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Chiedilo a loro: le storie del sisma nello spot dell’8×1000

«Dobbiamo avere soltanto coraggio, non pensare che noi siamo le vittime, perché le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Sono circa quattro milioni di euro gli investimenti che la diocesi di Rieti ha portato avanti sotto forma di interventi nei comuni colpiti dal terremoto grazie ai fondi dell’8×1000 alla Chiesa cattolica: ogni genere di aiuti singoli alle persone, ma anche costruzione di Centri di comunità; il più recente, inaugurato a febbraio, è quello di Cittareale, ma non sarà l’ultimo.

Lo slogan «Chiedilo a loro» della campagna pubblicitaria per l’8×1000 alla Chiesa cattolica, dunque, dalle nostre parti si riempie di senso e concretezza. Tra i video e le foto promozionali da poco in circolazione, infatti, ci sono quelli realizzati nei luoghi della diocesi più duramente colpiti dal terremoto. Le scosse di questi ultimi giorni nel Maceratese, avvertite bene anche a Rieti, ci dicono che il fenomeno è tutt’altro che superato. E ogni volta sembra di tornare indietro, al 24 agosto del 2016.

«Il 24 mattina ho aperto gli occhi e la prima idea che ho avuto è stata: “Mi hai dato una vita serena, tranquilla, felice, adesso mi stai levando tutto”. Ero sicuro che casa veniva giù. Centoventi secondi di terremoto e alla fine la casa era rimasta miracolosamente in piedi. Non c’è stato spazio per la felicità, perché subito il pensiero è andato ai figli nella stanza accanto che non piangevano. C’era qualcosa che non andava. E perciò mi sono precipitato verso la stanza vicino. Solo che la disposizione di casa non era più la stessa, e così non riuscivo a raggiungere la camera. Ho passato qualche minuto di disperazione, fin quando ho ritrovato entrambi vivi e lesi. Sono uscito da una finestra, lanciando i figli a 5 metri di distanza a un mio amico. Sono uscito fuori e ho visto due tetti di due palazzine confinanti alla mia abitazione completamente a terra. Sapevo che c’erano tante persone lì. Mi si sono piegate le ginocchia. Ho pensato: se il cemento armato è andato giù in questa maniera, il paese dietro di me non esiste più. Sono andato di corsa a vedere. Mentre passavo ho sentito urla, ho parlato con persone che dopo scosse successive sono risultate morte sotto a due o tre metri di macerie. Una persona ha portato a casa tutti i cari in quella notte. Con poca sensibilità veniva da pensare di essere stati fortunati, perché per altri non è così. Dentro comincia una battaglia, vorresti essere felice, ma non puoi perché intorno a te c’è solo disperazione».

Il racconto è quello di Gaetano, che insieme ad altre famiglie, dopo il terremoto ad Amatrice, ha trovato un aiuto per ricominciare grazie alle risorse dell’8×1000 e alla Caritas. Questa volta non si tratta di spot su luoghi fuori mano, né può venirci il dubbio di trovarci davanti ad attori. Il «Chiedilo a loro» questa volta è prossimo e concreto, e insieme al rovesciamento delle case disvela un possibile e positivo rovesciamento di prospettive.

«Quando uno vive una vita normale – racconta Gaetano – nei rapporti di tutti i giorni sente un egoismo diffuso: le persone pensano solo a se stesse, anche gli amici e i conoscenti. Dopo questo evento catastrofico, da quando siamo entrati nelle tende, abbiamo visto una solidarietà tra le persone che non conoscevo e non comprendevo. Lì sono arrivate delle persone che mi hanno detto: “Noi ti diamo una mano vera. A te e ai tuoi bambini ti mettiamo sotto un tetto in breve tempo”. Il tre ottobre è arrivata la Caritas, con le sue persone e ci ha fatto questo regalo. Quando avviene un aiuto del genere, non è solo personale: crea una catena di solidarietà. Più persone si riescono a sistemare, più quelle persone vanno loro stesse ad aiutare. Così è successo, mi hanno dato lavoro, ho cominciato ad assumere persone, queste persone si sono identificate in una causa, lavorando giorno e notte, e abbiamo cominciato a portare aiuto ad altre persone. Dobbiamo avere soltanto coraggio, forza, determinazione e non pensare che noi siamo le vittime, Le vittime non siamo noi, noi siamo i fortunati della situazione, perciò dobbiamo dare qualcosa in più».

Un qualcosa in più che la Chiesa aiuta a esprimere grazie a una firma sulla dichiarazione dei redditi che non toglie nulla a nessuno, ma si configura come un dono che genera condivisione e reciprocità.

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