È morto Paolo Villaggio. Ma Fantozzi rimarrà sempre con noi

Non so ancora come accadde, ma fu colpo di fulmine. Era il 1980 e di Fantozzi già si parlava, ma all’epoca, giovanissimo liceale, era altro ad interessarmi. Poi una sera, in Val d’Aosta, in vacanza con i miei, d’estate, mi colpì la copertina di un libro, su una tipica banacarella stagionale: un tizio con “mutandoni ascellari”, “ranismo” (come definiva lui il ventre dilatato…), cuffia bianca e, sullo sfondo, una spiaggia con carogne, scheletri e rifiuti di ogni tipo.

Il secondo tragico Fantozzi: incuriosito, chiesi a mio padre di acquistarlo e nelle freschissime giornate valdostane, inziai la lettura. Fu folgorante, per me. Ebbe inizio un’avventura a fianco del più famoso ragioniere d’Italia che neanche la sua scomparsa potrà mai interrompere. Ridevo a crepapelle nel leggerlo e a un certo punto l’intera famiglia si chiese il perché: di lì iniziò una vacanza all’insegna della lettura a voce alta e nelle quali Mariangela, la Pina, la signorina Silvani e tutti gli altri divennero come familiari, per noi.

Da lì in poi quel linguaggio spinto al parossismo, denso di aggettivi come “clamoroso”, “rimbombante” “ripugnante” e di tanti altri termini che descrivevano a perfezione le disavventure di Fantozzi divenne il mio, il nostro linguaggio. Fantozzi fu la nostra lettura nel viaggio che nel 1982 ci portò, con me Luigi Gianfelice (oggi avvocato) e Andrea Marchetti (dirigente di banca a Milano) a Suances, in Spagna, dove ad attenderci c’era Nicola Benai, anche lui aficionados del grande Ugo.

Fantozzi pervase le nostre vite e la cosa di cui immediatamente ti accorgevi era che o lo amavi alla follia o lo odiavi nel profondo, detestandolo. E sì, perché il mitico Ugo, in fondo, era ed è in tutti noi e non a tutti piace vedere i propri limiti messi alla berlina. Il rapporto “servile” con la megaditta e i suoi dirigenti dai nomi terrificanti o buffissimi come Cobram, Balabam o, ancora, Riccardelli, Catellani, la contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare o, meglio ancora, con il megapresidente – sorta di divinità con poltrone in pelle umana ed acquario ove nuotavano i “sottoposti” – non erano altro che lo specchio irriverente dei tanti Fantozzi che popolano gli uffici d’Italia.

Le sue mitiche disavventure, quasi sempre con la regia del fido ed inarrivabile Rag. Filini “dagli occhiali civettati”, sono entrate nell’immaginario collettivo di tutti noi: la battuta di caccia («i più megalomani avevano noleggiato aerei da combattimento!»); la partita di tennis («batti!». «Ma scusi, che fa, mi da del tu?». «Ma no, ragioniere, batti, batti lei!»); la gara ciclistica (con l’irresistibile scena della “bomba”) e tanti, tantissimi altri.

Ma, su tutte, unica ed inarrivabile, la Corazzata Potemkin! In quell’episodio il genio di Villaggio racchiude quasi magicamente l’intera parabola dell’allora italiano medio, malato di calcio e vessato dal dirigente – intellettuale di sinistra cinefilo. Dinanzi al teleschermo che, con la voce di Nando Martellini, annuncia l’epica partita fra Inghilterra ed Italia, Fantozzi fa quasi tenerezza con il suo “frittatone cipollato”, la Peroni gelata e, soprattutto, con il liberatorio “rutto libero”. La telefonata di Filini, che interrompe quell’unico spicchio di paradiso ancora concesso al povero Ugo, è un vero capolavoro: «Ugo – dice la Pina – dobbiamo andare a vedere un film cecoslovacco…». Ed al «nooooo!!!» disperato del ragioniere, memorabile la risposta della moglie: «ma è con sottotitoli in tedesco!». Il crescendo rossiniano della scena, poi trasferitasi nella sala aziendale, si conclude con quell’urlo che tutti noi, almeno una volta nella vita, avremmo voluto urlare a tutti quei “Dott. Riccardelli” che ci costringevano a fare qualcosa di “ripugnante” (altro termine carissimo a Villaggio): «la corazzata Potemkin è… una cagata pazzesca!!!».

I «92 minuti di applausi… un record!», che seguirono sono l’acclamazione trionfante di quell’eroe a cui tutti noi, la nostra società, la nostra vita, deve qualcosa: Fantozzi perde sempre, ha la moglie e la figlia orribile, una vita piatta e grigia (nella quale non riesce nemmeno a festeggiare il capodanno: meravigliosa la scena del maestro d’orchestra che mette indietro le lancette nel primo Fantozzi: «Alle dieci e trenta scarse finita la cena, il maestro Canello, che aveva un altro impegno in un altro veglione, barò bassamente annunciando al microfono: Attenzione, mancano tre minuti a mezzanotte, rimettete gli orologi, preparate lo spumante!»), ma alla fine è lui a trionfare. È indistruttibile e, come altri giganti della comicità, non morirà mai.

E come soleva concludere sempre i suoi epitaffi il grandissimo Gianni Brera, non c’è saluto migliore: ti sia lieve la terra, Paolo Villaggio, in arte Fantozzi rag. Ugo.

Transformer 5 e l’ironia robotica

Lo scorso 21 giugno è uscito nelle sale italiane il quinto episodio della saga dei transformers, giganteschi robot in grado di diventare automobili e altri mezzi di trasporto: Transformers – L’ultimo cavaliere. Ricco di nuovi protagonisti e rivelazioni, il film è un episodio di transizione di una serie che prevede già un sequel nel prossimo anno.

La novità più grossolana è però la scarsa qualità della pellicola, così evidente da spingere la maggior parte dei critici ad un inesorabile giudizio negativo. Molte le leggerezze (per usare un eufemismo) su montaggio, sceneggiatura e regia. Agli appassionati balzerà subito agli occhi una totale indifferenza ai principi della fisica, oltraggiata ben oltre le consuetudini della fantascienza. Un b-movie da 217 milioni di dollari e già ripagato dagli incassi.

Un aspetto ironico del film sta nel tono parodistico che assumono le ampie citazioni da altre pellicole, soprattutto del mondo dei supereroi. Si riconoscono chiaramente alcune scene tratte da Suicidesquot e Batman vs Superman ad esempio.

Proprio questo citazionismo ci porta ad un’altra forma d’ironia che percorre il film. diversi nuovi personaggi robotici popolano quest’episodio, alcuni molto caratterizzati. Probabilmente ispirati a quelli di Star Wars, alcuni robot possiedono vizi e tic dalla sicura resa comica. C’è quello galante con l’accento francese e il maggiordomo inglese con attacchi di rabbia imprevedibili. Certamente una delle poche novità positive della pellicola.

Ma l’ironia più sottile riguarda la trama. Dopo il Codice da Vinci il pubblico è ormai abituato a chi la spara grossa. In questo caso si supera ogni limite precedente. Fin dall’inizio si scopre che dietro i poteri del leggendario mago Merlino ci sarebbero proprio dei Trasformers che, sotto forma di drago a tre teste, aiutano re Artù nella conquista dell’Inghilterra. Poi si scopre che la discendenza di Merlino comprende tutte le maggiori menti della storia dell’umanità, da Leonardo a Galileo e da Shakespeare a Einstein. L’ultima erede sarebbe una bellissima e coltissima professoressa di Oxford e grazie al suo Dna potrà salvare la terra con la magia del suo mitico predecessore.

Indecisi se giudicare la fervida immaginazione degli autori come imbarazzante ingenuità o sublime fantasia una cosa è sicura: scoprire che dietro gli ultimi 1500 anni di storia ci sarebbe la mano metallica dei robot alieni mai non può che strappare un sorriso.

Le uscite al cinema dal 20 aprile sembrano avere come filo rosso il tema della famiglia

Famiglie allo specchio: dal dramedy “Famiglia all’improvviso” al mélo “Fortunata” della coppia Castellitto-Mazzantini. Sul tema il cartoon “Baby Boss”. Il cinema ricorda l’attentato alla maratona del 2013 con “Boston”. Le indicazioni della Commissione film Cei

Le uscite al cinema dal 20 aprile sembrano avere come filo rosso il tema della famiglia, declinato tra commedia, dramma e animazione. Anzitutto il film franco-inglese “Famiglia all’improvviso. Istruzioni non incluse” (“Demain tout commence”) di Hugo Gélin, remake del film “Instruction not Included” (2013). È la storia di Samuel (Omar Sy) che si trova a confrontarsi con il ruolo inatteso di padre: deve prendersi cura della piccola Gloria (Gloria Colston), affidatagli dalla sua ex partner Kristin (Clémence Poésy). Il film combina momenti d’ironia con scene più intense – con alcune soluzioni narrative eccessive –, ponendo molte questioni importanti, in primis il ruolo di genitore. Al di là degli elementi umoristici, “Famiglia all’improvviso” si rivela complesso e problematico.
Di taglio più drammatico è “Fortunata” di Sergio Castellitto su una sceneggiatura della scrittrice Margaret Mazzantini. Uno sguardo sulla periferia di Roma attraverso la storia di Fortunata (Jasmine Trinca), una mamma separata che cerca di emergere dal grigiore della vita, per offrire una prospettiva diversa alla figlia. La coppia di autori torna con un nuovo film dopo “Non ti muovere”, “Venuto al mondo” e “Nessuno si salva da solo”. Anche qui scene di vita graffiata, ferita, dove si arranca per un posto al sole. Certamente complesso e problematico. Tra gli attori Stefano Accorsi e Alessandro Borghi.
Per un pubblico ampio è il cartone animato della Dreamworks “Baby Boss” di Tom McGrath (“Madagascar”), tratto dal racconto di Marla Frazee. È l’incontro-scontro tra un bambino di sette anni e il fratellino piccolo, che veste in doppiopetto e dal carattere autoritario.
Per ricordare l’attentato terroristico durante la Maratona di Boston, il 15 aprile 2013, arriva al cinema il film “Boston. Caccia all’uomo” (“Patriots Day”) di Peter Berg con Mark Wahlberg. Un thriller poliziesco che ricostruisce le indagini delle Forze dell’ordine subito dopo l’attentato.
È passato “Fuori Concorso” alla 73ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia il film “Planetarium” di Rebecca Zlotowski, con nel cast Natalie Portman, Lily-Rose Depp e Louis Garrel. Ambientato nella Francia anni ‘30, il film segue le vicende delle due sorelle americane Laura e Kate. Film di genere, adatto a un pubblico mirato.
Chiude la settimana delle uscite al cinema la commedia di Simona Izzo, “Lasciami per sempre”, incentrata sui legami di coppia e la difficoltà di farli durare, e il documentario “Libere” di Rossella Schillaci, sul ruolo delle donne durante la Seconda guerra mondiale; il film fotografa i primi passi del femminismo in Italia.

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

In cinema i nuovi titoli dedicati all’universo giovanile

Al cinema, tra fine marzo e inizio aprile, cinque titoli, tra italiani e americani, dedicati all’universo giovanile: “Slam”, “Non è un Paese per giovani”, “Classe Z”, “The Startup” e “17 anni (e come uscirne vivi)”. Un nuovo sguardo per un nuovo pubblico?

Cinema sui giovani e per i giovani. È questo il dato che emerge dalle uscite in sala in Italia, tra il 23 marzo e il 6 aprile. Ben cinque titoli, quattro italiani e uno hollywoodiano, raccontano vite, famiglie e relazioni di giovani tra i banchi di scuola, famiglia e prime esperienze lavorative.

La compagine più nutrita arriva dall’Italia.

Nel segno della commedia, infatti, quattro noti autori si sono confrontati con le esistenze dei ragazzi di oggi, cercando di coglierne spontaneità, linguaggio e spirito con cui si rapportano alla vita quotidiana: “Slam. Tutto per una ragazza” di Andrea Molaioli, “Non è un Paese per giovani” di Giovanni Veronesi, “Classe Z” di Guido Chiesa e “The Startup. Accendi il tuo futuro” di Alessandro D’Alatri. Dagli Stati Uniti completa il quadro “17 anni (e come uscirne vivi)” (“The Edge of Seventeen”) dell’esordiente Kelly Fremon Craig.

Quale riflessione emerge da questa strana e felice coincidenza di film?

Anzitutto va ricordato che il cinema ha sempre posto molta attenzione alla condizione dei giovani, in particolare nella dimensione scolastica e nel rapporto a casa. Basta citare alcuni titoli per comprendere la portata e la popolarità del fenomeno: “L’attimo fuggente” (“Dead Poets Society”, 1989) di Peter Weir, “La scuola” (1995) di Daniele Luchetti e “Caterina va in città” (2003) di Paolo Virzì. Un piccolo assaggio di un nutrito filone. Oltre all’esigenza sistematica di avanzare delle letture di taglio socio-culturale sulla condizione dei giovani, il cinema volge lo sguardo al popolo degli “Under” perché rappresenta di fatto lo zoccolo duro del pubblico cinematografico, quello che garantisce il box-office nazionale. Un cinema, dunque, che sente il bisogno di interrogarsi sui ragazzi, ma che ha inoltre una necessità primaria di instaurare con loro un contatto, in quanto pubblico di riferimento, per lo più incline a scegliere commedie, film di animazione, fantasy oppure horror. Ma vediamo i titoli da vicino.

“Slam. Tutto per una ragazza”
Prendendo le mosse dal romanzo “Tutto per una ragazza” di Nick Hornby, Andrea Molaioli – “La ragazza del lago” – inquadra le (dis)avventure di un gruppo di ragazzi di 16 anni. Sam (Ludovico Tersigni) e Alice (Barbara Ramella) sono due studenti che vivono una gravidanza inattesa, con entusiasmo e smarrimento sia loro che (soprattutto) dei propri genitori. Nel cast Jasmine Trinca e Luca Marinelli. Il film ricorda molto il copione di “Piuma” di Roan Johnson, passato in concorso alla Mostra di Venezia nel 2016. “Slam” si presenta come una commedia frizzante, senza essere però troppo approfondita; dialoghi interessanti, per un film complesso e con aspetti problematici.

“Non è un Paese per giovani”
Giovanni Veronesi – “Manuale d’amore”, “L’ultima ruota del carro” – non guarda ai liceali bensì ai ventenni precari con “Non è un Paese per giovani”. Il regista toscano desidera mettere a fuoco il luogo comune della “fuga dall’Italia” come unica spiaggia per sbarcare il lunario dei giovani contemporanei. Filippo Scicchitano, Giovanni Anzaldo e Sara Serraiocco sono tre ragazzi che vedono in Cuba un sogno di riscatto. L’entusiasmo iniziale deve però fare i conti con una realtà articolata e di certo difficile, che li porterà a capire che nulla è scontato. Si sorride con amarezza, in un film da considerare complesso e segnato da problematicità.

“Classe Z”
L’ispirazione del film “Classe Z” per Guido Chiesa – “Io sono con te”, “Belli di papà” – nasce dalla scoperta del portale ScuolaZoo, ma anche da un fitto dialogo con i suoi figli e con i loro amici, i quali hanno espresso di ricevere uno scarso stimolo dalla scuola. “Come padre facevo fatica a credere loro – ha dichiarato il regista – ma come cineasta mi sembrava un punto di partenza ricco di potenzialità”. E di potenzialità il film ne ha indubbiamente, perché racconta l’emarginazione di studenti ritenuti inadatti alla maturità, che si mettono in gioco grazie a un giovane docente prima bersagliato (la parodia de “L’attimo fuggente”), ma dopo amato, l’unico che crede in loro. Guido Chiesa ha curato bene dialoghi e ambientazione, tra realismo e virate comiche.

“The Startup”
Con “The Startup. Accendi il tuo futuro” Alessandro D’Alatri – “Casomai”, “Sul mare” – si confronta con il desiderio di emergere e affermarsi che hanno i giovani oggi, attraverso la vicenda di Matteo Achilli, imprenditore nel 2012 a soli 20 anni con il popolare portale Egomnia. Approfondendo la biografia dello “Zuckerberg italiano”, D’Alatri desidera mettere in luce da un lato le insidie che costellano il rapido successo per un emergente, ma dall’altro anche le enormi difficoltà per avere ascolto e credito in una società che lascia ben poco spazio ai giovani. Nel cast Andrea Arcangeli e Matilde Gioli.

“17 anni (e come uscirne vivi)”
Da Hollywood arriva “17 anni (e come uscirne vivi)” (“The Edge of Seventeen”) della regista Kelly Fremon Craig, interpretato da Hailee Steinfeld, candidata per il ruolo ai Golden Globe 2017. Il pregio dell’opera è quello di aver centrato l’irrequietezza e l’inquietudine di una giovane di 17 anni, Nadine, che si sente irrisolta e isolata dal mondo intorno, dalla famiglia ai compagni di scuola. Si passa da slanci di pessimismo, dai pensieri più estremi, alla voglia di sorridere ed essere compresi. Centrale nel film è il ruolo del professore Bruner (Woody Harrelson), l’unico che mostra attenzione verso la ragazza e che saprà offrile parole di conforto e di tenerezza. “17 anni (e come uscirne vivi)” si muove tra amarezza e speranza, regalando una visione positiva.

(testo di Massimo Giraldi e Sergio Perugini)

Cinema:« In sala dal 13 aprile»

Due commedie italiane sui rapporti di coppia, “Moglie e marito” e “Lasciati andare”. Dalla Francia la trasposizione del romanzo di Milena Agus “Mal di pietre”. Torna poi l’action “Fast & Furious 8”. Le indicazioni della Commissione film Cei

Il cinema italiano indaga ancora una volta i rapporti di coppia, la vita matrimoniale colta in un momento di impasse. Il tutto con il registro della commedia. Primo titolo è “Moglie e marito” di Simone Godano, regista al primo lungometraggio che coinvolge nel progetto due attori di primo piano, Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak.

Andrea e Sofia sono sposati da dieci anni e il loro legame è in una fase di stallo; a seguito di un esperimento scientifico, portato avanti da Andrea, i due si scambieranno di ruolo: saranno l’uno nel corpo dell’altra. Da un espediente narrativo già visto ampiamente nel cinema hollywoodiano, una commedia sorretta soprattutto sulla prova attoriale dei due protagonisti, impegnati a offrire un ventaglio ampio di sfumature caratteriali.

Il film è scritto da Giulia Steigerwalt e Carmen Danza, mentre tra i produttori figura il regista Matteo Rovere (“Veloce come il vento”).
Sorretto anche qui da un cast di livello, in particolare Toni Servillo, è il film “Lasciati andare” di Francesco Amato, commedia scritta dal regista insieme a Francesco Bruni e Davide Lantieri.

Protagonista è lo psicanalista Elia (Servillo), un uomo di cinquant’anni con un matrimonio alla deriva con Giovanna (Carla Signoris), il quale trascorre un’esistenza distaccata dalla vita e dai rapporti. Elia cerca di rimettersi in gioco grazie alla personal trainer Claudia (Verónica Echegui) e questo sarà l’inizio di imprevisti e sorprese, non privi certo di umorismo.
È invece un mélo “Mal di pietre” (“Mal de pierres”) di Nicole Garcia, che porta sullo schermo l’omonimo romanzo della scrittrice italiana Milena Agus, presentato in anteprima al 69° Festival di Cannes. Mutando lo scenario del romanzo dalla Sardegna alla Francia del Sud, la regista Garcia compone un ritratto di una donna libera e pronta a tutto per sperimentare l’amore vero. Protagonista una sempre efficace Marion Cotillard.
Ha vinto l’Orso d’argento al 66° Festival di Berlino nel 2016 “Le cose che verranno” (“L’avenir”) di Mia Hansen-Løve. È la storia di una insegnante di filosofia delle scuole superiori, Nathalie (una significativa Isabelle Huppert), un tempo animata da idee politiche solide e rivoluzionarie, ora moglie e madre che si trova a fare un bilancio della propria esistenza dinanzi alla confessione del tradimento del marito.

Una narrazione lineare, senza troppi scossoni, che punta a scavare nelle dinamiche del quotidiano e nella dimensione psicologica della protagonista.
Inseguimenti adrenalinici per il nuovo “Fast & Furious”, che giunge all’8° capitolo della saga capitanata da Vin Diesel. C’è un nuovo regista al timone, F. Gary Gray (“The Italian Job”). Film per gli amanti del genere.

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

In sala dal 6 aprile

Giovani e mondo del lavoro con “The Startup” di Alessandro D’Alatri, mentre Aki Kaurismäki propone una fiaba sociale. Inoltre, per gli amanti di cartoon e fantasy “I Puffi” e “Power Rangers”. Le indicazioni della Commissione film Cei

Prosegue la riflessione del cinema italiano sul mondo giovanile, tra storie di adolescenti in crisi e ragazzi che si affacciano alla vita adulta, con le prime esperienze professionali. Dopo i film di Guido Chiesa (“Classe Z”), Andrea Molaioli (“Slam”) e Giovanni Veronesi (“Non è un Paese per giovani”), ecco al cinema dal 6 aprile “The Startup. Accendi il tuo futuro” che segna il ritorno di Alessandro D’Alatri. Il regista romano, noto al grande pubblico per memorabili spot pubblicitari (es. “Lavazza Paradiso”) e film come “I Giardini dell’Eden”, “Casomai”, torna a raccontare storie di disagio giovanile dinanzi a un mondo del lavoro complesso e respingente. Ispirandosi alla vicenda di Matteo Achilli, imprenditore classe 1992 che nel 2012 ha fondato Egomnia, portale per cercare lavoro. È stato definito il “Mark Zuckerberg italiano” e D’Alatri si inserisce nelle pieghe della sua biografia, allargando lo sguardo sul mondo del lavoro oggi. Scritto con Francesco Arlanch, nel cast Andrea Arcangeli e Matilde Gioli.
Altre due proposte dal cinema italiano. Anzitutto la commedia con tinte noir “Piccoli crimini coniugali” diretta da Alex Infascelli con due soli protagonisti, Sergio Castellitto e Margherita Buy. Un confronto serrato di coppia senza esclusione di colpi, che evoca “Scene da un matrimonio” di Bergman e “La guerra dei Roses” di DeVito. Un humor più leggero è alla base del film “Ovunque Tu Sarai” dell’esordiente Roberto Capucci con Ricky Memphis, Francesco Montanari e Ariadna Romero. Storia di amicizia e formazione di quattro tifosi della AS Roma in trasferta a Madrid.
In sala il cinema d’autore firmato da Aki Kaurismäki, “L’altro volto della speranza”, Orso d’argento al Festival di Berlino 2017. Come in “Miracolo a Le Havre” (2011), il regista finlandese usa la commedia dai contorni favolistici per fotografare la dimensione sociale europea. Film sull’incontro e l’accoglienza. Da vedere, per tutti.
Per i più giovani, tre differenti proposte: per famiglie l’animazione “I Puffi: Viaggio nella foresta segreta”, nuova trasposizione dei mitici personaggi blu nati dalla matita di Peyo, già protagonisti di serie tv e film; per gli amanti dei fantasy, una storia sempre ispirata al mondo dell’animazione “Power Rangers”, difensori della sicurezza in chiave hollywoodiana. Chiude “Underworld. Blood Wars”, film per amanti dell’horror d’azione tratto dal mondo del fumetto con l’immancabile Kate Beckinsale.
La proposta della settimana si chiude con il film “The Zookeeper’s Wife” della regista australiana Niki Caro con Jessica Chastain, tratto dal romanzo di Diane Ackerman. Storia di coraggio e speranza sullo sfondo drammatico della Shoah.

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

In sala dal 30 marzo

L’esplorazione del mondo degli adolescenti con “Slam, Classe Z” e “17 anni”. Non mancano poi le uscite per i più piccoli come “La tartaruga rossa” o i thriller per adulti. Le indicazioni della Commissione film Ceivvvv

Il cinema italiano torna sui banchi di scuola, per indagare le vite degli adolescenti prossimi alla soglia della maggiore età, tra tempeste sentimentali e incertezze sul domani. Dal 30 marzo in sala “Classe Z” di Guido Chiesa, autore capace di passare agevolmente da film storico-religiosi come “Io sono con te” o di impegno civile come “Il partigiano Johnny” a opere più leggere come “Belli di papà”. “Classe Z” racconta le vicende di studenti di un liceo scientifico che vengono riuniti in una classe speciale, l’anticamera della bocciatura. Sarà l’incontro con un giovane professore di Lettere ad attivare un cambiamento con lo studio. Chiesa ironizza su alcuni topos cinematografici come “L’attimo fuggente” (1989), muovendosi però con una comicità che aderisce ai modelli socio-culturali della gioventù di oggi.
Già in sala dal 23 marzo “Slam. Tutto per una ragazza” di Andrea Molaioli, che si muove sullo stesso tracciato, ovvero il racconto di giovani studenti con le prime sfide da adulti. Qui il tema centrale è la responsabilità dinanzi a una gravidanza inattesa (evidente il richiamo a “Piuma” di Roan Johnson).
La vita dei giovani è raccontata anche da Hollywood con “17 anni (e come uscirne vivi)” (“The Edge of Seventeen”) dell’esordiente Kelly Fremon Craig con Hailee Steinfeld nel ruolo della protagonista. È la storia di Nadine studentessa che è nel pieno di una crisi esistenziale, tra dubbi sul futuro, amicizie incerte e amori non maturi. Una commedia intrisa di amarezza, con una protagonista Nadine che incede con difficoltà nel vivere, scivolando spesso in errori e smarrimenti. Il film però tiene aperta sempre la speranza di riscatto.
Per le famiglie vale la pena ricordare l’uscita evento dal 27 marzo del cartoon “La tartaruga rossa” (“La tortue rouge”) di Michael Dudok de Wit, Premio speciale sezione “Un certain regard” al 69. Festival di Cannes. Una produzione franco-belga con lo Studio Ghibli, “La tartaruga rossa” è il racconto di un uomo che vive su un’isola deserta, il suo percorso di sopravvivenza, la possibilità di formare una famiglia e lo sguardo sul domani.
Due commedie di taglio sociale: l’italiano “La verità, vi spiego, sull’amore” di Max Croci con Ambra Angiolini e il tedesco “The Most Beautiful Day. Il giorno più bello” (“Der geilste Tag”) di Florian David Fitz.
Si cambia, poi, genere con “Il permesso. 48 ore fuori” di Claudio Amendola con Luca Argentero in un film dai toni cupi e desolati. Chiude questa carrellata il thriller spagnolo “La vendetta di un uomo tranquillo” (“Tarde para la ira”) di Raúl Arévalo, sezione Orizzonti a Venezia73.

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

Le novità dal 16 al 23 marzo

Indicazioni sulle uscite in sala della Commissione film CEI. Dalla fiaba Disney alla commedia sociale, senza dimenticare il mélo e il doc musicale.Proposte per tutti

Tante le novità cinematografiche di marzo 2017. Da giovedì 16 il titolo più atteso è “La Bella e la Bestia” (“Beauty and the Beast”) di Bill Condon, nuova versione della fiaba di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Dopo il successo animato del 1991, la Disney rilegge la storia di Belle (Emma Watson) e del suo incontro con il principe tramutato in Bestia (Dan Stevens) da una maledizione. La nuova versione mantiene la magia del cartoon, con musiche trascinanti, suggestivi gli effetti speciali e una ricca messa in scena. Nel cast: Luke Evans, Kevin Kline, Ewan McGregor ed Emma Thompson.
Si tratta di un mélo il film “Loving” di Jeff Nichols, passato con successo al Festival di Cannes 2016. Racconta la vicenda (vera) di due giovani innamorati nella Virginia (USA) degli anni ‘50. Lui è Richard (Joel Edgerton), un uomo bianco che sposa l’afroamericana Mildred (Ruth Negga), sfidando il Racial Integrity Act del 1924, che nega i matrimoni misti. Film di sentimenti e di denuncia. Da non tralasciare.
“Un tirchio quasi perfetto” (“Radin!”, 2015) è la commedia francese diretta da Fred Cavayé, che vede nel cast il popolare Dany Boon. Si riflette con ironia sugli eccessi di un uomo chiuso in se stesso, maniacale nello spendere il denaro. Si ride, ma con amarezza.
Un thriller di non poca violenza è invece “John Wick. Capitolo 2” (“John Wick: Chapter 2”) di Chad Stahelski, che giunge dopo il successo del primo episodio nel 2014, la storia dello spietato killer interpretato da Keanu Reeves. Dal 20 marzo, poi, con un’uscita evento, arriva il documentario “Pino Daniele. Il tempo resterà” di Giorgio Verdelli sul cantautore napoletano scomparso nel 2015.
Dal 23 marzo si segnalano tra le uscite due titoli sui giovani alle prese con le sfide del domani: “Non è un paese per giovani” di Giovanni Veronesi e “Slam. Tutto per una ragazza” di Andrea Molaioli. Il primo, ambientato a Cuba con protagonisti Filippo Scicchitano e Sara Serraiocco, inquadra l’incertezza del futuro di ragazzi maggiorenni partiti per l’isola caraibica per far fortuna. Riflessione e critica sociale, senza troppo approfondimento. “Slam”, invece, richiama il recente “Piuma” di Roan Johnson ed è la storia di due giovani liceali che scoprono di aspettare un bambino, con grande smarrimento dei propri genitori. Nel film ci sono Jasmine Trinca e Luca Marinelli.
È, al contrario, un thriller duro e disturbante “Elle”, diretto da Paul Verhoeven (“Basic Instinct”) e interpretato dalla sempre brava Isabelle Huppert, in candidata agli Oscar 2017. Per adulti. Chiude la proposta la commedia franco-marocchina “In viaggio con Jacqueline” (“La vache”) di Mohamed Hamidi, con Lambert Wilson e Fatsah Bouyahmed: il viaggio del contadino algerino Fatah, che parte dal suo Paese con la mucca Jacqueline alla volta di Parigi, per il Salone dell’Agricoltura. Umorismo frizzante e leggero.

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

Le donne e “Il diritto di contare”

Ispirato alla storia vera di Katherine Johnson, matematica afroamericana che insieme ad altre scienziate contribuì negli Usa anni ’50 alle prime missioni spaziali della Nasa, infrangendo il tabù donne-lavoro e soprattutto il pregiudizio razziale

Si è parlato molto negli ultimi mesi di Hidden Figures, che in Italia esce con il titolo Il dirittodi contare, firmato dal regista Theodore “Ted” Melfi. Il film si è imposto all’attenzione degli USA e nel panorama internazionale, ottenendo nomination ai Golden Globe e agli Academy Awards 2017, perché ha riportato alla ribalta una vicenda emblematica, la storia vera della scienziata afroamericana Katherine Johnson che insieme ad altre due colleghe si affermarono nell’America del dopoguerra nel campo della ricerca alla NASA, tra pressioni e forti pregiudizi, perché donne e per di più nere. Katherine Johnson è tuttora vivente, oggi novantottenne, celebrata anche alla cerimonia degli 89. Premi Oscar, presente per accompagnare il film che esce ora in Italia in concomitanza con l’8 marzo, Festa della donna.

Tre donne alla conquista della Nasa. Ispirato dunque a una vicenda vera, il film Il diritto di contare (Hidden Figures) prende le mosse dal libro omonimo di Margot Lee Shetterly (in Italia edito da HarperCollins). Siamo negli Stati Uniti d’America all’inizio degli anni Cinquanta, la Nasa – all’epoca denominata Naca, National Advisory Committee for Aeronautics – accetta di assumere anche scienziati donne, comprese le donne di colore. Così tre giovani donne afroamericane iniziano le attività di ricerca: Katherine G. Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe). Il lavoro si rivela da subito complesso, non solamente per i ritmi quotidiani, ma in particolare per la continua tensione che regna negli uffici. L’ambiente è prettamente maschile, per lo più sono uomini bianchi, pertanto le tre giovani professioniste di colore vengono viste con sospetto e poca simpatia. A questo si aggiunge il clima di intolleranza razziale del periodo, esplicitato anche dalla differenza dei bagni, divisi non solo per sesso (uomini-donne), ma anche per colore della pelle (bianchi-neri). A capo della struttura troviamo Al Harrison (Kevin Costner), che mantiene una posizione di scetticismo se non di pura ostilità verso le ragazze. Quando però inizierà a capire il valore professionale delle tre donne, abbandonerà progressivamente ogni reticenza, aiutandole a riscattarsi.
Al suo secondo lungometraggio – nel 2014 aveva diretto St. Vincent –, Ted Melfi porta sullo schermo, con il genere della commedia, uno spaccato sociale degli Stati Uniti anni Cinquanta e Sessanta, mostrando nello specifico il ruolo della donna nella società. Melfi evidenzia le insidie che venivano riservate alle donne, soprattutto se nere, costruendo anche un trascinante racconto di affermazione sia professionale che personale. Atmosfera e battute vivaci che danno ritmo al film, opera che si rivela un prodotto del tutto godibile. Sono da evidenziare delle ingenuità e delle semplificazioni, che rischiano di danneggiare l’approfondimento del film, di renderlo un po’ prevedibile e convenzionale. La storia però tiene, grazie all’ottimo lavoro degli attori, delle tre protagoniste Octavia Spencer (Premio Oscar per The Help), Taraji P. Henson e Janelle Monáe, nonché il sempre bravo Kevin Costener. Nel complesso il film è adatto a un pubblico ampio, certamente familiare, una buona proposta anche per la Festa della donna, uscendo l’8 marzo in sala, capace di mostrare il valore e il coraggio delle donne che hanno fatto la Storia, superando tabù e resistenze sociali. Una proposta utile alla comunità tutta. Dal punto di vista pastorale, è da valutare come consigliabile e problematico.

Ritratti di donne esemplari sul grande schermo. Il diritto di contare di Ted Melfi è solo l’ultimo titolo di un ricca proposta cinematografica sulla figura della donna, nello specifico su ritratti di vita reale. Da recuperare, anche come approfondimento legato alla Festa della donna, sono i biopic Joy (205) di David O. Russell, sulla storia di Joy Mangano inventrice del Miracle Mop oppure Woman in Gold (2015) di Simon Curtis, la straordinaria vicenda di Maria Altman, ebrea austriaca, che ha lottato per veder riconosciuta la memoria della propria famiglia durante il nazifascismo. Ancora, Suffragette (2015) di Sarah Gavron eTracks. Attraverso il deserto (2013) di John Curran, la grande avventura geografica-esistenziale di Robyn Devidson. Ultimo, Marie Heurtin: Dal buio alla luce (2014) di Jean-Pierre Améris, dove troviamo la figura di Suor Marguerite (Isabelle Carré), capace di aiutare una giovane sorda e cieca, Marie Heurtin, nella Francia di fine Ottocento, quando nessuno credeva possibile trovare una forma di contatto con la ragazza.

Massimo Giraldi

“Barriere” di Denzel Washington: un racconto di asciutto realismo

Dopo il successo a teatro, Denzel Washington e Viola Davis portano al cinema il dramma Premio Pulitzer di August Wilson “Fences”, in Italia “Barriere”, film che è stato tra i protagonisti della notte degli Oscar

Con Barriere (“Fences”) Denzel Washington firma la sua terza regia cinematografica, che lo ha portato a concorrere agli Academy Awards 2017 con quattro nomination, tra cui miglior film, miglior attore e miglior attrice non protagonista Viola Davis (che quasi certamente si aggiudicherà l’ambita statuetta). L’opera è frutto di un sodalizio artistico già collaudato tra Washington e la Davis, che hanno interpretato il testo nel 2010 a Broadway, vincendo anche il Tony Award, massimo riconoscimento teatrale. L’opera “Fences” – da noi tradotta con il titolo “Barriere” – è un lavoro del drammaturgo August Wilson nel 1983, insignito del Premio Pulitzer.

Una storia familiare tra cicatrici e rimpianti

Siamo a Pittsburgh negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Troy (Denzel Washington) è un netturbino sposato con Rose (Viola Davis); la coppia ha due figli, Cory (Jovan Adepo) e Lyons (Russell Hornsby). Troy conduce la sua esistenza in maniera ritirata, proteggendosi dal ricordo di un passato giovanile in cui si è messo in gioco nello sport, con il desiderio di diventare un campione di baseball. La quotidianità vacilla quando il figlio Cory gli rivela il desiderio di voler abbandonare il lavoro per inseguire il sogno di una carriera nello sport. Una storia che sembra ripetersi, per Troy, che non vede altro che sofferenza e nuove delusioni. Pertanto si oppone con ogni mezzo alla scelta del figlio, avviando una serie di pesanti contrasti nel tessuto familiare. La situazione degenera quando Troy confessa alla moglie Rose di avere un’altra relazione, da cui nascerà presto un figlio.
Se Ingmar Bergman ha esplorato le crepe di una relazione destinata allo smarrimento con “Scene da un matrimonio” (“Scener ur ett äktenskap”, 1973), qui Denzel Washington muovendosi sul tracciato dell’opera di August Wilson affronta il contesto socioculturale di una famiglia afroamericana nell’America degli anni Cinquanta, un Paese ancora incapace di offrire uguaglianza e parità di diritti ai cittadini. Troy si sente un subalterno, un emarginato sociale, cui è stato impedito un sogno in gioventù, l’affermazione sportiva. È amareggiato e trova un modo di condurre la propria esistenza in maniera tranquilla, senza sporcarsi con la vita. Si tiene ai margini e così facendo, però, “avvelena l’acqua” della propria casa, minando il rapporto con i figli e con la moglie, l’unica capace di capirlo e di stargli accanto.
E sarà proprio la moglie Rose a subire il colpo più duro, il tradimento e le conseguenze del gesto. È una storia che tocca anche le note della misericordia, soprattutto nella prospettiva di Rose, che accetta di accogliere la figlia di Troy, avuta da un’altra donna, di crescerla nella sua casa, non trovando però il coraggio di perdonare il marito.

Un racconto di asciutto realismo

Convince lo stile narrativo di Denzel Washington, che ricostruisce con realismo e attenzione il contesto politico, sociale e culturale statunitense dell’immediato dopoguerra. La sua regia è salda, in un mélo che potrebbe sfuggire al controllo, virando nel sentimentalismo più facile, ma invece mantiene un equilibrio tra realismo e denuncia. Da sottolineare soprattutto le interpretazioni dei due protagonisti, Denzel Washington e Viola Davis, che offrono una prova attoriale di alto spessore, costituendo in parte l’elemento sui cui poggia con efficacia il film. Un’opera adatta certamente per dibattitti, per capire l’America degli anni Cinquanta in cui per le famiglie afroamericane non si prospettava alcuna possibilità di emergere dalle periferie della società.

(di Massimo Giraldi)

 

Oscar 2017: il miglior film è “Moonlight”. Tutti i premi assegnati dall’Academy

Oscar miglior film 2017 per l’Academy è “Moonlight” di Adele Romanski, Dede Gardner e Jeremy Kleiner. Colpo di scena finale, per un errore di lettura sul palco Warren Beatty annuncia la vittoria di “La la Lan”, poi si scusa. Il vincitore è dunque il film “Moonlight” sul dramma afroamericano diretto da Barry Jenkins.
A “La la Land” va il premio per la miglior regia di Damien Chazelle, il più giovane regista di sempre a vincere all’età di 32 anni (classe 1985). In totale 6 Oscar su 14 nomination.
Niente da fare per Gianfranco Rosi e il suo “Fuocoammare”, il premio per il miglior documentario va al film “OJ: Made in America” sul caso OJ Simpson.
L’Italia è però sul podio, ha alzato la statuetta, per il miglior trucco del film “Suicide Squad”, ovvero Alessandro Bertolazzi, Giorgio Gregorini e Christophere Nelson. Bertolazzi ha detto: “Ho aspettato 50 anni per questo. Sono italiano, pertanto sono un immigrato, dunque lo dedico a tutti gli immigrati”.
Veniamo a tutti i premi Oscar della serata.
Miglior attrice protagonista è Emma Stone in “La la Land”, invece la statuetta per il miglior attore è andata a Casey Affleck “Manchester by the Sea”. Miglior attrice non protagonista Viola Davis per “Barriere” (“Fences”), attore non protagonista dell’anno è Mahershala Ali per “Moonlight”.
Miglior film straniero l’iraniano “Il cliente” (“The Salesman”) di Asghar Farhadi. Il regista non si è presentato sul palco, ma ha mandato un messaggio contro la legge voluta dal presidente Trump che vieta l’accesso ai migranti dai Paesi sulla “black list”. “Non servono divisioni – ha detto il regista – non serve dividere tra noi e loro. Il cinema deve unire”.
La sceneggiatura originale è del film “Manchester by the Sea” scritta da Kenneth Lonergan, opera di cui è anche regista. La miglior sceneggiatura non originale è di Barry Jenkins per il film “Moonlight”, sulla storia di Tarell Alvin McCraney.
Miglior costume a Coleenn Atwood per il film “Animali fantastici, dove trovarli”, premio per la scenografia “La la Land”. Miglior fotografia a Linus Sandgren per “La la Land”, il montaggio è quello di John Gilbert per il film “Hacksaw Ride”, mentre gli effetti speciali sono del film “Il libro della giungla” (“The Jungle Book”).
La miglior colonna sonora è quella di “La la Land” composta da Justin Hurwitz. La miglior canzone è “City of Stars” sempre di Hurwitz e testo di Benj Pasek e Justin Paul per “La la Land”. Invece, il premio per il sonoro va a “La battaglia di Hacksow Ridge” (“Hacksow Ridge”) e il montaggio sonoro ad “Arrival”.
Miglior film di animazione “Zootropolis” (“Zootropia”) della Disney, mentre il corto animato è “Piper” della Pixar (dunque sempre Disney). Premio per il cortometraggio documentario “The White Helmets”, mentre miglior corto live action è “Sing”.

Campioni al box office. “Split” diretto da M. Night Shyamalan e di “La La Land”, opera seconda del giovane Damien Chazelle

Due film si contendono gli incassi del box office cinematografico italiano (così come era successo con quello americano): si tratta di “Split” diretto da M. Night Shyamalan e di “La La Land”, opera seconda del giovane Damien Chazelle. Sono due pellicole americane ad alto budget, riconducibili a generi precisi (il thriller psicologico la prima e il musical la seconda) e inserite nella produzione mainstrean dei grandi studios. Le somiglianze, però, finiscono qui. I due film, infatti, sono all’opposto per quel che riguarda il tema trattato e soprattutto la filosofia di fondo che li attraversa.

Se l’opera di Shyamalan è, infatti, il ritratto di un pazzo schizofrenico, della sua mente frammentata, della violenza che lo caratterizza, “La La Land” è il tuffo in un mondo incantato dove i sogni e l’amore sono ancora possibili e dove non può accadere nulla di brutto. Com’è possibile che un film totalmente nichilista, dunque, ed uno, all’opposto, totalmente ottimista e pieno di speranza convivano nello stesso box-office? Siamo di fronte ad uno “sdoppiamento” di personalità del pubblico italiano, attratto da cose che sono agli antipodi? A noi, in realtà pare che questa suddivisione, che a prima vista potrebbe sembrare schizofrenica, risponda perfettamente a quella condizione di instabilità emotiva che caratterizza l’uomo nella società contemporanea e che il compianto Zygmunt Bauman aveva affrontato a fondo nei suoi studi sulla società liquida.

Il sociologo polacco, infatti, nella sua analisi della società postmoderna, definita fluida perché ormai priva di ogni elemento di certezza e di sicurezza, affermava che gli individui si muovono ormai tra picchi emotivi continui nella vita i tutti di giorni: intensità ora positive e ora negative definiscono il suo modo di porsi nella realtà, momenti in cui a prevalere è l’euforia e momenti in cui a prevalere è il più nero pessimismo. Questa duplicità della condizione della soggettività postmoderna ben si sposa con il discorso che stiamo portando avanti: “Split” e “La La Land” rappresentano i due estremi delle oscillazioni entro le quali si muove il soggetto nella liquidità che lo circonda. Da una parte una pellicola che esalta il relativismo dell’identità (il protagonista di “Split” ne ha ben 23), del pensiero, delle azioni e in cui a vincere su tutto è la brutalità, la violenza, l’assenza di un significato veritiero in mezzo a questa rifrazione continua. Dall’altra, un film che, come ogni buon musical che si rispetti, appartiene al mondo del sogno, dell’ideale, del “giusto”. In cui, in iridescenti colori al Technicolor, tra musiche e balli, a trionfare è la speranza, il successo, l’amore. Da una parte, dunque, l’enfasi sul nichilismo contemporaneo, dall’altra l’affermazione della necessità di tornare a credere in qualche verità, in qualche punto fermo, in qualche valore.

Dunque, nessuna sorpresa se a dividersi il box-office sono due titoli così differenti e ai poli estremi: insieme rispondono alle esigenze di noi soggetti postmoderni divisi fra rassegnazione rispetto ad un caotico, violento, presente e fra desiderio di valori con cui dare di nuovo un vero senso alle nostre esistenze.

Viaggio interiore con “Arrival”, pellicola del regista canadese Denis Villeneuve

Dal 1977 il genere della fantascienza è stato declinato per lo più secondo i canoni estetici, narrativi e tematici dei due grandi Blockbuster di quell’anno: “Stars war” di George Lucas e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg. Secondo, cioè, la concezione di un cinema dall’alto budget, in cui gli effetti speciali hanno un ruolo preminente e che vuole essere soprattutto un racconto spettacolare e di grande intrattenimento. Un cinema che non disdegna, certo, di porsi delle domande ma che essenzialmente vuole far entrare lo spettatore in una montagna russa di effetti speciali, luci, colori e musiche e fargli vivere un’esperienza vibrante e coinvolgente, totalmente immersiva. La fantascienza, dunque, è diventato il genere per eccellenza dello stupore e della meraviglia visiva e sonora. Alcuni registi, però, non hanno dimenticato che la fantascienza, fin dalla letteratura, è il genere perfetto per riflettere anche su temi essenziali che riguardano l’umanità, la sua natura, il suo destino. Un genere che ci porta nel Mistero della vita e del mondo che ci circonda, che sonda in profondità la nostra anima. Dunque il racconto di fantascienza non è semplicemente il racconto di un viaggio esteriore nello spazio o dallo spazio sulla terra, bensì è il racconto di un viaggio interiore che va alle radici della nostra essenza. Di tutto questo deve essersi ricordato il regista canadese Denis Villeneuve quando ha deciso di girare il suo “Arrival”. Un film, candidato a ben 8 Oscar (un successo mai raggiunto per una pellicola di fantascienza), che, a prima vista, potrebbe sembrare vicino a “Incontri ravvicinati” (anche qui abbiamo un contatto fra alieni e umani), ma che in realtà si distacca totalmente da quel modello spielberghiano, per proporci la storia di un viaggio soprattutto interiore.

Lousie Banks, linguista di fama mondiale, è madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Ma quello che crede la fine è invece un inizio. L’inizio di una storia straordinaria. Nel mondo galleggiano dodici navi aliene in attesa di contatto. Eccellenza in materia, Louise è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite e “interrogare” gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l’incarico si rivela molto presto complesso e Louise dovrà trovare un alfabeto comune per costruire un dialogo con l’altro. Il mondo fuori intanto impazzisce e le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno.
Il film disattende le attese dello spettatore: non procede, infatti, sulla base di scene d’azione o di effetti speciali, entrambi sono quasi banditi, ma segue, lentamente, il percorso della protagonista alla ricerca della definizione di una lingua comune per poter comunicare con l’Altro. E nel cercare questa lingua, naturalmente, la donna compie un percorso di conoscenza non solo dell’Altro ma anche e soprattutto di sé. Uno scavo interiore alla radice della propria essenza umana. Villeneuve ci propone un trattato filosofico sul linguaggio come forma che plasma il nostro modo di essere e di vivere e percepire il mondo, più che la storia di un’invasione aliena dove c’è da capire se gli extra-terrestri sono venuti per ucciderci o per aiutarci. In più, come in altri film di fantascienza recenti, il regista “sconvolge” la categoria del tempo e della sua percezione (e non si può svelare in che modo, naturalmente), seguendo le ormai assodate teorie fisiche più moderne sulla relatività spazio-temporale e sul tempo quantistico. Una pellicola, dunque, che più che all’intrattenimento punta all’approfondimento o per lo meno fa porre allo spettatore una serie di domande con il quale si dovrà confrontare anche dopo la visione del film.

 

Niente magia in “Allied”, pellicola di Zemeckis

Qualcosa non funziona nella pellicola di Zemeckis, a partire dall’alchimia fra i due protagonisti

Questo 2017 cinematografico si è inaugurato con l’anniversario della scomparsa del grandissimo divo americano Humphrey Bogart. Il 14 gennaio del 1957, infatti, si spegneva in America una delle icone più rinomate e riconoscibili del cinema classico, il duro dal cuore tenero, interprete di moltissime pellicole noir, a cui ha regalato il suo volto espressivo. Tra le innumerevoli pellicole in cui ha recitato, uno dei massimi capolavori rimane “Casablanca”, opera del 1942, in cui Boogie affiancava una splendente Ingrid Bergman, in un melodramma d’amore, ambientato in tempo di guerra. Quel film è diventato un esempio perfetto di film classico: cioè un film voluto fortemente da uno studio (la Warner Bros, che in quegli anni realizzava pellicole a sostegno dell’intervento bellico degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale) e girato tutto negli interni dei set di proprietà della casa di produzione, un film che si basa essenzialmente sull’attrattiva dei due divi protagonisti (tanto che pochi si ricordano che il regista è l’europeo Michael Curtiz) e un film che risponde ai dettami del genere a cui appartiene. “Casablanca”, anche per uno studioso come Umberto Eco, era un vero e proprio “must” del cinema, che emoziona e coinvolge ad ogni nuova visione, perché “quando gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità Omeriche. Due cliché fanno ridere, cento commuovono”. Il cinema contemporaneo è sicuramente debitore di quella pellicola con il grande Bogart, amante sfortunato della virtuosa Ingrid Bergman, che alla fine rinuncerà a lei per un bene maggiore (combattere il nemico nazista), e tantissimi film contemporanei lo citano direttamente o indirettamente. E’ quello che fa, direttamente, “Allied”, pellicola girata da Robert Zemeckis (il regista di “Forrest Gump”) e interpretata dai due divi contemporanei Marion Cotillard e Brad Pitt.

Nel Marocco del 1942, la spia canadese Max Vatan e la spia francese Marianne Beauséjour sono complici in una missione: loro malgrado s’innamorano e Marianne accetta di sposare Max e andare a vivere con lui a Londra. Qualche tempo dopo, quando hanno dato luce a una bambina, il trauma: il comando avvisa Max che Marianne potrebbe essere una spia tedesca. Il cuore non accetta. Dove sarà la verità?

Il film, dunque, è ambientato a Casablanca nel 1942, come il suo predecessore, può sfruttare l’interpretazione di due grande icone dei nostri tempi e si aggrappa al genere (di guerra e melodramma) per strutturare una narrazione tradizionale, basata sul susseguirsi degli eventi, cronologicamente e logicamente connessi. In questo senso, il film potrebbe sembrare una “copia” della pellicola di Curtiz (tenendo anche conto del fatto che la prima parte, quella ambientata proprio nella città africana è tutta ricostruita negli studios). Ma non è così, manca qualcosa, qualcosa che è essenziale. Manca la magia, manca quella “profondità omerica” di cui parlava Eco e che il film con Bogart riusciva a raggiungere mentre “Allied” non riesce neanche a sfiorare. Zemeckis è un ottimo regista e certo la pellicola è ben girata, perfetta l’ambientazione, i costumi, la fotografia. Ma qualcosa non funziona: a partire dall’alchimia fra i due protagonisti (che non c’è), al fatto che il film del ’42 era strettamente legato al periodo storico in cui è stato realizzato (parlava della guerra mondiale in atto), al fatto che il cinema contemporaneo non è più in grado di offrirci storie che parlano di valori positivi e che siano credibili. E’ un peccato, perché abbiamo ancora e sempre bisogno di opere che sappiano proporre esempi di uomini e donne positive, morali, magari riluttanti all’inizio (come il “good-bad boy” Bogart), ma che poi sanno fare la scelta giusta.

Silence, i segni e il vuoto della fede

Il 12 gennaio scorso è uscito nelle sale italiane Silence, del regista Martin Scorsese, ispirato all’omonimo romanzo storico di Shūsaku Endō. La storia delle persecuzioni dei cristiani nel Giappone del XVII secolo è uno scenario suggestivo per affrontare alcuni aspetti fondamentali della fede.

Il racconto vede due giovani gesuiti portoghesi partire alla volta del Giappone per cercare il loro mentore. Lì vedranno le tremende torture subite dai ‘kiristan’, come i giapponesi chiamano i cristiani. Allo stesso tempo vengono sorpresi e incoraggiati dalla fortissima devozione dimostrata dai convertiti al cristianesimo costretti a nascondersi.

L’inquisitore chiede ai presunti cristiani di calpestare un’immagine sacra. Non pochi rifiutano, consapevoli che la scelta costerà loro la vita. Gli oggetti hanno infatti un grande valore tra la popolazione convertita, tanto che i gesuiti sono costretti a liberarsi persino del rosario per accontentarli. Il rapporto con i segni materiali della fede (croci, dipinti, rituali) è centrale in tutta la pellicola, oscillando tra il rischio di cadere nell’idolatria e il riconoscimento di autentici appigli di speranza nelle estreme difficoltà.

Il mondo rappresentato è molto lontano nel tempo e nello spazio. Eppure l’intolleranza estrema del potere e l’incomunicabilità tra fedi (buddismo e cristianesimo) ci restituisce una prospettiva nuova su temi importanti anche nella realtà contemporanea.

Poi naturalmente c’è il silenzio. Celi plumbei e nebbia fitta contribuiscono a rendere ancora più vivido, quasi a visualizzare, il silenzio insopportabile della paura e della disperazione che provano i perseguitati. Ancora più straziane è il silenzio di Dio vissuto dai gesuiti, un vuoto in cui rimbombano continuamente le grida dei torturati. Questo è il cuore del film, un simbolo che interroga soprattutto lo spettatore, mai completamente rassicurato e al tempo stesso mai abbandonato del tutto. Silence scuote in profondità chi lo guarda, sempre però con la giusta dose di eleganza e senza scivolare in facili moralismi.

Assassin’s Creed e la coerenza del tradimento

Il 4 gennaio scorso è uscito nelle sale cinematografiche italiane Assassin’s Creed , pellicola ispirata all’omonima serie di videogiochi di grande successo. Al contrario della versione ludica questo primo capitolo è stato definito un flop, sia di critica che di pubblico. Ciò non esclude naturalmente la presenza di spunti e scene interessanti.

La storia vede un condannato a morte (Michael Fassbender, anche produttore del film) ingaggiato per vivere sulla propria pelle la vita di un assassino, suo avo, vissuto nel XV secolo. Il tutto per ricostruire le vicende della millenaria lotta tra la setta degli Assassini e dei Templari. I primi voglio impedire a tutti i costi le mire di controllo sulle libertà dell’uomo dei secondi, intenti a togliere il libero arbitrio tramite uno strano manufatto definito Mela dell’Eden.

Partiamo dalle note dolenti. La trama pressoché indipendente dal videogioco ha deluso più che sorpreso gli appassionati. Sfruttare un nome noto per vendere un film non è certo una novità ma il pubblico inizia a non gradire queste operazioni di marketing. A poco serve l’inserimento di grandi star come i premi oscar Marion Cotillard e Jeremy Irons.

Altro problema è l’eccessiva carica complottistica per quello che inizialmente appare un dignitoso plot di fantascienza. Passare da Arancia Meccanica al Codice Da Vinci è davvero un salto eccessivo. Qui però c’è un primo lato positivo della pellicola: descrivere l’eterna lotta tra sicurezza e libertà mediante un linguaggio molto accessibile. Peccato non aver colto appieno l’occasione con una maggiore cura nella regia e nella sceneggiatura.

Seppur stereotipate, le due fazioni a confronto ricordano le grandi sfide della storia tra sistemi socio-politici (destra-sinistra, capitalismo-comunismo, ecc). I Templari vorrebbero eliminare il male togliendo all’uomo la stessa possibilità di compierlo, commettendo così un male ancora più grande. Gli Assassini sono pronti a morire in nome della liberta, ma questo nobile ‘credo’ li porta ad uccidere ovvero a negare nel modo più radicale possibile la libertà stessa.

In fondo le due sette non fanno che seguire nel modo più coerente possibile i loro principi. Ma la coerenza non esclude il tradimento, anzi tradire è spesso proprio l’effetto di un’applicazione pedissequa di concetti mal interpretati (se non addirittura contraddittori). È meglio ‘tradire’ se stessi ammettendo i propri errori che continuare a perseguire un ideale insostenibile.

Tornano le avventure di Star Wars

“Rouge One” ha la capacità di essere riconoscibile e al tempo stesso innovativo, standardizzato e differenziato.

“Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…”: tornano le avventure della saga cinematografica più famosa di sempre, Star Wars. A un anno esatto di distanza da Star Wars VII – Il risveglio della forza, le sale cinematografiche del mondo hanno accolto un nuovo capitolo dell’universo fantascientifico inventato da George Lucas (e ora nelle mani della Disney). E, come era stato per lo scorso Natale, la nuova pellicola ha stravinto al box-office mondiale.

“Rogue One” è il primo capitolo di una nuova avventurosa serie cinematografica che esplora i personaggi e gli eventi che ruotano intorno alla saga di Guerre Stellari, ma non è né un sequel (i fatti raccontati sono avvenuti dopo il film originale) né un prequel (i fatti raccontati sono antecedenti al film originale), bensì uno spin-off (l’universo di riferimento è lo stesso, alcuni personaggi del film principale compaiono, ma poi la storia prende una direzione diversa e a sé stante). La scelta di questi tipi di film sono da ricondurre a strategie narrative che permettono alle case di produzione di sfruttare al meglio e per lungo tempo il potenziale di un universo cinematografico e sono state mutuate da altre forme audiovisive (come quelle delle serie tv) e soprattutto dal fumetto. Oggi il panorama cinematografico americano è saturato da film che sono prequel, sequel, spin-off, reboot (pellicole che ri-raccontano la storia di un’opera del passato, la fanno rivivere sotto nuova forma, con nuovi attori): per molti critici è il segno della crisi di Hollywood, per altri, invece, solo il risultato della convergenza di differenti strategie narrative audiovisive. In realtà, come per ogni film, va valutata la singola pellicola per decretarne o meno la riuscita e Rouge One, pur essendo semplicemente lo spin-off di una saga di grande successo, aggiunge un capitolo interessante, ben diretto e certamente di ottimo intrattenimento.

Il film racconta la storia di un improbabile gruppo di eroi che intraprendono, in un periodo di conflitto, una missione per sottrarre i piani della più potente arma di distruzione di massa mai ideata dall’Impero, la Morte Nera. Questo evento, fondamentale per la storia di Star Wars, spingerà delle persone ordinarie a unirsi per realizzare qualcosa di straordinario, diventando parte di qualcosa di più grande. “Rogue One” è dunque ambientato prima degli eventi narrati in “Star Wars Episodio IV: Una Nuova Speranza” (il primo film del 1977, quello diretto da Lucas, quello che ha fondato la saga) e, dunque, in parte si discosta dai film della saga, ma mantiene comunque una certa familiarità con l’universo di Star Wars. L’atmosfera è la stessa, infatti, così come l’aria retrò, l’ironia e la commistione di personaggi reali, meccanici e alieni, ma questo episodio si inoltra in nuovi territori, esplorando il conflitto galattico da una diversa prospettiva militare. Nei momenti migliori della pellicola, infatti, assistiamo a scene di battaglia con non sfigurano con quelle ricreate da Spielberg nel suo “Salvate il soldato Ryan” o da Coppola nel capolavoro “Apocalypse Now”. La grandiosità della messa in scena fa mettere un po’ da parte al regista i suoi protagonisti, che risultano un po’ bidimensionali, ma nel complesso “Rouge One” ha la capacità di essere riconoscibile e al tempo stesso innovativo, standardizzato e differenziato. Dunque, originale pur essendo un “prodotto” studiato a tavolino per sfruttare il potenziale di una saga conosciutissima.

“Sully”, la nuova pellicola di Clint Eastwood / VIDEO

Clint Eastwood continua a girare film con il suo stile essenziale, scarno, classico. Prosegue nella sua ricerca di un cinema che sia “evidente” e proprio per questo totalmente efficacie nel linguaggio e nelle storie che racconta.

I giovani registi della Nouvelle Vague amavano, tra i tanti registi del cinema classico, Howard Hawks perché gli riconoscevano la perfezione di uno stile evidente: uno stile, cioè, in cui il regista scarnificava ogni manierismo per andare al centro del racconto e al centro del messaggio che voleva veicolare. In questo senso, possiamo accomunare Eastwood a Hawks: entrambi amano un cinema della trasparenza, un cinema che vada dritto al centro di quello che ci vuole dire senza altri orpelli. E inoltre entrambi hanno praticato generi differenti: dal western, al gangster fino al film storico e biografico. Dunque, c’è una linea sotterranea ma assolutamente presente che lega Eastwood a un grande autore della classicità. E si può affermare che il regista di Carmel, California, che è passato dal mestiere di attore a quello di regista con grande fortuna e soprattutto con grande successo critico, sia uno dei pochi che continuano a portare avanti, intatta, la lezione del grande cinema hollywoodiano. Tutto questo è evidente nella sua nuova fatica, “Sully”, pellicola che è stata campione d’incassi in America e che è da settimane in testa al botteghino italiano, avendo sbaragliato tutti i cine-panettoni che, come sappiamo, nel periodo natalizio godono delle preferenze del pubblico.
Il 15 gennaio 2009 il pilota Chesley Sullenberger non immaginava che, pochi minuti dopo essere salito a bordo del suo Airbus A320-214 della US Airways all’aeroporto LaGuardia di New York, sarebbe diventato un eroe nazionale e il primo responsabile del salvataggio di 155 vite – compresa la sua – in uno spettacolare atterraggio a pochi metri di distanza dai grattacieli di Manhattan. La sua prodezza, cioè quella di compiere un atterraggio di emergenza sul fiume Hudson, fece il giro del mondo e fu narrata per giorni dai mezzi di informazione. Il pilota dovette, però, subire anche un’indagine interna che mise in dubbio le sue scelte al momento dell’avaria dell’aereo. Da eroe, dunque, Sully si ritrovò, poi, sul banco degli imputati, impegnato a difendersi perché le simulazioni al computer sull’incidente dimostravano che avrebbe potuto e dovuto atterrare a LaGuardia e non rischiare un ammaraggio, che di per sé è la scelta più pericolosa e fatale per gli aerei.
Nel raccontare la storia di questo eroe comune (perfettamente incarnato da Tom Hanks), un uomo qualunque che sa fare il suo lavoro, e che si trova suo malgrado al centro di un processo mediatico, Eastwood vuole riaffermare l’importanza e la centralità del “fattore umano” contro ogni tipo di suggerimento tecnologico: alla fine del processo, infatti, si scoprirà che i calcoli dei computer sono sbagliati e che Sully ha fatto l’unica scelta giusta. L’uomo vince sulla macchina, l’umanesimo sulla tecnologizzazione. Un film che non drammatizza alcun momento ed evita così il rischio di una celebrazione del protagonista, che viene raccontato con uno stile sobrio, essenziale, “evidente”. Come un cristallo perfetto, quello dalla forma più semplice, il film di Eastwood si mostra in tutta la sua chiarezza e profondità al tempo stesso. Senza dimenticare, naturalmente, la lezione del migliore cinema classico: quella del buon intrattenimento.

Il fantastico capitano. L’ultima pellicola di Matt Ross è una piccola fiaba morale sulla famiglia

Qualche anno fa Sean Penn aveva raccontato con il suo film “Into the wild” la storia vera di un ragazzo che, dopo il diploma, decide di abbandonare la vita sociale, per lui troppo superficiale e consumista, e di ritirarsi in mezzo alla natura, in compagnia solo degli animali, dei pochi umani che trova nel suo cammino e di buoni libri da leggere. Rifacendosi ad una scelta reale, Sean Penn aveva messo in evidenza come, ancora oggi, nella cultura americana sono forti, anche se minori, gli influssi di una certa corrente filosofico-letteraria: quella che si rifà a Emerson, Thoreau e Whitman, la cosiddetta corrente del trascendentalismo, che predica un rapporto diretto con la natura, spirituale, alla ricerca del vero senso delle cose, contro ogni sovrastruttura inventata dalla modernità. Uno spiritualismo, che non ha nulla a che fare con le religioni tradizionali, ma che critica il razionalismo della modernità. Era quello che cercava di fare il protagonista della pellicola di Penn ed è l’utopia a cui si ispira Ben, capofamiglia che ha scelto di crescere, insieme alla sua moglie, i loro sei figli a contatto con la natura, al di fuori di ogni rete di interazione sociale e cittadina. Ben è il protagonista del film “Captain Fantastic”, diretto dall’americano Matt Ross e interpretato da un bravissimo Viggo Mortensen.

Ben e la moglie hanno scelto di crescere i loro sei figli lontano dalla città e dalla società, nel cuore di una foresta del Nord America. Sotto la guida costante del padre, i ragazzi, tra i cinque e i diciassette anni, passano le giornate allenandosi fisicamente e intellettualmente: cacciano per procurarsi il cibo, studiano le scienze e le lingue straniere, si confrontano in democratici dibattiti sui capolavori della letteratura e sulle conquiste della Storia. Suonano, cantano, festeggiano il compleanno di Noam Chomsky e rifiutano il Natale e la società dei consumi. La morte della madre, da tempo malata, li costringe a intraprendere un viaggio nel mondo sconosciuto della cosiddetta normalità: viaggio che farà emergere dissidi e sofferenze e obbligherà Ben e mettere in discussione la sua idea educativa.

A prima vista, l’opera seconda di Ross sembra inserirsi nella tradizione del cinema indie che tratta della fatica della socializzazione per chi è o si sente diverso, specie in quell’età giovanile in cui socializzare è un diktat, un film che segue la tradizione delle pellicole sulle famiglie imperfetta: tutto questo c’è, compreso il viaggio in pulmino (in questo caso una vera e propria casa-bus). Ma ciò che rende “Captain Fantastic” un film meno scontato del previsto, è invece il suo mettere al centro il tema dell’educazione, problematizzandolo. Facendo scontrare due modelli educativi: quello utopistico di Ben e quello ormai “tradizionale” delle moderne società consumistiche, mostrandoci i limiti e le virtù di entrambi, senza vedere tutto o bianco o nero, ma articolando la problematica e facendoci vedere quanto difficile sia essere genitori e saper educare i propri figli. E affermando, anche, come, alla fine, ciò che conta è l’amore, il dialogo, l’ascolto, il rispetto reciproco. Un film che è un po’ una favola, una piccola fiaba morale, con al centro una famiglia, unica, speciale e molto unita, che ci ricorda quanto importante sia la forza del nucleo familiare e quanto cruciale esso sia per l’educazione delle generazioni.

Con “Animali fantastici” si vola con la fantasia

Una nuova saga per J. K. Rowling, autrice di “Harry Potter”

Dopo il successo planetario ottenuto con la saga di Harry Potter, J. K. Rowling, che nel frattempo è diventata la scrittrice più famosa e più ricca del Regno Unito, torna al cinema con una nuova “creatura”. Anche se, a differenza del maghetto di Howgrats che era nato sulla pagina scritta e poi era stato trasposto al cinema, questo “Animali fantastici e dove trovarli” nasce direttamente come soggetto e sceneggiatura cinematografica autonoma e prevede la realizzazione di ben cinque episodi. Un’altra saga, dunque, e un’altra volta il genere fantasy come grande contenitore di storie affascinanti, prima di tutto dal punto di vista visivo e poi anche da quello dei soggetti che vi sono raccontati. Anche “Animali fantastici”, infatti, racconta il mondo della magia e delle strane creature che ne fanno parte. E, proprio come in Harry Potter, si parla di magia buona e di magia oscura, di lotta tra maghi e non maghi, di scelte estreme che si devono prendere di fronte alle difficoltà e delle responsabilità che ognuno di noi deve avere.

Ancora una volta, dunque, un “romanzo di formazione” con al centro un giovane protagonista (questa volta non così piccolo come i protagonisti di Harry Potter nei primi film) che seguiremo passo passo nella sua crescita umana e “spirituale”. Perché, come Rowling ha già dimostrato, quello che le interessa è raccontare il percorso interiore e morale (o immorale) che i suoi protagonisti seguono. Con relative difficoltà, cadute, errori, tentennamenti. Una mappatura della fragilità dell’animo umano di fronte alle scelte etiche che la vita ci pone. Tutto questo narrato all’interno di mondi affascinanti per la qualità inventiva della sua creatrice, mondi che, sia dalle pagine scritte sia dallo schermo, prendono vita in grandi fantasmagorie visive capaci di meravigliare e stupire il lettore/spettatore.

Il giovane magizoologo Newt Scamander arriva a New York dall’Inghilterra con una valigia piena delle creature fantastiche che ha raccolto e salvato in molti anni di viaggi e ricerche. Senza volere, scambia però il prezioso carico con quello di Jacob Kowalski, pasticcere e No-Mag (è il nome americano dei Babbani), il quale libera inavvertitamente le creature, violando lo Statuto di Segretezza e mettendo Newt nei guai. È il 1926 e il Paese è in grande subbuglio: l’oscuro Gellert Grindewalt è introvabile, qualcosa di misterioso semina caos e distruzione per le strade della città e i fondamentalisti della caccia alle streghe sono sempre più infervorati. Il mondo magico e quello dei No-Mag sono pericolosamente vicini ad entrare in guerra.

Questo primo episodio della saga serve soprattutto per gettare la basi per i film successivi e per farci entrare in questo nuovo mondo: ci presenta l’ambiente, i personaggi, le creature. E lo fa, naturalmente, con una straordinaria forza espressiva, grazie ai bellissimi effetti speciali. Un piacere per gli occhi, che ci fa tornare tutti bambini, quando è come se si guardasse il mondo per la prima volta. Iniziamo, poi, a conoscere il protagonista, Newt Scamander, un giovane mago idealista e un po’ pasticcione (che nel modo di camminare ricorda il vagabondo Charlot) che dimostra, però, già di essere in grado di difendere le persone che ama (in questo caso sono le strane creature che porta nella sua valigia) e soprattutto di non avere paura di schierarsi a favore del bene. Un giovane maestro “illuminato” che, crediamo, condurrà gli spettatori in un mondo di avventure divertenti, accattivanti e anche un po’ istruttive.

Cinema: Università europea di Roma, proiezione del film “Il cuore dell’assassino” / VIDEO

Un fanatico uccide brutalmente una missionaria cristiana. La famiglia di lei lo perdona ed ottiene la sua scarcerazione, accogliendolo poi come un figlio e un fratello attraverso il rito induista del Rakhi.

E’ una storia vera, raccontata nel film “Il cuore dell’assassino”, vincitore di numerosi premi, che sarà proiettato questa sera, alle 19, all’Università Europea di Roma(via degli Aldobrandeschi 190).  L’incontro, con ingresso libero, è organizzato dallo stesso ateneo in collaborazione con l’Associazione Religions For Peace.  Seguirà un dibattito a cui parteciperanno la regista del film, Catherine McGilvary, e il presidente dell’Associazione Religions For Peace, Luigi De Salvia. “Ho scelto di raccontare la storia dal punto di vista dell’assassino – ha spiegato la regista – perché sia chiaro che il perdono incondizionato trasforma nel profondo non soltanto chi lo offre, ma ancora più chi ne è oggetto. Possiamo riconoscerci nel protagonista, anche se non abbiamo compiuto un gesto altrettanto efferato. La sua lotta per innalzarsi dalle tenebre alla luce è qualcosa che viviamo ogni giorno in quanto esseri umani. Identificandoci con lui, arriviamo a comprendere che, malgrado tutti i nostri errori, possiamo in qualsiasi momento essere trasformati dall’amore”.

 

Che vuoi che sia. Il film di Edoardo Leo sospeso tra leggerezza e profondità

La commedia all’italiana, che oggi tanto rimpiangiamo e che tanto lodiamo, in realtà, all’epoca, venne criticata e non troppo apprezzata dalla critica cinematografica. La si accusava, infatti, di essere troppo leggera, superficiale, banale, mentre, a posteriori, ci si è accorti che quella leggerezza era comunque legata ad un’analisi attenta e puntuale dell’Italia e dell’italiano di quegli anni. Non a caso, oggi, quei film sono il perfetto specchio per capire la nostra società dal boom economico in poi. Forse, anche oggi, stiamo compiendo lo stesso errore di giudizio di quelli che accusarono negli anni sessanta la commedia, quando ci affrettiamo a giudicare non proprio favorevolmente i film di alcuni giovani autori contemporanei che utilizzano il genere della commedia per realizzare le loro pellicole. Questa opinione, ad esempio, può essere valida per la filmografia di Edoardo Leo e in particolar modo per la sua ultima pellicola “Che vuoi che sia”?.

Romano, classe 1972, attore e regista, Leo ha realizzato fino ad ora quattro film, quattro commedie leggere, che hanno per protagonisti i giovani appartenenti a quella che viene definita la “generazione F”, ovvero la generazione fantasma, di cui Leo, anagraficamente fa parte. Si tratta cioè di quei giovani tra i trenta e i quaranta anni che si ritrovano a dover vivere in una società italiana in crisi, lavorativamente e sentimentalmente. Una generazione invisibile a tutti e piano piano anche a se stessa. Perché è abituata ai doveri senza diritti, a essere umiliata e sfruttata senza neanche la dignità di essere riconosciuta come vittima: eppure non ha alcuna voglia di esserlo – reagisce sempre, anche e soprattutto quando non ha le armi per farlo – ma nessuno le crede. Sono così i due protagonisti di “Che vuoi che sia”: Claudio e Anna, coppia di tardotrentenni condannati alla precarietà. Lei supplente di matematica col miraggio dell’assunzione in ruolo, lui ingegnere informatico ridotto a bonificare computer infestati da virus. Per finanziare un progetto innovativo Claudio crea un account di crowdfunding, ma gli utenti contribuiscono alla raccolta fondi in modo del tutto insufficiente. Una sera, Claudio e Anna si ubriacano e registrano in video una promessa: se riusciranno a raggiungere l’obiettivo del crowdfunding filmeranno una notte di sesso coniugale e la renderanno visibile a coloro che hanno dato il loro contributo.

Inaspettatamente, le offerte iniziano a fioccare e Claudio e Anna dovranno prendere una decisione con tutte le conseguenze del caso. La pellicola, dunque, oltre a toccare il tema della “generazione F”, come abbiamo detto, affronta anche un altro grande problema della contemporaneità: i social network e il loro potere smisurato, con tutto il bene e male che questo determina nelle nove modalità di interazione, di socializzazione, di modi di pensare, di comportamenti e di educazione ai “sentimenti”. Il problema è che, a volte, ci pare che Leo si confronti con questi argomenti in maniera troppo superficiale, che i temi siano semplicemente accennati e non sviluppati, e che rimangano un po’ “vuoti” di significato. Ma, come si diceva prima, è forse un errore di giudizio, come è successo per la commedia all’italiana, perché per quelle pellicole come per quelle odierne di Leo e di altri registi c’è bisogno della “sedimentazione” del tempo che ci permetta di dire, a posteriori, se, invece, c’era una capacità di indagare i propri tempi e di “fissarla” sullo schermo.

‘Animali fantastici’ e la forma del dolore

Le sale cinematografiche in questi giorni sono popolati da strani animali magici. Stiamo parlando di Animali fantastici e dove trovarli, film diretto da David Yates. Primo episodio di una serie ispirata all’omonimo libro di J. K. Rowling, autrice della pellicola, e primo spin-off della serie cinematografica di Harry Potter.

Il ‘magizoologo’ Newt Scamander si aggira nella New York anni trenta con una valigia piena di mostri. Alcuni sfuggono al suo controllo, complice lo scambio con la valigia di un no-mag (non mago, ovvero uomini normali). Lo scompiglio creato da queste creature bizzarre, tra cui una scimmia invisibile e un rinoceronte grande come una balena, lo metterà nei guai con il MACUSA (il Magico Congresso degli Stati Uniti d’America) che teme lo scontro con i no-mag.

Come la saga del maghetto, anche questo film è ricco di personaggi, termini latineggianti e incantesimi straordinari. Il tutto intrecciato in una trama che prefigura una lunga e profonda storia da sviluppare negli episodi successivi. Anche per quanto riguarda effetti speciali e fantasia siamo su livelli vicini (se non superiori) alla serie madre. Non trascurabile è infine l’interpretazione del giovane premio oscar Eddie Redmayne alias Scamander.

Ciò che però davvero resta dalla visione di questa pellicola è l’Obscurus. Questa creatura nasce dai bambini che trattengono e nascondono la propria natura di maghi per evitare ripercussioni da parte della famiglia e della società no-mag. Il loro potere represso si trasforma in un essere di ombra e fuoco, tanto per citare un altro classico fantasy, che distrugge tutto quello che incontra e finisce per uccidere il suo giovane ospite. Credence, un ragazzo picchiato dalla madre adottiva, è riuscito a occultare la sua magica condizione così a lungo da generare un Obscurus enorme che rischia di distruggere l’intera città.

Oltre al suo ruolo nella storia, questo essere rappresenta in maniera efficace la tragica condizione di chi è costretto a nascondersi contro l’odio degli altri. Omofobia, razzismo e bullismo ad esempio portano spesso le vittime a scatenare tutta la loro energia sotto forma di violenza, prima di tutto verso se stessi. L’oscura forma di dolore che si accumula in un’anima abbandonata e reietta rischia di liberarsi improvvisamente quando è ormai troppo tardi.

Fai bei sogni. La nuova pellicola di Marco Bellocchio

La nuova pellicola di Marco Bellocchio tratta dal bestseller di Massimo Gramellini

Nel 1964 Marco Bellocchio gira il suo film d’esordio, “I pugni in tasca”, pellicola destinata a suscitare scalpore e anticipatrice di tutta una serie di tendenze della società italiana a venire. Nell’opera di Bellocchio, infatti, si raccontava la storia di un giovane che, senza rimorso alcuno, uccide la madre e poi il fratello, ma che finisce lui stesso per morire a seguito di un attacco epilettico. Una storia dura, pessimista, per nulla rassicurante, anzi volutamente sgradevole e pensata per provocare il pubblico borghese a cui è rivolta e di cui parla. È la prima pellicola italiana che potremmo definire “sessantottina”, perché porta con sé lo spirito infuocato di rivolta che di lì a poco muoverà i giovani a ribellarsi sulle piazze, urlando slogan contro la famiglia, la società, le istituzioni. Il film di Bellocchio è un grido violento contro le tradizioni, che vuole bruciare (come letteralmente fa il protagonista in una scena della pellicola) tutte le realtà della società attuale, a cominciare dal nucleo familiare. Che è visto come una prigione, un qualcosa che imbriglia la libertà e l’individualità del soggetto e che non gli permette di autodeterminarsi. Un peso di cui sbarazzarsi, nella maniera più violenta possibile.
Sono passati 50 anni da quell’esordio e Bellocchio continua a sviscerare il mondo degli affetti familiari, anche se sembra aver cambiato prospettiva nell’affrontare questa materia per lui così centrale. “Fai bei sogni” è il suo nuovo film e ha al centro del racconto il rapporto mancato tra un figlio e sua madre. Un rapporto mancato perché la madre è morta troppo presto e il giovane figlio non riesce a fare i conti con la sua assenza, a elaborare il lutto e a crescere. La pellicola è tratta dal bestseller di successo dallo stesso titolo scritto dal giornalista Massimo Gramellini. Nel libro Gramellini racconta la sua dolorosa autobiografia: la sua vita da orfano a soli nove anni e tutto il cammino da lui compiuto per colmare l’assenza di una madre amatissima. Già dalla scelta di mettere in scena un romanzo di questo tipo, Bellocchio dimostra di aver modificato radicalmente il suo approccio alla figura materna: se ne “I pugni in tasca” era un peso di cui liberarsi, uccidendola; qui è un soggetto amato, un fantasma continuamente evocato che si vorrebbe ancora accanto a sé. Non c’è più voglia di provocare e distruggere, bensì tenerezza e desiderio di conciliazione. Il nucleo familiare diventa qualcosa di preziosissimo che il bambino ha perso troppo presto e non qualcosa da abbattere. È rimasto con lui il padre, ma non riesce a supplire alla mancanza di una madre dolce e accudente, laddove il padre è severo e rigido e cerca di crescere il figlio come può. In più tutta la situazione è complicata dal modo in cui la giovane madre è morta e che verrà svelato solo alla fine del film.

Il film segue quasi alla lettera il libro di Gramellini e risulta forse un po’ troppo lungo in alcune sue parti. Le scene migliori sono quelle dedicate al protagonista bambino: prima ripreso insieme alla madre, poi alle prese con il lancinante dolore della sua mancanza. In più c’è da sottolineare che, forse per la prima volta, la figura di un prete non ha una connotazione negativa, come generalmente avviene nelle opere di Bellocchio: il sacerdote che fa da insegnate del collegio in cui studia il piccolo protagonista, infatti, è quello che gli darà uno dei consigli migliori e più saggi per affrontare la sua vita: “Si diventa grandi ‘nonostante’”.

Un film che divide. “Doctor Strange” ha acceso un dibattito di natura teologica in Usa

Sembra strano, eppure un film tratto dall’universo fumettistico della Marvel ha acceso un dibattito di natura teologica nell’ambito dei critici cristiani statunitensi. Si tratta di “Doctor Strange”, ultima arrivata delle pellicole dedicate agli eroi disegnati da Stan Lee, che ha come protagonista un chirurgo che perde l’uso delle mani e, dopo un viaggio in India, scopre un altro mondo, che ha ben poco a che fare con quello della scienza. Capirà che la vita non è riducibile alla sola spiegazione logico-razionale, ma che, anzi, la sua vera essenza si trova altrove.
Una pellicola che, dunque, riflette su temi molto più “metafisici” e complessi rispetto a quelli di un normale film tratto dai fumetti. Proprio per questo, sono comparsi due articoli da parte di due autorevoli critici cristiani americani che sostengono tesi opposte sulla pellicola. Il giornale Christian Today sostiene che “Doctor Strange” disarmi perfettamente “l’idea che la scienza abbia tutte le risposte, riuscendo a far suonare avventurosa ed eccitante una spiritualità pure approssimativa in una maniera che la maggior parte dei preti non è in grado di trasmettere quando si parla del Regno di Dio”. E ha continuato dicendo che “rendere entusiasmante e urgente la lotta tra il bene e il male cosmico come fa questo film Marvel è una vera e propria sfida per comunicatori della Chiesa”. Il critico cinematografico cristiano della Christian Film and Television Commission, Ted Baehr, non la pensa come il suo collega: “Doctor Strange”, dal suo punto di vista, sarebbe infatti un film demoniaco in piena regola in quanto “introduzione pericolosissima al mondo ingannevole dell’occulto diabolico”, aggiungendo che “la Bibbia ammonisce in maniera assai chiara rispetto alle pratiche occulte e alla stregoneria praticata dall’eroe del film nel Deuteronomio 18:9-12 e nella Lettera ai Galati 5:20. Nella pellicola, peraltro, il guru New Age e occulto (l’Antico) insegna che non vi è vita dopo la morte specificando che ciò sarebbe cosa buona”.
A chi dare ragione? Premettendo che è sempre un bel segno se un film, soprattutto di grande successo (la pellicola è stata campione di incassi sia in America sia ora in Italia), sa suscitare domande e generare risposte anche antitetiche, va detto che “Doctor Strange” segue il filone di gran parte del genere fantascientifico contemporaneo: quello, cioè, che profonde a piene mani uno spiritualismo sincretista e new age, che poco ha a che fare con le religioni tradizionali. Un misticismo che mescola passione per le filosofie orientali, per l’ecologismo, per l’astronomia, per l’occulto, alla ricerca di una spiritualità “fai da te”, adattabile alla individualità di ognuno. Sgombrato il campo su questo punto, si deve, però, altrettanto affermare che il film è visivamente ricco e affascinante e il personaggio principale è molto più interessante dei suoi “colleghi” super-eroi. Perché racconta la figura di un uomo complesso e sfaccettato, che pensa di credere solo nella scienza e che, invece, deve rivedere tutto il suo modo di riflettere, mettendo in crisi ogni sua certezza. Un film che racconta il dubbio come primo passo per accedere alla “verità”. E che, dunque, mette in mostra molto bene come all’uomo non basti una visione materialista e meccanicista del mondo, bensì la sua sia una continua ricerca verso qualcosa di “superiore” che dia vero significato all’esistere. Anche se qui questa ricerca approda ad un spiritualismo vago, debole e sincretista.

La ragazza senza nome. L’ultimo film dei fratelli Dardenne

Il dramma interiore della protagonista diventa un’interrogazione alle nostre coscienze

Fin dal loro primo film, “La promesse”, i fratelli belgi Jean Pierre e Jean Luc Dardenne hanno realizzato un cinema dall’estetica scarna, essenziale, assolutamente realista e, al tempo stesso, un cinema dell’etica forte, che fa porre domande morali allo spettatore, che lo invita a prendere posizione su problematiche che riguardano scelte di vita essenziali per ognuno di noi. Un cinema, dunque, che risvegli le coscienze, che ponga nuovamente domande di carattere ontologico, che ci costringa a scegliere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. In questo senso si può affermare che i due fratelli perseguono un cinema “spirituale”, simile a quello praticato da grandi autori della modernità del cinema, come Bergman, Bresson o Tarkovski. O meglio, un cinema “trascendentale”.

Nel 1972 Paul Schrader, infatti, giovane dottorando in Cinema e futuro sceneggiatore e regista di successo (è suo lo script del capolavoro di Martin Scorsese Taxi Driver), scrive un libro dal titolo “Il trascendente nel cinema. Ozu, Bresson, Dreyer” e afferma che lo stile trascendentale è quello che fa sperimentare allo spettatore un’esperienza legata a temi etici, morali, spirituali. Tra le varie modalità che individua per la realizzazione di questo stile trascendentale, Schrader parla dell’importanza di un’estetica cinematografica al limite del documentario, assolutamente realistica, improntata sul quotidiano. Il quotidiano deve essere la celebrazione del triviale caratterizzato dall’attenzione ai piccoli rumori, ai gesti quotidiani. E’ necessario che gli ambienti reali, che alcuni attori siano non professionisti e che i suono venga ripreso in diretta. Il tutto serve per eliminare tutto ciò che distrae lo spettatore dalla vera fruizione filmica e porre l’attenzione sul dramma interiore del personaggio, che nei film è spesso nascosto dalla narrazione tradizionale.

Tutti questi elementi li ritroviamo nell’ultimo film dei Dardenne, “La ragazza senza nome”, storia improntata sul più secco realismo, sui tempi morti, sulla ripetitività di gesti e azioni, perché il centro di interesse dei due registi è rivolto al dramma interiore della protagonista che, poi, diventa anche un’interrogazione alle nostre coscienze. Si racconta la storia di una giovane dottoressa che non apre la porta del suo ambulatorio ad una citofonata arrivata ben oltre un’ora dopo la chiusura. Il giorno dopo, però, la ragazza viene a scoprire che la persona che le aveva citofonata è morta, uccisa brutalmente. E’ una giovane di colore di cui non si conoscono nome e cognome. La dottoressa si sente subito responsabile del fatto (“Se avessi aperto non sarebbe mai successo tutto questo”) ed inizia una sorta di indagine privata alla ricerca di qualcuno che conoscesse la ragazza uccisa per darle almeno un nome e una degna sepoltura. La macchina da presa dei Dardenne è posizionata sempre all’altezza della protagonista, la segue in questo suo percorso di ricerca, pedinandone le azioni ma soprattutto l’anima. In questa sua indagine, la ragazza si confronterà con tante altre persone, alcune ignare dei fatti, altre a conoscenza ma che non vogliono parlare per i più svariati motivi (indifferenza, paura o perché invischiati nella vicenda) e questo confronto serrato con altri personaggi è quello che permette ai due registi di interpellare noi spettatori: che cosa avremmo fatto in una situazione come questa? Come ci saremmo comportati? La nostra coscienza è ancora presente o ormai si è assuefatta al nichilismo contemporaneo? Domande importanti che, spesso, travolti dalle problematiche della contemporaneità, tendiamo a dimenticare.

Storie di “eroi” quotidiani con “Io, Daniel Blake”

Con “Io, Daniel Blake”, Ken Loach continua i suoi racconti civili e d’impegno sociale

Per la prima volta nella sua vita, Daniel Blake, un falegname di Newcastle di 59 anni, è costretto a chiedere un sussidio statale in seguito a una grave crisi cardiaca. Il suo medico gli ha proibito di lavorare, ma a causa di incredibili incongruenze burocratiche si trova nell’assurda condizione di dover comunque cercare lavoro – pena una severa sanzione – mentre aspetta che venga approvata la sua richiesta di indennità per malattia. Durante una delle sue visite regolari al centro per l’impiego, Daniel incontra Katie, giovane madre single di due figli piccoli che non riesce a trovare lavoro. Entrambi sono vittime delle aberrazioni amministrative della Gran Bretagna di oggi (e di tanti altri paesi occidentali) e così Daniel e Katie stringono un legame di amicizia speciale, cercando come possono di aiutarsi e darsi coraggio mentre tutto sembra tragicamente complicato.

Ken Loach continua nel suo cinema civile e d’impegno sociale e con “Io, Daniel Blake” ci regala un altro toccante “stralcio di vita”, vero e umano, sempre in coppia con il suo fido sceneggiatore Paul Laverty. Insieme perseguono tenacemente l’idea di un cinema “etico”, che sceglie di raccontare storie di un’umanità umiliata e offesa, emarginata solo perché si trova in condizioni di indigenza, sconfitta ma non battuta, che anzi lotta per i suoi diritti più basilari. E che spesso, come nel caso del protagonista di questo film, diventa un “esempio” per chi gli sta accanto, predicando una solidarietà tra pari, laddove lo Stato e le istituzioni non sono più in grado di offrire i basilari diritti di un cittadino.

In questo senso le storie dei due autori inglesi sono storie di “eroi” quotidiani, proletari, che non si arrendono, nonostante tutto il sistema (soprattutto quello politico e burocratico) remi contro di loro.

In questo senso possiamo affermare che Loach abbia ben imparato la lezione del neorealismo cinematografico italiano: anche lì i protagonisti delle pellicole erano uomini qualunque alle prese con problemi più grandi di loro, che affrontavano con tutta la dignità possibile. E se, come è stato scritto dagli storici del cinema, il neorealismo è una cinematografia umanista, allora si può altrettanto affermare che anche il cinema di Loach lo sia. Non a caso qualche anno fa ha ricevuto il Premio Bresson che l’Ente dello Spettacolo consegna ai registi che dimostrano un’attenzione alle problematiche, spirituali, morali ed etiche. Certo il Loach degli inizi, nel periodo infuocato degli anni Sessanta, era molto più polemico e “arrabbiato”, spesso anche e soprattutto contro l’istituzione ecclesiastica, ma con il passare degli anni e forse da quando ha cominciato a lavorare con Laverty come sceneggiatore, questo aspetto si è mitigato, fino a sparire quasi completamente, e il suo stile è diventato asciutto, essenziale, cristallino.
Questo ha permesso alle sue storie di diventare “parabole” di poveri eroi della contemporaneità che cercano di sopravvivere contro le difficoltà sempre maggiori di una società ormai completamente desocializzata e quindi disumanizzata, che non si preoccupa più di sviluppare politiche di sostegno sociale, ma che è dominata solo dall’economia e dalla finanza. Le parole di Daniel Blake, lette dalla sua giovane amica Katie, nel finale del film, sono la più efficace accusa contro un sistema che ormai ha perso di vista il suo centro morale: “Il mio nome è Daniel Blake, sono un uomo, non un cane. E in quanto tale esigo i miei diritti. Esigo che mi trattiate con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino, niente di più e niente di meno”.

Doctor Strange e la magia “spirituale”

Il 26 ottobre è uscito l’ennesimo capitolo della colossale saga Marvel: Doctor Strange. Ispirato dal fumetto, che risale al 1963, questa pellicola è un piccolo gioiello anche per i non appassionati del genere. Magistralmente interpretato, tra gli altri, da Benedict Cumberbatch e Tilda Swinton, presenta due aspetti degni di nota: gli effetti speciali e il tipo di potere dei supereroi.

Gli effetti speciali si ispirano a film come Matrix, 2001 Odissea nello spazio e Inception. In un certo senso fonde armonicamente alcuni loro stilemi, creando uno stile unico e coerente di grande qualità. Ma gli effetti senza idee, senza un’estetica, sarebbero vuoti. Escher, i frattali, la psidechelia e una massiccia dose di simbologia orientale danno un anima alla computer grafica. La magia del cinema ha sempre bisogno di uno spirito che la guidi.

La magia davvero “spiritualizzata” è però quella praticata dai personaggi. L’immaginario sfruttato dalla pellicola è quello dei piccoli monasteri tibetani che custodirebbero profondi segreti. L’idea del ‘supermonaco’ è presente in moltissimi film, serie tv e anime; è ormai un cliché a tutti gli effetti che diffonde una visione superficiale delle religioni orientali.

Se anche Doctor Strange cede a questo luogo comune del pop, c’è tuttavia un aspetto positivo da sottolineare. La conquista del superpotere, caratteristica essenziale dei film di genere, avviene accedendo alle altre dimensioni del multiverso con un duro allenamento fisico e mentale. Questa crescita spirituale porta a riflettere su temi impegnativi come il significato dell’esistenza, la morte e il tempo.

Probabilmente siamo ancora molto lontani dalla capacità di approfondimento tipiche dei film d’autore. Comunque sia, Doctor Strange è un piccolo passo avanti verso il riconoscimento delle potenzialità espressive di un genere che, finora, è stato etichettato come semplicemente commerciale e ‘fumettistico’.

CINEMA / Neruda sul grande schermo

Il film di Pablo Larrain è un caleidoscopio di immagini e parole

Nel passato è stata l’Europa ad aiutare il cinema americano a diventare grande. Nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, infatti, innumerevoli sono stati gli artisti europei (registi, attori e attrici, sceneggiatori, produttori) ad emigrare dai loro Paesi dilaniati dalla guerra, assoggettati ai totalitarismi, attraversati dalla follia antisemita, verso l’America, Paese giovane, dall’economia in crescita e democratico. Anche grazie al loro apporto artistico, alla loro bravura e professionalità il modello produttivo e narrativo cinematografico classico divenne il punto di riferimento del cinema globale per oltre trent’anni, esportando stili di vita, pensieri, usi e costumi e, di fatto, aiutando l’“americanizzazione” del mondo. La grandezza del cinema americano è stata fin dalle sue origini, dunque, quella di saper inglobare nei suoi meccanismi, che potrebbero sembrare rigidi, le innovazioni e le sperimentazioni, in un sincretismo artistico vitale.

Oggi non siamo più noi europei ad aiutare il cinema americano in questa sua flessibilità creativa e lo scettro è passato ai paesi del Sud America. Sono loro, oggi, grazie a registi estremamente interessanti, ad offrire l’opportunità di una ventata di rinnovamento e di una piccola rivoluzione. Iniziò un po’ di anni fa Robert Rodriguez, amico solidale di Quentin Tarantino, e oggi continuano Alfonso Cuaron e Alejandro G. Inarritu, tra l’altro vincitori anche di Premi Oscar (la massima consacrazione al livello dell’industria cinematografica). Sono tutti e tre registi messicani, che hanno iniziato con piccole produzioni all’interno del loro paese e poi sono riusciti ad entrare nei meccanismi del grande cinema americano. Senza però perdere le loro peculiarità, stilistiche e tematiche.

Ora, all’orizzonte, si fa strada prepotentemente un nuovo giovane regista, questa volta proveniente dal Cile, che ci pare stia compiendo la stessa parabola dei suoi predecessori. Si tratta di Pablo Larrain, di cui oggi si può vedere al cinema “Neruda”, film biografico sul grande poeta Pablo Neruda. Larrain ha sempre realizzato film che avessero come soggetto il suo Cile e la sua storia dilaniata dai regimi (si pensi a “No. I giorni dell’arcobaleno”, in cui raccontava la dittatura di Pinochet) ma nei prossimi mesi vedremo la sua ultima fatica che si chiama “Jackie”, anch’essa una pellicola biografica sulla moglie del presidente Kennedy (icone per eccellenza della storia americana). Dunque dal Cile all’America, da film a basso budget a una produzione con grandi attori (Natalie Portman interpreta la first lady), ma quello che non cambia è il modo di fare cinema di Larrain: un modo spiazzante rispetto a quello a cui siamo abituati. Un modo anti-narrativo, quasi rapsodico, che è più vicino alla poesia che alla prosa, che non si preoccupa della logicità e delle connessioni di causa-effetto nello sviluppo della storia, ma che vuole rendere la verità di quello che racconta attraverso uno stile, un’emozione, una sensazione.

Esemplare in questo senso “Neruda”: una sorta di anti-biografia (perché non ha nulla a che fare con la classica struttura agiografica delle biografie cinematografiche) del grande poeta cileno nel momento in cui deve abbandonare la sua patria a causa della dittatura di Videla. Il film non segue una vera traccia cronologica o consequenziale, sembra avere un ritmo ondivago, legato all’artificiosità della rappresentazione e non alla sua verosimiglianza. Un caleidoscopio di immagini e parole rispetto al quale lo spettatore è invitato ad esercitare un’interpretazione ermeneutica più faticosa rispetto ai normali standard di un film. E’ un tipo di cinema personale, originale e sfidante, che l’America ha deciso di “adottare” ed inglobare nei suoi meccanismi secondo il sano rinnovamento che da sempre mette in atto al suo interno.

Inferno e l’apocalisse seriale

Da 13 ottobre è nelle sale Inferno terzo capitolo del sodalizio tra Dan Brown e Ron Howard, con i libri del primo trasposti cinematograficamente dal secondo e interpretati da Tom Hanks nei panni di Robert Langdon.

Stavolta il thriller gira intorno all’inferno di Dante Alighieri e alla folle piano di sterminare metà della popolazione mondiale mediante una terribile pandemia. Il miliardario ideatore del progetto lascia una scia di indizi che porteranno Langdon e la bella dottoressa Sienna Brooks (Felicity Jones) alla ricerca del pericoloso virus. Come sempre ricco di colpi di scena, questo episodio tratto dal romanzo omonimo di Dan Brown è ancora più intricato e non è facile capire chi sono i buoni e chi i cattivi per buona parte del film.

Al di là del complotto storico-letterario, un aspetto fondamentale della pellicola è la serialità “apocalittica” che caratterizza trama e linguaggio. La strage globale è vista infatti come un evento ripetibile e che anzi si è già verificato nel medioevo con la peste, portando poi al rinascimento come sua diretta conseguenza. L’intento è proprio quello di dar vita ad un nuovo periodo di rinascita al prezzo di miliardi di vite umane. Ovviamente si condanna questa visione del mondo ma la avvolge, in un certo senso, di fascino e razionalità. Troppo poco spazio è lasciato all’analisi etica di un dilemma tremendo e sconcertante.

L’altro aspetto seriale riguarda la struttura stessa del film. Langdon è maggiormente coinvolto, sia a livello fisico che sentimentale. Sembra proprio di assistere a una di quelle puntate-chiave in una serie televisiva in cui alcuni spiazzanti colpi di scena riaccendo l’interesse dei fan. Però la storia è indipendente dagli altri episodi, è una pellicola a sé. È come se il linguaggio delle serie stesse cominciando a contaminare quello cinematografico. Ovviamente c’è il legame dato dai libri, scritti dal medesimo autore, e quello del regista. Comunque potrebbe essere un segnale del rovesciamento in atto tra cinema e tv, con il primo che copia le strategie della seconda per imitarne il successo.