Voci dal Consultorio

Giovani e dipendenze: un tema delicato

La “dipendenza” è un tema molto delicato che necessita di una riflessione capace di tener conto di tanti aspetti. Si tratta di un’esperienza con la quale, prima o poi, tutti gli uomini si confrontano, che preoccupa famiglie e genitori, che influenza le scelte e le azioni di ciascuno. La “dipendenza” non risparmia nessuno: adolescenti, giovani, adulti e anziani, uomini e donne, è trasversale a tutte le classi sociali e le forme con le quali si manifesta sono molteplici, a volte più che evidenti, altre volte subdole e striscianti.

Ad un approccio generico, solo in parte giustificato, l’atteggiamento riconducibile al “relativismo culturale” potrebbe favorire un’idea di dipendenza che varia secondo le culture, le società, i tempi e gli spazi geografici, arrivando a sostenere che non esiste un unico punto di vista circa questo fenomeno: dove una forma di dipendenza è considerata sbagliata, un’altra è invece corretta e anche rinforzata socialmente.

Se per alcuni comportamenti questa lettura può essere accettata, soprattutto in gruppi con caratteristiche micro-culture, vi sono però dei limiti che delineano molto bene la manifestazione e la pericolosità di una dipendenza. Si tratta di una linea di confine oltre la quale si perde l’autonomia, il senso del controllo degli eventi, la zona nella quale scatta l’illusione di un controllo e di un piacere che invece è effimero, ingannevole e falso. Si rischia di fare del male a sé stessi e agli altri. Se quindi c’è un sostanziale accordo sulle dinamiche e i principi che animano e spiegano il comportamento “dipendente”, non sempre c’è chiarezza sulla sua causa e genesi. Campo non facile perché quando si parla di “dipendenza”, compresa quella da alcol, siamo di fronte ad una sindrome.

Un punto di riferimento è però certo e imprescindibile: il vissuto relazionale rintracciabile nella storia personale di ciascuno, soprattutto quello legato alle fasi più delicate dello sviluppo, i primissimi anni di vita, fino all’adolescenza. Si tratta di una chiave di lettura che offre spunti significativi per capire, diagnosticare, agire terapeuticamente. I primi anni di vita sono fortemente collegati alla maturazione di un nucleo di sicurezza e tranquillità interiorizzato dal bambino, collegato alle cure parentali che riceve.

Credere in sé stessi, avere una buona autostima, crescere pensando di potercela fare nelle situazioni della vita, maturare quindi un buon senso dell’autoefficacia, dipende molto dai messaggi che il bambino e il giovanissimo è riuscito a cogliere su di sé e che provengono dall’esterno. Se quindi occorre fare una riflessione sulla “dipendenza”, vale la pena rintracciare e cercare di capire l’esperienza umana che più di ogni altra ci caratterizza come esseri dipendenti: la relazione con la figura parentale, nei primissimi anni di vita.

In Psicologia si parla di “attaccamento” e la teoria di riferimento è quella di Bolwby. I diversi tipi di attaccamento sono decisamente correlati agli stili relazionali dell’adolescente e del futuro adulto. Non è questa la sede per approfondire la questione, ma certamente lo stile di attaccamento insicuro/evitante, insicuro/ambivalente e quello disorganizzato, sono collegati con aspetti del se adulto come l’autosufficienza, la paura della separazione o ancora la mancanza del senso di unità del proprio essere.

Questi aspetti sono legati delle diverse forme di dipendenza, ma il vissuto più pericolo risulta il senso di rifiuto che il bambino può cogliere nella relazione con le figure parentali. Uno strumento per il monitoraggio all’avvicinamento e manifestazione al comportamento dipendente, è il rifarsi alle seguenti fasi: stadio preparatorio (sviluppo di idee e atteggiamenti nei confronti dell’oggetto), stadio di iniziazione (vero e proprio incontro con l’oggetto), stadio iniziale (utilizzo dell’oggetto in maniera irregolare e non definizione di sé come consumatore, già in questa fase si può cominciare a provare dipendenza psicologica in particolari situazioni), stadio di mantenimento (utilizzo costante ed adozione per sé dell’immagine del consumatore regolare).

Gli stadi assumono una valenza ancora più importante nel periodo dell’adolescenza. Infatti il giovanissimo è alla ricerca di un’identità, necessita di modelli e punti di riferimento con i quali maturare il senso dell’appartenenza, e la trasgressione può divenire indispensabile perché è l’unica strada per sperimentarsi, per comprendere sé stessi, per capire quello che si è, i propri interessi, le proprie attitudini. Spesso il gruppo propone modelli di comportamento che rispondono a questa necessità, ma pur offrendo un’opportunità, la possibilità di percorrere gli stadi appena sopra spiegati e sviluppare una dipendenza è più che evidente.

La prevenzione più efficacie è quella diretta proprio agli adolescenti sia in termini informativi che, soprattutto, quella che offre occasioni di crescita e sperimentazione del proprio sé in contesti sufficientemente lontani dal nucleo familiare e abbastanza vicini in termini di condivisione di valori morali e visioni esistenziali condivisi dalla stessa famiglia di origine.

Ecco quindi il senso e il valore di esperienze di convivenza in luoghi lontani dalle dinamiche del gruppo primario, ma con giovani più grandi e adulti che offrono un modello di vita diverso da quello parentale ma non in contraddizione con i valori del gruppo stesso. In tal senso le convivenze parrocchiali, i gruppi, i ritiri e i campi scuola, sono certamente una ricchezza e una risorsa alla quale occorre guardare con rinnovato interesse e sui quali scommettere per consentire la formazione di una base morale solida nei giovani.

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