102. “Caritas in Veritate”. Il dovere della solidarietà

Molte persone, oggi, tendono a coltivare la pretesa di non dover niente a nessuno, tranne che a se stesse, ma “la solidarietà universale è un dovere”.

Il dibattito sui diritti di cui l’uomo è detentore è sempre vivo e attuale perché, purtroppo, sono continuamente ignorati e attaccati, determinando uno stato di vigilanza doveroso e costante. C’è però un altro aspetto della questione, quello relativo, sulla base delle sollecitazioni che si ritrovano al n. 43 della “Caritas in Veritate”, allo stretto rapporto tra diritti e doveri.

In questo caso, oltre che ricondurre tale rapporto alla specularità tra i diritti e i doveri, l’Enciclica sottolinea quanto sia facile cadere nell’arbitrio se non si riconosce che i diritti presuppongono i doveri, piuttosto che, come può facilmente essere rilevato in tante situazioni di vita ordinaria, «pensare di essere titolari di soli diritti». Coloro che impostano la propria esistenza a partire da questo atteggiamento sbagliato di fondo, incontrano «forti ostacoli a maturare una responsabilità per il proprio e l’altrui sviluppo integrale». I diritti non possono e non devono trasformarsi in arbitrio: è questa la riflessione centrale che il Papa Benedetto XVI pone in questa parte dell’importante Enciclica.

Se quindi si pretende con forza il rispetto di diritti spesso di carattere voluttuario, anche con il coinvolgimento di strutture pubbliche, purtroppo la stessa forza e determinazione non emerge quando diritti elementari e fondamentali sono «disconosciuti e violati nei confronti di tanta parte dell’umanità».

Il pensiero del Papa rispetto alla relazione tra diritti e doveri, è lucidissimo: «La relazione sta nel fatto che i diritti individuali, svincolati da un quadro di doveri che conferisca loro un senso compiuto, impazziscono e alimentano una spirale di richieste praticamente illimitata e priva di criteri».

Ecco quindi che l’accento viene messo proprio sul quadro di riferimento, nel contesto nel quale i diritti acquistano senso e significato, i doveri. Non si tratta di un’ottica ottusa e dal sapore autoritario, ma di un percorso fondamentale nel quale i diritti riescono ad esprimersi senza il rischio di sfociare proprio nell’atteggiamento opposto che affermano di voler evitare: pretendere, senza limiti né rispetto.

È chiaro che il Papa critica in modo deciso qualsiasi atteggiamento teso all’esasperazione dei diritti, perché questo porta alla dimenticanza dei doveri. Essi salvaguardano il piano etico e antropologico, perché delimitano i diritti stessi nella misura in cui si comprende che ogni uomo ne è portatore: è proprio il capire che tutti gli uomini sono uguali da questo punto di vista che induce ogni uomo a fermarsi di fronte al diritto altrui. Questo “fermarsi” è un modo per sintetizzare il quadro di riferimento di cui appena sopra, nel quale individuare i doveri di tutti e ciascuno. È l’uomo stesso e la sua coscienza morale, il luogo dove diritti e doveri s’incontrano.

Continua il Papa: «Per questo motivo i doveri rafforzano i diritti e propongono la loro difesa e promozione come un impegno da assumere a servizio del bene. Se, invece, i diritti dell’uomo trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini, essi possono essere cambiati in ogni momento e, quindi, il dovere di rispettarli e perseguirli si allenta nella coscienza comune».

101. “Caritas in Veritate”. Della redistribuzione

Papa Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate”. La globalizzazione deve favorire la redistribuzione della ricchezza, non della povertà.

Nella “Caritas in Veritate”, Benedetto XVI pone il tema della globalizzazione al centro della riflessione. La prima considerazione che intuitivamente è immediatamente accettabile, anche solo per conoscenza di senso comune, riguarda il fatto che l’interpretazione della globalizzazione non può essere ridotta alla “semplice” lettura in termini economici. La dimensione socio-economica è certamente importante ma non è l’unica. Il Papa sottolinea che «sotto il processo» si trova una umanità costituita da «da persone e da popoli a cui quel processo deve essere di utilità e di sviluppo».

In continuità con i principi e le indicazioni che da sempre ispirano la Dottrina Sociale della Chiesa, si sottolinea quindi la bontà del processo nella misura in cui è a servizio dell’umanità, non per pochi eletti straricchi che fanno del mondo il proprio giocattolo; la globalizzazione non è né buona né cattiva, essa «Sarà ciò che le persone ne faranno». L’indicazione è chiara: gli effetti della globalizzazione devono essere ricompresi all’interno dell’utilità sociale e lo sviluppo dei popoli, altro e diverso orizzonte è aberrante e antievangelico. La parola chiave in questa sfida epocale è “responsabilità”.

Afferma il Papa: «La verità della globalizzazione come processo e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall’unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene». Questo significa che occorre confrontarsi con culture, storie, vicende umane che necessitano di essere lette con discernimento e rispetto. L’orientamento personalista e comunitario, «aperto alla trascendenza, del processo di integrazione planetaria», deve essere il fattore ineludibile di ogni politica economica mondiale.

Una tale indicazione non è tanto e solo provocatoria, ma soprattutto scomoda e considerata pericolosa per le regole del libero mercato. Eppure Papa Benedetto XVI insiste: «Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti, procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità».

I processi collegati alla globalizzazione sono una grande opportunità, una grande occasione per permettere la redistribuzione della ricchezza in un modo mai conosciuto prima dall’umanità. «Se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l’intero mondo» in un modo mai conosciuto prima dall’umanità.

Oggi le forze che possono davvero cambiare le sorti dei popoli poveri sono disponibili e potenzialmente possibili più che in passato, sono anche e soprattutto di carattere materiale, «ma di esse hanno finito per avvalersi prevalentemente gli stessi popoli dei Paesi sviluppati, che hanno potuto sfruttare meglio il processo di liberalizzazione dei movimenti di capitali e del lavoro».

Ci si può fermare e tornare a guidare il processo con responsabilità solidale. L’anima antropologica ed etica, continua il Papa, non può essere oppressa da impostazioni individualistiche e utilitaristiche, deve piuttosto sospingere la globalizzazione verso traguardi di umanizzazione solidale. Occorre quindi riconoscere che la globalizzazione è un processo multidimensionale e che la dimensione teologica deve essere presa in forte considerazione per evitare al mondo intero di perdere questa grande occasione che sta attraversando, per combattere povertà e ingiustizia.

100. “Caritas in Veritate”. L’economia creativa

L’imprenditorialità è “atto creativo” prima di essere atto economico.

In un’epoca come la nostra dove, purtroppo, l’economia è ormai “l’alfa e l’omega” di ogni scelta sociale e politica, risulta quasi sconcertante confrontarsi con la prospettiva sostenuta dal Pontefice quando parla della natura dell’attività imprenditoriale. In realtà, tale natura è l’unica in grado di fondare un futuro scevro da tracolli devastanti delle economie mondiali. L’imprenditorialità è prima di tutto un atto creativo, capace di render conto della libertà propria dell’uomo nel suo agire ordinario, essa, prima di avere «un significato professionale, ne ha uno umano» (n. 41).

A livello di principio, certamente, molti imprenditori non avrebbero nulla da eccepire, la questione vera è tradurre questa verità sulla natura stessa dell’uomo, in norma e regola economica. L’imprenditore privato e il dirigente statale non possono essere gli unici giocatori in campo, c’è infatti un’intera squadra che è formata da una schiera infinita di uomini, quelli che lavorano e producono ma non sono imprenditori o dirigenti statali. Per capire dove Papa Benedetto XVI vuole condurre il fedele, cita un suo autorevole predecessore, Paolo VI: «ogni lavoratore è un creatore». In una prospettiva capace di coniugare una tale e pesante indicazione per le sorti di intere economie nazionali, il documento che stiamo esaminando sottolinea che occorre favorire «vari tipi di imprese, ben oltre la sola distinzione tra “privato” e “pubblico”».

Una concezione che riconosce il valore dello scambio e della reciprocità tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con un «travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei Paesi in via di sviluppo». Il bene comune non può essere edificato in altro modo, l’imprenditorialità deve essere ricompresa secondo un significato plurivalente e non esclusivistico. Il Papa aggiunge che anche la politica, oggi più che mai, possiede un significato plurivalente, perché i Governi sono chiamati ad una forte e coesa azione reciproca sul piano economico.

Oggi, con la crisi economica che ha colpito, in modo particolare, il mondo occidentale, queste parole non rischiamo di essere smentite. Se fossero state prese subito sul serio, molti drammatici passaggi della crisi economica e i delicatissimi equilibri che si cerca di ricostruire, si sarebbero certamente caratterizzati per altre dinamiche e altri esiti. Queste parole, oggi, sono come una luce che non si è voluta vedere, come un faro che si è voluto consapevolmente ignorare. Il Papa va oltre e aggiunge che il rafforzamento dello Stato di diritto è la chiave di volta per affrontare in modo deciso e efficace la questione della crisi economica, non solo nei paesi ricchi ma anche in quelli poveri: l’aiuto internazionale dovrebbe sostenere il consolidamento dei sistemi costituzionali, giuridici e amministrativi dei paesi che, purtroppo, ancora non godono la piena soddisfazione di questa alta espressione della libertà umana. Si tratta ancora una volta di un’indicazione chiara per il bene dell’uomo, cela però rischi e strumentalizzazioni.

99. “Caritas in Veritate”. Dare per avere o dare per dovere?

Papa Benedetto XVI nella “Caritas in Veritate”: il mercato e la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco. Quale rapporto corretto tra la logica del “dare per avere” e quella del “dare per dovere”?

Stato e mercato, se alleati nel continuare il monopolio dei rispettivi ambiti, giungono, secondo il pensiero di Papa Benedetto XVI, a mettere in discussione «la solidarietà nelle relazioni tra i cittadini». Si tratta di una riflessione apparentemente ovvia perché è del tutto evidente che l’idea stessa di monopolio, se esasperata, chiama in causa una limitazione della libertà umana.

La “Caritas in Veritate” indica nell’agire gratuito la strada maestra per rompere la perversa alleanza tra la logica del “dare per avere” e quella del “dare per dovere”.

Si tratta di favorire un’apertura a quote di gratuità e comunione da parte delle attività economiche, soprattutto quelle con una ricaduta di livello mondiale. In tal modo, non solo la partecipazione e l’adesione dei cittadini alle relazioni reciproche sarà, oltre che stimolata, tutelata, ma si potrà intravedere una speranza per la vittoria sul sottosviluppo, una battaglia che potrà essere combattuta con ancora più deciso vigore.

Ecco le parole del Papa: «Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità. Il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco». Questa prospettiva intende sottolineare che la valenza sociale delle attività produttive, è il criterio oggi ritenuto più credibile quando ci si chiede quale futuro aspetta il mercato. È l’attuale idea di impresa quindi che risulta ormai anacronistica. L’impresa non può più rispondere quasi esclusivamente a chi in essa investe, pena la sua reale sopravvivenza in un mondo realmente globalizzato. È vero che «delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità» È anche vero che «si sta dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più ampia “responsabilità sociale” dell’impresa. […] è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento».

Occorre, con determinazione, valorizzare imprese e manager che non rispondano solo e semplicemente agli azionisti di riferimento, ma sappiano creare solidi legami con il territorio dove operano. I danni di impostazioni diverse sono sotto gli occhi di tutti, Paolo VI lo ricordava bene quando «invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione».

Il messaggio che è dietro questa affermazione, chiama in causa il significato morale dell’investire, concetto espresso da Giovanni Paolo II: investire non è un fatto solo tecnico, ma anche e soprattutto umano e etico. È evidente che delocalizzare «possa fare del bene alle popolazioni del Paese che la ospita. Il lavoro e la conoscenza tecnica sono un bisogno universale. Non è però lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di sviluppo stabile».

In poche parole un’importante formula contro il sottosviluppo dei paesi poveri.

98. “Caritas in Veritate”. La democrazia economica

L’attuale Pontefice parte proprio dalle indicazioni presenti nella “Centesimus annus” del suo predecessore, Papa Paolo VI, per sottolineare quanto sia fondamentale nell’economia attuale, la reciprocità fraterna. Nella “Caritas in Veritate”, Papa Benedetto XVI afferma: «Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, deve essere presente l’aspetto della reciprocità fraterna» (n. 38). Se, quindi, la gratuità alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia, l’attività economica globalizzata, secondo il Papa, non può prescindere da essa, pena l’implosione e quindi un futuro a breve o brevissimo termine per l’economia stessa.

Nell’economia globalizzata occorre prendere atto del rovesciamento del rapporto tra giustizia e gratuità: «Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali».

Sul mercato deve avvenire un confronto tra questi due modelli operativi, perché n tal modo potranno emergere realtà ibride, capaci sia di puntare all’utile economico che di sostenere e diffondere principi etici di grande spessore, non ultimo il valore della solidarietà e della gratuità. Si tratta di dare corpo ad una sorta di civilizzazione dell’economa, andando anche oltre la logica dello scambio e del profitto fine a se stesso. Sviluppando questa prospettiva, certamente acquista senso la “visione” di Papa Paolo VI. Egli auspicava la conformazione di un modello economico nel quale potessero essere inclusi tutti i popoli della terra e non solamente quelli meglio attrezzati, un mondo nel quale «tutti avessero “qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri”» (n. 39), attualizzando in tal modo le richieste della stessa “Rerum Novarum”. La logica che sottende queste affermazioni è quella relativa al valore della redistribuzione della ricchezza, da parte dello Stato, per rendere così possibile l’ordine civile. Secondo papa Benedetto XVI «Oggi questa visione, oltre a essere posta in crisi dai processi di apertura dei mercati e delle società, mostra di essere incompleta per soddisfare le esigenze di un’economia pienamente umana. Quanto la dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto a partire dalla sua visione dell’uomo e della società oggi è richiesto anche dalle dinamiche caratteristiche della globalizzazione» (n. 39).

97. “Caritas in Veritate”. Per una diversa economia globale

Ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale. Logica della politica e logica del dono, sono entrambe fondamentali e da  considerare nell’ambito della logica economica globalizzata.

L’attività economica interessa tutte le fasi dell’esistenza umana. È infatti strettamente collegata con le esigenze dell’uomo. Per questo è opportuno sviluppare un’attenta e approfondita riflessione circa i principi di fondo a cui essa si ispira.

A questo proposito l’Enciclica “Caritas in Veritate” di Papa Benedetto XVI presenta, al n. 37, alcuni spunti di riflessione: «Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno ineluttabilmente implicazioni morali».

La convinzione secondo la quale l’economia ha il compito di produrre ricchezza e la politica quello di distribuirla, ormai è un anacronismo insostenibile. I limiti territoriali per le attività economiche non esistono più, mentre le autorità politiche rimangono purtroppo confinate nell’ambito locale di loro competenza.

Ecco quindi che occorre fissare bene i limiti e le competenze dei soggetti coinvolti nelle attività economiche. «I canoni della giustizia devono essere rispettati sin dall’inizio, mentre si svolge il processo economico, e non già dopo o lateralmente».

Tutto questo non solo è possibile ma è già praticato da realtà circoscritte, purtroppo, ad iniziative religiose e laicali orientate da principi etici.

Tale impostazione dovrebbe essere più diffusa anche perché, come sottolineato più volte dalla Dottrina Sociale della Chiesa, è l’unica strada in grado di garantire futuro economico e evitare rischi di fallimento di intere nazioni, come oggi sta accadendo.

Del resto, nell’epoca della globalizzazione, la competizione tra culture diverse può dare luogo a fenomeni di oppressione e depressione di interi sistemi economici. Occorrono quindi «comportamenti economico-imprenditoriali che […] trovano prevalentemente un punto d’incontro nel rispetto della giustizia commutativa».

In questa direzione occorre fare ancora molta strada per assicurare «leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono».

La logica dello scambio contrattuale è certamente necessaria per un’economia globalizzata ma, direttamente o indirettamente, sottolinea l’Enciclica, «dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita».

Tre indirizzi che, se valorizzati tenendo conto di un certo equilibrio, permettono lo sviluppo di un’economia sana, legata al dono senza travalicare il legittimo e necessario profitto.

96. “Caritas in Veritate”. L’economia dell’amore

La logica del dono deve trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo e anche della stessa ragione economica. «I poveri non sono da considerarsi un “fardello”, bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente economico».

Credere che l’economia di mercato funzioni meglio se, “strutturalmente”, si mantiene una quota di povertà e sottosviluppo, è come affermare che lo sviluppo economico ha bisogno di poveri per continuare a svilupparsi, tradendo quindi una delle mete più alte dello stesso sviluppo di mercato: l’emancipazione. È quindi una contraddizione legata alla natura stessa del mercato, una contraddizione che quindi merita di essere affrontata. Nell’Enciclica “Caritas in Veritate” la riflessione tra esigenze del mercato e presenza della povertà si fa ardua e illuminante. Pensare che il mercato persegua l’emancipazione di interi popoli, sembra affermare l’Enciclica, è cosa degna e rispettabile, ma credere che questa possa essere sostenuta da una realtà, quale è quella di mercato, che non è in grado di produrla ma solo di favorirla, è un’utopia se non un inganno.

Così il Papa: «È interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle».

Si tratta di comprendere, come si afferma al n. 36, che la logica di mercato non può risolvere tutti i problemi sociali, tale logica deve essere invece finalizzata al perseguimento del bene comune, prima e ultima preoccupazione dell’agire politico. Per questo separare l’agire economico da quello politico è causa di gravi scompensi in quanto minerebbe alla base il «perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (n. 36).

In tal senso l’agire economico non è certo demonizzato dalla Chiesa ma non deve diventare neanche il luogo in cui il più forte domina il più debole. Il mercato infatti non è una minaccia ai rapporti autentici umani, anche se «è certamente vero che il mercato può essere orientato in modo negativo, non perché sia questa la sua natura, ma perché una certa ideologia lo può indirizzare in tal senso», è la ragione oscurata dell’uomo, non lo strumento che egli usa, a produrre nefaste conseguenze.

Ecco quindi la sfida della Chiesa, sostenuta e supportata dai tanti riferimenti della sua Dottrina Sociali: «la grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un’esigenza dell’uomo nel momento attuale, ma anche un’esigenza della stessa ragione economica. Si tratta di una esigenza ad un tempo della carità e della verità».

95. “Caritas in Veritate”. Senza amore non c’è comunità

Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave.

“Fraternità, sviluppo economico e società civile” sono i temi del terzo capitolo dell’Enciclica “Caritas in Veritate” di Papa Benedetto XVI. Il pontefice li sviluppa tentando sia un approfondimento specifico che una sintesi finale dei tre piani argomentativi, oggi più che mai attuali.

Il terzo capitolo va letto proprio con la consapevolezza che i tre aspetti enunciati nel titolo cercano e trovano una sorta di intersezione che ha un valore proprio ed unico, argomenti apparentemente posti in una progressione e successione dovuta, ma intrinsecamente uniti in vista di un messaggio finale. La società civile, prima consapevolezza già chiaramente riportata all’inizio di questo terzo capitolo, non si costruisce senza l’amore reciproco: «la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini».

È un altro modo per dire che senza amore non c’è comunità, e questa non potrà mai essere pienamente fraterna affidandosi solo alle proprie forze. Occorre guardare oltre, accettare e superare il limite umano, affidandosi alla verità piena, Gesù. L’amore di Dio, vivo e presente in ciascun uomo, chiama, una vera e propria convocazione rivolta a tutti che permette di riconoscere l’altro come fratello, di costruire insieme una famiglia, quella umana, quella società civile che può e deve guardare oltre i suoi stessi confini, cogliendo nell’amore di Dio il fine ultimo della propria esistenza.

Del resto non c’è fratellanza senza amore, ma se c’è fratellanza allora si può e si deve riconoscere di essere tutti figli dell’unico Padre. È in tal modo che l’intera umanità può anelare a vivere il piano dell’universalità, ciò è possibile solo se si riconosce il valore, torniamo a dire, della chiamata, che Dio, con il Suo amore, rivolge a tutti gli uomini. L’amore di Dio convoca quindi tutti, l’amore di Dio ci aiuta a camminare, a costruire una società giusta, l’amore di Dio ci permette di ricongiungerci al Creatore. Accanto al tema della chiamata per una società fraterna, il tema della giustizia viene sottolineato proprio all’inizio del capitolo; se infatti la carità è dono e guida dell’umanità, la «la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone ad essa in un secondo momento e dall’esterno».

Giustizia, gratuità e verità trovano una difficile coniugazione se il tema che li riassume è lo sviluppo economico. L’Enciclica affronta decisamente l’argomento e propone una propria chiave di lettura alla luce di un’unica prospettiva, la fiducia reciproca. È quest’ultima, l’humus essenziale per capire e poter affermare la giustizia distributiva e la giustizia sociale, fortemente sostenute dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Ecco le parole del Papa: «il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave».

Sull’amore e la fiducia che essa infonde nell’uomo, occorre quindi costruire e sostenere le economie di mercati, nel pieno rispetto della giustizia e delle regole economiche. Un salto non indifferente se consideriamo che, alla luce dell’attuale crisi economica, esito di un lunghissimo percorso storico, anche il più ingenuo e sprovveduto degli uomini, facilmente comprende che i principi che regolano i mercati sono esattamente gli opposti di quelli sostenuti dalla Dottrina sociale della Chiesa.

94. “Caritas in Veritate”. La Speranza cristiana come risorsa per lo sviluppo umano integrale

La convergenza tra Scienze economiche e valutazione morale non è un’utopia ma un percorso palesemente percorribile in vista dell’edificazione del bene comune.

Società civile come mirabile sintesi tra fraternità e sviluppo economico. È il concetto che emerge chiaro nel terzo capitolo della Caritas in Veritate di Benedetto XVI. «Fraternità, sviluppo economico e società civile» è il titolo del terzo capitolo del documento. Si apre con una riflessione sul significato e il senso della gratuità. Secondo il Pontefice l’uomo «è fatto per il dono», un’esperienza possibile vivendo nella verità la pienezza della carità. È tramite il dono che l’uomo si apre alla trascendenza. Il dono è espressione di gratuità: non riguarda in prima battuta il merito, anzi lo supera. Accettare il dono significa riconoscere Colui che l’ha reso possibile, diventa segno della presenza di Dio.

La verità «al pari della carità è dono». Per quanto l’uomo possa continuare a sostenere il contrario, la carità non è il frutto degli sforzi umani, ma è ricevuta proprio come dono. Essa, come l’amore, «non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all’essere umano». La gratuità è una delle espressioni più chiare dell’esperienza del dono, ma rischia di non essere riconosciuta se la prospettiva esistenziale è limitata e ricondotta al piano utilitaristico e produttivo. Il dare e il ricevere permettono una sorta di vaccinazione verso l’egoismo e l’egocentrismo. Allontanarsi dalla logica del dono conduce l’uomo a credere «di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in termini di fede – dal peccato delle origini» (n. 34).

Il peccato originale, come chiave di lettura dei fatti sociali, indica che la natura dell’uomo, incline al male, è alla base di gravi errori nei più diversi campi, dall’educazione alla politica, dall’azione sociale ai costumi. «All’elenco dei campi in cui si manifestano gli effetti perniciosi del peccato, si è aggiunto ormai da molto tempo anche quello dell’economia. Ne abbiamo una prova evidente anche in questi periodi». L’errore di fondo consiste nel credere alla propria autosufficienza, giungendo «a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale». Questo è il primo passo di un percorso che conduce a sostenere l’estraneità o addirittura la distruttività della morale in campo economico. Assicurare la giustizia in campo sociale con questi presupposti diventa impossibile.

Esiste però un’altra lettura, quella legata alla speranza cristiana, che «è invece una potente risorsa sociale a servizio dello sviluppo umano integrale, cercato nella libertà e nella giustizia. La speranza incoraggia la ragione e le dà la forza di orientare la volontà. È già presente nella fede, da cui anzi è suscitata. La carità nella verità se ne nutre e, nello stesso tempo, la manifesta. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia».

93. “Caritas in Veritate”. L’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore

Ogni azione sociale implica una dottrina” al fine di orientare l’agire comune ed evitare sforzi inefficaci e sproporzionati rispetto ai risultati  aggiunti. Guidare i processi, soprattutto i più complessi, significa affrontare il valore del rapporto tra sapere e carità.

Sembra un’affermazione scontata quella riportata nel titolo e certamente, in termini generali, è facilmente vera e riscontrabile in molteplici situazioni. L’indicazione, del resto, è decisamente impegnativa se le questioni poste sul tappeto riguardano temi economici e sociali. La complessità a loro riferita richiede un approccio e un’attenzione davvero profonda e qualificata. Principi, competenze, valori, cultura, tutti elementi che occorra convergano verso un’unica sintesi nel tentativo di guidare i processi storici, soprattutto nei momenti di grande cambiamento; il sapere umano è quindi imprescindibile nell’ambito dell’esercizio del difficile compito di comprendere la scelta da prendere.

Il sapere stesso, aggiunge il Pontefice, non può, a sua volta, prescindere dalla carità: «La carità non esclude il sapere, anzi lo richiede, lo promuove e lo anima dall’interno. Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza. Può certamente essere ridotto a calcolo e ad esperimento, ma se vuole essere sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il “sale” della carità» (n. 30). L’Enciclica usa una significativa metafora per rendere bene l’idea: senza il sapere, il fare è cieco, senza amore il sapere è sterile. Interdisciplinarietà e carità, sembrerebbero le due gambe sulle quali occorre che “la dottrina” di riferimento ispiri le scelte operative, infatti, secondo Papa Benedetto XVI, «far interagire i diversi livelli del sapere umano» permette di guardare con fiducia alla promozione di un vero sviluppo dei popoli.

Conoscere e capire è il necessario passo da compiere per scegliere, ma non è sufficiente affinché l’azione possa considerarsi legittima. Il Papa a questo proposito afferma: «La carità non è un’aggiunta posteriore, quasi un’appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin dall’inizio. Le esigenze dell’amore non contraddicono quelle della ragione. Il sapere umano è insufficiente e le conclusioni delle scienze non potranno indicare da sole la via verso lo sviluppo integrale dell’uomo. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo richiede la carità nella verità». Ricerca scientifica e valutazioni morali devono quindi procedere insieme, crescere nella costruzione di un sistema armonico e interdisciplinare unito dalla fiducia e dalla pratica della carità.

Uno dei modi in cui la carità si coniuga all’interno di questo delicato ma fecondo rapporto, è lo sviluppo della Dottrina Sociale della Chiesa. Essa svolge una straordinaria funzione in ordine alla interdisciplinarietà tra fede, teologia, metafisica e scienze in modo che ciascuno di questi importanti ambiti di riflessione trovi il loro posto entro una collaborazione a servizio dell’uomo. Il mancato riferimento dello sviluppo umano alla sapienza, come ricordava Papa Paolo VI, è tra le cause del sottosviluppo.

Chiudersi in un’ottica settoriale tanto da escludere l’approfondimento da parte delle Scienze Umane della metafisica, continuare a costruire muri tra le scienze e la teologia, produce danno e ritardo nello sviluppo dei popoli, «perché, quando ciò si verifica, viene ostacolata la visione dell’intero bene dell’uomo nelle varie dimensioni che lo caratterizzano. L’allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa è indispensabile per riuscire a pesare adeguatamente tutti i termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei problemi socio-economici» (n. 31). Al contrario, ispirarsi ad una sinergia disciplinare permeata dalla carità, è la credibile indicazione che davvero consentirebbe lo sviluppo di un’adeguata dottrina capace di ispirare l’agire a servizio del bene comune e dello sviluppo dei popoli.

92. “Caritas in Veritate”. Papa Benedetto XVI e il danno del “supersviluppo” arrecato allo sviluppo autentico

Una delle questioni centrali nella riflessione del Magistero della Chiesa è quella relativa al rispetto della libertà religiosa.

Nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI, esponendo la sua riflessione circa lo sviluppo umano, tocca gli aspetti strettamente legati a questioni di bioetica, ma affronta in modo deciso anche il difficile capitolo della libertà religiosa. Sostiene che le due realtà sono collegate e l’una esprime il progresso e l’avanzamento dell’altra. Poter professare la propria fede nel rispetto delle convinzioni altrui e delle norme vigenti in un contesto condiviso da comunità diverse, è il segno evidente del percorso che l’umanità sta compiendo verso lo sviluppo pieno e integrale. È cronaca di questi giorni, purtroppo, lo scenario che invece si afferma se non si è attenti alla dimensione fondamentale della libertà religiosa.

È chiaro che molti conflitti sono solo apparentemente di origine religiosa. Spesso le vere cause delle guerre e delle contrapposizioni, anche le più violente, risiedono in interessi economici enormi, mascherati ad arte in modo da far ricadere colpe e moventi su popoli e comunità storicamente lontane e avversarie per problematiche di carattere religioso. I burattinai occulti di molte guerre e conflitti rimangono nascosti e solo il proseguo delle vicende umane permette di svelarli. Ma avviene tardi, spesso quando i responsabili non ci sono più o si sono resi irriconoscibili e imprendibili. A questo proposito il principio, più volte affrontato dal magistero della Chiesa, della legittimità dell’uccisione in nome del sacro nome di Dio, è da rigettare senza incertezze e con assoluta fermezza.

L’Enciclica sviluppa ulteriormente il tema della negazione del diritto alla libertà religiosa: se da una parte la violenza «frena lo sviluppo autentico e impediscono l’evoluzione dei popoli verso un maggiore benessere socio-economico e spirituale» e «blocca il dialogo tra le Nazioni e distoglie grandi risorse dal loro impiego pacifico e civile», dall’altra «la promozione programmata dell’indifferenza religiosa o dell’ateismo pratico da parte di molti Paesi contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane” (n. 29). Promuovere l’uomo, in quanto creatura di Dio, è l’unica ragionevole strada che conduce allo sviluppo umano. Viceversa, secondo il Papa, si scade e ci si rinchiude nella riduttiva ottica dell’incremento o, al massimo all’interno di una semplicistica e casuale prospettiva evolutiva.

Se «l’uomo fosse solo frutto o del caso o della necessità, oppure se dovesse ridurre le sue aspirazioni all’orizzonte ristretto delle situazioni in cui vive, se tutto fosse solo storia e cultura, e l’uomo non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione, ma non di sviluppo». L’ottica appena descritta capita di rintracciarla sia nei Paesi economicamente sviluppati che in quelli emergenti, uniti nel progresso tecnico e scientifico, soprattutto nel rapido accumulo di ricchezze, produzione e espansione economica nei mercati mondiali. Uniti purtroppo anche in questa banalizzazione di una delle questioni più importanti che interessano l’umanità, anzi la più importante: l’uomo e il suo destino. «È il danno che il “supersviluppo” procura allo sviluppo autentico, quando è accompagnato dal “sottosviluppo morale”». Un principio che se guida la società si traduce in un’imposizione di forme di ateismo pratico ad intere comunità umane.

Tutto questo comporta la sottrazione, o quanto meno il depotenziamento, di quella forza morale e spirituale indispensabile per impegnarsi in modo personale e associato, nello sviluppo umano integrale. Tra le pieghe di siffatta ambiguità, si cela l’azione di coloro che meglio sanno sfruttare il disorientamento umano, ingannando e illudendo, non favorendo la riflessione interiore intorno all’esistenza umana

91. “Caritas in Veritate”. L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo

L’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. «Nei Paesi economicamente più sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno ormai condizionato il costume e la prassi, contribuendo a diffondere una mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale».

Paesi poveri e paesi ricchi accumunati da uno stesso fenomeno, un approccio alla vita nascente che non mette al primo posto il rispetto della vita stessa, ma esigenze di altra natura, ritenute più importanti e urgenti.

Paesi che parlano con disinvoltura di pratiche abortive, piuttosto che impegnarsi per risolvere in modo più deciso le problematiche sociali che colpiscono i cittadini delle classi meno ambienti.

Paesi che spacciano l’aborto per una conquista di civiltà, tipico di coloro i quali possono sfoggiare un significativo grado di elevazione culturale, piuttosto che aprirsi alla vita, qualsiasi vita, accogliendola come l’occasione in cui conoscere e sperimentare l’amore di Dio.

Il principio che si sottolinea nell’Enciclica è un altro: il rispetto per la vita non può essere disgiunto dal progresso dei popoli, muoversi nella direzione opposta implica riconoscere l’insorgenza e il dilagare di una nuova forma di povertà, non più esclusivamente di carattere materiale o culturale ma, purtroppo, anche e soprattutto, di carattere spirituale.

Papa Benedetto XVI è assai esplicito in merito alle questioni relative alla contraccezione e all’aborto arrivando anche ad affermare che pure alcune organizzazioni non governative «(…) operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta nei Paesi poveri l’adozione della pratica della sterilizzazione, anche su donne inconsapevoli» (n. 28).

Ritenere lecito attentare alla vita nascente spesso si affianca alla volontà di porre in essere la pratica dell’eutanasia: stessa natura, stessa visione della vita, stessi effetti. Uno degli effetti che dovrebbero interpellare anche i benpensanti e che si svincola da questioni strettamente etiche legate alla difesa della vita, riguarda la costruzione del bene dell’uomo.

Secondo il Pontefice: «Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (n. 29).

È come dire che accogliere la vita significa porsi in un atteggiamento di vera crescita e sviluppo della propria e altrui umanità, tanto da rendersi capaci di dare e ricevere aiuto. In questo modo i popoli ricchi, divenendo più consapevoli delle necessità dei popoli poveri, giungono a promuovere le scelte relative al piano economico in modo che non siano mai scisse da quello etico. In tal modo i paesi ricchi compiono «(…) azioni virtuose nella prospettiva di una produzione moralmente sana e solidale, nel rispetto del diritto fondamentale di ogni popolo e di ogni persona alla vita».

Lo sviluppo umano non può dunque prescindere dal rispetto della vita. Il Papa, nell’Enciclica che stiamo presentando, sottolinea che il rispetto del diritto alla libertà religiosa, è l’altro aspetto che qualifica e permette un vero sviluppo umano e sociale. Ciò apre alle considerazioni estese e interessanti che verranno affrontate più adeguatamente nei nostri prossimi interventi.

90. “Caritas in Veritate”. Le nuove prospettive di dialogo interculturale

Le nuove prospettive di dialogo interculturale promettono un nuovo orizzonte di vita a cui l’umanità può aspirare. Solo a partire dall’intima consapevolezza della specifica identità dei vari interlocutori, è possibile costruire e percorrere la strada che condurrà ad un futuro in cui l’equità potrà avere sicura cittadinanza.

La “Caritas in Veritate” ripercorre alcune importanti considerazioni del magistero di Papa Paolo VI al fine di poterle aggiornare, in un mondo diverso, e per molti aspetti lontano, da quello che invece interpella e chiede interpretazione alla Chiesa di Papa Benedetto XVI. I tentativi di omogeneizzazione comunque presenti al tempo dell’importante predecessore dell’attuale Pontefice, non possedevano quella forza e quell’articolazione necessaria per giungere a mettere in discussione la solidità di impianti e sistemi culturali di millenaria sopravvivenza.

Oggi è tutto diverso, luci e ombre si affacciano all’orizzonte, soprattutto se si affronta la questione dall’inquietante punto di vista della dilagante mercificazione globale, senza regole certe e condivise. Secondo il Papa è duplice il pericolo che da questa drammatica pratica può discendere: da una parte l’affermazione di un relativismo culturale che non stimola il “vero dialogo” tra culture, questo perché, accostare le culture come se fossero sostanzialmente equivalenti, conduce ad un eclettismo culturale che non favorisce il confronto e quindi la crescita. «il relativismo culturale fa sì che i gruppi culturali si accostino o convivano ma separati, senza dialogo autentico e, quindi, senza vera integrazione». (n. 26).

L’appiattimento culturale e l’omologazione dei comportamenti e degli stili di vita che costituisce l’altro pericolo del mercato senza regole in un mondo globalizzato. «In questo modo viene perduto il significato profondo della cultura delle varie Nazioni, delle tradizioni dei vari popoli, entro le quali la persona si misura con le domande fondamentali dell’esistenza».

La prima indicazione che nell’Enciclica il Papa riporta è densa di implicazioni: «Eclettismo e appiattimento culturale convergono nella separazione della cultura dalla natura umana», un altro modo per affermare che l’uomo in tal modo è ridotto al solo dato culturale perdendo di vista la natura a cui appartiene e tutta la sua capacità di trascenderlo. Manipolazione e asservimento sono le dirette conseguenze di questi due rischi e i paesi poveri sono i primi ad essere colpiti da questa tragica dinamica, che si manifesta nell’estrema insicurezza di vita e nella carenza di alimentazione. Nell’era della globalizzazione è sempre più delicato costruire e mantenere la pace, ma sarebbe più facile perseguire questo obiettivo proprio se la fame fosse eliminata dalla faccia del pianeta.

L’indicazione è ancora una volta assai precisa: sono le istituzioni economiche le vere responsabili di questo perverso equilibrio e solo esse possono davvero rimetterlo in discussione. Si tratta di agire tenendo ben presente quell’imperativo etico che le forze economiche puntualmente disattendono, manifestando così la loro evidente irresponsabilità.

La Chiesa, da sempre, ribadisce invece proprio questo punto di riferimento come l’unico in grado di prevenire le crisi economiche. Coinvolgere le comunità locali nel costruire il proprio futuro, nell’incentivare, scoprire e favorire lo sviluppo delle proprie risorse, è la strada per garantire la sostenibilità dei paesi poveri nel lungo periodo. Ecco quindi la terza, semplice, quasi ovvia, indicazione: «Tutto ciò va realizzato coinvolgendo le comunità locali nelle scelte e nelle decisioni relative all’uso della terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell’ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate».

In un mondo globalizzato ciò non solo è facile ma è quasi banale realizzarlo, ma a quanto pare è più “interessante” portare un distributore di una famosa bibita in piena Africa equatoriale piuttosto che cimentarsi in queste “ridicole”, “difficilissime” e “complicate” sfide tecniche.

89. “Caritas in Veritate”. Papa Benedetto XVI legge il mondo a cui si rivolgeva la “Populorum Progressio” di Paolo VI

«Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”».

Il pensiero della “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI è costruito e presentato tenendo conto degli importanti pronunciamenti dei suoi predecessori. Al n. 24 viene infatti sottolineato come, nonostante Paolo VI avesse già parlato della dimensione mondiale che la questione sociale stava acquisendo nel corso del suo Pontificato, le attività economiche e politiche potevano ancora svolgersi all’interno di uno spazio abbastanza circoscritto e soprattutto potevano contare le une sulle altre.

È del tutto evidente invece quanto oggi, tra le due vie, esista uno iato, una profonda e malcelata spaccatura, invisibile solo ai più ingenui: è la politica che governa il mondo o l’economia che impone le sue leggi alla politica? Quale equilibrio tra le due importanti forze?

Se il mondo di Paolo VI faceva i conti con un’attività produttiva essenzialmente realizzata all’interno dei confini nazionali degli Stati, se gli investimenti finanziari erano piuttosto limitati all’estero, oggi siamo di fronte ad uno stravolgimento totale, tale da rendere quasi incredibile il fatto che i sistemi economici precedenti erano diversi dagli attuali. In questa situazione la Populorum progressio assegnava ai poteri pubblici un compito esclusivo e centrale.

Quanto oggi i poteri degli Stati sono frenati e limitati dalla nuova realtà economica internazionale? Ratzinger si sofferma su questo aspetto ritenendolo il fulcro su cui costruire il mondo del domani. Egli indica in una rinnovata valutazione, ruolo e funzione del potere pubblico, la strada da intraprendere per far fronte alle sfide del mondo moderno. Così si esprime. «Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri, è prevedibile che si rafforzino quelle nuove forme di partecipazione alla politica nazionale e internazionale che si realizzano attraverso l’azione delle Organizzazioni operanti nella società civile; in tale direzione è auspicabile che crescano un’attenzione e una partecipazione più sentite alla res publica da parte dei cittadini». Indicazione talmente lineare da risultare quasi poco attendibile.

Eppure su questo terreno, forse l’unico, dovranno scommettere le società del nuovo millennio. Sono molteplici i paralleli che emergono tra le due Encicliche. La prima attenzione che Benedetto XVI esprime è diretta ai sistemi di protezione e previdenza, realtà sociali che oggi faticano a costruire il vero obiettivo di fondo: la giustizia sociale. Gli Stati, anche e soprattutto a causa della delocalizzazione della produzione, sono sottoposti a forte competizione reciproca, «allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro» (n. 25).

Alla questione giustizia si aggiunge la sua specificazione, la questione sicurezza: «Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale».

In questa spirale si stanno aggrovigliando sia i paesi poveri che quelli ricchi, nonché e soprattutto quelli emergenti, tutti alla ricerca del profitto ad ogni costo, ma a quale prezzo? Semplice: lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi. In tutto questo le organizzazioni sindacali, da forti componenti sociali tese a incidere in modo determinante sulle scelte politiche e economiche, sono state ridotte spesso a mere spettatrici, avendo gli Stati limitato sensibilmente le loro libertà e capacità negoziali. Anche la mobilità lavorativa trova spazio nella riflessione di Papa Benedetto XVI.

Per quanto sia stato un fenomeno importante in anni passati, sia per stimolare nuova ricchezza che per favorire il confronto tra culture, oggi «quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale».

Ecco quindi l’appello incontestabile del Papa: «Desidererei ricordare a tutti, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”».

88. “Caritas in Veritate”. Il fedele non può esimersi dall’interrogarsi

È cronaca di questi giorni il richiamo di Benedetto XVI all’attenzione che l’uomo deve avere nei confronti del pianeta sul quale tutti abitiamo. Il tema è spesso ripreso nella “Caritas in Veritate”. Il fedele non può esimersi dall’interrogarsi ed è messo davanti ad un’evidenza indiscutibile: lasciare che la propria fede venga provocata da quest’esigenza e responsabilità morale tanto nuova quanto importante, curare il giardino che il Signore ha donato all’umanità.

Leggendo l’Enciclica con gli occhi di oggi è possibile rintracciare autentici spunti profetici: la crisi economica e il mancato rispetto per il pianeta sono due aspetti inscindibili, due piani che però devono e possono trovare una sintesi in quell’attenzione allo sviluppo umano integrale che chiama in causa un nuovo slancio umanistico nel quale la crisi diventa «occasione di discernimento e di nuova progettualità».

Un modo diverso per pensare alla vita che chiama in causa la costruzione di un futuro possibile mettendo al centro l’uomo, non il profitto, la sua spiritualità, non la fede in un materialismo vuoto e, soprattutto, mettendo al centro il suo rapporto con il pianeta nel rispetto delle altre forme viventi e delle future generazioni. Una nuova sintesi umanistica che si liberi degli errori del passato e costruisca le esperienze positive che il passato stesso veicola. Il Papa a questo proposito è chiaro: il quadro sul quale occorre riflettere è decisamente cambiato rispetto al passato, esso è policentrico. Sviluppo e sottosviluppo hanno cause molteplici, colpe e meriti sono differenziati.

Le ideologie ormai non riescono ad esaminare i problemi con quella necessaria obiettività e realismo che inducono ad aggiornare interventi e metodi di riflessione sui problemi umani. Poveri e ricchi non sono più così chiaramente definiti come si poteva rilevare 50 o 60 anni fa. Lo scandalo clamoroso delle disuguaglianze continua negli stessi paesi una volta considerati poveri e prende le forme più diverse: dallo sfruttamento della mano d’opera al mancato rispetto dei diritti umani, dalla diffusa corruzione e illegalità, all’incomprensibile chiusura culturale di interi popoli che allontanano gli individui da una crescita basata sul confronto e il dialogo, per non parlare delle forme di eccessiva protezione della conoscenza legata alla proprietà intellettuale, che risulta essere una perversione terribile quando si manifesta in campo sanitario.

Eppure lo sviluppo deve andare avanti e ciò comporta sfide e martiri, sofferenze che forse si sarebbero potute evitare perché, dopo il crollo dei blocchi contrapposti (Usa e Urss), «sarebbe stato necessario un complessivo ripensamento dello sviluppo. Lo aveva chiesto Giovanni Paolo II. Nel 1987 aveva indicato l’esistenza di questi “blocchi” come una delle principali cause del sottosviluppo, perché la politica sottraeva risorse all’economia e alla cultura e l’ideologia inibiva la libertà. Nel 1991 egli chiese anche che, alla fine dei “blocchi”, corrispondesse una riprogettazione globale dello sviluppo, non solo in quei Paesi, ma anche in Occidente e in quelle parti del mondo che andavano evolvendosi.

Questo è avvenuto solo in parte e continua ad essere un reale dovere al quale occorre dare soddisfazione, magari profittando proprio delle scelte necessarie a superare gli attuali problemi economici». Parole importanti che ancora una volta qualificano e confermano la funzione di guida e riferimento della Dottrina Sociale della Chiesa, troppe volte proclamata da “politici cattolici doc”, troppe volte dimenticata e disattesa dagli stessi politici.

87. “Caritas in Veritate”. Partecipazione economica, espressione politica e sviluppo sociale

Partecipazione economica, espressione politica e sviluppo sociale, le tre dimensioni alla base di un’idea di sviluppo umano secondo il nostro tempo.

Nel secondo capitolo della Caritas in Veritate, Benedetto XVI, dopo aver ripreso il tema dello sviluppo umano partendo dai pronunciamenti dei suoi predecessori entra nel cuore del problema, sottolineando lo stretto rapporto tra sviluppo umano, verità e carità. Il Papa ha una posizione chiara: i piani economico, sociale e politico non possono essere sottovalutati, ne tenuti divisi, all’interno di una riflessione adeguata e vera sulle prospettive di sviluppo di ogni popolo, ancor più di quelli in difficoltà.

Già per Paolo VI permettere lo sviluppo dei popoli significa perseguire «la loro partecipazione attiva e in condizioni di parità al processo economico internazionale; dal punto di vista sociale, la loro evoluzione verso società istruite e solidali; dal punto di vista politico, il consolidamento di regimi democratici in grado di assicurare libertà e pace». Quest’ultimo punto è quanto mai attuale: la lotta per la democrazia, soprattutto nel mondo orientale, è il tema dominante degli eventi storici di questi ultimissimi anni. Una lotta non più spinta da una volontà esterna, spesso mascherata da un’ipocrita intenzione di “esportare” la democrazia, ma che indubbiamente parte dal basso ed esplode in tutta la sua forza nelle forme di protesta che i popoli oppressi stanno esprimendo con giovanile e disperato entusiasmo.

In fondo la richiesta è semplice: libertà e pace. Traguardi che si scontrano con interessi voraci dentro e fuori le nazioni coinvolte. Benedetto XVI si domanda quanto le attese di Papa Paolo VI siano oggi confermate. Domanda dolorosa che investe responsabilità nazionali e internazionali, soprattutto in tempi così difficili per i più deboli. La Dottrina sociale della Chiesa certamente non è stata pigra nel proporsi e sottolineare i principi a cui attenersi nel gestire problematiche economiche, sociale e politiche. Oggi, in tempi di “vacche magre” esplodono tutti i nodi non sciolti, tutte le contraddizioni e le ipocrisie mai affrontate, le conseguenze di scelte contrarie al vero modello di sviluppo dell’umanità, quello fondato sulla verità e la carità. La responsabilità è grande. Capita di trovare chi si nasconde dietro scuse “sociologiche”.

In realtà non si vuole riconoscere che le scelte sono state tutte ispirate da un unico criterio: la ricerca del profitto. Così facendo si distrugge il bene comune. Lo sviluppo economico che non porta ad una crescita in termini di democrazia, che tralascia di curare aspetti centrali del progresso sociale e culturale, non è sviluppo. È una chiara espressione di egoismo che, aggiungiamo noi, rinvigorisce quelle che Papa Giovanni Paolo II chiamava «strutture di peccato». Occorre prendere coscienza e difendere l’idea che l’attuale crisi «ci pone improrogabilmente di fronte a scelte che riguardano sempre più il destino stesso dell’uomo, il quale peraltro non può prescindere dalla sua natura».

Perché allora non trasformare l’occasione difficile in una nuova opportunità di sviluppo? È il momento giusto per impostare un modo diverso per gestire i processi economici, attento alle dimensioni di cui sopra anche solo per evitare che l’umanità si ritrovi, tra qualche anno, sullo stesso precipizio in cui oggi si trova. Si tratta di dare spazio ad una nuova progettualità che dovrà porre alla sua base una “nuova sintesi umanistica”. Un qualcosa che provoca e interpella le responsabilità di tutti.

86. “Caritas in Veritate”. Lo sviluppo integralmente umano è prima di tutto vocazione, prima di tutto “cura dell’altro”

Benedetto XVI nell’Enciclica “Caritas in Veritate” ripercorre e aggiorna l’idea di sviluppo presentata nella “Popolorum Progressio” di Paolo VI. Lo sviluppo integralmente umano è prima di tutto vocazione, prima di tutto “cura dell’altro”.

Secondo l’attuale Pontefice, sono diversi i termini con i quali si pone oggi il tema dello sviluppo che occorre aggiornare e porre al centro di una riflessione più adeguata ai tempi che viviamo. «Tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo».

Questo il riferimento essenziale per procedere verso qualsiasi altra riflessione in merito all’idea di sviluppo. La salvaguardia dell’intera persona, ogni sua dimensione, deve essere riconosciuta, valorizzata e difesa, pena la mancata possibilità di parlare di autentico sviluppo. È chiaro che il punto saliente riguarda la dimensione spirituale e la prospettiva della vita eterna: «Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro». Il Papa va oltre la già dotta indicazione di Papa Paolo VI, ecco quindi un primo “anticipo” di aggiornamento: lo sviluppo umano rischia di ridursi, oggi più che mai, «(…) al solo incremento dell’avere», perdendo di vista i beni più alti o quanto meno l’educazione e la sensibilità verso di essi, beni le cui radici e le cui fronde hanno solo un nome, la carità, e la cui linfa è il disinteresse.

Non basta la creazione e la fiducia nelle istituzioni, insiste Papa Benedetto XVI, per credere che esse possano conseguire l’obiettivo di “sviluppo”; l’autonomia delle istituzioni non è sufficiente per tranquillizzare la giusta aspirazione e anelito al bene comune e quindi all’autentico sviluppo umano. Le istituzioni da sole non bastano. Lo sviluppo umano integrale richiede «(…) una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato».

Nell’incontro con l’altro, se si esclude la visione trascendete che anima la fede cristiana, si vedrà sempre e solo l’altro, senza accorgersi invece che egli è sempre e prima di tutto immagine di Dio. In tal modo si vive il rapporto con l’altro nel segno dell’amore autentico, un amore che «diventa cura dell’altro e per l’altro». Il tributo che viene reso a Papa Paolo VI continua anche con altri e importanti riferimenti nello svolgersi del primo capitolo della “Caritas in Veritate”.

Infatti si sottolinea come il colto Pontefice indicò quanto la questione sociale fosse ormai diventata mondiale, questione fortemente collegata con i dinamismi tipici dello sviluppo umano, profeticamente letta tenendo conto di due direttrici: da una parte la spinta all’unificazione dell’umanità, aspetto che certamente chiama in causa tutta la portata storica e le vicissitudini più che futuribili strettamente riferiti al fenomeno della globalizzazione, dall’altra l’ideale cristiano di un’unica famiglia umana, ideale che occorre misurare con la legittima attesa che potremmo definire «la globalizzazione della fraternità e della solidarietà». Due direttrice che impongono una sintesi.

85. “Caritas in Veritate”. L’idea di sviluppo veramente umano in un mondo globalizzato

Il tema dello sviluppo umano che il Pontefice affronta al n.9 dell’Enciclica che stiamo presentando, è certamente uno dei più attuali e delicati in quanto lo scenario in cui collocarlo chiama in causa il fenomeno più importante che l’umanità sta vivendo, la globalizzazione. Si tratta di una realtà che l’umanità per la prima volta incontrato nella sua lunga storia, un evento in fondo appena all’inizio e in continuo mutamento, che non mancherà di mostrare tutti i suoi lati positivi e negativi in un immediato e prossimo futuro.

Essa interpella l’uomo, tutti gli uomini, ci costringe a porci delle domande sul nostro futuro sia come individui, che come popolo fino a coinvolgere l’intera umanità. Gli interrogativi emergono con inequivocabile chiarezza, quesiti già sul tavolo della lunga partita che l’umanità sta giocando, una partita che non si può fermare e che dalla quale non ci si può ritirare. Al suo termine dovrà emergere un nuovo equilibrio. Ecco quindi la provocazione di fondo che più o meno esplicitamente emerge dalla lettura di questa sezione del documento: quale equilibrio, quale prospettiva, quale la sfida vera e profonda che permetta all’intera umanità di progettare e costruire un futuro degno del genere umano, di tutto il genere umano? In altri termini, quale è l’idea di sviluppo umano che occorre promuovere, chiarire, sostenere in un mondo che ormai è un villaggio globale?

La pervasività e la progressività della globalizzazione, come il Papa ricorda, sollecita la Chiesa ad interrogarsi in merito al come della trasmissione e affermazione dell’amore nella verità. Sfida ardua perché, se la missione nella sostanza non cambia, l’alveo in cui esprimerla è davvero diverso: l’interconnessione stabile e duratura dei popoli del mondo, declinata da ogni punto di vista, religioso, culturale, economico, civile. Un campo nel quale la Chiesa deve oggi trovare il modo migliore per testimoniare l’amore. Ecco la sfida. Il Pontefice, come di consueto, va al cuore del problema: “Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano” (n. 9).

È chiaro che ciò che si vuole sottolineare riguarda il fatto che qualsiasi direzione l’uomo prenderà, quale che sia la problematica che la globalizzazione potrà far emergere, la valenza umana e umanizzante di tale direzione, non potrà mai essere un fatto di secondaria importanza. È il potenziale d’amore che vince il male con il bene, che “(…) apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà”. Il Papa sottolinea che conseguire obiettivi di sviluppo davvero umani, significa scegliere la ragione e la fede come guide insostituibili della carità. L’autentico sviluppo pertanto non è assicurato semplicemente dal progresso tecnico, ma da autentiche scelte d’amore, le uniche che rendono vane e “denudano” le scelte di convenienza spesso mascherate e giustificate da interessi egoisti e personali.

Scelte politiche ed economiche a misura d’uomo, nel rispetto della sua dignità e vocazione, questa l’unica indicazione che la Chiesa può e deve dare ai popoli e alle nazioni del mondo intero, perché essa non è chiamata a fornire soluzioni tecniche e/o politiche, ma a indicare i principi a cui tale soluzioni devono e possono ispirarsi. La Chiesa è cioè chiamata a proclamare la verità, senza di essa “(…) si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e orientarla” (n. 9). Una missione alla quale la Chiesa non può e non deve rinunciare e per la quale diffonde e promuove la sua dottrina sociale, luogo dove la verità è ricomposta e mediata “(…) nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli” (n. 9).

84. “Caritas in Veritate”. «Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità»

«Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Accanto al bene individuale, c’è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene». Il bene comune, operando nel tempo, prepara l’eterno.

Occorre tenere in grande considerazione il bene comune. Quest’affermazione da sempre trova spazio e voce all’interno del Magistero ecclesiale ma è, più o meno esplicitamente, richiamata e rintracciabile con incredibile frequenza e costanza nell’intera storia della Chiesa.

Papa Benedetto XVI torna quindi a ripetere con forza nell’Enciclica “Caritas in Veritate” che non c’è bene senza bene comune. Al n. 7 del documento Egli afferma: «Accanto al bene individuale, c’è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune. È il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale».

Se la giustizia e la carità, di cui abbiamo già trattato, sono davvero le scelte personali e comunitarie che un gruppo, un popolo, una nazione, intendono seguire, allora, secondo il Papa, è del tutto esigibile la pratica e la promozione del bene comune.

Il termine polis oggi è inflazionato per le innumerevoli volte che ad esso ci si richiama per spiegare e giustificare opzioni sociali e politiche, rischiando di far passare la realtà che indica come qualcosa di lontano nel tempo e difficilmente realizzabile.

Il Papa invece è semplice e chiaro quando ritorna su questo concetto: impegnarsi per il bene comune è prendersi cura e avvalersi di quelle istituzioni che «(…) strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città».

Amare il prossimo è tanto più efficace quanto più ci si adopera per un bene che corrisponde alle sue esigenze. È chiaro che stiamo parlando, utilizzando un piano declinatorio squisitamente legato al concetto di bene comune, della carità nella sua forma forse più alta, quella strettamente correlata alla costruzione della polis. Il Pontefice afferma a questo proposito che tale forma di carità istituzionale e politica non è meno qualificata di quella che permette l’incontro diretto con l’altro. Papa Benedetto XVI si spinge oltre: «Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s’inscrive in quella testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno».

Sullo sfondo in realtà si deve intravedere quella famosa e irrinunciabile Città di Dio, di agostiniana memoria, verso cui l’umanità tende, un traguardo ancora più facile da immaginare e costruire se ci si confronta con le dinamiche proprie della globalizzazione, fenomeno che rende i popoli molto vicino a sentirsi famiglia, oggi più di ieri.

83. “Caritas in Veritate”. Non si può amare l’altro senza prima di tutto esercitare la giustizia

Non si può amare l’altro senza prima di tutto esercitare la giustizia, questo uno dei principi fondamentali per la costruzione del bene comune.

Proviamo a riflettere sul rapporto tra possesso e donazione, provocatoriamente proposto dal Pontefice nella “Caritas in Veritate” quando afferma, al n. 6, «Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia».

Per quanto ogni società elabori un proprio sistema di giustizia, permane un legame tra giustizia e carità che resiste a qualsiasi interpretazione o strumentalizzazione: «(…) Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro». Questo riferimento non è solo teorico ma anche e prima di tutto operativo perché ispira l’agire e la scelta personale e comunitaria. Il povero è tale perché è privato di quanto gli spetta di diritto, quel qualcosa di cui si è appropriato l’altro, qualcuno più ricco che conduce uno stile di vita tale da consumare più di quanto effettivamente necessita. L’uomo ricco rimane anche giustificato dal sistema sociale in cui vive, perché esso rimane composto e sostenuto da regole sociali e rapporti economici che permettono di elaborare una sorta di alibi per giustificare la ricchezza e la povertà. L’uomo che ama però, afferma il Papa, è colui che conosce nel proprio intimo tutta la portata dell’ingiustizia e, se ama davvero, offre all’altro ciò che gli spetta di diritto. È un altro modo per affermare che, ciò che ho in più, il mio superfluo, è stato sottratto a qualcuno che non ha di che vivere, l’altro che il Signore mi invita ad amare. Ma non c’è amore senza giustizia. Già questa considerazione impone un “fermarsi” e riflettere circa il nostro modo di essere “buoni”.

Il Pontefice va oltre ricordando un autorevole suo predecessore: «(…) la giustizia è “inseparabile dalla carità”, intrinseca ad essa (…) perché è la prima via della carità». In questa direzione anche Papa Paolo VI aveva usato un’interessante espressione per indicare il rapporto tra carità e giustizia, quest’ultima, infatti, può essere considerata la “misura minima”, ovvero l’aspetto assolutamente irrinunciabile e proprio della carità.

La “Caritas in Veritate” offre un ulteriore passaggio utile alla riflessione comune e personale: se la carità esige la giustizia, occorre riconoscere e rispettare i legittimi diritti degli individui e dei popoli. Ciò significa calare il rapporto tra carità e giustizia all’intero di uno scenario assai più vasto del vissuto personale e intimo di ogni uomo e fedele, quello della costruzione della “città dell’uomo”.

Ecco quindi lo snodo, l’illuminata sottolineatura che compone un percorso difficilmente contestabile: la carità che nasce e vive nel cuore dell’uomo, si manifesta in modo intrinsecamente inequivocabile nel rispetto dei diritti dell’uomo stesso e quindi nell’esercizio della giustizia. In tale pratica emerge un limite che la giustizia non può varcare, quello dell’offesa, del mancato rispetto dell’altro. La logica del perdono e del dono supera la logica della giustizia ed è questo che permette di costruire la città in cui sperimentare l’incontro tra la dimensione umana e quella del divino. Perdonare in una società come quella attuale è uno scandalo, un esempio di debolezza incomprensibile, si finisce sui giornali, eppure dovrebbe essere pratica comune, ordinaria di ogni credente. Il Papa offre ancora un’altra lettura quando parla del valore teologale della giustizia: «La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre, anche nelle relazioni umane, l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo». Parole pesanti che dovrebbero fecondare le scelte civili, sociali e politiche di ogni cattolico, perché, ripetiamo, l’impegno per la giustizia nel mondo ha un valore salvifico, aspetto essenziale e irrinunciabile per ogni credente.

82. “Caritas in Veritate”. «Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni»

«Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività».

Siamo al n. 4 dell’enciclica “Caritas in Veritate” si Benedetto XVI e già le indicazioni sono dense di profonde implicazioni. Nella citazione riportata sopra si evidenzia una sorta di “degenerazione” che l’esercizio della carità rischia di correre e che in moti ambiti in realtà già sta attraversando.

Il sapere che ispira l’operatività, quindi le scelte pratiche e progettuali, è un sapere vuoto, senza anima, se non si confronta con l’autore stesso della carità, con l’amore fatto persona. Se quindi, nelle scelte personali, tale opzione rimane salvaguardata in virtù della libertà iscritta nello stato di natura proprio dell’uomo, nelle scelte collettive, comunitarie, sociali, non ultime quelle «(…) di portata universale», la carità, nel senso appena sopra descritto, rimane svuotata del senso primo e ultimo che la riguarda se non riferita prima di tutto alla Verità.

E la verità è un Dio fatto uomo che per amore ha dato se stesso, è morto, ucciso per mano di coloro che ama, gli uomini, ma è anche risorto per dare prova al mondo della possibilità che va oltre ogni ragionevolezza empirica, la vita eterna.

Papa Benedetto XVI usa tanti modi per esprimere che l’atto caritatevole non può prescindere dal legame con Dio: senza questo riferimento essa scivola nel sentimentalismo, come già ricordato nel precedente articolo, rimena relegata alle singole e ristrette relazioni umane, mortificando quel respiro ampio e universale che invece merita e per il quale Cristo stesso ha affrontato la morte.

Sono quindi, le parole del Pontefice, un fortissimo richiamo a porre Dio al centro delle scelte personali e comunitarie, un richiamo che trova la sua privilegiata espressione nell’ambito delle politiche sociali, un’indicazione sottolineata con vigore, che trova la sua congeniale contestualizzazione all’interno della Dottrina Sociale della Chiesa.

Gli uomini infatti sono «Destinatari dell’amore di Dio, (…) costituiti soggetti di carità, chiamati a farsi essi stessi strumenti della grazia, per effondere la carità di Dio e per tessere reti di carità» (n. 5). Il Papa, a proposito del legame tra carità e Dottrina Sociale, è chiarissimo: «(…) Essa è “caritas in veritate in re sociali”: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società». Si vuole sottolineare che la Dottrina Sociale della Chiesa «(…) è servizio della carità, ma nella verità. (…) Lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socio-economici che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità».

L’amore per il vero, retta coscienza e cura per la responsabilità sociale, sono le strade da percorrere con tenacia per evitare che l’agire sociale cada in balia di interessi privati e logiche di potere che conducono l’uomo verso la disgregazione sociale. In tal senso sono chiarissime le parole di denuncia del Papa e della Dottrina Sociale della Chiesa.

Gli scenari drammatici, di cui spesso ha parlato il magistero sociale della Chiesa, in mancanza di un’etica economica forte e condivisa, oggi, purtroppo, si stanno realizzando sotto gli occhi di tutto il mondo. Un’intera generazione paga gli errori dei corrotti e soprattutto degli ipocriti, che hanno gestito il potere per decenni spesso anche nascondendosi dietro gli alti ideali che la Chiesa stessa ha proposto e che poi hanno squallidamente disatteso.

Uno scenario tanto più grave tanto più se inserito in un contesto in cui la globalizzazione privilegia, e spesso si ferma, al solo aspetto economico. “Caritas in veritate” è il principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, ma, con un senso di sano realismo, occorre rilevare che parole come “edificare il bene comune”, delineano una prospettiva vuota se non si guarda alla carità ispirata dalla Verità. Il Papa indica anche i criteri dell’agire morale con cui la Dottrina Sociale si concretizza: giustizia e bene comune.

Aspetti che saranno oggetto di approfondimento la prossima settimana.

81. “Caritas in Veritate”. Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo

«Il fatale rischio dell’amore, in una cultura senza verità, è che diventi preda di opinioni e emozioni contingenti, tanto da scivolare nel sentimentalismo. L’amore diventa così un guscio vuoto da riempire arbitrariamente».

Può l’uomo vivere senza verità? Questo l’interrogativo, la provocazione, con la quale ci siamo lasciati chiudendo l’ultimo articolo, di questa rubrica, dedicato alla “Caritas in Veritate” di Papa Benedetto XVI.

Questione importante e delicata perché direttamente rivolta al senso ultimo che ciascuno attribuisce alla propria esistenza. Una domanda che quasi “brutalmente” spinge l’uomo ad una riflessione su se stesso, lo induce a riconoscersi essere pensante, consapevole della propria morte, una consapevolezza che non permette di risolvere e ridurre, il dilemma in questione, alla constatazione che egli è, semplicemente, un essere diverso, in termini evolutivi, da ogni altro essere sulla faccia terra. La complessità viene ridotta ad una differenza di tempi, una differenza evolutiva.

È chiaro che questa posizione è insostenibile, non risolve la problematica esistenziale, è un banale e squallido alibi per non pensare, non responsabilizzarsi di fronte alla questione di fondo: può l’uomo vivere senza verità? Nell’Enciclica che stiamo presentando, il rapporto tra Verità e Carità è strettissimo: la carità è una manifestazione alta e naturale dell’indole umana, il Papa stesso ricorda che è «(…) espressione autentica di umanità, (…) elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica». Il Papa non si ferma a questa considerazione. Di quale carità stiamo parlando? L’amore gratuito e la piena disponibilità verso l’altro acquista un senso e un valore pieno se compresa alla luce della fede e della ragione, per loro tramite l’uomo «(…) perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione».

Senza un riferimento ultimo la carità scivola nel sentimentalismo, non approda a quella piena libertà resa possibile solo se confrontata e interpretata alla luce della Verità. L’Enciclica ricorda che «La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale».

Fideismo e emotivismo sono aspetti da non sottovalutare se davvero l’uomo vuole maturare una posizione intellettualmente onesta, nella riflessione esistenziale che può e deve condurre, in merito all’espressione più genuina e vera che caratterizza la solidarietà tra le genti. Infatti la carità implica la dimensione comunicativa, ed è inscindibile da una tale prospettiva. La comunicazione, a sua volta, chiama in causa una soggettività che rischia di non permettere di superare condizionamenti storici e stereotipi culturali. In breve, la vera carità deve superare le barriere soggettive della cultura di appartenenza e quindi, anche se trova espressioni alte e apprezzabili, non è davvero piena se non si oggettivizza relazionandosi con ciò che rende possibile il superamento di ottiche personali. Si tratta cioè di confrontarsi con la Verità.

Ecco le parole del Papa a tal proposito: «Perché piena di verità, la carità può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valori, condivisa e comunicata. La verità, infatti, è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione. La verità, facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro di portarsi al di là delle determinazioni culturali e storiche e di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel lógos dell’amore: è, questo, l’annuncio e la testimonianza cristiana della carità». Se quanto detto viene esteso alla vita di fede la questione diventa indiscutibilmente seria, particolarmente vincolante per i cristiani: la Verità a cui occorre fare riferimento è Cristo persona, la Carità, pertanto, non può essere vera e piena senza il confronto con Lui.

Il rischio quindi è che essa alla fine potrebbe essere scambiata per «una riserva di buoni sentimenti», piuttosto che essere vissuta come la modalità perfetta con la quale incontrare Dio nell’altro, quello con la “A” maiuscola. Viceversa non «(…) ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività». Tutt’altra prospettiva quella ribadita dall’Enciclica: aderire al Cristianesimo conduce, inequivocabilmente, alla costruzione di una società buona e allo sviluppo umano integrale.

80. “Caritas in Veritate”. «La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa»

«La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità che, secondo ’insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (cfr Mt 22,36-40). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici».

Parte integrante dell’Enciclica “Caritas in Veritate” di Papa Benedetto XVI è l’introduzione che precede i sei capitoli nei quali si sviluppa il documento. In essa sono esposti i fondamentali riferimenti cui attingere per comprendere il senso dell’Enciclica e di cui, in ogni caso, nessun autentico credente potrebbe fare a meno.

I passaggi sottolineati sono pochi ma essenziali. Interessante è altresì il legame indissolubile che il Papa indica tra Verità, Carità e libertà, oppure il muto e bidirezionale rapporto tra Carità e Verità. Non sono certamente giochi di parole o eleganze stilistiche, ma aspetti sostanziali che preparano il terreno ad ulteriori e più acuti approfondimenti.

La verità è una persona, Gesù. La Carità nella Verità, ovvero inserita in un preciso orizzonte di riferimento che è la persona stessa del Figlio di Dio, è una forza propulsiva e straordinaria che sostiene il vero e pieno sviluppo dell’intera umanità, verso l’esercizio di un’autentica libertà e la conquista della felicità.

Giustizia e pace sono le coordinate di fondo di tale sviluppo e queste sono i frutti immediati e duraturi di una carità che sa attingere alla Verità. La Carità, ricorda il Papa, ha origine in Dio, esercitando quindi la carità l’uomo trova la Verità e ciò gli consente di maturare un’altra consapevolezza, il proprio progetto di vita, la “propria” verità che Dio stesso rivela all’uomo, un progetto che l’uomo può liberamente abbracciare. Ecco quindi che carità, verità e libertà sono aspetti diversi di un’unica dimensione vitale per l’uomo, la sua felicità, quella piena e vera. Così le parole del Papa: «Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (cfr Gv 8,22)» (Introduzione alla “Caritas in Veritate”).

La Carità e la Verità non abbandonano mai l’animo umano come mai cessa nell’uomo il perenne confronto con le sue povertà, i suoi limiti e le alte vette che egli stesso è in grado di concepire. Il senso e il valore della ricerca e dell’esperienza della relazione con Gesù hanno in questo confronto la propria ragion d’essere: Egli «(…) purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e ci svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi».

La carità è tutto per la Chiesa, perché Dio è carità, è tutto per l’uomo ed è tutto anche per la società in cui l’uomo vive. A maggior conferma di una tale impostazione, il Pontefice afferma che «La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. (…) dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici». Purtroppo la carità rischia di essere svuotata del suo senso autentico se non viene messa in stretto rapporto con la Verità, tanto da essere estromessa dal vissuto etico della comunità. Se quindi la Verità va cercata e trovata nell’esperienza d’amore, la carità «(…) a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità. In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale. Cosa, questa, di non poco conto oggi, in un contesto sociale e culturale che relativizza la verità, diventando spesso di essa incurante e ad essa restio». Accreditare la verità è quanto attende ogni credente. Nei contesti economici, giuridici e culturali in cui ogni credente vive e opera, esercitare la carità è il nodo fondamentale della fede in Cristo, soprattutto quando, come oggi, si dichiara l’irrilevanza della carità «(…) a interpretare e a dirigere le responsabilità morali» Ecco quindi un altro importante messaggio sul quale occorre riflettere: la carità conduce alla Verità, accompagna l’uomo verso la comprensione di se e al vivere in pienezza la sua libertà, funge anche da punto di riferimento per lo sviluppo e la comprensione delle problematiche morali che interrogano l’uomo. Può quindi vivere l’uomo senza carità ?

79. “Caritas in Veritate”. Cristianesimo e buoni sentimenti

«Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali».

La citazione riportata sopra segna uno dei passaggi più importanti del pensiero che Papa Benedetto XVI propone nella sua terza Enciclica, “Caritas in Veritate”, promulgata nel quinto anno del suo pontificato.

Inizialmente la “Caritas in Veritate” era stata concepita in vista del quarantennio della “Populorum Progressio” (1967), ma il lavoro richiese più tempo e solo due anni dopo fu terminato e consegnato alla riflessione del popolo di Dio e del mondo intero. Nonostante la posticipazione rispetto all’anniversario, indubbi emergono la continuità e il mirabile approfondimento che l’attuale Papa presenta rispetto ai temi sviluppati da Paolo VI.

Dopo un’interessante introduzione nella quale Papa Benedetto XVI ripercorre alcuni nodi concettuali essenziali e, potremmo dire, propedeutici, relativi al rapporto tra carità e verità, il documento si articola in vari capitoli, tutti preceduti da un doveroso richiamo della “Populorum Progressio”.

Il primo capitolo, coniugando sintesi e articolazione espositiva, ripropone una lettura dell’Enciclica di Paolo VI. Il secondo, terzo e quarto capitolo entrano in modo vivo e originale nei problemi che intendono affrontare: lo sviluppo umano, la fraternità, la solidarietà sociale e importanti questioni di bioetica riferite, in modo particolare, al delicato rapporto tra le legittime necessità dello sviluppo sociale, tecnico, tecnologico, e il rispetto dell’ambiente.

Questi sono gli scottanti argomenti che costituiscono il nucleo portante e indubbiamente provocatorio del documento. Tutto è sempre ricondotto ad un’unica chiave interpretativa, una lente con la quale analizzare anche le più complesse dinamiche sociali che l’uomo sperimenta: l’amore e la verità sono due facce di una stessa medaglia chiamata salvezza per l’uomo e l’intera umanità. Infatti l’amore che Dio ha manifestato e continua a manifestare all’umanità, è un’unica realtà con la verità che egli ha trasmesso in Gesù e continua a trasmettere per mezzo dello Spirito nella Chiesa.

Discorso impegnativo che però, incredibilmente, rimane semplificato alla luce della fede proprio perché ricondotto all’unica esperienza davvero appagante, l’incontro con un uomo chiamato Gesù, il figlio di Dio, l’amore e la verità piena ed assoluta.

Il futuro della famiglia umana e lo sviluppo dei popoli, interrogano e provocano il potere tecnico e tecnologico che l’uomo acquista e incrementa ogni giorno. Questa quindi la partita che occorre giocare: saper coniugare la vita dell’umanità e le esigenze che la stessa umanità impone a se stessa in termini di stili di vita e richieste di sviluppo, con le altrettante importanti e delicate questioni sollevate dal senso del rispetto ambientale, delle altre forme di vita presenti nel pianeta, dei poveri del mondo che non devono e non possono stare a guardare i pochi ricchi che godono di enormi ricchezze materiali e culturali.

Questioni sociali sempre poste all’attenzione della Dottrina Sociale ma che oggi, come non mai, sono diventate di dirompente emergenza visti i macroscopici cambiamenti economici, sociali e culturali che rapidamente l’umanità sta attraversando in angolo del globo.

Governare la complessità nel segno del rispetto dei diritti dell’uomo all’interno di un quadro storico destramente volibile, impone una chiarezza in merito alle coordinate di fondo da seguire. La risposta è forte e chiara: amore e verità.

78. “Deus caritas est”. Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi

Di fronte al dolore e alla sofferenza, i cristiani pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi.

Volgiamo l’attenzione alla parte conclusiva della “Deus Caritas est”, prima Enciclica dell’attuale Pontefice, Benedetto XVI. Questa parte del testo, offre un’interessante riflessione circa la responsabilità della Chiesa nell’azione caritativa. Il tema, presentato tenendo conto di tanti aspetti, già discussi nei precedenti articoli, trova una sua sintesi al n. 38 del documento quando viene richiamata la figura veterotestamentaria di Giobbe e in particolare gli interrogativi che egli si pone in merito alla presenza del male nel mondo e il possibile intervento di Dio. Perché Dio non interviene di fronte al dolore e la sofferenza dell’umanità? È una domanda che scuote l’animo umano, già scosso dalle prove che la vita riserva a tutti e a ciascuno. Una domanda che spontaneamente emerge nella coscienza dell’umanità di fronte alle tragedie che essa attraversa, soprattutto quelle di cui l’uomo stesso si rende responsabile.

Dove è Dio quando l’uomo soffre? Interessante la sottolineatura presentata nell’Enciclica quando ricorda che Gesù stesso soffre e Dio padre non interviene. Gesù, come ogni altro uomo, grida a Dio il suo bisogno di aiuto, grida forte la necessità di averlo vicino, dicendo «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46). L’Enciclica risponde a questa incertezza: «Spesso non ci è dato di conoscere il motivo per cui Dio trattiene il suo braccio invece di intervenire» (n. 38) come del resto non impedisce a l’uomo di chiedergli aiuto e domandargli perché non interviene. Si tratta quindi di andare oltre la propria sofferenza e affidarsi a Dio, saper guardare al di là della contingenza nella certezza di un piano d’amore che Dio stesso sta costruendo la felicità e la salvezza dell’uomo. In fondo è l’esempio di Abramo, ripreso anche dal pensiero filosofico di Kierkegaard, che torna con dirompente efficacia: come si può chiedere ad un padre di sacrificare il proprio figlio solo perché è Dio che lo chiede ? Eppure l’indicazione è evidente: superare la legge morale per immergersi nella fede in Dio.

L’unica vera domanda che ha senso tollerare in questa prospettiva è quella riportata al capitolo 6 dell’Apocalisse: «Fino a quando esiterai ancora, Signore, tu che sei santo e verace?». La risposta e semplice e illuminante, tanto da fondare lo stile di vita del cristiano e la fornisce s. Agostino: «Si comprehendis, non est Deus » – Se tu lo comprendi, allora non è Dio. La nostra protesta non vuole sfidare Dio, né insinuare la presenza in Lui di errore, debolezza o indifferenza. Per il credente non è possibile pensare che Egli sia impotente, oppure che «stia dormendo» (cfr 1 Re 18, 27). Piuttosto è vero che perfino il nostro gridare è, come sulla bocca di Gesù in croce, il modo estremo e più profondo per affermare la nostra fede nella sua sovrana potestà. I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella «bontà di Dio » e nel « suo amore per gli uomini» (Tt 3, 4). (n. 38).

Dio chiede pazienza anche di fronte all’insuccesso e alla sofferenza. La pazienza è il frutto della speranza. La fede, la speranza e la carità, sono le coordinate dell’agire umile del cristiano che confida in Dio perché Egli chiede all’uomo ciò che Egli stesso ha chiesto a se stesso: «(…) La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! In questo modo essa trasforma la nostra impazienza e i nostri dubbi nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince (…)» (n. 38).

Dio padre non ha abbandonato il suo unico figlio sofferente, Gesù stesso ha chiamato gli uomini amici, nessun uomo potrà quindi essere abbandonato da Dio. Il segreto della carità è riproposto dal Papa citando figure di santi e sante di Dio, spiegando le loro scelte e le caratteristiche essenziali del loro comportamento. L’Enciclica sottolinea in modo particolare il movimento monastico a servizio della carità, ma ancora più presenta la madre di Dio come modello eccelso di carità: «(…) la troviamo impegnata in un servizio di carità alla cugina Elisabetta, presso la quale resta “circa tre mesi” (1, 56) per assisterla nella fase terminale della gravidanza.

“Magnificat anima mea Dominum”, dice in occasione di questa visita – “L’anima mia rende grande il Signore” – (Lc 1, 46), ed esprime con ciò tutto il programma della sua vita: non mettere se stessa al centro, ma fare spazio a Dio incontrato sia nella preghiera che nel servizio al prossimo – solo allora il mondo diventa buono. Maria è grande proprio perché non vuole rendere grande se stessa, ma Dio. Ella è umile: non vuole essere nient’altro che l’ancella del Signore (cfr Lc 1, 38. 48). Ella sa di contribuire alla salvezza del mondo non compiendo una sua opera, ma solo mettendosi a piena disposizione delle iniziative di Dio. È una donna di speranza: solo perché crede alle promesse di Dio e attende la salvezza di Israele, l’angelo può venire da lei e chiamarla al servizio decisivo di queste promesse» (n. 38). Una scelta che interroga personalmente ogni credente.

77. “Deus caritas est”. Il servo inutile, icona della dimensione della donazione

Il servo inutile, icona della dimensione della donazione, consente all’uomo di riconoscere «(…) di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono» (n.35). L’attivismo non basta. «Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione». (n. 36).

l dare se stessi, partecipare l’altro di qualcosa che supera il possesso materiale, è la cifra che Papa Benedetto XVI indica come ciò a cui tendere e aspirare nell’ambito di ogni azione umana ancor più se votata a lenire le sofferenze altrui. Dare se stessi rende l’operatore umile, come l’umiltà propria di Cristo stesso visto che, come ricordato dal Papa della “Deus Caritas Est”, «(…) Cristo ha preso l’ultimo posto nel mondo – la croce – e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta».

Il Papa prosegue chiarendo bene la natura del rapporto tra ciò che si dona e ciò che si riceve, colui che dona, che aiuta, a sua volta riceve, donarsi permette di cogliere una verità profonda del nostro essere: nel donarci riceviamo a nostra volta un dono, Cristo stesso e il suo messaggio di grazia e salvezza. Così il Papa: «Quanto più uno s’adopera per gli altri, tanto più capirà e farà sua la parola di Cristo: “Siamo servi inutili” (Lc 17, 10). Egli riconosce infatti di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono» (n. 35).

Il Santo Padre entra ancora più in profondità nel commentare e delineare gli aspetti importanti e qualificanti la dinamica della donazione di sé. Interessante è il riferimento allo scoraggiamento: non bisogna abbattersi e magari fermarsi nell’opera caritatevole intrapresa, occorre liberarsi dell’idea che occorre realizzare e in prima persona il miglioramento del mondo. L’uomo invece è strumento nelle mani di Dio, accanto a tanti altri uomini che insieme, consapevoli dei propri limiti e con spirito di servizio, cooperano al meglio per ciò che il Signore indica, l’affermazione di un regno di pace e giustizia in cui il perdono e l’amore vicendevole abitino senza riserve. «È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza» (n. 35).

Altrettanto interessante è quanto l’Enciclica afferma in merito ai due atteggiamenti diametralmente opposti che potremmo esprimere di fronte alla sofferenza del mondo e la spinta che l’uomo sente dentro di sé nel tentativo di risolverla. Da una parte, secondo l’importante documento, la smisuratezza del bisogno può spingerci nell’ideologia, credendo ad una sorta di soluzione finale visto che i tentativi di eliminare l’ingiustizia nel mondo non sono mai riusciti nonostante la bimillenaria storia della Chiesa; dall’altra si può cedere alla tentazione di essere inerti perché tanto tutto è inutile. «In questa situazione il contatto vivo con Cristo è l’aiuto decisivo per restare sulla retta via: né cadere in una superbia che disprezza l’uomo e non costruisce in realtà nulla, ma piuttosto distrugge, né abbandonarsi alla rassegnazione che impedirebbe di lasciarsi guidare dall’amore e così servire l’uomo» (n. 36). Di fronte anche all’emergenza che spinge ad agire occorre quindi mai dimenticare che nulla potrà essere attuato se non preceduto, accompagnato e sostenuto dalla preghiera. «Chi prega non spreca il suo tempo, anche se la situazione ha tutte le caratteristiche dell’emergenza e sembra spingere unicamente all’azione» (n. 36).

La lotta contro la povertà non è indebolita, tutt’altro, è fortificata, da uno spirito immerso nella preghiera, perché capace di rendere ancora più efficaci e giuste le azioni da intraprendere. A questo proposito il Papa indica nella beata Teresa di Calcutta, un chiarissimo esempio di quanto appena sopra esposto. L’attivismo da solo non porta a grandi risultati, il secolarismo dimentico della preghiera estirpa le radici dello spirito di carità umano. Al numero 37 così afferma il Papa: «È venuto il momento di riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molti cristiani impegnati nel lavoro caritativo.

Ovviamente, il cristiano che prega non pretende di cambiare i piani di Dio o di correggere quanto Dio ha previsto. Egli cerca piuttosto l’incontro con il Padre di Gesù Cristo, chiedendo che Egli sia presente con il conforto del suo Spirito in lui e nella sua opera» La preghiera “vaccina” l’uomo da tanti rischi, «(…) lo salvano dalla prigionia di dottrine fanatiche e terroristiche. Un atteggiamento autenticamente religioso evita che l’uomo si eriga a giudice di Dio, accusandolo di permettere la miseria senza provar compassione per le sue creature» (n. 37).

76. “Deus caritas est”. «L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo»

«L’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona».

Riprendiamo i nostri approfondimenti dopo la pausa estiva continuando a riflettere sulle indicazioni che emergono dalla “Deus Caritas est” di Papa Benedetto XVI. Siamo giunti al nostro 78° articolo dedicato alla Dottrina Sociale della Chiesa e ricordiamo ai nostri lettori che tale rubrica tenta, al meglio, di essere fedele ai documenti che commenta individuando aspetti e temi che si crede opportuno sottolineare.

Senza quindi pretese di completezza ma con un deciso spirito attento a rilevare e valorizzare le eventuali critiche al lavoro svolto, inizia un cammino in piena continuità con quanto fatto, nel solco della dimensione di servizio che caratterizza l’operato di chi offre quanto può per la diffusione della Buona novella, di chi cerca di superare difficoltà, polemiche e problematiche che spesso fissano il nostro sguardo nel passato, non aiutando ad andare oltre il proprio orizzonte. Crediamo invece fino in fondo in quel famoso «… prendere il largo» che tanto entusiasma il popolo di Dio. Eccoci quindi a riprendere il filo della “Deus Caritas Est” e la citazione posta in apertura richiama i temi trattati.

L’accento è posto sul valore e l’interpretazione dell’azione pratica riferita alla dimensione del dono e del sollievo dell’altrui sofferenza. Discorso apparentemente semplice se ci si ferma alla già importante considerazione per cui tante persone “alleviano” il proprio senso di colpa offrendo propri beni materiali o qualche moneta ai più sfortunati. In tal caso si potrebbero approfondire questioni di carattere morale che certamente metterebbero in luce quanto siano simili gli uomini a tutte le latitudini.

Non c’è bisogno di scomodare una fede o un sistema religioso per capire le dinamiche che spingono gli uomini a fare del bene: l’empatia, la sofferenza personale, l’affermazione di sé, elementi di natura egocentrica e narcisistica nonché la ricerca di affermazione e accettazione nell’ambito del proprio contesto sociale di appartenenza sono solo alcuni degli aspetti che permetterebbero di spiegare e capire i comportamenti umani. L’Enciclica va oltre questi fattori, indica un’idea ben precisa dell’amore che vive nel cuore dell’uomo e che tutti siamo chiamati a riconoscere e incarnare. È l’incontro con Cristo Signore che anima l’unico vero modo di donarsi all’altro, non ci sono altre letture convincenti perché queste pagano il prezzo del limite della natura umana, limite invalicabile se l’uomo non è “traghettato” dallo stesso Signore Gesù.

Si tratta di condividere con il Signore il suo stesso orizzonte, donarsi personalmente e senza riserve, in questa prospettiva non importa se la “donazione materiale” è cospicua oppure è banale, perché si dona la propria umanità, tutto se stessi, questo è il limite. Cambia quindi la prospettiva e ci si inoltra nel campo apparentemente poco comprensibile che spinge una vedova a gettare nel tesoro del tempio tutto quanto possiede, ovvero pochissimi spiccioli. Questi spiccioli rappresentano la nostra umanità se confrontati con l’immensa saggezza e carità divina. L’indicazione è chiarissima: cosa conta di più, fermarsi e parlare con un povero, un debole, una persona sola, un anziano, un malato, oppure preparare per lui/lei un letto perfetto, un pasto eccezionale, magari anche un vitalizio, una stanza a cinque stelle in una meravigliosa residenza per anziani, e evitare di donare noi stessi, di condividere la nostra umanità con chi è in una situazione di sofferenza, evitando cioè «(…) un partecipargli me stesso».

Al contrario, il dono non deve umiliare , «(…) devo essere presente nel dono come persona». Dare quindi qualcosa che ci appartiene ma anche e soprattutto noi stessi. In questa direzione meriterebbe un approfondimento la tematica legata alla delicata ricerca che molti giovani fanno di persone in grado di aiutarli a crescere e scoprire se stessi e la propria vocazione. Fermarsi alle omelie è forse un po’ fermarsi all’azione pratica, sporcarsi le mani significa trovare il tempo per un accompagnamento vero e concreto, una forma di carità che oggi manca e che anche il mondo adulto affannosamente, purtroppo, richiede. Ma quali problematiche una tale “assenza” nasconde ?

75. “Deus caritas est”. La riflessione di Papa Benedetto XVI sui responsabili ecclesiali dell’agire caritatevole

«La Chiesa in quanto famiglia di Dio deve essere, oggi come ieri, un luogo di aiuto vicendevole e al contempo un luogo di disponibilità a servire anche coloro che, fuori di essa, hanno bisogno di aiuto».

L’intuizione di Papa Paolo VI relativa all’istituzione del Pontificio Consiglio Cor unum, organismo della Santa Sede responsabile per l’orientamento e il coordinamento tra le organizzazioni e le attività caritative promosse dalla Chiesa cattolica, è citato da Papa Benedetto XVI nella “Deus caritas Est” come lo strumento più importante per chiarire «(…) che il vero soggetto delle varie Organizzazioni cattoliche che svolgono un servizio di carità è la Chiesa stessa – e ciò a tutti i livelli, iniziando dalle parrocchie, attraverso le Chiese particolari, fino alla Chiesa universale» (n. 32).

Aspetto, questo, ulteriormente sottolineato dal Pontefice, quando ricorda il rito dell’Ordinazione episcopale: «(…) il vero e proprio atto di consacrazione è preceduto da alcune domande al candidato, nelle quali sono espressi gli elementi essenziali del suo ufficio e gli vengono ricordati i doveri del suo futuro ministero. In questo contesto l’ordinando promette espressamente di essere, nel nome del Signore, accogliente e misericordioso verso i poveri e verso tutti i bisognosi di conforto e di aiuto». La carità viene indicata come il dovere e il compito «(…) intrinseco della Chiesa intera e del Vescovo nella sua Diocesi» che richiama l’essenza stessa della sua missione originaria.

Potremmo dire quindi che senza carità la Chiesa sarebbe vuota, mentre senza la Chiesa la carità continuerebbe ad esistere e ad esprimersi perché riflesso dell’amore di Dio nell’uomo, qualunque uomo. La riflessione di Papa Ratzinger prosegue approfondendo il ruolo dei «collaboratori che svolgono sul piano pratico il lavoro della carità nella Chiesa». A tal proposito, per quanto già accennate nei precedenti articoli, riteniamo importante tornare su alcune questioni di fondo. L’Enciclica sottolinea immediatamente che l’amore di Cristo deve essere la spinta che muove l’agire e l’operare di queste persone “responsabili”, un amore che è entrato nel loro cuore e che in esso ha risvegliato l’amore per il prossimo. Andando oltre, si tratta di discernere il piano ideologico, spesso capace di promettere cambiamenti e rivoluzioni epocali, dalla fede che guida l’agire secondo carità. Questo discernimento è fondamentale perché in tal modo si permette, senza ambiguità, di far emergere il Cristo vivo ed efficace nelle opere della Chiesa.

Il Papa, a questo proposito, rintraccia il principio ispiratore dell’agire caritatevole al capitolo 5, versetto 14, della Seconda Lettera ai Corinzi: «L’amore del Cristo ci spinge». Una considerazione che sintetizza diversi vissuti: l’amore per Cristo e l’amore per la Chiesa, la collaborazione con il Vescovo e la diffusione dell’amore nel mondo, non vivere più per se stessi ma per gli altri, dove si rivela il volto di Dio. Un tale atteggiamento apre anche al rispetto e alla collaborazione con altre strutture che si pongono al servizio dell’uomo.

Attenzione e rispetto che però non deve mai dimenticare che «l’azione pratica resta insufficiente se in essa non si rende percepibile l’amore per l’uomo, un amore che si nutre dell’incontro con Cristo. L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona» (n. 34). Aiutare quindi nel segno della donazione che non umilia, possibilità praticabile solo se donare significa dare prima di tutto noi stessi, ciò che siamo prima di ciò che abbiamo.

74. “Deus caritas est”. Il profilo specifico dell’attività caritativa della Chiesa

Il programma del cristiano è il programma del buon Samaritano, è un cuore che vede l’uomo che ha bisogno di amore e agisce in modo conseguente. «Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore».

Quali sono gli elementi costitutivi che formano l’essenza della carità cristiana ed ecclesiale? Questa la domanda che papa Benedetto XVI pone al n. 31 dell’Enciclica “Deus caritas est”. Se infatti la solidarietà umana, che si manifesta in molteplici e svariate forme in ogni tempo e luogo, si spiega a causa del fatto «(…) che l’imperativo dell’amore del prossimo è iscritto dal Creatore nella stessa natura dell’uomo», il ruolo del cristianesimo risulta però essere determinante per risvegliare e rendere efficace questo imperativo.

La storia insegna che la forza del messaggio evangelico si espande ben oltre «(…) le frontiere della fede cristiana» e l’attività principe della Chiesa, quella caritativa, non può dissolversi nella comune organizzazione assistenziale, come se ne fosse una semplice variante, perché tale attività possiede delle connotazioni peculiari che occorre afferrare e chiarire. Il Papa si serve del modello presente nella parabola del buon Samaritano per sviluppare questo aspetto. La prima interpretazione proposta riguarda la risposta immediata che ogni uomo esprime una volta colto il bisogno nell’altro.

La fede cristiana è quindi prima di tutto semplice risposta a ciò che costituisce un’immediata necessità. In questa direzione l’Enciclica sottolinea che «Le Organizzazioni caritative della Chiesa, a cominciare da quelle della Caritas (diocesana, nazionale, internazionale), devono fare il possibile, affinché siano disponibili i relativi mezzi e soprattutto gli uomini e le donne che assumano tali compiti». Le strutture non possono però raggiungere l’obiettivo che si pongono, se accanto all’amore gratuito non viene posta la necessaria competenza professionale. Affidandosi solo alla correttezza tecnica dell’intervento si perde di vista la componente essenziale di coloro che ricevono l’intervento stesso, la loro umanità.

C’è bisogno dell’attenzione del cuore. Per questo il Papa sottolinea che «Quanti operano nelle Istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all’altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità». Si tratta di qualificare non solo la preparazione professionale ma anche la «formazione del cuore», occorre cioè condurre il sofferente e il bisognoso all’incontro con l’amore, con Dio stesso. L’ultimo e fondamentale elemento dell’attività caritativa della Chiesa riguarda il fatto che questa «(…) deve essere indipendente da partiti ed ideologie», non è infatti al servizio di ideologie o strategie mondane.

Interessante la riflessione posta nell’Enciclica in merito al marxismo. Questa filosofia afferma che le iniziative di carità indeboliscono il potenziale rivoluzionario perché si mettono a servizio del sistema stesso che genera ingiustizie facendolo passare per sopportabile, frenando, in definitiva, lo sviluppo di forze sociali tese a generare un mondo migliore. «Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione dello status quo. (…) In verità, l’umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano. Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito».

La carità non solo quindi non può aspettare ma, sottolinea il Papa, non deve neanche essere finalizzata a scopi di proselitismo, essa è amore gratuito che non può essere esercitato per raggiungere altri scopi. «(…) questo non significa che l’azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l’uomo. Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. (…) Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore».

73. “Deus caritas est”. Una nuova disponibilità a soccorrere il prossimo bisognoso

Tramite i mezzi di comunicazione di massa ogni giorno siamo resi coscienti di quanto si soffra nel mondo, nonostante i grandi progressi in campo scientifico e tecnico, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che spirituale. Questo nostro tempo richiede, dunque, una nuova disponibilità a soccorrere il prossimo bisognoso.

L’Enciclica che stiamo approfondendo si occupa del modo in cui l’amore si manifesta nelle diverse attività umane, dalle più semplici alle più complesse, con particolare riferimento alla natura e alle finalità della Chiesa anche in riferimento alle altre realtà istituzionali che caratterizzano il vivere e l’agire personale e sociale. Un aspetto centrale dell’importante documento riguarda la riflessione che il Pontefice conduce circa le strutture che, nell’attuale contesto sociale, sono indirizzate al servizio caritativo. Si tratta di un passaggio propedeutico ad un ulteriore approfondimento, quello relativo alla definizione delle strutture ecclesiali poste, anch’esse, al servizio della carità. Il Papa intende quindi anteporre le considerazioni relative al rapporto tra carità e contesto ecclesiale, con una riflessione circa l’impegno per la giustizia e per l’amore nel mondo odierno. Il primo elemento che viene preso in analisi riguarda il ruolo e l’efficacia dei mezzi di comunicazione.

A partire dalle profetiche intuizioni del Concilio Vaticano II, riprese dall’Enciclica, si sottolinea come l’enorme sviluppo e diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, abbia reso possibile la trasmissione di informazioni in modo immediato, quantitativamente e qualitativamente rilevante. Le situazioni di povertà e sofferenza possono oggi essere conosciute con crescente consapevolezza, il mondo è più piccolo da un punto di vista delle distanze, sempre più virtuali che reali, è però un mondo sempre più grande dal punto di vista della ricchezza culturale e delle possibilità di scambio di conoscenze e informazioni che possono essere realizzate tramite i mezzi di comunicazione di massa

Così il Papa: «Se questo “stare insieme” a volte suscita incomprensioni e tensioni, tuttavia, il fatto di venire, ora, in modo molto più immediato a conoscenza delle necessità degli uomini costituisce soprattutto un appello a condividerne la situazione e le difficoltà. Ogni giorno siamo resi coscienti di quanto si soffra nel mondo, nonostante i grandi progressi in campo scientifico e tecnico, a causa di una multiforme miseria, sia materiale che spirituale. Questo nostro tempo richiede, dunque, una nuova disponibilità a soccorrere il prossimo bisognoso» (n. 30). Oggi non manca quindi l’informazione, anzi, è ricca, diretta ed estremamente sviluppata. Non mancano però neanche i mezzi per intervenire nell’azione di sollievo dalla sofferenza. A questo proposito l’Enciclica è provocatoria: «(…) il presente mette a nostra disposizione innumerevoli strumenti per prestare aiuto umanitario ai fratelli bisognosi, non ultimi i moderni sistemi per la distribuzione di cibo e di vestiario, come anche per l’offerta di alloggio e di accoglienza. Superando i confini delle comunità nazionali, la sollecitudine per il prossimo tende così ad allargare i suoi orizzonti al mondo intero».

Nel segno della trasparenza e della fedeltà sono cresciute e operano le istanze ecclesiali e la piena e corretta collaborazione con quelle civili «(…) non mancherà di giovare all’efficacia del servizio caritativo». È, questo, un messaggio importante, diremmo fondamentale, al fine di favorire lo sviluppo e la promozione del bene comune, una prospettiva che non può prescindere dal «(…) sorgere e il diffondersi di diverse forme di volontariato, che si fanno carico di una molteplicità di servizi», un’esperienza che educa alla solidarietà e costituisce una scuola di vita soprattutto per i giovani. «All’anti-cultura della morte, che si esprime per esempio nella droga, si contrappone così l’amore che non cerca se stesso, ma che, proprio nella disponibilità a “perdere se stesso” per l’altro (cfr Lc 17, 33 e par.), si rivela come cultura della vita». (n. 31).

Il messaggio di Papa Benedetto XVI è chiarissimo e confortante: è importante la collaborazione tra la Chiesa Cattolica con altre Chiese e Comunità, tutti infatti «(…) siamo mossi dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi il medesimo scopo: un vero umanesimo, che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio e vuole aiutarlo a realizzare una vita conforme a questa dignità» (n. 31).