Nullità matrimoniale: istituita la commissione per snellire i processi

L’annuncio è arrivato alla vigilia del Sinodo sulla Famiglia, che si è aperto il 5 ottobre, quando 253 tra vescovi, presbiteri e fedeli si sono recati a Roma per affrontare delicate questioni riguardanti la famiglia.

Il 20 settembre scorso, è stata annunciata la nascita di una “Commissione speciale di studio per la riforma del processo matrimoniale canonico”. L’organismo è stato voluto da Papa Francesco che il 27 agosto l’ha istituito con l’obiettivo di semplificare la procedura prevista per i processi di nullità matrimoniale, rendendo la struttura più snella, cercando di rendere meno articolata l’attività della Rota Romana.

La Commissione verrà presieduta da mons. Pio Vito Pinto, decano del Tribunale della Rota Romana, ne faranno parte canonisti ed esperti, tra cui il cardinale F. Coccopalmerio, presidente del Consiglio per i Testi Legislativi, p. Nikolaus Schöch, O.F.M, promotore di Giustizia Sostituto del Supremo Tribunale della Signatura Apostolica, p. Jorge Horta Espinoza, O.F.M, Decano della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Antonianum, p. Konštanc Miroslav Adam, O.P, rettore magnifico della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum).

L’attuale disciplina prevede l’obbligatorietà di due gradi di giudizio, da tenersi di fronte ai Tribunali Ecclesiastici competenti, soltanto se la seconda sentenza sarà conforme alla prima, potrà essere dichiarata la “nullità” del matrimonio accertato come invalido, altrimenti ci sarà l’eventuale passaggio alla Rota Romana.

Compito precipuo della Commissione sarà quello di trovare una soluzione, attraverso varie proposte, affinché la procedura con cui si dichiari la “nullità” del vincolo matrimoniale sia resa più celere, snellendone i tempi – nel pieno rispetto dei passaggi necessari – valorizzando altresì l’intima natura pastorale di tali processi. Quando si presenta il bisogno e venga richiesto dai coniugi una dichiarazione di “nullità” , è necessario che vi sia un’attenta valutazione, se il matrimonio sia stato valido e pertanto indissolubile, conoscendo bene quanto possa essere difficile ripercorrere il proprio passato segnato da sofferenze profonde.

Varie sono le ipotesi che si stanno facendo strada, l’attività giudiziaria può nascondere in sé il pericolo di un esagerato formalismo, il cui contrappeso è però sempre e comunque costituito dalla cura delle anime. Basti ricordare le sante parole pronunciate da Papa Pio XII “Leges propter homines, et non homines propter leges”, punto da cui partirà e che segnerà la Commissione durante tutto il suo lavoro.

L’alto numero di divorzi riguarda la Chiesa?

I divorzi sono drasticamente in crescita e questo è un dato ormai certo. Vari studi sono stati condotti in questi anni, a partire dagli anni Sessanta, cercando di analizzare questa tendenza diffusa al divorzio.

Il risultato è stato che metà dei matrimoni contratti entro la metà degli anni Sessanta sono finiti con il divorzio ed il 64% dei matrimoni contratti in tempi più recenti hanno avuto lo stesso identico esito. Ad oggi, non esiste alcuna prova che dimostri che i matrimoni dei cattolici abbiano un tasso numerico inferiore rispetto a quello dei non cattolici.

Ma non solo. Circa la metà dei bambini vivono in famiglie unigenitoriali, è questo, in primo luogo, a causa del divorzio. Sempre più spesso accade che ex coniugi diventino anche ex genitori. Questa situazione ha anche risvolti negativi proprio sui figli ed a diversi livelli: da quello economico, a quello comportamentale o ancora a quello scolastico e psicologico.

L’Università di Harvard, negli anni Novanta, condusse una ricerca proprio sui figli di genitori divorziati, riscontrando quanto segue: oltre la metà di questi minori hanno affrontato un problema riguardante l’abitazione; il 55% perdevano l’accesso ai controlli medici; il 26% erano lasciati senza sorveglianza quando la madre andava a lavoro. Spesso, inoltre, i bambini perdevano entrambi i genitori: uno li abbandonava e l’altro era spesso assente per svolgere numerosi lavori e poter provvedere ai loro bisogni di sussistenza primaria.

Anche qualora ci si risposi – e questo accade nella maggior parte dei casi – il nuovo matrimonio non può e non potrà in alcun modo riproporre e/o restituire l’unità persa della famiglia.

Il matrimonio è il fondamento di ogni sana società, ovviamente compresa quella ecclesiastica. La Chiesa definisce la famiglia “Chiesa domestica”.

La famiglia rappresenta il contesto in cui gli sposi vivono la loro vocazione di amore coniugale e di assistenza reciproca e dove i bambini sono educati, amati e istruiti nella fede.

Appare evidente, dunque, che questo alto numero di divorzi e gli effetti che provocano sui bambini e sugli stessi adulti sono fattore di primaria preoccupazione per la Chiesa.

Se lo Stato permette il divorzio, perchè non lo permette la Chiesa?

Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati. Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. (Mt 19,1-9)

 

La coppia coniugale forma una «intima comunità di vita e di amore [che], fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale» (GS, 48). Gli sposi si donano definitivamente e totalmente l’uno all’altro. Non sono più due, ma ormai formano una carne sola.

L’alleanza stipulata liberamente dai coniugi impone loro l’obbligo di conservarne l’unità e l’indissolubilità. «L’uomo […] non separi ciò che Dio ha congiunto» (Mc 10,9; Mt 19,1-12; 1 Cor 7,10-11). Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?». Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio».

È dalle stesse parole di Gesù Cristo, contenute nelle Scritture, che risulta chiaramente che la volontà di Dio è che il matrimonio sia indissolubile, indivisibile. L’indissolubilità è una proprietà sia dei matrimoni cristiani sia di quelli validi non sacramentali. Il divorzio implica che lo Stato possa dividere ciò che, per sua stessa natura, è indivisibile.

La Chiesa, al contrario, non riconosce lo scioglimento civile del matrimonio; infatti, un divorzio civile non ha alcuna conseguenza legale nel diritto canonico. La Chiesa considera i coniugi uniti dal vincolo matrimoniale anche se essi non vivono più insieme.

La fede della comunità di solito considera il divorzio come un’offesa alla dignità del matrimonio in quanto porta disordine nella famiglia e nella società. È offensivo soprattutto nei confronti del matrimonio cristiano, violando l’indivisibilità che rispecchia il legame infrangibile tra Cristo e la Chiesa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n° 2382 dice: «Il Signore Gesù ha insistito sull’intenzione originaria del Creatore, che voleva un matrimonio indissolubile. Ha abolito le tolleranze che erano state a poco a poco introdotte nella Legge antica. Tra i battezzati il matrimonio rato (valido) e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte» e «Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina». (CCC 1640). Il Catechismo e la legge sono dunque piuttosto chiari: un matrimonio sacramentale e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà sulla terra. In altre parole, la Chiesa non può permettere, mai, lo scioglimento di un matrimonio valido, sacramentale e consumato.

 

Il matrimonio è nullo se lo si lega all’esistenza di una circostanza?

Se quando ci si sposa lo si fa con l’intenzione di apporre al matrimonio una condizione futura, il legame, secondo il diritto canonico non è valido.

Questo è ovvio perché una condizione futura non fa altro che sospendere il matrimonio (la sua esistenza quindi!) fino all’avverarsi della stessa, cosa che sappiamo bene è assolutamente inconciliabile con il coniugio così come rettamente inteso dalla Chiesa. Stesso discorso vale per la condizione futura cd. potestativa, cioè quella il cui avverarsi dipende direttamente dalla volontà del nubente (per es. Ti sposo se non ti ubriacherai; Ti sposo se mi lascerai educare i figli nella religione cattolica), anche in questo caso infatti l’incertezza circa il matrimonio è tale da renderlo nullo sin dall’inizio.

Diverse sono invece le condizioni passate o presenti, dette anche improprie. Queste infatti rendono invalido o meno il matrimonio a seconda che ne esista oppure no il presupposto. La circostanza posta in condizione passata o presente è quindi già accaduta o è in atto, ma la parte non ne è a conoscenza: questo genera quindi negli sposi incertezza al pari di una circostanza futura. Può, ad esempio, darsi il caso in cui il nubente desideri più di ogni altra cosa avere dei figli e quindi sposare una persona che abbia la normale capacità di generare, ma magari ha il dubbio che il futuro coniuge non possegga questa capacità. Non potendo o riuscendo a sciogliere il dubbio prima delle nozze, appone al suo matrimonio tale condizione che certamente tutela la presenza di quella circostanza a cui tiene in modo particolare.

Le condizioni presenti e passate, poi, non essendo in linea di principio incompatibili con il matrimonio possono anche essere apposte in modo formale purché l’Ordinario del Luogo ne dia una autorizzazione scritta. Questa circostanza certo si verifica molto raramente in quanto di solito si cerca di convincere gli sposi a non porre condizioni e ad accettare in modo pieno il vincolo coniugale.

L’esistenza di una vera e propria condizione apposta al vincolo coniugale emerge prima di tutto dalla valutazione dell’importanza che tale circostanza riveste dal punto di vista soggettivo per la parte che l’ha apposta; e successivamente avrà rilievo il comportamento tenuto dal soggetto nel momento in cui l’evento dedotto in condizione non s’è verificato. Se infatti egli si affretta a rompere la convivenza, ad impugnare la validità del matrimonio si può presumere che tale circostanza era effettivamente condizionante e che quindi la sua volontà rispetto alle nozze non era piena.

Non viene richiesto dal diritto che la persona abbia conoscenza e coscienza degli effetti invalidanti dell’apposizione della condizione, basta che dal suo totale comportamento risulti il suo effettivo modo di pensare e la sua reale volontà.

Se non crede alla dignità sacramentale il matrimonio è valido?

Se una persona, il giorno della celebrazione delle nozze, esclude un elemento o una proprietà essenziale del matrimonio, allora il consenso è viziato e il matrimonio invalido.

L’esclusione che ora andremo a prendere in considerazione è l’intenzione contraria alla dignità sacramentale del matrimonio. Ovviamente essa riguarda solo i matrimoni cristiani, dato che sono sacramentali; di certo, invece, non riguarda i matrimoni “naturali” che non hanno tale dignità. Quando l’esclusione della sacramentalità può rendere un matrimonio nullo? Può accadere (e di fatto soprattutto ai giorni nostri, ahimè, accade) che una persona cattolica battezzata abbandoni, nel corso degli anni, la sua fede. Se questa persona sviluppa una tale avversione verso la Chiesa, può credere che l’insegnamento della Chiesa sui sacramenti sia una superstizione e dunque può rifutare l’idea che il matrimonio stesso sia un sacramento. Ma, tuttavia, questa persona può accettare le nozze in Chiesa per far piacere alla famiglia, ai genitori, all’altro sposo o magari per avere un matrimonio “suggestivo”, insomma per una serie di motivi, pur non credendo in alcun modo alla dignità sacramentale del matrimonio. Altro esempio potrebbe essere quello riguardante un protestante che si sposa secondo l’insegnammento della propria confessione. L’insegnamento di quella determinata Chiesa può rifiutare il matrimonio come sacramento. In questo caso è difficile ammettere che una persona riceva un sacramento quando non crede che il matrimonio sia un sacramento. L’insegnamento della Chiesa cattolica, al riguardo, è molto chiaro: quando dei battezzati si sposano, devono voler fare ciò che la Chiesa fa, in questo caso devono sapere di costituire un’unione sacramentale.

Il matrimonio è nullo se si esclude la reciproca fedeltà

Nel momento in cui le parti decidono di sposarsi accettano tutti gli elementi e le proprietà essenziali del matrimonio canonico, eppure talvolta accade che una o entrambe decida di escludere la reciproca fedeltà.

Succede a volte che una o entrambe le parti decida di escludere non il matrimonio nella sua globalità (simulazione totale), ma una o più determinati suoi elementi o proprietà (simulazione parziale).

Quando gli sposi ovvero anche uno solo, decidono di escludere la reciproca fedeltà (bonum fidei) possono verificarsi due diverse ipotesi.

La prima considera l’esclusione da parte del nubente del carattere monogamico dell’unione coniugale, volendo porre in essere un matrimonio che consenta una pluralità di mogli (poligamia) o di mariti (poliandria), cosa peraltro non possibile nell’ordinamento civile italiano e che quindi potrebbe verificarsi solo in quei paesi che ammettono tali tipi di unione.

La seconda ipotesi si verifica invece – ed è certamente per noi la più usuale e frequente – quando un soggetto sposandosi esclude il vincolo di fedeltà reciproca che deve unire i due coniugi sino a formare una sola carne.

Contrae invalidamente quindi la persona che non intende impegnarsi alla fedeltà verso l’altro coniuge riservandosi la libertà di avere relazioni extraconiugali.

La giurisprudenza esige che la persona escluda l’obbligo alla fedeltà coniugale, perciò non sarà data importanza al singolo tradimento.

Non avranno poi efficacia invalidante la semplice propensione verso l’infedeltà, o l’atteggiamento di colui che intende mantenere una certa indulgenza verso se stesso nei confronti di eventuali episodi di infedeltà, essendo consapevole che questi comunque sono un’infrazione agli impegni matrimoniali.

Il matrimonio potrà invece dirsi nullo, quando proprio la persona che ha voluto escludere la fedeltà, perché non voleva vincolarsi ad essa, rifiuta di accordare al coniuge l’esclusiva dei rapporti intimi pretendendo un matrimonio “aperto” quindi totalmente diverso da quello che appartiene alla concezione cristiana.

È chiaro, quindi, che in sede processuale si dovrà valutare se si è in presenza di un soggetto che ha voluto fare un matrimonio riducendolo ad uno schema diverso da quello che la Chiesa propone per potere pronunciarsi definitivamente sulla validità o meno del vincolo in questione.

Non vuole avere figli: in che modo manifesta la volontà?

Quando due persone si sposano, vogliono costituire il sacro vincolo del matrimonio, sia che costituiscano un matrimonio cristiano oppure un valido matrimonio non sacramentale.

La legge presume (ed il senso comune impone) che una persona voglia effettivamente ciò che dice. Tuttavia, se una persona, il giorno della celebrazione delle nozze, esclude un elemento o una proprietà essenziale del matrimonio, allora il consenso è viziato e il matrimonio invalido.

Cosa accade, ad esempio, se uno dei due contraenti esclude la “prole”? Chiariamo subito che l’esclusione in questo capo di nullità sta nel fatto di negare il diritto al rapporto sessuale, cioè, a dei rapporti senza contraccettivi – rapporto che è aperto alla procreazione. Indubbiamente sarà diverso il caso di persone sterili: la sterilità non invalida il matrimonio, poichè il diritto che viene scambiato è quello al rapporto sessuale ed una persona sterile è del tutto capace di scambiare quel diritto.

Prendiamo in esame una coppia che, prima delle nozze, decide che non si scambierà il diritto ad avere figli. Ovviamente si sposa invalidamente e questo perchè, rifiutando di scambiare il diritto ad un rapporto procreativo, si nega proprio la possibilità di avere figli. Se il rapporto ordinato alla procreazione è sempre “ostacolato” dall’uso di contraccettivi, i figli non saranno mai concepiti.

Può anche darsi che uno dei due sposi abbia acconsentito, il giorno di celebrazione delle nozze, e poi tutte le azioni susseguenti al matrimonio negano il concepimento, in tal caso il matrimonio potrebbe essere dichiarato invalido a motivo della volontà contraria alla prole.

La donna che, pur compiendo l’atto sessuale in modo naturale, prende la “pillola del giorno dopo”, o pratica l’aborto o l’infanticidio ha escluso la prole e dunque ha contratto matrimonio invalidamente.

Prendiamo ora il caso di quegli sposi che si accordino prima del matrimonio sulla necessità di aspettare qualche anno prima di avere figli, facendo nel frattempo uso di contraccettivi, ciò non significa necessariamente che la prole sia stata esclusa. In questo caso, infatti, la coppia, pur essendosi scambiata il diritto ai figli, ha di fatto semplicemente ritardato l’evento. Lo stesso caso, però, può anche ricadere nell’invalidità, quando il ritardo nella procreazione diventa più importante che l’intero patto coniugale.

Il matrimonio è nullo se c’è stata violenza morale

Il matrimonio è un atto in cui si esprime in toto la libertà della persona, per questo la violenza morale esercitata sui futuri sposi rende invalida l’unione.

La Chiesa tutela da sempre la libertà del soggetto di unirsi in matrimonio: il nubente quindi dovrà avere la possibilità di potersi sottrarre, anche all’ultimo minuto, alla scelta matrimoniale, se questa risulta essere in contrasto con il suo effettivo volere.

Il cosiddetto vizio del “vis et metus” mette in evidenza la violenza, ovvero l’azione condotta con forza a scapito del soggetto, ed il timore, quella paura che tale azione provoca nell’animo della persona e che la porta a scegliere il matrimonio seppure contrario alla sua volontà.

Il primo requisito che va considerato è quello della gravità: il timore in questione dovrà essere si grave in senso assoluto, ma si terrà sempre comunque conto delle condizioni personali del soggetto che lo prova quali l’età, il sesso, l’indole o tutte quelle altre possibili circostanze che possono rendere qualcuno più vulnerabile e facilmente esposto all’intimidazione ed alla paura come ad esempio lo stato di gravidanza, un periodo di depressione nervosa etc.

Il timore dovrà poi provenire dall’esterno, quindi o direttamente dal partner o da una qualche altra persona interessata. La paura, provocata invece da un evento naturale quale ad esempio un terremoto od altro cataclisma non è direttamente imputabile ad una persona e quindi viene esclusa.

Non è necessario, poi, che il timore sia causato per indurre la persona a sposarsi, ma basta che abbia questo effetto: accade infatti talvolta che ci si sposi per uscire da una difficile vita familiare fatta di soprusi, minacce e sevizie da parte di un genitore.

È chiaro in questo caso che la volontà del soggetto non risulta essere libera e per tale motivo il coniugio sarà invalido: il matrimonio infatti è visto dal soggetto come unico modo per sottrarsi alla causa del timore, è l’unica via d’uscita non potendo di fatto scegliere nient’altro.

Altra figura è quella riguardante il “metus reverentialis”: il timore reverenziale si differenzia dalla violenza sopra descritta, perché tra i soggetti intercorre un rapporto particolare di dipendenza affettiva e/o psicologica quale può essere quello tra un genitore ed un figlio. La paura in questione potrà essere quella quindi di creare un dolore, un dispiacere, una disillusione alla persona cara provocando in lei magari risentimento o rancore tali da poter rovinare il rapporto. L’insistenza di un genitore affinché un figlio si sposi possono provocare in quest’ultimo un senso di colpa e un rimorso tali che lo inducono a contrarre un matrimonio anche contro la sua reale volontà.

Come si prova durante un procedimento canonico l’esistenza del timore? È facile basterà portare a conoscenza dei giudici la pura e decisa avversione del soggetto al matrimonio contratto, e si badi non necessariamente all’altra persona, ma al matrimonio con quella determinata persona.

E se non fosse la “persona” che credevo di sposare?

Una persona, per contrarre matrimonio, deve essere “pronta”, ovvero, oltre a possedere la conoscenza minima richiesta circa la natura del matrimonio, deve anche conoscere la persona che sta per sposare.

Se uno dei due contraenti è in errore circa il proprio fidanzato/a o circa una specifica qualità richiesta nella persona che si intende sposare, allora il consenso è invalido.

Se un matrimonio viene dichiarato invalido per il capo di errore sulla persona, ciò significa che c’è stato un errore circa l’identità della persona che si voleva sposare nel giorno di celebrazione nuziale. Oggi, questi casi sono davvero rari, tuttavia ancora possibili. Infatti, può darsi che le parti non si siano incontrate prima del giorno del matrimonio, per esempio nel matrimonio per posta. L’idea oggi fa quasi sorridere, ma in passato numerosi matrimoni si organizzavano in questo modo, si pensi ad esempio durante la guerra. Inoltre, per quanto strano possa sembrare, alcune relazioni odierne hanno fatto emergere il dato dei matrimoni internazionali via Internet che realmente esistono. Un ulteriore esempio può riguardare i gemelli identici. Se il gemello che non si vuole sposare si fa sostituire il giorno della celebrazione delle nozze, bene, colui che si sposa è in errore circa la persona con la quale ha scambiato il consenso. In tal caso il matrimonio è dichiarato invalido per errore circa l’identità della persona.

Per quanto riguarda, invece, l’errore circa una specifica qualità richiesta nella persona che si vuole sposare va tenuto presente che questa qualità deve essere ritenuta più importante della persona stessa. Questo concetto non è facilmente spiegabile, tuttavia il punto è questo: se una persona avesse saputo che la qualità intesa non era presente nel proprio fidanzato nel giorno della celebrazione delle nozze, non lo/a avrebbe mai sposato/a!

Un esempio potrebbe essere il seguente. I genitori di Rose divorziano quando lei ha soltanto 10 anni. Suo padre si dichiara omosessuale e lascia la famiglia. La vita della ragazza va avanti normalmente benchè i rapporti con il padre siano veramenti radi. All’Università conosce Will, si fidanzano e dopo qualche anno decidono di convolare a nozze. Tuttavia, dopo qualche anno di matrimonio e la nascita di due figli, i due divorziano.

Rose scopre che suo marito è bisessuale. Il coniuge, ormai scoperto, confessa e invita la moglie a lasciarlo qualora non intenda accettare questo lato del suo essere. La donna fa proprio così e presenta istanza alla Chiesa per avere la dichiarazione di nullità.

Il matrimonio viene dichiarato nullo per errore sulla qualità della persona. Se Rose, infatti, avesse conosciuto l’attrazione di Will per gli uomini non lo avrebbe mai sposato, soprattutto dati i precedenti di suo padre. Poichè Rose era in errore circa la vera sessualità di Will, il matrimonio, benchè certamente celebrato, venne dichiarato nullo.

Necessaria capacità e dichiarazione di nullità del matrimonio

Bob non ha amici e nei due anni di fidanzamento dipende totalmente da Annette. Lei è affascinata dalla possessività di Bob e pensa che sia un tipo tranquillo per natura. Ma subito dopo il matrimonio, il tratto caratteristico dello sposo comincia a divenire inquietante. Spesso diventa violento, sia fisicamente che emotivamente; crede che la moglie lo tradisca continuamente ed è sempre sospettoso, pur senza ragione. Annette comincia a temere per la sua incolumità ed in meno di un anno il matrimonio fallisce. Con la dichiarazione definitiva di divorzio, Bob prende un esaurimento nervoso e viene ricoverato in ospedale. Dopo i dovuti accertamenti gli viene diagnostica la paranoia. Gli esperti individuano l’inizio della malattia nella sua adolescenza, anche se le manifestazioni esplicite si presentano solo dopo il matrimonio. Annette presenta istanza di nullità del matrimonio che viene accolta per mancanza della necessaria capacità di Bob. Lo sposo non era capace di assumere gli obblighi essenziali in quanto soffriva di paranoia.

Una persona, per contrarre matrimonio, deve essere capace. Una persona psicologicamente sana è capace di assumere i normali obblighi del matrimonio; al contrario, una persona non sana non sarà in grado di assumere detti obblighi “per cause di natura psichica”. Perciò, se una persona soffre di una serie di malattie psicologiche non curate o curate male, è incapace di assumere questi obblighi. Le cause di natura psichica che rendono nullo il matrimonio non sono definitivamente fissate, sia perché la scienza su questi temi è in continua evoluzione, sia perché né la legge ecclesiastica né la giurisprudenza ci danno un elenco tassativo al riguardo. Certo è che deve esserci stato un serio problema a livello psicologico presente nel giorno della celebrazione nuziale. Gli esperti nel campo della psicologia hanno individuato una serie di malattie psicologiche come la schizofrenia o la paranoia. Hanno inoltre identificato alcuni disturbi della personalità, quali ad esempio l’antisocialità, il borderline, i disturbi esibizionistici e narcisistici.

E’ importante notare che la presenza di queste malattie non sempre e non necessariamente rende il consenso viziato. Dickens, attraverso il suo personaggio David Copperfield, esprime con un’immagine molto plastica la diversità tra la vita da fidanzati e il matrimonio come realtà. Il suo personaggio racconta il duro colpo che era stato per lui svegliarsi dopo la prima notte di nozze. Non sapeva cosa fare. La sua vita negli anni precedenti era stata incentrata nel costante pensiero per la sua fidanzata, nel vestire accuratamente per farle visita, o nel pensare nella visita che aveva fatto o che doveva fare. All’improvviso, si rese conto che quello non era più necessario, perché bastava dare uno sguardo al suo fianco per rendersi conto che lei era lì, che sempre sarebbe stata lì, che cioè era iniziata una vita totalmente diversa che nessuno di loro sapeva come vivere. Cominciarono i problemi, le incomprensioni, le discussioni, ma anche una lenta integrazione e completamento, imparando l’uno dall’altro. Si rese conto, infine, che doveva iniziare a lottare perché diventasse realtà quello che finora erano stati soltanto progetti e desideri, e questo era possibile soltanto mediante una risposta paziente e generosa di entrambi i coniugi. Il successo del matrimonio non dipende dalla personalità dei contraenti, come se fosse qualcosa che lo determina sin dall’inizio, quasi come elemento di capacità per una vicendevole integrazione, ma dalla risposta personale. È possibile che, se la persona che ora si ritiene incapace avesse trovato un’altra persona con la quale la relazione si sarebbe sviluppata in modo diverso, non avrebbe raggiunto quella situazione di incapacità, ma questo non significa che si possa escludere l’esigenza della prova della incapacità personale di uno o di entrambi i contraenti al momento di celebrare il matrimonio.

Non esiste il matrimonio perfetto, è necessario recuperare una nozione realistica del matrimonio e della persona umana. Il matrimonio è vincolo giuridico nella coniugalità, le persone sono esseri con virtù e difetti, con mancanze concrete e talvolta gravi. Sono queste persone reali quelle che hanno il diritto e la capacità per celebrare il matrimonio.

E se chi ti sposa ti inganna?

Il dolo, ossia l’inganno esercitato dal partner o da altri, al solo scopo di carpire il consenso matrimoniale di un soggetto, rende il matrimonio nullo.

Non è molto frequente nella pratica, eppure qualche volta accade che volendo sposare una persona in realtà si intende “sposare” quella sua determinata qualità: è chiaro che questa qualitas deve essere tale da appartenere al soggetto e non quindi una qualsiasi aspettativa o speranza che solo il tempo potrà attribuirle o no. Un esempio classico e di scuola è quello riferibile alla capacità di procreare. Se il nubente nasconde la sua incapacità di procreare al partner, è certo che ci si trova di fronte ad un vero e proprio matrimonio nullo per dolo. Chiariamo però che il soggetto deve avere avuto, prima delle nozze, la volontà di nascondere la verità: non rileva quindi per il diritto quando le parti, durante la vita coniugale, scoprono insieme la incapacità di una di loro a generare.

Può anche darsi il caso che sia un familiare a nascondere una qualità: ad esempio se i genitori pur di fare in modo che il proprio figlio prenda moglie (o la propria figlia marito!) nasconde all’altra parte una malattia mentale.

Non è riscontrabile il dolo, invece, quando una persona fa credere al futuro coniuge che avrà una carriera brillante o uno stile di vita agiato etc., e poi, nella realtà, ciò non accade. Questo perché, come abbiamo già detto, la qualità deve essere creduta dal soggetto presente al momento del matrimonio, altrimenti si è nel campo delle mere previsioni.

La qualità su cui verte il dolo, poi, deve essere tale che possa gravemente turbare il consorzio coniugale rendendolo assolutamente insanabile. L’unione tra i coniugi, infatti, non può realizzarsi se si nasconde una qualità negativa grave fisica o morale: quando infatti l’altro ne viene a conoscenza il matrimonio, spesso, crolla definitivamente ed in modo repentino. Questo perché il coniugio è intima comunità in cui la fiducia ne è elemento fondante.

Il dolo quindi, è assolutamente incompatibile con il matrimonio, perché la mutua donazione e accettazione dei coniugi non sussisterebbe nel caso di una realtà falsata e non conforme.

Il matrimonio è nullo quando se ne ignora l’essenza

Per potersi avere un valido matrimonio è necessario che le parti abbiano una certa conoscenza di questo istituto che decidono di scegliere per la vita.

D’altronde come potrebbe ritenersi impegnato in qualcosa chi non ha neppure una minima conoscenza dei diritti e doveri che intende assumere? Conoscere qualcosa è necessario per decidere di volerla. Ci si chiede, a questo punto, cosa il nubente debba conoscere in ordine al matrimonio e quale debba essere il grado sufficiente di conoscenza affinché esista un consenso valido. Il caso di specie riguarda quindi l’ignoranza, ovvero, la mancanza di una adeguata conoscenza ossia di quella conoscenza che può definirsi “comune”. Non si presuppone allora una conoscenza scientifica o tecnica, ma quella che è alla portata di tutti e che si ritiene appartenga, normalmente, ad ogni individuo che abbia raggiunto l’età matrimoniale. Può, tuttavia, talvolta accadere che per determinati fattori ambientali ed educativi, un soggetto decida di sposarsi senza possedere un’adeguata conoscenza del vincolo coniugale.

Il matrimonio resta comunque un istituto alla portata di tutti indipendentemente dal loro grado di istruzione: chiunque può accedervi purché non ne ignori gli elementi essenziali. In concreto è necessario che le parti almeno non ignorino che il matrimonio è: un consorzio di vita (ovvero un’intima unione d’intenti, d’impegni e di responsabilità, in cui l’uomo e la donna vivono in piena e reciproca parità); una comunità permanente tra i coniugi (si esclude quindi ogni unione occasionale o transitoria); una comunità eterosessuale (tra due persone di sesso diverso); una comunità ordinata alla procreazione della prole (non si tratta quindi di una semplice amicizia, o di una società di mutuo soccorso, ma di un legame così intimo tra gli sposi in cui deve esistere anche una qualche cooperazione sessuale utile alla generazione della prole). L’ignoranza di tale ultimo punto si presume non sussista più dopo la pubertà, quindi per i paesi mediterranei, circa a 12 anni per la donna e 14 per l’uomo. E’ evidente quindi che la persona deve donarsi in toto per la costituzione di un rapporto altrettanto totale di comunione di vita ed amore coniugale come il matrimonio stesso richiede.

Omosessualità e nullità del matrimonio

Non tutti i comportamenti omosessuali mettono in discussione il matrimonio.

Il canone 1095, 3° si occupa dell’incapacità a farsi carico degli atti e comportamenti che scaturiscono dal patto coniugale per cause di natura psichica. L’incapacità può consistere di qualunque possibile psicosi, nevrosi, disordinie della personalità o immaturità che agiscono sul rapporto intelligenza/volontà del soggetto. Dovrà, inoltre, sussistere al momento dello scambio del consenso e trattarsi di una radicale e sostanziale inettitudine, e non solo di una temporanea indisponibilità. La dottrina canonistica e la giurisprudenza rotale, in mancanza di una norma esplicita che faccia riferimento all’omosessualità, hanno dovuto ricostruire il fenomeno ed hanno trovato utile richiamarsi, per qualificare un dato soggetto quale omosessuale “vero” (effettuando dunque nette distinzioni tra il bisessuale o lo pseudo bisessuale o ancora gli omosessuali transitori), alla “scala di Kinsey”. Questa consentirebbe di graduare le tendenze omosessuali di un individuo classificando i vari atteggiamenti dell’orientamento sessuale umano basandosi sui comportamenti e le fantasie dei soggetti su sei gradi. Si parte da un orientamento completamente diretto al sesso opposto (a cui si dà valore zero) e, attraverso gradi intermedi, si giunge all’orientamento sessuale indirizzato esclusivamente verso lo stesso sesso (a cui si dà classe sei). L’ultima classe è stata ritenuta dai Giudici della Chiesa incompatibile con il matrimonio, poiché, l’omosessuale esclusivo sarebbe, appunto, radicalmente incapace di volere l’altro sesso. Egli stesso, cioé, dovrebbe riconoscersi non in grado di porre in essere il matrimonio. Accade però che talune persone omosessuali contraggono comunque matrimonio, mosse principalmente dalla speranza che questo le “guarisca” o anche per reazione alla “condanna” sociale, che spesso costringe l’omosessuale ad assumere atteggiamenti di dissimulazione. Il matrimonio, però, non essendo un rimedio o un’adeguata soluzione a questi problemi, spesso li aggrava. Quando la giurisprudenza ha dovuto prendere in esame casi di omosessualità, ha fatto costantemente riferimento all’ipotesi prevista da questo canone. Il soggetto omosessuale, irresistibilmente attratto dal suo stesso sesso, solo nel rapporto omosessuale potrà trovare pieno appagamento, essendo radicalmente incapace a dar vita ad un consorzio di vita eterossessuale perpetuo ed esclusivo allo scopo di costituire quell’intima comunità di vita e amore coniugale. L’incapacità del soggetto omosessuale di contrarre un valido vincolo matrimoniale non attiene ad un difetto di intelligenza o di volontà, quanto piuttosto all’incapacità del soggetto di donarsi all’altra parte da un punto di vista psicologico, rigettando così del coniuge la sua femminilità o mascolinità ed il suo carattere di persona. Ovviamente occorrerà verificarne, di volta in volta, la gravità in quanto non qualsiasi orientamento della pulsione e nemmeno qualsiasi comportamento omosessuale è suscettibile di mettere in discussione il matrimonio.

Non tutti hanno la “capacità” di sposarsi!

Il consenso matrimoniale è l’elemento insostituibile nell’instaurazione del matrimonio: nel caso in cui sia carente, viziato o non idoneo il vincolo coniugale sarà nullo.

Questo perché, nell’ottica del Concilio Vaticano II, il matrimonio non è un semplice accordo tra le parti, ma è quel foedus, quel patto, con cui gli sposi si danno e si accettano reciprocamente come persone, in toto, per costituire una comunione di vita e di amore coniugale.
Secondo il diritto sono incapaci di contrarre il matrimonio coloro che “difettano gravemente di discrezione di giudizio circa i diritti e i doveri matrimoniali essenziali da dare e accettare reciprocamente”. Questa difficile definizione è subito spiegata: sarà nullo quel matrimonio che è stato contratto da una parte (o entrambe) affetta non solo da una qualche malattia mentale, ma anche da una qualsivoglia anomalia psichica o caratteriale. Vi rientrano, quindi, tutte quelle persone che non presentano alterazioni della vita di relazione e che spesso sono inserite normalmente nella vita sociale e lavorativa, ma che non hanno un sufficiente grado di consapevolezza e libertà di scelta degli obblighi matrimoniali. Non corrispondono ad un consenso idoneo al matrimonio i casi, ad esempio, di personalità psicopatiche, di nevrosi, d’isteria. Oggi la Giurisprudenza dei Tribunali ecclesiastici dà sempre più rilievo al caso dell’immaturità affettiva. Per contrarre il matrimonio è sufficiente quel minimo di maturità che normalmente si acquista al termine dell’adolescenza, cioè verso i 20 anni per le donne ed i 24 per gli uomini. L’immaturità affettiva è invece quella sindrome per cui nell’adulto persistono qualità psichiche proprie del bambino o dell’adolescente. Si può manifestare con un radicato egocentrismo che rende difficili o impossibili le relazioni coniugali; altre volte si è di fronte ad una dipendenza dalle figure genitoriali o altre figure autorevoli; in altri casi si possono riscontrare nel soggetto instabilità affettiva o grande insicurezza con l’attuazione dei rispettivi meccanismi di difesa quali dubbi, esitazione nel prendere le decisioni importanti (come appunto quella di sposarsi!) ricerca di appoggio ed approvazione continua. Durante il procedimento dinanzi ai Tribunali ecclesiastici sarà quindi il perito, psicologo o psichiatra, a dovere elaborare una relazione che aiuti il giudice a valutare se nel caso concreto quel soggetto abbia avuto, al momento delle nozze, una sufficiente capacità di valutare l’oggetto del consenso e quindi di autodeterminarsi. I futuri sposi dovranno avere non solo una conoscenza astratta degli obblighi che derivano dal matrimonio, ma dovranno saperli valutare per rendersi effettivamente conto del loro contenuto: solo in questo modo, infatti, avranno la capacità di scegliere liberamente di sposarsi.

Che cos’è il consenso?

La Chiesa considera lo scambio del consenso tra gli sposi come l’elemento indispensabile che costituisce il matrimonio.

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che il matrimonio si costituisce mediante il consenso dello sposo e della sposa legittimamente manifestato da parte di coloro che possiedono i requisiti richiesti dalla legge. Pertanto, se il consenso di una o di entrambe le parti è viziato, il matrimonio non si costituisce. Il consenso è un atto della volontà: le parti esprimono ciò che le loro volontà desiderano quando acconsentono al matrimonio o ne ripetono solennemente gli impegni. La legge presume che una persona sia pronta, capace ed intenda porre l’atto di volontà che costituisce il matrimonio. Una persona sarà pronta se ne ha la necessaria conoscenza, la quale consiste, almeno, nel sapere che il matrimonio comporta una comunità permanente tra l’uomo e la donna ordinata anche alla procreazione della prole. Se ignora ciò, il consenso è viziato ed il matrimonio è invalido. La persona deve avere anche conoscenza di chi sposa; se è in errore circa la persona, allora non sussiste un valido matrimonio (se uno sposa, di due gemelli, la persona sbagliata il matrimonio sarà invalido). Infine, la conoscenza richiesta per il matrimonio deve essere basata sulla verità; se sussistono dolo o inganno il matrimonio è invalido. Una persona, poi, deve essere capace di contrarre matrimonio, cioè deve essere in grado di porre un atto di volontà; ad esempio, un trentenne con il quoziente intellettivo di un bambino di cinque anni è incapace di emettere un valido consenso, perchè manca del necessario grado di intelligenza per assumere gli obblighi derivanti dal matrimonio. Sarà altrettanto invalido il consenso prestato da una persona che non possa assumere gli obblighi essenziali per cause di natura psichica (una persona affetta da disturbi di personalità multipla potrebbe contrarre invalidamente). Quando due persone si sposano, vogliono costituire il sacro vincolo del matrimonio, sia che contraggano un matrimonio cristiano sia che contraggano un valido matrimonio non sacramentale. Se uno degli elementi essenziali del matrimonio, oppure il matrimonio stesso, viene escluso nel giorno della celebrazione delle nozze, il consenso di una o entrambe le parti è viziato ed il matrimonio è invalido. Così se uno dei tre beni evidenziati da Sant’Agostino è escluso dal consenso (prole, unicità ed indissolubilità), oppure lo stesso vincolo matrimoniale viene escluso, allora si ha una celebrazione nunziale, ma il matrimonio non si costituisce. Inoltre, l’atto di volontà non può porre condizioni future circa il matrimonio (altrimenti c’è invalidità) e deve essere libero: se è forzato o sussiste un eccessivo livello di paura che influenza il consenso di una o di entrambe le parti, allora il matrimonio è invalido. Possiamo concludere dicendo che il consenso dei ministri del matrimonio (gli sposi), nel giorno di celebrazione, assomiglia ad un “diamante di nozze” in quanto presenta molteplici sfaccettature, ma alla base, fondamentalmente, si presume che essi si sposino accettando l’insegnamento della Chiesa.

Impedimenti matrimoniali per vincoli familiari

Le stesse motivazioni che stanno alla base dell’impedimento di consanguineità, si tengono presenti per proibire il matrimonio tra affini, e questo perché se nel matrimonio i coniugi diventano “una sola carne”, è giusto che in qualche modo i consanguinei dell’uno lo siano per l’altro.

L’affinità che continua anche dopo la morte del coniuge, cessa invece con la dichiarazione di nullità del matrimonio da parte dei Tribunali Ecclesiastici. Se ci si trova di fronte però ad una situazione in cui a seguito di un matrimonio invalido è seguita una convivenza, ovvero se l’uomo o la donna hanno convissuto in modo pubblico e notorio, senza avere celebrato le nozze, tra essi ed i parenti più stretti dell’altro si crea un vincolo analogo a quello di affinità che quindi rende difficile l’unione matrimoniale. Il diritto canonico in tali casi prevede l’impedimento della cosiddetta pubblica onestà, che ha, rispetto all’affinità, una estensione decisamente e giustamente minore, arrivando a rendere nulle le nozze solo nel primo grado della linea retta tra l’uomo e le consanguinee della donna (cioè madre e figlia di questa) e viceversa.

L’impedimento è per sua natura perpetuo, cioè cessa solo se dispensato dall’Ordinario del Luogo; per ottenere tale dispensa sono richiesti dal diritto ecclesiastico gravi motivi. Tale impedimento esiste per ragioni di pubblica moralità e di convivenza sociale: si vuole infatti tutelare la dignità e la salute della famiglia e l’integrità dei costumi. Molte coppie cattoliche oggi scelgono di unirsi con il solo matrimonio civile, ovvero quello celebrato dinanzi ad un pubblico funzionario dello Stato nella forma prescritta dalla legge civile. Questo matrimonio è nullo “ipso iure”, ma i cattolici che per motivi ideologici o pratici preferiscono contrarre solo il matrimonio civile, rimandando quello religioso, non sono equiparati dal diritto ai semplici conviventi, in quanto è chiaro che in questi coniugi si riscontra almeno un certo impegno stabile di vita, anche se spesso non è esclusa in questa ottica la possibilità del divorzio.

Il matrimonio civile contratto tra due persone non soggette alla legge della Chiesa è invece pienamente valido. Sono vincolati all’osservanza della forma canonica per la celebrazione solo i battezzati che non si siano separati dalla Chiesa con “atto formale”. Nella nostra società in cui domina l’indifferenza religiosa è rarissimo il caso del battezzato che si rivolga al parroco per dichiarare formalmente di non volere più appartenere alla Chiesa: questo andrà perciò desunto da atti di formale adesione ad altre comunità religiose o associazioni che professano dottrine incompatibili con quelle della Chiesa Cattolica. È chiaro quindi che possono sorgere incertezze e problemi interpretativi e poi pratici che porterà di volta in volta a considerare il battezzato che ha celebrato il matrimonio civile come validamente coniugato, semplice convivente o concubino.

Cosa succede se un religioso o una religiosa si sposano?

Nel noto libro Uccelli di Rovo di Colleen McCullough, padre Ralph sposa segretamente Meg durante una celebrazione religiosa, ingannando il sacerdote celebrante riguardo la sua vera identità: ebbene, non si è costituito un valido matrimonio in quanto padre Ralph non aveva i requisiti richiesti dalla legge per emettere un consenso matrimoniale a motivo dell’impedimento di sacro ordine.

L’impedimento di ordine sacro rende invalido il matrimonio dei diaconi, presbiteri o vescovi che non sono stati dispensati dall’obbligo del celibato. Questo quanto stabilito dal Codice di Diritto Canonico al can. 1087.

Si tratta di un impedimento di diritto ecclesiastico con un significato religioso. Quando un uomo è ordinato nella Chiesa latina, liberamente abbraccia la legge del celibato (ad eccezione di alcuni diaconi permanenti); in altri termini non può sposarsi. Una volta che ha promesso di vivere in modo celibe, egli non può semplicemente non prestare fede a questa promessa, allo stesso modo in cui un uomo ed una donna sono vincolati dal voto perpetuo di castità nella vita religiosa. Per potersi sposare validamente, un uomo ordinato deve prima ottenere un decreto di dimissione dallo stato clericale, che lo libera dagli obblighi connessi con il ministero sacro. Questo decreto, in genere, include la dispensa dalla legge del celibato. Il potere di dispensare da questo impedimento è riservato al Sommo Pontefice.

Un altro impedimento stabilito dalla legge ecclesiastica con un significato religioso è il voto pubblico e perpetuo di castità in un istituto religioso. E’ importante sottolineare le limitazioni significate dagli aggettivi pubblico e perpetuo. Infatti, il voto deve essere pubblico, ovvero non privato e perpetuo, non temporaneo; inoltre deve essere emesso in un istituto religioso, non in un altro istituto di vita consacrata. La facoltà di dispensare da questo impedimento è riservata al Romano Pontefice, se la persona interessata appartiene ad una comunità religiosa di diritto pontificio; se, invece, appartiene ad un istituto di diritto diocesano potrà dispensare il vescovo.

Il matrimonio tra persone di diversa confessione è valido?

La confessione religiosa dei due sposi, che potrebbe originare difficoltà nella vita e nella fede, dà luogo all’impedimento della disparità di culto ed alla più semplice proibizione di celebrare i matrimoni misti.

La disparità di culto è un’espressione tecnica usata in diritto per indicare l’impedimento matrimoniale esistente tra una persona battezzata cattolica ed una non battezzata, e somiglia per certi aspetti al divieto del matrimonio “misto” ovvero quello esistente tra due persone battezzate che però appartengono una alla Chiesa Cattolica e l’altra ad una Chiesa o comunità ecclesiale di fratelli separati. La ratio di queste figure sta nel volere difendere la fede evitando quindi ogni occasione che possa indebolirla o metterla in pericolo. Diversa però è la loro disciplina: per quanto concerne i matrimoni misti si tratta di una semplice proibizione disciplinare che quindi non incide sulla validità dell’unione, mentre per la disparità di culto, se non vengono rispettate determinate indicazioni, il matrimonio risulterà invalido. È infatti possibile che due persone di diversa confessione religiosa celebrino un matrimonio sacramento, ma questo solo se la parte cattolica ottiene la licenza rilasciata dalla Santa Sede o dall’Ordinario del luogo. Tale licenza o dispensa sarà subordinata alla sussistenza di una “giusta e ragionevole causa” ed al compimento di particolari adempimenti che tendono a scongiurare o a ridurre il pericolo di perdere la fede. La parte cattolica, quindi, per andare nello specifico, deve dichiararsi pronta ad allontanare i pericoli di abbandono della propria fede e deve promettere sinceramente di fare quanto è in suo potere affinché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa Cattolica; nessun impegno, invece, è richiesto alla parte non cattolica. Entrambe le parti devono, poi, essere istruite sui fini e le proprietà essenziali del matrimonio, di modo che possano prendere pienamente coscienza e nessuno decida di escluderli. Il modo e la forma con cui la parte cattolica deve fare tali dichiarazioni e come debbano essere portate a conoscenza dell’altra parte, sono stabiliti dalle Conferenze Episcopali Nazionali. La CEI per l’Italia ha stabilito che la parte cattolica deve sottoscrivere tale dichiarazione davanti al parroco e questo attesterà che la parte non cattolica è stata debitamente informata circa gli impegni assunti dall’altra parte e che ne è quindi consapevole. È poi interessante sottolineare come tale impedimento esiste e produce un matrimonio nullo, anche nel caso in cui uno dei due sposi abbia ricevuto un battesimo invalido (ad esempio quando si riceve il battesimo in vista del matrimonio ma lo si fa solo come mera formalità senza fede, né volontà di ricevere il sacramento). Non si configura, invece, tale impedimento nel caso in cui un battezzato con atto formale ha abbandonato la Chiesa. È facile intuire, infatti, come in questo caso non esista la necessità di tutelare la fede in quando vi è già stato un abbandono radicale di essa.

E se la rapisco e la sposo?

Il rapimento per costituire una coppia è stato un fatto storico non raro in altri tempi e nelle culture più diverse, sebbene oggigiorno sia quasi scomparso, almeno negli Stati più moderni.

La Chiesa ha sempre cercato di arginare il fenomeno del rapimento ritenendolo contrario alla dignità della persona e se la norma appare tuttora nella legislazione canonica è perchè il diritto canonico è universale e si rivolge anche ad altre culture nelle quali può ancora persistere tale eventualità.

L’impedimento in oggetto è disciplinato dal canone 1089 CIC e prevede che non possa essere valido il matrimonio celebrato tra il rapitore e la donna rapita, o trattenuta, allo scopo di contrarre il matrimonio, se non nel caso in cui la donna, liberata e posta in un luogo sicuro, decida spontaneamente di sposarsi. Venne introdotto durante il Concilio di Trento con il fine di tutelare la libertà della donna – che non si vuole costretta a contrarre un così grave negozio – insieme alla dignità dell’istituto matrimoniale contro un costume molto diffuso già nel Medioevo. Per la sussistenza dell’impedimento è necessario che sia rapita, o almeno sequestrata, una donna (questo impedimento appare discriminatorio nei confronti dell’uomo in quanto non sorge se il rapito è l’uomo da parte della donna) e che il rapitore abbia compiuto l’atto delittuoso allo scopo di contrarre con lei matrimonio; tutti gli altri scopi sono irrilevanti.

L’impedimento di crimine, invece, viene disciplinato dal canone 1090 e stabilisce che non può contrarre valido matrimonio colui che, al fine di sposarsi con una determinata persona, uccide il coniuge di questa o il proprio; ugualmente non possono contrarre matrimonio i coniugi che concorrono materialmente o moralmente all’uccisione del coniuge. Rilevano quindi l’omicidio del coniuge commesso da una sola persona e quello commesso da entrambi i nubenti. Nel primo caso l’omicidio deve essere consumato (non rileva il tentativo) con il fine specifico di contrarre matrimonio e l’uccisore deve essere cattolico. Nel secondo caso i nubenti devono cooperare in modo tale da provocare la morte del coniuge; anche qui l’omicidio deve essere consumato dai nubenti per essere rilevante ed è necessario che il fine del coniugicidio sia contrarre matrimonio tra loro; l’impedimento incombe su uno o entrambi i nubenti, a seconda che siano o meno cattolici. Il fine dell’impedimento è quello di prevenire gli scandali e salvaguardare la dignità dell’istituto, impedendo che esso sia il frutto di un delitto, come nel caso di ratto.

Sia il ratto che il crimine sono impedimenti di diritto ecclesiastico, quindi dispensabili; l’unica differenza sta nel fatto che il primo è dispensabile dall’Ordinario del luogo, mentre la dispensa per il secondo, per via della gravità della materia, è riservata alla sola Santa Sede.

Quando si possono celebrare le seconde nozze?

Tutti i battezzati possono sposarsi in seconde nozze in Chiesa ma soltanto a determinate condizioni dato che il sacramento del matrimonio di per sé non lo permette.

Il matrimonio ha come proprietà essenziali l’indissolubilità e l’unità da cui derivano: l’impossibilità di sciogliere il proprio matrimonio e quella dell’uomo di avere più mogli (poliginia) o della donna di avere più mariti (poliandria). Tale impedimento nasce da qualsivoglia matrimonio valido anche solo civile. Questo significa che anche i non battezzati, ovvero i battezzati in una chiesa cristiana non cattolica, o i battezzati non più credenti in quanto hanno abbandonato con atto formale la chiesa cattolica devono rispettare questa norma. Tutto ciò a motivo del fatto che il matrimonio naturale è riservato da Dio al legame tra un solo uomo ed una sola donna. Naturalmente l’impedimento non esiste più nel caso di morte di uno dei due coniugi: è chiaro che solo in questo caso , il vedovo può contrarre un nuovo matrimonio. Stesso vale nel caso di dichiarazione di morte presunta del coniuge espressamente dichiarata dal Vescovo: non influisce affatto, invece, la dichiarazione pronunciata in sede civile. Certo se il coniuge dato per morto, risulterà successivamente ancora vivente, il matrimonio celebrato sarà nullo in radice.

Le seconde nozze sono possibili anche quando le parti hanno ottenuto da un Tribunale ecclesiastico la dichiarazione di nullità del proprio matrimonio. Questo in ragione del fatto che il matrimonio non sarebbe esistito affatto secondo le norme ecclesiastiche. Inoltre si può avere lo scioglimento del matrimonio nel caso di un matrimonio non consumato e del matrimonio non sacramentale in favore della fede. Il divorzio pronunciato in sede civile, invece, non è riconosciuto come un mezzo valido per ottenere la possibilità di sposarsi nuovamente in Chiesa.

Tutti i battezzati credenti, quindi, che sentono il bisogno profondo di risolvere la vicenda coniugale avendo dubbio o consapevolezza della sua nullità, si devono rivolgere, dopo avere risolto in sede civile le vari questioni, ovvero anche prima della pronuncia del Giudice civile, al Tribunale ecclesiastico.

Se un uomo e una donna sono parenti, possono sposarsi?

San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (I Cor., 5) condanna il comportamento di un “incestuoso” che conviveva con la moglie di suo padre.

Proprio sotto la spinta di queste prescrizioni bibliche, la Chiesa dei primi secoli aveva già stabilito cosa fosse lecito e cosa no in casi del genere, condannando i matrimoni tra consanguinei.

Oggi, le relazioni parentali tra gli sposi possono rendere due persone incapaci di contrarre matrimonio. Il Codice di Diritto Canonico, al canone 1091, esamina l’impedimento di consanguineità, impedimento questo basato su vincoli di sangue. Sono molte le società e i sistemi legali che prevedono una proibizione circa il matrimonio tra parenti stretti. Le ragioni di questo sono da ricercare in possibili conseguenze genetiche, come pure nell’intento di preservare la santità della famiglia nelle sue relazioni già costituite. Le relazioni di sangue che impediscono il matrimonio sono stabilite dalla legge.

Vi sono impedimenti basati sulla consanguineità in linea retta (padre/figlia) ed altri basati sulla consanguineità in linea collaterale (fratello/sorella). Alcuni impedimenti di consanguineità, ovvero quelli che toccano permanenti relazioni di sangue (padre/figlia) sono considerati di diritto divino e quindi riguardano sia i battezzati che i non battezzati e non sono mai dispensabili. Relazioni di sangue meno strette, invece, sono di diritto ecclesiastico e possono essere dispensate per gravi ragioni, ad esempio il matrimonio tra cugini. L’impedimento in esame può sorgere anche dalle relazioni di affinità e pertanto sarà invalido il matrimonio contratto con gli affini del coniuge, ma solo in linea retta (il patrigno non può sposare la figliastra).

Questo, al contrario del precedente, è un impedimento di diritto ecclesiastico e pertanto vincola solo i cattolici e può essere dispensato per gravi ragioni. Troviamo, poi, un impedimento che sorge dall’adozione (can. 1094); i figli adottati in forza della legge civile sono considerati figli dei genitori adottivi anche per la legge canonica. L’impedimento di adozione riguarda le stesse relazioni dell’impedimento di consanguineità: un uomo non potrà sposare la propria figlia adottiva. Tuttavia i due impedimenti sono assai differenti tra loro. Se il tribunale civile, infatti, dichiara cessata l’adozione, allora anche l’impedimento cessa di esistere. Ovviamente, le relazioni biologiche di consanguineità non possono mai venire meno. Inoltre, poichè quello dell’adozione è un impedimento di diritto ecclesiastico può anche essere dispensato, ma si ci si auspica che questi casi siano davvero rari!

L’impotenza rende nullo il matrimonio?

Nel matrimonio i coniugi instaurano un rapporto affettivo che richiede anche la specifica attitudine ad unirsi fisicamente, in modo da formare, anche sotto l’aspetto corporale, una sola carne. La mancanza di questa capacità viene detta impotenza e l’esistenza in capo ad uno dei due coniugi non consente di dare vita ad un valido matrimonio.

L’impotenza coeundi è quindi un impedimento di diritto naturale che non potrà essere mai dispensato e che, in nessun caso si verifichi, consente la celebrazione di una valida unione coniugale. L’incapacità all’unione sessuale si valuterà all’interno del concreto rapporto di coppia: potrà allora essere assoluta, qualora non consenta alla persona di avere rapporti con un altro soggetto; o relativa, nel caso in cui si manifesti soltanto nei confronti del coniuge. L’impotenza può essere di origine psichica o fisica, ed in entrambi i casi, affinché sia considerata un vero impedimento dirimente, dovrà essere antecedente e perpetua. Per l’antecedenza si fa riferimento alla sua sussistenza in capo al soggetto prima della prestazione del consenso, deve cioè esistere all’atto della celebrazione; la perpetuità, invece, attiene ad una incapacità che si svolge durante tutta la vita coniugale senza soluzione di continuità. Accertare la presenza di tali requisiti è spesso problematico; ci si servirà allora, durante il procedimento canonico, di testimoni e perizie che aiutino i giudici a comprendere la verità, ferma comunque restando la presunzione, ammessa dalla costante giurisprudenza, di ritenere l’impotenza antecedente nel caso si verifichi già al primo tentativo di rapporto coniugale. La valutazione della perpetuità viene sempre lasciata al perito medico che nel suo rapporto terrà conto dell’esistenza o meno di una eventuale possibilità di guarigione, tale però che non metta in pericolo la salute del soggetto. Diversa dall’impotenza è la sterilità (incapacità a generare la prole) che di per sé non costituisce impedimento all’unione coniugale. Nella legislazione attuale si ribadisce che il matrimonio canonico è ordinato alla procreazione ed educazione della prole, ma anche che il consortium totius vitae che gli sposi pongono in essere è, per sua stessa natura, fonte di reciproco arricchimento e perfezionamento. Nella Costituzione Gaudium et Spes n. 50 si legge infatti «Il matrimonio non è stato istituito soltanto per la procreazione […]. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto desiderata, non c’è, il matrimonio perdura come consuetudine e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità». L’incapacità di generare, quindi, di per sé non ha alcun rilievo ai fini della nullità matrimoniale, a meno che non costituisca un vizio del consenso (errore o dolo) ovvero se sia posta come condizione al matrimonio. Inoltre se è vero che la mancanza di prole dovuta ad incapacitas generandi non pregiudica la validità del matrimonio, è altrettanto vero che, nel caso in cui ci sia il rifiuto di mettere al mondo dei figli da parte dei coniugi, siamo di fronte ad un matrimonio nullo, in quanto la volontà delle parti priverebbe in modo del tutto arbitrario la loro unione di un elemento essenziale, originando pertanto un matrimonio diverso da quello voluto da Cristo.

Motu proprio “Quaerit Semper”: un’innovazione importante

Novità per i procedimenti di dispensa dal matrimonio “rato e non consumato”.

Con la lettera apostolica in forma di Motu proprio «Quaerit semper», che è entrata in vigore lo scorso 1° ottobre, il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha modificato la Costituzione Apostolica “Pastor Bonus” e trasferito alcune competenze dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti al nuovo Ufficio per i procedimenti di dispensa dal matrimonio rato e non consumato (ovvero quello regolarmente celebrato ma che non si sia poi consumato attraverso un rapporto fisico tra i coniugi) e le cause di nullità della sacra Ordinazione costituito presso il Tribunale della Rota Romana.

Il Papa ha stabilito che il Tribunale della Rota Romana “funge ordinariamente da istanza superiore nel grado di appello presso la Sede Apostolica per tutelare i diritti nella Chiesa, provvede all’unità della giurisprudenza e, attraverso le proprie sentenze, è di aiuto ai Tribunali di grado inferiore”.

Presso il Tribunale della Rota Romana è stato quindi istituito questo nuovo Ufficio al quale compete giudicare circa il fatto della non consumazione del matrimonio e circa l’esistenza di una giusta causa per concedere la dispensa. Dovranno dunque essere indirizzati a tale ufficio “tutti gli atti insieme col voto del vescovo e con le osservazioni del difensore del vincolo”, affinché possa “valutare attentamente, secondo la speciale procedura, la supplica volta ad ottenere la dispensa” e, se del caso, sottoporla al Sommo Pontefice.

Il Papa ha affidato la responsabilità di questo nuovo ufficio al decano della Rota Romana e stabilito che “i procedimenti di dispensa dal matrimonio rato e non consumato e le cause di nullità della sacra Ordinazione pendenti presso la Congregazione per i Sacramenti”, siano trasmessi al nuovo Ufficio presso il Tribunale della Rota Romana e da esso saranno definiti”.

La Santa Sede ha sempre cercato di adeguare la propria struttura di governo alle necessità pastorali che in ogni periodo storico emergevano nella vita della Chiesa, modificando perciò l’organizzazione e la competenza dei Dicasteri della Curia Romana. Il Concilio Vaticano II confermò, d’altronde, detto criterio ribadendo la necessità di adeguare i Dicasteri alle necessità dei tempi, delle regioni e dei riti, soprattutto per ciò che riguarda il loro numero, la denominazione, la competenza, i modi di procedere e il reciproco coordinamento. Questo è dovuto al fatto che nelle presenti circostanze è parso conveniente che la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti si dedicasse principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa. Pertanto il Sommo Pontefice ha ritenuto opportuno trasferire ad un nuovo Ufficio costituito presso il Tribunale della Rota Romana la competenza di trattare i procedimenti per la concessione della dispensa dal matrimonio rato e non consumato e le cause di nullità della sacra Ordinazione.

Cosa può impedire un matrimonio?

Gli impedimenti matrimoniali sono delle condizioni che la legge considera incompatibili con l’assunzione del vincolo matrimoniale, costituiscono un vero e proprio divieto a contrarre matrimonio.

Se, nonostante l’impedimento, il matrimonio viene comunque celebrato, l’impedimento si converte in una causa di invalidità. Gli impedimenti matrimoniali sono in tutto dodici e non c’è alcuna possibilità che vengano estesi ad altri, che non rientrino nell’elenco tassativo suddetto. Il termine impedimento appare nei testi del XII secolo. Precedentemente i diversi impedimenti erano segnati con il proprio nome (parentela, abito religioso, etc.), si utilizzava il termine incestus, invece, per indicare tutti quei matrimoni proibiti per via di legami di parentela o affinità. Spesso gli impedimenti vengono visti come una limitazione dello ius connubii ma, in realtà, sono dei limiti volti solo a salvaguardare il diritto al matrimonio, infatti, prima di celebrare un matrimonio deve essere certo che nulla si opponga alla sua valida e lecita celebrazione. Il Codice attuale ha notevolmente semplificato la materia in oggetto, ha soppresso gli impedimenti impedienti o proibenti, ha limitato gli impedimenti di carattere familiare, ha soppresso l’impedimento di parentela spirituale, ed ha portato cambiamenti anche all’istituto della dispensa, che consente all’autorità ecclesiastica di autorizzare la celebrazione del matrimonio in presenza di un divieto stabilito dal diritto. A differenza del CIC del 1917, con il nuovo Codice è l’Ordinario del luogo (Vescovo diocesano, Vicario generale, Vicario episcopale) competente a concedere la dispensa dagli impedimenti di diritto ecclesiastico. Gli impedimenti divini, invece, non sono dispensabili (eccetto quelli la cui dispensa è riservata alla Sede Apostolica).

Tra gli impedimenti che possono essere dispensati troviamo l’impedimento d’età. Il canone 1083 stabilisce l’esistenza di una età minima per contrarre validamente il matrimonio: 16 anni per l’uomo e 14 anni per la donna. Due le motivazioni principali alla base di questo impedimento: in primis, al di sotto di queste età è difficile determinare in assoluto l’impotenza coeundi (impossibilità fisica dell’organo di compiere l’atto sessuale); secondariamente i fini del matrimonio richiedono che i soggetti abbiano una certa esperienza e maturità. Inoltre è possibile asserire che un giovane, al di sotto di queste età, non possa esprimere un valido consenso proprio per le ragioni biologiche e psicologiche legate alla sua giovinezza. L’età è un impedimento temporaneo, di diritto umano ecclesiastico, perciò dispensabile dall’Ordinario del luogo.

Le Conferenze Episcopali possono stabilire un’età maggiore e questo è dovuto all’intento della Chiesa di assimilare il più possibile la normativa canonica a quella statuita dalle legislazioni civili nei singoli Stati. Per l’Italia l’età minima è stata elevata ad anni 18 sia per l’uomo che per la donna, in concordanza appunto con quella consentita per il matrimonio civile.

Questo matrimonio non s’ha da fare?

Il matrimonio viene così definito nel can. 1055 del Codice di Diritto Canonico «Il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra di loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento».

Tra i battezzati, quindi, non può esistere un matrimonio valido che non sia sacramento; per questo motivo i Tribunali ecclesiastici sono gli unici ad avere l’autorità e la potestà di valutarne la effettiva validità. Nel diritto matrimoniale canonico si ritrovano una serie di disposizioni che, limitando il diritto naturale al matrimonio (= è diritto naturale in quanto è riconosciuto in generale ad ogni uomo) consentono di valutare se nel caso concreto si sia di fronte ad una unione contratta in modo valido ovvero nullo. La nullità del matrimonio può, quindi, ricondursi, in generale, a tre ordini di motivi quali: la capacità personale; il consenso delle parti; l’inosservanza di precise formalità prescritte dalla legge canonica. Per celebrare un valido matrimonio è necessario, anzitutto, che gli sposi abbiamo la cd. capacità personale (habilitas) che viene definita in modo negativo, ovvero individuando tutte quelle circostanze che la escludono. Queste circostanze, chiamate in diritto impedimenti dirimenti e che non consentono la nascita di un valido matrimonio, sono le seguenti: l’età, l’impotenza, il precedente vincolo matrimoniale, il rapimento, il delitto, gli impedimenti derivanti dal ministero sacerdotale e dalla professione religiosa, la disparità di culto, e gli impedimenti derivanti da vincoli familiari. Affinché esista un matrimonio valido, poi, è necessario, oltre all’assenza degli impedimenti suindicati, anche la presenza di un consenso delle parti valido. I nubendi, quindi, devono avere la effettiva volontà di sposarsi. Nel caso, niente affatto inusuale nella prassi, che una o entrambe le parti non prestino il loro consenso ovvero questo sia in qualche modo carente o presenti qualche vizio, il matrimonio non potrà ritenersi valido. Questo perché il consenso è vera causa efficiente dell’unione coniugale, per cui anche se ci si trovasse dinanzi ad un matrimonio celebrato secondo la forma prescritta, ma il consenso espresso non fosse ritenuto idoneo, il consorzio coniugale non potrà ritenersi valido. La nullità può, infine, derivare anche dalla inosservanza di alcune precise formalità prescritte dalla legge canonica. Il matrimonio, infatti, quale atto giuridico solenne dal quale derivano diritti e doveri per i coniugi, deve rispettare dei requisiti prescritti dal Legislatore. Ciò significa, in altre parole, che i suddetti requisiti sono, ancora una volta, necessari per la valida esistenza del coniugio. L’ordinamento canonico quale unico giudice dell’unione coniugale, nel valutare la sussistenza della nullità deve ritenere valido il coniugio fino a che non sia provato il contrario. È questo il cd. favor matrimonii, che per essere superato non necessita della certezza assoluta della nullità del matrimonio, essendo sufficiente, infatti, la certezza morale che Papa Pio XII definì come quella che, da un lato «esclude ogni fondato o ragionevole dubbio» e, dall’altro «lascia sussistere la possibilità assoluta del contrario»: certezza però non «puramente soggettiva, che si fonda sul sentimento o sulla opinione meramente soggettiva di questo o di quello», ma «oggettivamente fondata», basata quindi su motivi oggettivi. Il matrimonio dichiarato nullo da almeno due gradi di giudizio con sentenza conforme, rende le parti libere dal vincolo coniugale e dà loro la possibilità di contrarre validamente una nuova unione; nel caso però in cui il tribunale aggiunga alla sentenza il “divieto di nuove nozze”, il soggetto che desidera sposarsi di nuovo deve chiedere all’autorità ecclesiastica di rimuovere tale divieto. La ragione di tale procedura sta nel fatto che si vuole evitare un altro matrimonio potenzialmente nullo; l’autorità infatti dovrà, prima di rimuovere il divieto, vagliare se esistono ancora le stesse cause che hanno causato l’invalidità del precedente vincolo coniugale. È chiaro, poi, che successivamente alla dichiarazione di nullità le coppie che hanno già contratto matrimonio civile possono sposarsi in Chiesa. Le sentenze del tribunale ecclesiastico possono essere riconosciute dallo Stato Italiano tramite il procedimento della delibazione che dovrà essere promosso da uno dei due coniugi: la delibazione può sostituire la sentenza di divorzio e può anche avere effetti sull’assegno di mantenimento dell’ex coniuge, eccetto quando il tribunale civile con la sentenza di divorzio ha già disposto in tal senso. La dichiarazione di nullità non ha alcun effetto, invece, sul rapporto genitori-figli che è garantito non solo dalla legislazione italiana, ma anche dalla Chiesa, quindi i genitori avranno sempre obblighi educativi e di carattere economico nei confronti della prole.

Cause di nullità: solo per rampolli e personaggi famosi?

Le cause di nullità matrimoniale, in ambito canonico, sono spesso oggetto di una diffusa disinformazione. “Leggende metropolitane” riservano le cause di nullità matrimoniale solamente ai rampolli delle case regnanti o ai personaggi dello spettacolo; i costi, sempre secondo questa “leggenda”, sarebbero proibitivi, i tempi biblici, l’esito scontato “purché si paghi”. Ovviamente nulla di tutto ciò corrisponde al vero.

Gli equivoci, peraltro, spesso nascono dal confronto con i giudizi civili di separazione e divorzio. In caso di domanda congiunta di separazione o divorzio, infatti, il Tribunale civile si limita a prendere atto delle condizioni concordate tra i coniugi ed omologarle, se le ritiene congrue e confacenti all’interesse dei coniugi e degli eventuali figli nati dall’unione matrimoniale. La causa di nullità matrimoniale in foro canonico, invece, postula l’accertamento della nullità del matrimonio, con la necessità di una istruttoria completa ed un riesame, in sostanza, della vicenda matrimoniale nel suo complesso. Tempi, modi ed attività giudiziale sono quindi totalmente diversi.

Nelle cause di nullità matrimoniale le parti possono avvalersi dell’assistenza di un avvocato ecclesiastico e, per il patrocinio avanti il Tribunale Apostolico della Rota Romana, di un avvocato rotale. La Conferenza Episcopale Italiana emette periodicamente un decreto (quello attualmente vigente è il decreto CEI del 30.03.2010) con cui determina un tariffario per gli avvocati. Vi è una tassa giudiziaria fissa ed un onorario stabilito per gli avvocati. Ovviamente, le cause dinnanzi alla Rota Romana, stante la natura del Tribunale e la particolare preparazione necessaria per patrocinare dinnanzi ad esso, hanno onorari a parte, ma si deve precisare che il ricorso alla Rota Romana si rende raramente necessario, e che – comunque – è vietato chiedere onorari esorbitanti. Per i meno abbienti è prevista la possibilità di essere ammessi a forme di patrocinio gratuito o semigratuito presso tutti i Tribunali Ecclesiastici ed anche dinanzi alla stessa Rota Romana.

Per quanto attiene, invece, alla durata del processo, la Dignitas Connubii, l’ultima Istruzione sulle cause di nullità matrimoniale, prevede dei tempi assai ridotti (un anno e sei mesi, art.72 DC), tuttavia – stante l’arretrato di vari tribunali – è evidente che occorrerà del tempo perché tale previsione si concretizzi. Ad oggi, una causa di nullità matrimoniale, che non incontri particolari difficoltà, dovrebbe concludersi in circa due anni – due anni e mezzo.

Infine, per quanto riguarda il modo di procedere, le udienze – che non sono pubbliche – si svolgono alla presenza di un solo Giudice e del notaio ecclesiastico (che si occupa della verbalizzazione). La parte compare da sola accompagnata – sempre che lo voglia – dal suo avvocato ed ha ampio modo di esporre serenamente le proprie ragioni e motivazioni, certa di trovare un Giudice che è prima di tutto interessato ad accertare la verità. I coniugi, parti nel processo, vengono normalmente sentiti separatamente, di solito in giorni diversi, e l’interrogatorio verte su quegli argomenti che servono al Giudice per farsi un quadro preciso circa la realtà matrimoniale che gli viene presentata.

Nelle pieghe del matrimonio

Il matrimonio è l’unione legittima tra uomo e donna che il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Gaudium et Spes n. 48, ha definito come «l’intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale».

L’origine divina e non umana del matrimonio è validamente documentata dalla Genesi 2,24 e ribadita anche dallo stesso Gesù Cristo quando afferma, rispetto al principio dell’indissolubilità del vincolo «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: “Per questo lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie e saranno due in una sola carne?” Perciò essi non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mt. 19, 4-10).

Il matrimonio canonico è un vero e proprio “accordo, un patto, un contratto” elevato alla dignità sacramentale da Cristo. Ne consegue, allora, che il matrimonio non scaturisce solo dal libero incontro tra un uomo ed una donna, ma anche dalla stessa volontà di Dio. Per volere divino infatti «Il matrimonio è costituito dal consenso delle parti (i coniugi) legittimamente manifestato tra persone idonee per diritto, il quale non può essere supplito da nessuna potestà umana» (CJC, can. 1057 § 1).

Il consenso è quindi la vera causa efficiente del matrimonio, se questo mancasse o fosse viziato l’unione non potrebbe dirsi esistente a riprova del carattere strettamente personale del contratto matrimoniale. Secondo la legge divina il coniugio è poi esclusivo ed indissolubile fino a che uno dei coniugi sarà vivo (can. 1056) ed ordinato alla generazione ed educazione della prole (can. 1055 §1). Sono queste le “proprietà essenziali” del matrimonio che non possono in alcun modo essere soggette alla volontà delle parti: i contraenti infatti non hanno la facoltà di modificarne la struttura. L’esclusività è da intendersi come monogamia: un solo uomo si unirà ad una sola donna per costruire insieme “l’una caro” biblica; l’indissolubilità invece è l’impossibilità per i coniugi di rompere l’unione a loro piacimento. Il Concilio Vaticano II ha poi messo in evidenza l’aspetto di comunione che deve esistere nel rapporto matrimoniale, il “foedus”, il “patto” tra l’uomo e la donna infatti è il cuore della vita coniugale: l’uomo e la donna si trovano a dovere costituire quel “consortium totius vitae” che la dottrina e la giurisprudenza sottolineano in modo importante facendo emergere l’aspetto personalistico di questa unione. Ultima, ma non per importanza, è la generazione ed educazione della prole, che nel matrimonio canonico è considerata un fine essenziale (can. 1055 §1). Non possono quindi le parti escludere di avere figli, in quanto la loro unione sarebbe di per sé nulla, e allo stesso modo però devono occuparsi di loro e se non lo fanno, contraggono ancora invalidamente. Il codice di diritto canonico è molto chiaro in proposito «I genitori hanno il dovere gravissimo ed il diritto primario di curare con ogni impegno l’educazione della prole, tanto fisica, sociale e culturale, quanto morale e religiosa» (can. 1136). È certo quindi che, all’interno dell’ordinamento canonico, non si può prescindere da questo disegno concependo un matrimonio diverso senza andare incontro ad una vera aberrazione.

La dottrina e la giurisprudenza inoltre sottolineano come «Entrambi i coniugi hanno pari doveri e diritti per ciò che riguarda il consorzio della vita coniugale» (can. 1135); l’eguaglianza degli sposi però non deve scadere in mero egualitarismo, bisogna infatti ricordare che, pur nella uguaglianza di diritti e doveri, vanno sempre salvaguardate le diverse funzioni ed i diversi compiti dei coniugi che nel matrimonio si integrano e si completano vicendevolmente.

Il Tribunale della Rota Romana

Vogliamo presentare a tutti i lettori di «Frontiera» una nuova rubrica che avrà carattere legale e, in maggior parte, legale canonico, all’interno della quale saranno discussi diversi argomenti, riguardanti il matrimonio (e non solo) dal punto di vista canonico. Un campo poco noto e spesso oggetto di pregiudizi e luoghi comuni sbagliati o inesatti.

Ma non solo, perché ci occuperemo anche del diritto “civile”, inteso qui come diritto dello Stato e quindi distinto da quello canonico della “Chiesa”, trattando ad esempio temi quale la mediazione civile obbligatoria e non, dei diritti dei consumatori, della L. 104/1992 e tutto ciò che possa destare il vostro interesse in materia legale.

In questo primo articolo, che vuole essere a carattere introduttivo, parleremo del Tribunale della Rota Romana. Divergenti sono le opinioni sull’origine del nome “Rota”, vi è, infatti, chi lo attribuisce al fatto che in origine i Giudici si riunivano in un’ aula circolare, chi pensa al supporto girevole su cui venivano posti i rotoli delle cause, oppure che il nome sia da attribuire al fatto che i Giudici si avvicendavano per turni, a rotazione appunto, nella decisione delle cause. Quale che sia l’origine del nome, certamente il Tribunale è di antica costituzione, nasce infatti durante il pontificato di Lucio III (1181-1185) come Cancelleria Apostolica.

Con il trascorrere dei secoli l’ordinamento del Tribunale fu oggetto di numerose riforme, e la sua antica denominazione di Sacra Romana Rota si rinviene già nel secolo XIII°. La storia del Tribunale della Rota Romana, non può che intrecciarsi con le vicende della Chiesa e dello Stato Pontificio, tant’è che nel 1870, dopo la presa di Roma da parte delle truppe italiane, l’attività della Rota si fermò, riducendosi davvero al minimo.

Solo nel 1908, sotto il pontificato di S. Pio X, la Rota Romana, riorganizzata e disciplinata da nuove norme, riprese la propria attività a pieno regime. Le ultime riforme sono state apportate nel 1994 con le Normae Romanae Rotae Tribunalis, attualmente vigenti. Altre norme che definiscono la competenza del Tribunale della Rota Romana si possono trovare nella Costituzione Apostolica “Pastor Bonus” e nel Codice di Diritto Canonico.

La Rota Romana, in sintesi, ha delle competenze specifiche in primo grado, mentre è il Tribunale d’Appello concorrente con i Tribunali d’Appello ordinari in secondo grado. Presso la Rota Romana vengono trattate non solo le cause di nullità matrimoniale, ma anche cause penali e le cosiddette Causae Iurium (quelle non relative al matrimonio), provenienti da tutto il mondo.

Compiti fondamentali della Rota Romana sono la tutela dei diritti nella Chiesa, tracciare le linee fondamentali della giurisprudenza garantendone l’uniformità e fornire, tramite le proprie decisioni, un aiuto all’attività dei Tribunali inferiori.

A tutt’oggi le cause sono trattate in lingua latina. Proprio per le caratteristiche di tale Tribunale, di cui il Sommo Pontefice normalmente si avvale per le questioni rimesse alla Santa Sede, il patrocinio dinanzi alla Rota Romana è riservato agli avvocati rotali iscritti in un apposito albo tenuto dallo stesso Tribunale, ai quali è richiesta una preparazione superiore.