Chiesa Locale, Montepiano reatino, Rieti

Missionario con un tocco d’artista, padre Franco Nicolai: «Dio è un umorista»

Incontro con padre Franco Nicolai, del convento reatino dei cappuccini di Colle San Mauro: una retrospettiva sulla sua vita da missionario in Africa, ma anche sul suo talento di disegnatore, in vista di una mostra di caricature e disegni

Cappuccino al cioccolato, macchiettista scanzonato: si indovina già dal titolo della sua prossima mostra di disegni e caricature lo spirito ironico che accompagna padre Franco Nicolai, ottant’anni all’anagrafe tra pochi mesi, ma in piena adolescenza nello spirito. Arrivato nel convento di Colle San Mauro nel 2015, dove soffre «l’umidità e il mal d’Africa», frate Franco è illustratore, pittore, scultore, ma soprattutto missionario. Romano dei castelli, originario di Frascati, è figlio di un violinista-artista e di un’insegnante, ed è cresciuto sotto la guida spirituale di padre Pio da Pietrelcina, verace amico di famiglia, che incrementò la sua vocazione francescana nata ai tempi del liceo.

Una scelta vissuta da subito con la consapevolezza che la strada del sacerdozio “tradizionale” non avrebbe fatto per lui: «Leggevo molti libri missionari, mi appassionavamo molto, per cui maturai la consapevolezza di voler portare aiuto dove serviva, e il prima possibile». Un percorso che a frate Franco veniva vivamente sconsigliato, visto il suo grande talento sui libri: «Ci occorri come professore, mi dicevano tutti». Ma lui aveva già deciso, e gli studi in medicina tropicale gli sono riusciti più utili là dove serviva: «Il provinciale mi scelse tra i primi quattro per andare in Madagascar».

Era l’ottobre 1967 quando la sua «carretta del mare» salpò da Marsiglia: un viaggio interminabile, 23 giorni circumnavigando l’Africa con un unico attracco notturno a Dakar. «Abbiamo curato tantissime persone, affette dalle malattie più terribili: lebbra, tubercolosi, malaria, per tutti gli anni della missione», racconta il religioso, facendo sintesi di un’esperienza missionaria che lo ha visto ventitré anni in Madagascar, poi quasi sei nelle isole Comore, «in mezzo ai musulmani», altri sei nel Benin, per poi vivere ancora diciotto intensi mesi nel Congo-Brazzaville, subito dopo la guerra civile e le sue pesantissime conseguenze di morte e ferocia senza pari. «È stata un’esperienza che mi ha permesso di conoscere la vera Africa, quella nera, quella selvaggia: vipere, sanguisughe e formiche rosse come insidia mortale a ogni passo dei sentieri percorsi, esclusivamente a piedi».

Ma il religioso non ricorda queste come le prove più grandi dell’essere missionario: «La più grande difficoltà è il non successo immediato dell’opera che fai. È un lavoro che richiede grande impegno fisico e mentale, occorre sapersi adattare agli usi, ai costumi e alla lingua del luogo in cui sei, e non è facile. E i risultati della tua opera non verranno raccolti subito, ma a lungo termine». Sono stati cinquant’anni duri, ma punteggiati di un umorismo che non lo ha mai abbandonato, e certamente lo ha supportato soprattutto nei momenti più difficili: quelli legati alla morte dei bambini. «Li vedevi morire come mosche, venivano curati con rimedi casalinghi certamente non efficaci per combattere malattie come la malaria, sono immagini che non ti scordi».

La “sua Africa” rivive in una mostra permanente nel convento di San Mauro, che il 6 maggio verrà arricchita da una nutrita esposizione delle sue ironiche e coloratissime caricature, talvolta corredate di satira tagliente: «Credo che attraverso l’umorismo si possano correggere alcuni malcostumi, punzecchiando senza offendere. Anche nella satira occorre avere sempre rispetto per la persona, sapendo che ci sono quelle suscettibili e quelle spiritose». Papa Francesco è certamente della seconda categoria, e frate Franco non gli ha risparmiato caricature che lo raffigurano mentre esorta le persone a vivere con gioia la vita. «Chi è compagno del sorriso ha prenotato il paradiso, ma la sorte del bigotto già è nel forno cotto», fa dire in un fumetto il cappuccino a Bergoglio: «Certo, perché lui è un tipo spiritoso che vive la vita con il sorriso. Chi è allegro, sereno e gioviale vive meglio la vita, non banalizza né drammatizza le situazioni, ma le prende nel senso giusto. E io credo che se esiste l’umorismo in terra allora anche il Padreterno sarà certamente un umorista».

 

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