Beni Culturali

Verso il recupero del santuario di Santa Vittoria, memoria antica della nostra Chiesa

Quasi non bastava la saletta del Centro servizi comunale dell’Area archeologica di Trebula Mutuesca a contenere quanti volevano saperne di più sul consolidamento del santuario monumentale di Santa Vittoria in Monteleone Sabino

Quasi non bastava la saletta del Centro servizi comunale dell’Area archeologica di Trebula Mutuesca a contenere quanti volevano saperne di più sul consolidamento del santuario monumentale di Santa Vittoria in Monteleone Sabino.

Un luogo tanto prezioso quanto fragile, che la popolazione e la Chiesa reatina hanno sempre avuto a cuore. L’impegno della diocesi negli anni l’ha ricordato – dopo i saluti del sindaco, Angelo Paolo Marcari – il parroco don Sante Paoletti, insieme all’auspicio che l’azione di consolidamento abbia questa volta un carattere definitivo. Il santuario sorge infatti su un terrazzamento che tende inesorabilmente a franare, portando con sé le mura dell’edificio. Ciò nonostante, il luogo non è mai stato abbandonato. Anzi, come ricostruito attraverso i documenti storici dalla professoressa Ileana Tozzi, e attraverso le evidenze architettoniche dall’ing. Massimo Mariani, ogni passaggio di epoca è segnato da interventi di salvaguardia, messa in sicurezza, ricostruzione.

Tornare alle origini della fede attraverso la bellezza

Tanta continuità lascia intendere che il sito ha qualcosa di speciale. Forse, come suggerito da don Sante e confermato da Ileana Tozzi, perché custodisce la memoria più antica della nostra Chiesa, l’origine stessa della diocesi. E anche qualcosa di più remoto, che affonda le sue radici ben prima dell’Impero romano. Un’epoca che il vescovo Domenico ha identificato con quella dei grandi movimenti di uomini che stanno all’origine dei popoli dell’Italia centrale, spiegando che «recuperare il santuario significa far memoria di come il mondo è sempre andato, e cioè grazie a continue migrazioni». Non senza aggiungere altre due ragioni all’impegno della diocesi per la sicurezza dell’edificio. Approfondendo quanto detto dal parroco, don Domenico ha infatti parlato del desiderio di dare visibilità al «luogo di accesso» dell’esperienza cristiana nel nostro territorio. Il riferimento è alle grandi figure delle martiri dei primi secoli: «recuperare il santuario di santa Vittoria – ha sottolineato il vescovo – vuol dire tornare alle sorgenti del cristianesimo». E in aggiunta ha sottolineato la persuasione per cui «la tutela dei beni artistici non è un lusso, ma una necessità», perché «la bellezza è un tutt’uno con l’esperienza credente». «Oggi – ha aggiunto il vescovo – la nostra società sembra lontana da taluni riferimenti spirituali; in realtà la gente rimane sempre assorbita e colpita da tutto ciò che ha a che fare con il bello. Questa esperienza non la si fa solo davanti a santa Vittoria, ma in tutti i casi in cui è dato conoscere ciò che il genio cristiano ha saputo portare alla luce». E poi, «la bellezza ci aiuta ad affrancarci dalle derive di un mondo sempre più utilitarista, segnato da un lusso anche inelegante; ci aiuta a ritrovare una cifra specifica della nostra fede e ci consente di abbeverarci alla freschezza del Vangelo».

Una presenza costante nella storia

Di tale energia ha tracciato il filo la professoressa Tozzi, documentando l’esistenza del santuario lungo i secoli, a partire dall’originario sacello edificato nel luogo in cui la santa sarebbe stata martirizzata il 18 dicembre del 253. Superato il difficile periodo delle invasioni saracene, il luogo di culto ha certamente vissuto una ricostruzione, se non altro perché l’edificio altomedievale, se non vetusto, era divenuto comunque insufficiente per le esigenze della popolazione. E tale ricostruzione fu certamente compiuta anche attraverso il riciclo di materiale edile di altre costruzioni, similmente a quanto si vede nella basilica inferiore del duomo di Rieti. Non a caso, dai documenti originali conservati dagli Archivi della diocesi di Rieti si apprende che la chiesa fu consacrata negli anni ‘60 del dodicesimo secolo dal vescovo Dodone, lo stesso che dieci anni prima consacrò proprio la Cattedrale di Santa Maria. Da quel momento in poi, pur avendo conosciuto alterne fortune, il complesso – che vede alcune catacombe di fianco al corpo della chiesa – non è stato mai lasciato. Degli interventi di adattamento e ricostruzione compiuti nel corso del tempo sono particolarmente cospicui quelli promossi dagli Orsini nel XV secolo. E quando, nel 1574, poco dopo il Concilio di Trento, il vescovo Camaiani trova che l’edificio presenta evidenti danni strutturali, prescrive che la chiesa venga messa in sicurezza, destinando allo scopo alcune rendite.

Uno scrigno prezioso su una base fragile

A spiegare cosa rende precaria l’esistenza dell’edificio è stato invece l’ing. Mariani, che disegnando agilmente sulle immagini dei rilievi, proiettate per il pubblico, ha indicato l’andamento franoso del terreno, i tentativi di rimedio posti nel tempo e le notevoli criticità attualmente visibili nelle murature. L’intervento di salvaguardia sarà dunque duplice: da un lato si andrà ad ancorare il complesso ad uno strato geologicamente stabile attraverso la posa di speciali colonne in calcestruzzo; dall’altro si interverrà sulle murature, abbracciandole con una particolare rete metallica. Entrambi gli interventi non cambieranno in nulla l’aspetto del santuario, ma saranno decisivi per garantire la sua l’esistenza futura, anche in caso di terremoto. Non solo: l’intervento sarà completamente reversibile. Se in futuro dovessere emergere tecniche di salvaguardia più efficaci e raffinate gli impianti si potranno rimuovere e sostituire senza compromettere in alcun modo la struttura. I lavori avranno un costo compressivo di circa 450.000 euro, il 70% dei quali finanziato dalla Chiesa italiana, il resto dalla diocesi. Tutta la documentazione è già stata depositata presso gli organi competenti: la speranza è che le necessarie autorizzazioni arrivino al più presto, per consentire l’avvio delle operazioni entro pochi mesi.

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