Aspettando il vescovo

L’incontentabile per eccellenza

Il vescovo viene tra noi come segno della dismisura dell’amore di Dio. Le mezze misure non fanno per lui, non è Vangelo che possa dare alla Chiesa.

Terminata la preghiera di ordinazione in cui si invoca sull’eletto lo “Spirito che regge e guida”, iniziano i riti esplicativi, riti cioè che rendono manifesto, attraverso segni visibili ciò che lo Spirito ha già realizzato in colui che ha ricevuto l’ordinazione e in qualche modo ne evidenziano alcuni degli aspetti più significativi.

Il primo rito esplicativo è l’unzione crismale. Il vescovo ordinato riceve l’unzione con il crisma sul capo.

È un gesto esplosivo, ricco di evocazioni simboliche, un gesto plurale per richiamare alla mente una molteplicità di doni, di sfide, di compiti.

Innanzitutto è un richiamo al battesimo, sacramento nel quale i credenti sono stati unti, consacrati con il dono dello Spirito che ha messo su ciascuno il suo sigillo e ha fatto dei battezzati un popolo di sacerdoti, re e profeti.

Questa unzione ricorderà al vescovo che il suo nuovo ministero affonda le radici nella grazia battesimale. Pastore e guida del popolo a lui affidato, continuerà ad essere credente e discepolo assieme con gli altri credenti, per loro vescovo, con loro cristiano, come bene sintetizza S. Agostino.

L’unzione ricorda anche le nostre infermità e il bisogno di consolazione e salvezza. Ungere con olio i malati è uno dei compiti che Gesù affida ai discepoli inviati in missione. Chi è malato, ricorda l’apostolo Giacomo (5, 13-16) chiami a sé i presbiteri perché preghino su di lui e lo ungano con olio.

Mandato come buon samaritano a farsi carico di chiunque sia prostrato e umiliato dalla vita, il vescovo è consapevole delle proprie fragilità per questo si affida alle preghiere che la Chiesa innalza ogni giorno per lui. L’esperienza della sua infermità redenta gli darà la capacità di comprendere in modo empatico le debolezze degli uomini e delle donne affidati alle sue cure e saprà chinarsi con compassionevole prossimità verso chiunque anela a risorgere. Saprà consolare con la stessa consolazione con cui lui stesso è stato consolato da Dio (2 Cor 1,3s).

L’unzione lo configura in modo particolare a Cristo Signore l’Unto, il Consacrato, il Messia. Non è un titolo di vanto, ma una tremenda responsabilità. Come il Messia dovrà portare ai poveri il lieto annunzio, proclamare libertà, annunciare un Dio che fa grazia. (Lc 4,18-19). L’unzione gli ricorderà costantemente il dovere di essere “collaboratore della gioia” (2 Cor 1,24) della sua Chiesa.

L’unzione farà del vescovo l’anima della fraternità. Il salmo 132 mette in parallelo la soavità della vita fraterna, la sua intrinseca bontà, con l’unzione sacerdotale di Aronne. Vivere da fratelli, con un cuor solo e un’anima sola, “è come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Salmo 132,1-2). Unzione e fraternità si richiamano a vicenda, non c’è l’una senza l’altra. Il fluire dell’unguento sul capo di Aronne evoca quanto possa e debba essere inebriante la concordia di voci e di cuori.

Nello stesso tempo se venisse a mancare in mezzo all’assemblea dei fratelli la presenza dell’unto, questa facilmente si trasformerebbe in un assembramento senza coesione, in un agglomerato di persone estranee le une alle altre, indifferenti se non anche sospettose. La presenza dell’unto del Signore è garanzia del perdurare del profumo della carità. Goccia a goccia, l’unguento che gli cola dal capo, darà vita ad una comunità di fratelli che nell’amore vicendevole diventeranno carne del Vangelo.

Nel vedere quel gesto mi tornerà alla mente l’unzione di Betania (Mc 14,3-9). Una donna anonima versa sul capo di Gesù un unguento prezioso di Nardo purissimo. E’ uno spreco! Pensano in molti. Gesù invece vi scorge una profezia. Non è solo anticipazione della sua unzione funebre, è alzare il velo su di una verità eneludibile: non c’è amore senza spreco, senza esagerazione; l’amore esige la dismisura.

Calcolare, lesinare, interessarsi solo dello stretto necessario: non è Vangelo. Gesù non lascia cadere quel gesto profetico, anzi lo farà suo gettandosi in una avventura di carità senza limiti, accettando la croce come segno della dismisura dell’amore. Ovunque si predicherà il Vangelo ci si ricorderà del gesto di quella donna: si dovrà annunciare che senza un amore smisurato, totale, radicale, sprecone, il Vangelo non è Vangelo.

Immerso in questi ricordi, mi verrà da pensare che il vescovo viene tra noi come segno della dismisura dell’amore di Dio. Non si accontenterà del “quanto basta”, ma si preoccuperà di mettere tra le nostre mani “una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6,38). Stando tra noi, come segno profetico della sovrabbondanza dell’amore di Dio, allargherà le nostre tende, amplierà i nostri granai, dilaterà i nostri cuori, aprirà le nostre menti. È l’unto che ci rammenterà l’inefficacia delle mezze misure, dei compromessi e dei giochi al ribasso. E’ l’unto che non può essere soddisfatto fino a quando le giare non saranno piene fino all’orlo. È l’unto: l’incontentabile per eccellenza, mai appagato, neppure di se stesso, finché l’amore non sarà crocifisso.

Le mezze misure non fanno per lui, non è Vangelo che possa dare alla Chiesa.

L’olio dell’unzione non potrà scivolargli addosso, ma lo compenetrerà fino a diventare un tutt’uno con lui.

Che il profumo di quell’unguento possa inebriare tutta la Chiesa reatina.

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