Chiesa Universale

Papa Francesco e il grimaldello che fa saltare l’ambivalenza

Il Pastore che non guarda a se stesso ma guarda al gregge che gli è affidato, a tutto il gregge, nessuno escluso. Pastore che non ha potere né economico né politico. Pastore che non ha nulla da difendere ma anche nulla da nascondere. L’ambivalenza dettata da un annuncio gioioso che si scontra con una realtà buia può essere allora in un qualche modo sciolta? Esistono vie d’uscita? Strade parallele che conducano altrove? Realmente siamo destinati, tutti nessuno escluso, alla morte? È innegabile. È così. Proprio qui, in questo punto e non in un altro, si gioca la fede: il Risorto non ha eluso la morte, non è un immortale che ha raggiunto l’empireo cavalcando un raggio di sole e ci guarda dall’alto

L’ascolto del messaggio di Francesco a tutto il mondo per richiamare credenti, pensanti, lontani e vicini ad essere percettivi “all’annuncio pieno di meraviglia dei primi discepoli: ‘Gesù è risorto!’ – ‘E’ veramente risorto, come aveva predetto!’”, suscita uno stato d’animo ambivalente, non ambiguo però.
La certezza del grande evento “dell’antica festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù” che “raggiunge il suo compimento” e per la risurrezione di Gesù Cristo ci libera dalla schiavitù del peccato e della morte, dona slancio e luce al nostro quotidiano. Costruisce la nostra storia ben consapevole della ricchezza posta nelle nostre mani per poter varcare, giunti alla nostra personale fioritura, “il passaggio alla vita eterna”.
Siamo però solo secondi non primi, non in una gara agonistica o con un primato da conquistare ma nella discesa alla radice profonda della persona: la nostra è una risposta, nel riconoscere l’impronta di Dio nel banale e minuto quotidiano, magari… grigio ma solo per chi, appunto, non sa riconoscere e accettare il fascio di luce che lo illumina.
“Perdiamo la strada buona e andiamo errando come pecore smarrite”, ci smarriamo, perdiamo la fiducia in Lui ed anche la nostra autostima di figli di Dio.
Tocchiamo un fondo da cui, da soli, con le nostre forze ci è impossibile risalire. “Ma Dio stesso, il nostro Pastore, è venuto a cercarci, e per salvare noi si è abbassato fino all’umiliazione della croce”.
Il Risorto ci illumina, ci guida e ci salva per introdurci non sul cammino che ci conduce alla morte ma “ci attira sulla sua via, la via della vita… Egli prende sulle sue spalle tanti nostri fratelli e sorelle oppressi dal male nelle sue diverse forme”.
Allora sgorga spontaneo il canto: “E’ risorto il buon Pastore che per il suo gregge è andato incontro alla morte, alleluia!”.

Ci pare, così facendo che si dissolva l’ambivalenza. Invece permane quando consideriamo la concretezza, quella presa sul reale che Francesco non esita a denunciare:

  • Gli smarriti nei labirinti della solitudine e dell’emarginazione;
  • Le vittime di antiche e nuove schiavitù: lavori disumani, traffici illeciti, sfruttamento e discriminazione, gravi dipendenze;
  • I bambini e gli adolescenti privati della loro spensieratezza per essere sfruttati;
  • chi ha il cuore ferito per le violenze che subisce entro le mura della propria casa.

Quando poi lo sguardo si allarga e dalla persona si rivolge a tutto il mondo, la tenebra si incupisce:

  • il dilagare dei conflitti;
  • il traffico delle armi;
  • la Siria, vittima di una guerra che non cessa di seminare orrore e morte;
  • la mancanza di pace in tutto il Medio Oriente, a partire dalla Terra Santa, in Iraq e nello Yemen;
  • i conflitti, aggravati dalla gravissima carestia in Sud Sudan, Sudan, Somalia e Repubblica Democratica del Congo;
  • le tensioni politiche e sociali che in alcuni casi sono sfociate in violenza in America Latina;
  • l’Ucraina afflitta da un sanguinoso conflitto.
  • il continente europeo attraversato da momenti di crisi e difficoltà;
  • la grande mancanza di lavoro soprattutto per i giovani.

È un elenco dettato da un gusto morboso, da un temperamento angosciato e angosciante che gira il coltello nella piaga
È molto altro: il Pastore che non guarda a se stesso ma guarda al gregge che gli è affidato, a tutto il gregge, nessuno escluso.
Pastore che non ha potere né economico né politico.
Pastore che non ha nulla da difendere ma anche nulla da nascondere.
L’ambivalenza dettata da un annuncio gioioso che si scontra con una realtà buia può essere allora in un qualche modo sciolta?
Esistono vie d’uscita? Strade parallele che conducano altrove?
Realmente siamo destinati, tutti nessuno escluso, alla morte?
È innegabile. È così.
Proprio qui, in questo punto e non in un altro, si gioca la fede: il Risorto non ha eluso la morte, non è un immortale che ha raggiunto l’empireo cavalcando un raggio di sole e ci guarda dall’alto.
Il Risorto è sceso fino nell’abisso più tenebroso, ha toccato il fondo del nulla. Non per eroismo o esibizionismo, semplicemente per amore perché “con i segni della Passione – le ferite del suo amore misericordioso – ci attira sulla sua via, la via della vita”.
Da questo amore offerto liberamente a tutti scaturisce quella potente luce che il Risorto emana, che trapassa ogni conflitto, ogni sofferenza.
Il grimaldello che fa saltare l’ambivalenza, la polverizza in nome di una Luce non ancora nostra, quella Risorto appunto ma che attende e sarà nostra se a Lui guardiamo.

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