Rieti, tornare a «Spazi significativi»

«Questa serie di eventi nasce dall’interesse del Fondo Ambientale Italiano per questi temi: l’ambiente, il territorio, il paesaggio. A questi argomenti di carattere generale si aggiunge lo studio della storia delle città: come si sono inserite nell’ambiente, come hanno deturpato il rapporto che c’era sempre stato con il proprio territorio e il proprio ambiente. Quindi come sono nate le città, come i primi interventi urbanistici del Rinascimento e del Barocco le hanno modificate magnificamente, e come invece questo rapporto − che è sempre stato fondato sulla crescita nella ricerca della bellezza − sia poi svanito negli ultimi 70 anni, fino a contrapporre fortemente l’ambiente e la città, fino a farne due cose non più simbiotiche, ma antitetiche».

È quanto ci spiega l’architetto Piero D’Orazi, che per il Fai, sezione di Rieti, cura il ciclo di conferenze che durante il mese di aprile si terranno ogni mercoledì all’Auditorium dei Poveri.

«Oggi  prosegue  tra città e ambiente non c’è più un rapporto, ma una contrapposizione che si nota perfettamente nella città moderna, anche in una città come Rieti. Quando una città così piccola, così sostenibile, si appropria del territorio in modo indiscreto, diffuso, lo nega: nega il territorio su cui si fonda. Il fatto che questa armonia non esiste più, che c’è contrapposizione, che la città tende a impossessarsi dell’ambiente, è percepito da tutti, non solo dagli specialisti».

È un qualcosa che ha a che fare con una certa idea della natura? Spesso si ha l’impressione che nella nostra epoca anche uomo e natura siano contrapposti.

Mi sembra un parallelo appropriato. Nella comprensione comune non c’è distinzione tra territorio, ambiente e paesaggio. I tre termini vengono usati come sinonimi di un medesimo oggetto. Invece sono tre cose separate. È il linguaggio che le confonde, ma se si vanno ad analizzare dal punto di vista sistematico ci si accorge che sono cose diverse. Un conto è il territorio e un altro è l’ambiente, mentre il paesaggio è la visione dell’una e dell’altra. Tant’è che se non esistesse l’uomo non avremmo il paesaggio.

Questo sembra un po’ il nocciolo del primo incontro, ma il percorso prosegue…

Sì, perché viene affrontato il tema del paesaggio urbano. Che è un altro concetto: è il paesaggio artificiale in cui noi viviamo. Andremo ad analizzare come sono nate le città, come si sono sviluppate, fino a un punto limite oltre il quale si è come interrotto questo processo. La “città continua”, cioè la città storica, si contrappone alla “città discontinua” che è la città moderna. Questa contrapposizione è dovuta al fatto che la “città continua” confina gli spazi nelle vie e nei luoghi della città: confinandoli li definisce perfettamente. In una città, una piazza – se è una piazza significativa – è uno spazio confinato, è contenuto, anche se è spazio esterno. La “città discontinua” invece è indifferente rispetto allo spazio. Ma sono concetti che in questa sede possono solo essere accennati.

Per l’approfondimento ovviamente rimandiamo agli incontri. Mi domando però se questa differenza tra i modelli di città abbia poi a che fare con la nostra vita concreta, anche con i nostri disagi quotidiani.

Beh, intanto possiamo dire che nella “città discontinua” è difficile percepire lo spazio. La città fluisce indifferentemente rispetto agli oggetti. E quindi le persone faticano a trovare spazi significativi. Per fare un esempio guardiamo a piazza San Pietro a Roma. È semplice, stando all’interno della piazza, riuscire a percepire di essere contenuti in uno spazio significativo. E la piazza è talmente ben realizzata che l’imponente basilica di San Pietro sembra definita in una scala minore di quanto non sia realmente. Questo è il risultato della sapienza di coloro che hanno realizzato queste cose. Lo scopo degli incontri è quello di recuperare ad ogni livello di comprensione questo rapporto tra costruito e non costruito, tra e spazio significativo e spazio non significativo, tra consumo indifferenziato di territorio e consumo intelligente di territorio o addirittura non consumo di territorio.

Il tema dello spazio “non significativo” sembra includere anche le dimensioni più deteriorate dello spazio urbano. Non penso tanto ai risultati dell’incuria, quanto a tante scelte infelici. Ad esempio alla pubblicità che ha invaso viale Maraini fino al punto di piantare i pali della cartellonistica direttamente in mezzo al marciapiede…

Il fatto è che si è persa proprio la buona abitudine di fare le cose belle. L’abbiamo proprio persa ed è difficile recuperarla. Facendo una ricognizione della città di Rieti ci si accorge di come sia difficile scattare una fotografia in cui non siano presenti degli oggetti estranei: le automobili, i fili della corrente, i segnali stradali… fare fotografie agli edifici è quasi impossibile. Questo dovrebbe aiutarci a capire, ad esempio, che le automobili in città non ci dovrebbero proprio stare, andrebbero confinate in spazi definiti. Ma questa esigenza sembra destinata a complicare le cose invece che a semplificarle.

Ma inevitabilmente questi problemi andranno affrontati.

Certamente. Il Fai aveva pensato di rivolgere questi incontri in modo particolare alle insegnanti elementari perché sono il passaggio di questi concetti negli allievi. Solo attraverso questa azione didattica possiamo sperare che i bambini – che forse comprendono meglio e più degli adulti – facciano proprie queste idee e poi le applichino quando toccherà a loro. La nostra generazione in parte è riuscita a comprendere e apprezzare queste cose, ma un’altra parte non le ha comprese minimamente. Non le ha comprese ed è difficile fargliele comprendere. Il risultato è che l’amministrazione e la politica del nostro tempo sembrano contrapposte al bello. I bambini domani ci diranno chi ha ragione.

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