Editoriali e interviste

La furia dei cervelli

Presentato a Palazzo Dosi il libro “La furia dei cervelli” di Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri. Il libro, attraverso il racconto, le storie, le interviste affronta una tematica complessa: può la politica essere un salvagente cui aggrapparsi in questo momento di crisi?

Il ritratto della nostra società che emergedal libro non è dei più edificanti e nemmeno le soluzioni appaiono così positive come potrebbe sembrare. Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri sono protagonisti del movimento dei precari in Italia e attivi nel Teatro Valle Occupato di Roma.

“La furia dei cervelli” cerca di rispondere ad una serie di domande che attanagliano ormai una lunga e folta schiera di italiani. Pensi di avere già pagato la crisi? Credi che il precariato non sia una colpa originaria, ma l’applicazione di un progetto di controllo sociale? E che l’indipendenza, sul lavoro e nella vita, sia l’espressione della tua autonomia e insieme a quella degli altri? Sei precario, una partita Iva, lavori al nero o anche gratis, per passione o per rassegnazione, e pensi che un’alternativa sia data dalla cooperazione sociale e dalla condivisione sul lavoro e nella vita? E stai pensando che i diritti sociali dovranno essere riconosciuti al Quinto Stato, cioè al lavoro indipendente e che questo non possa avvenire senza l’autorganizzazione degli indipendenti, la creazione di un nuovo diritto e una nuova economia dell’ambiente e della conoscenza?

A queste domande il libro di Ciccarelli e Allegri cerca di dare risposte. La “furia dei cervelli” offre la prima complessiva interpretazione, sociologica, giuridica e politica, delle mobilitazioni del lavoro della conoscenza a difesa della scuola e del rilancio dell’università pubblica iniziate nel 2008, del lavoro autonomo e tra le partite Iva, delle mobilitazioni dei lavoratori dello spettacolo che hanno occupato il Teatro Valle di Roma o dei freelancers americani che dal 1995 si sono organizzati in un sindacato. Un vasto spettro analitico in un momento in cui cresce sempre più nelle fasce del precariato giovanile destinato all’inoccupazione e alla perdita di tutti i diritti sociali una forte insoddisfazione.

Uno dei punti centrali del libro è certamente il richiamo al Quinto Stato, definito figlio della trasformazione della produzione post-fordista di fine anni Settanta, della diffusione del lavoro della conoscenza, della crescita di soggetti senza cittadinanza perché esclusi da quel patto sociale che si fondava sulla figura del lavoratore subordinato a tempo indeterminato. Un esercito di sfruttati cresciuto nel deserto sociale del neo-liberismo, istituzionalizzato dal “pacchetto Treu” del 1997 e dalla impropriamente detta “legge Biagi”, ma che trova nel biennio della transizione 1992-1994 il nucleo portante del suo disegno ideologico.

Un Quinto Stato evocato come motore della trasformazione e del cambiamento.

Ciccarelli ha parlato di «quasi sette milioni, ma diventeranno di più, di lavoratori, soprattutto giovani, senza un contratto decente e un reddito dignitoso che sono ormai anche inconsapevoli di avere dei diritti. Tutti questi, sono gli esclusi, gli emarginati perché non integrati in quel patto di cittadinanza calibrato sul possesso di un lavoro stabile e duraturo. La loro condizione di extra-territorialità li accomuna così ai cinque milioni di migranti presenti sul suolo nazionale, non-inclusi in quanto stranieri».

Giuseppe Allegri ha illustrato anche delle proposte pratiche come la sostituzione degli attuali ammortizzatori sociali con forme di reddito garantito per certe figure professionali all’introduzione di un welfare metropolitano, da garanzie di protezione sociale a livello europeo a nuove forme di mutualismo. Autonomia, cooperazione, indipendenza: queste le basi, secondo gli autori, per la politica a venire.

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