Trattati di Roma: dietro la firma in Campidoglio il fallimento della Ced e la paura di tornare alle armi

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  • All’appuntamento del 25 marzo 1957 si arriva attraverso alcuni passaggi politici troppo spesso ignorati. La Dichiarazione del 9 maggio 1950, la creazione della Ceca, il fallimento della Comunità di difesa e della Comunità politica. Il ruolo di Schuman, Adenauer e De Gasperi. L’apporto di Monnet, Spaak, Beyen. Per una “costruzione” che aveva sullo sfondo il personalismo di Maritain e Mounier

    Tra pochi giorni commemoreremo il 60° anniversario dei Trattati di Roma e gli attuali leader dell’Ue tesseranno le lodi di quegli uomini che li hanno resi possibili. Pressati da un crescente euroscetticismo, i capi di Stato e di governo possono essere tentati di idealizzare la chiara e precisa visione politica che ha portato una pace duratura in Europa attraverso la Comunità economica e l’Euratom. La realtà, tuttavia, è che tali Trattati non facevano parte del piano originale, erano solo un tentativo di portare un po’ di ossigeno a una comunità che sembrava morente. Infatti, i Trattati di Roma erano il risultato della flessibilità, della perseveranza e dell’amicizia che si erano sviluppate nella ricerca del bene comune.

    Una rivoluzione pacifica. Tutto era iniziato sette anni prima, quando il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, aveva proposto al leader della Germania occidentale, Konrad Adenauer, di ricominciare da zero.

    Dopo la seconda guerra mondiale e le numerose guerre franco-tedesche precedenti, Schuman intravedeva la possibilità di un nuovo rapporto basato sul perdono, il rispetto e la fratellanza, invece della ritorsione e del potere.

    Quando si sono incontrati, questi due cristiani hanno sentito subito che potevano fidarsi l’uno dell’altro, e che la Provvidenza affidava loro la missione di realizzare questa rivoluzione pacifica. Il piano specifico venne da Jean Monnet, che pensava che la gestione congiunta del carbone e dell’acciaio (che alimentavano l’industria bellica) avrebbe reso impossibile la guerra tra i partner. Avrebbe dovuto essere la prima di una serie di comunità intese a legare fra loro per sempre i popoli dell’Europa.

    Il bene comune: obiettivo vincolante. Quale forma avrebbe assunto quell’Europa unita? Non lo sapevano. E non importava neanche tanto.

    La cosa essenziale era percorrere la strada insieme.

    Ciò che era importante era cambiare il cuore degli europei, affinché costruissero una vera comunità. Di alto livello le parole di Schuman: “La Comunità propone lo stesso obiettivo ad ogni partner, quello che la filosofia di san Tommaso chiama ‘il bene comune’. Questo sussiste in modo estraneo a qualsiasi motivazione egoistica. Il bene di ciascuno è il bene di tutti e viceversa”. Quando Alcide De Gasperi (Italia) e Paul-Henri Spaak (Belgio) sentirono parlare di questo piano, non vollero rimanere indietro in questa avventura. Benché appartenessero a famiglie politiche diverse (Spaak era un socialista, mentre Adenauer, Schuman e De Gasperi erano cristiano-democratici), credevano di avere il dovere morale di cambiare il corso della storia. Misero l’Europa al di sopra di tutti gli interessi nazionali o di parte.

    L’essere umano al centro. Tutti loro avevano vissuto due guerre mondiali ed erano sopra i 60 anni. Erano pronti a sacrificare la propria carriera politica e la propria reputazione per lasciare un’eredità alle generazioni future. Ispirandosi a filosofi personalisti come Jacques Maritain e Emmanuel Mounier, volevano costruire una società nuova basata sulla dignità umana, il rispetto per la libertà e la democrazia, oltre a un sistema economico dal volto umano con la persona al centro.

    L’Olocausto li aveva resi molto realisti riguardo alla fragilità delle buone intenzioni.

    Le società cadono molto facilmente nell’odio e nell’egoismo. Questo è il motivo per cui viene istituzionalizzato un sistema di negoziazione, rendendo i Paesi e le persone così dipendenti l’uno dall’altro che la guerra sarebbe diventata semplicemente impossibile.

    Il fiasco dell’esercito europeo. Questi uomini, tuttavia, cercarono forse di andare troppo lontano e troppo velocemente, e soltanto due anni dopo l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), concordarono una Comunità europea della difesa (Ced). Avevano immaginato un esercito comune, con un singolo comando. Al fine di nominare il comandante in capo, avevano intenzione di creare una Comunità politica europea (Cpe). Scrissero il testo dei trattati e firmarono il primo.

    La storia dell’Europa sarebbe stata molto diversa se il parlamento francese non avesse votato contro la ratifica della Ced nell’agosto 1954.

    Ma venne bocciata, e non c’era nessun “piano B”. I padri fondatori erano sconvolti. Temevano che la Ceca ristagnasse e l’Europa finisse per tornare ai suoi vecchi orientamenti nazionalisti. De Gasperi morì nei giorni del fiasco dell’esercito europeo; Schuman venne sostituito al ministero degli Esteri francese; Adenauer pensò che il sogno europeo fosse finito e che avrebbe fatto meglio a rivolgersi agli Stati Uniti.

    L’idea di un Mercato comune. Poi il liberale olandese Johan Willem Beyen tirò fuori l’idea di un mercato comune, ispirata alla forte cooperazione fra i paesi del Benelux. Nel frattempo, Monnet stava lavorando a un altro piano per rilanciare lo “spirito comunitario”: un organismo per gestire congiuntamente l’uso pacifico dell’energia atomica. I sei partner discussero entrambi i progetti. Alla Francia non piaceva l’idea del mercato comune: Monnet era convinto che fosse prematuro proporlo. La Germania, d’altra parte, non voleva avere niente a che fare con l’energia atomica, e inizialmente respinse il piano di Monnet. Alla fine,

    i sei trovarono un compromesso e approvarono entrambi i progetti in due trattati diversi.

    Il 25 marzo 1957, i firmatari sapevano che stavano facendo la storia. Per le strade di Roma si respiravano gioia e speranza, con manifesti in tutta la città che riportavano lo slogan: “Sei popoli, una sola famiglia, per il bene di tutti”. Non ci doveva essere né vincitore né perdente, nessuna divisione tra ricchi e poveri, o tra nord e sud, ma soltanto il sogno di allargare la famiglia rinnovando costantemente lo “spirito comunitario”. Sarebbe stato compito dei futuri cittadini europei decidere come continuare la ricerca di un’unione sempre più stretta.

    Victoria Martín de la Torre (Europeinfos – Comece)

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