Aspettando il vescovo

Uno col Vangelo in testa

Cos’altro potrebbe e dovrebbe mai frullare per la mente di un vescovo se non le parole del Vangelo, notizie buone e belle da regalare alla sua gente?

Mentre il popolo canta le litanie dei santi, il vescovo che deve essere ordinato è ai pieni dell’altare, prostrato. Sulle note del canto, passano sulle sue spalle con la leggerezza di una vigile amicizia, ma anche con il peso della loro grandezza, i giganti della storia della Chiesa: santi e sante che hanno tracciato il cammino della fedeltà a Cristo e al Vangelo, uomini di Dio, compagni degli uomini. Schiacciato e sollevato insieme, dal passare sul suo corpo di tanti testimoni della fede e della carità che si presentano a lui provenendo dal passato, il suo cuore comincerà a guardare avanti, scrutando la strada che si perde all’orizzonte, cercando di intuire con quanti uomini e quante donne dovrà condividere il cammino della vita con il desiderio per sé e per loro della medesima fedeltà della gran turba di credenti che prima d’ora hanno compiuto il cammino e sono giunti alla meta dalla quale ci aspettano, alla quale ci attraggono, infondendo il coraggio di un entusiasmo che non cederà mai a scelte rinunciatarie né per stanchezza, né per delusione.

Mentre l’assemblea canta l’ordinando sarà lì ai piedi dell’altare circondato da un popolo intero, eppure solo coi suoi pensieri, i ricordi, le speranze, le paure, la consapevolezza della propria fragilità accompagnata dalla certezza che la forza che viene dall’alto non lo lascerà neppure un istante, così che nella sua debolezza sperimenterà, lui per primo, la potenza della grazia divina.
Poi si farà silenzio!

Le mani dell’ordinante sul suo capo mentre tutto tace. È il pudore della Chiesa che non osa neppure fiatare: quando scocca il tempo dello Spirito. Mentre lo Spirito scende sull’eletto e lo fa suo, la Chiesa è attonita, mano alla bocca contempla il mistero, e nel tacito consenso, fa del suo grembo, l’alveo fecondo in cui lo Spirito consacra i suoi figli, ciascuno con la propria identità, il proprio carisma, il proprio ministero nei diversi ordini e gradi.

Poi d’improvviso, mettono sulla testa dell’ordinando, aperto, il libro dei vangeli e i vescovi presenti recitano la preghiera di ordinazione.

È un gesto, che oggi appare profetico e sovversivo allo stesso tempo. È un gesto inequivocabile che esprime chi sia il vescovo: uno col Vangelo in testa!

Cos’altro potrebbe e dovrebbe mai frullare per la mente di un vescovo se non le parole del Vangelo, notizie buone e belle da regalare alla sua gente; parole alte per far spiccare il volo ai credenti che gli sono affidati; parole antiche ben radicate, che danno sicurezza e garantiscono solidità; parole nuove capaci di far germogliare fiori e frutti; parole dinamiche che spingono ad andare al largo; parole calde che infiammano i cuori e li fanno ardere; parole pungenti cui non si può assuefarsi; parole sovversive che impediscono alla Chiesa di ristagnare in acque insalubri.

Avere in testa il Vangelo è avere in testa Dio che continuamente crea Luce, sprazzi di Belleza antica e sempre nuova, storia di un Amore caparbio fatta di parole sussurrate al cuore di gesti suadenti e seducenti.

Avere in testa il Vangelo è avere in testa l’uomo con le sue ferite, la sua ferialità non di rado delusa e deludente, ma anche la sua vocazione ad essere gloria del Dio vivente.

Avere in testa il Vangelo significa avere sulle labbra parole di compassione e di tenerezza, di speranze, di libertà, parole fresche, fragranti, buone come il pane appena sfornato; parole chiare, decise e decisive!
Molte altre parole cercheranno di avere il sopravvento, di usurpare la primogenitura, di pretendere con prepotenza diritto di cittadinanza nella mente di chi assume il compito di insegnare, guidare e santificare il popolo a lui affidato, ma lui, il vescovo, sarà attento ad ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Altre parole saranno come la voce suadente di una sirena, ma il libro dei vangeli è ancora lì sulla sua testa mentre continua la preghiera di consacrazione, quasi a tenerlo legato all’albero maestro della Parola.

Con e prima di ogni credente, il vescovo dovrà sempre ricordare di essere sotto la parola di Dio, del Vangelo è servo e non padrone. Quel libro è un limite, un confine oltre il quale non è lecito andare. Ma più che libro il Vangelo è la carne di Cristo fatta verbo, parola del Verbo incarnato che continua a prendere carne, non è lettera morta, è Spirito che vivifica. Cristo dovrà essere dentro ogni pensiero del vescovo, ogni sua scelta non potrà che essere epifania dello Spirito che non mortifica ma che dona Vita.

Il Vangelo deve penetrare nella testa dell’ordinando, parola dopo parola, una in fila all’altra, come perle di una collana preziosa, come gocce di rugiada, semi fecondi di una sapienza senza tempo.
Quando ero ragazzo, nelle lunghe ore di studio, capitava non di rado, nella fatica di comprendere o memorizzare qualcosa, di prendere il libro di testo e premerlo sulla testa, nella speranza che bastasse quel gesto per realizzare la desiderata osmosi tra testo e testa, quasi fosse possibile, con quel gesto ripetuto, riuscire nell’intendo di poter travasare nella mente con facilità quello che con fatica si riusciva a depositarvi con lo studio.

Penserò a quel ragazzino che ero, vedendo il vescovo col Vangelo in testa, augurandomi, e l’augurio sarà accompagnato dalla preghiera, che il vescovo faccia meno fatica di me a travasare nella sua testa, il testo del Vangelo.

Sarà bello sapere che altro non passa per la mente del vescovo se non la parola che non passa e scorgere nei suoi ragionamenti, nei suoi insegnamenti, nei suoi gesti, non altro se non la freschezza e l’autenticità del Vangelo.

Che fino alla fine dei suoi giorni, quel Vangelo impostogli nel giorno dell’ordinazione, continui a restare sulla sua testa a compenetrare mente e cuore.

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