che la creatività non sfoci nel ridicolo e nel folclore. Essa consiste piuttosto nell’affrontare i tempi nuovi senza ripetere le cose di sempre, ma rinnovando lo spirito e l’intuizione.

Per riuscire in questo occorre da un lato «superare i compartimenti stagni, coltivare rapporti distesi e profondi con gli altri» e dall’altro programmare, pensare per tempo, scegliere di fare le cose senza fretta ma con continuità, evitando di «aprire un file e poi un altro senza mai chiudere l’uno o l’altro è andando avanti nella confusione».

Anche perché si progredisce nella fede se si hanno obiettivi precisi: i giovani, le famiglie, i poveri. Che a conti fatti, al giorno d’oggi, «sono la stessa cosa: il futuro o se non accolti il passato». E anche se non è facile dare risposte, occorre «mantenere aperte le porte a queste realtà», perché solo questo «garantisce che la Chiesa non si avviti su se stessa e finisca per ridursi ad essere un museo polveroso».

Il metodo di lavoro proposto dal vescovo è quello di «imparare facendo», a partire «dai passi che si prepariamo a vivere»: la Quaresima e la Pasqua, nell’immediato, per poi guardare alle prime comunioni e alle cresime, quindi le feste patronali. Tante cose da portare avanti senza lasciarsi scoraggiare dalla logica dei numeri. «Don Lorenzo Milani – ha esemplificato in chiusura don Domenico – aveva circa 150 abitanti a Barbiana, e la sua scuola aperta tutto l’anno, contava all’inizio 6 o 7 bambini, poi circa una ventina. Eppure ha messo sotto sopra la Scuola italiana. Si può fare qualcosa di importante ov4unque. Purché attraversiamo il deserto dentro di noi e tracciamo la strada per noi è per gli altri».

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