Il vescovo e le sue cinque piaghe

All’unzione col santo crisma, altri segni esplicativi seguono. Li passiamo in rassegna brevemente.

1. La consegna del libro dei Vangeli

Il Vescovo ordinante, mettendo in mano all’ordinato il libro del Vangelo dice: «Ricevi il Vangelo e annuncia la parola di Dio con grandezza d’animo e dottrina». Il Vangelo che prima gli era stato imposto sulla testa, perché non avesse in mente se non pensieri evangelici, ora gli viene messo tra le mani. Le mani sono gli organi dell’operatività. Il Vescovo è chiamato ad operare con il Vangelo, ad operare il Vangelo. Il Vangelo non può restare lettera morta, ma neppure solo ideale che frulla per la testa, richiede la concretezza che trasforma la storia: è la bussola di ogni agire (operare col Vangelo), è l’opera per eccellenza (operare il Vangelo). La “messa in opera” del Vangelo, richiede che il Vangelo sia il progetto di riferimento e ha come unico scopo la realizzazione del Vangelo. Il Vescovo dovrà averlo costantemente tra le mani e sgranarlo, come fosse un rosario. Ricevendolo viene esortato ad annunziarlo “con grandezza d’anima”, ciò richiama il pericolo che il Vangelo possa essere annunciato con animo meschino, gretto, con cuore rattrappito. Il Vangelo sulla bocca del vescovo, deve spiccare il volo, deve potersi dilatare: Parola più grande del mondo, Parola più grande del cuore dell’uomo. Essendo tra le nostre mani, sulle nostre labbra il Vangelo potrebbe essere adeguato alle nostre misure, ai nostri piccoli orizzonti e sarebbe un peccato. Il Vangelo chiede a noi di dilatarci sulla sua misura. è un continuo invito a dilatare mente e cuore, a dare ossigeno ad una Parola che mai vuol cessare di far ardere i cuori.

2. La consegna dell’anello

Mettendo l’anello nell’anulare destro dell’ordinato, l’ordinante dice: «Ricevi l’anello, segno di fedeltà, e nell’integrità della fede e nella purezza della vita custodisci la santa Chiesa, sposa di Cristo». L’anello episcopale, nella sua forma e nel suo significato rinvia alla fede nuziale, esprime infatti la sua fedeltà alla Chiesa-Sposa. Qui, però, ci troviamo dinnanzi ad un cortocircuito di non poco conto. L’anello al dito deve ricordare al vescovo il suo impegno ad essere fedele alla sposa in un altro: la Chiesa infatti non è sua sposa, ma la sposa di Cristo. Il vescovo deve amare con un amore appassionato e fedele la sposa di un altro a lui semplicemente affidata. Come non pensare alla vocazione e missione di San Giuseppe, anche lui custode amoroso della sposa di un altro. Se ogni sposo è chiamato ad amare la propria sposa e a dare se stesso per lei (Cf Ef. 5,25-28), a maggior ragione con quanta delicatezza d’amore, con quale dolce cortesia, con quale garbo di tenerezza è necessario amare la sposa di qualcun altro che ci viene affidata in segno di estrema fiducia. Se non si può spadroneggiare, né usare violenza sulla propria sposa, tanto meno è possibile farlo sulla sposa altrui. L’amore del vescovo per la Chiesa-sposa di Cristo che gli viene affidata deve essere un amore premuroso, attento e casto. Solo così il suo bastone, come quello di San Giuseppe, fiorirà.

3. Consegna della mitra

Non è solo un copricapo. Le parole che accompagnano l’imposizione della mitra sono eloquenti: «Ricevi la mitra e risplenda in te il fulgore della santità, perché quando apparirà il Principe dei pastori, tu possa meritare la incorruttibile corona di gloria».
L’eccentrico copricapo episcopale è un continuo richiamo al “dovere” di santità del vescovo. La santità è un fulgore che deve risplendere sul volto del vescovo. Torna alla mente un episodio biblico che ha come protagonista Mosè. Egli sul monte parla con Dio quasi faccia a faccia. La frequentazione di Dio trasfigura il suo volto, lo rende luminoso e diviene il segno tangibile della sua intima esperienza di Dio. Tutti possono vedere che la vicinanza con il Santo rende santi, il fulgore del Suo volto si riflette e brilla sul volto di Mosè. Michelangelo, nel suo famoso Mosè, rende plasticamente il fulgore della santità che brilla sul volto del grande condottiero del popolo ebraico, con due corni che spuntano sulla sua testa. Forse è per questa ragione che la mitra ha assunto la forma a due punte. La mitra ricorda al vescovo il suo impegno a stare con assiduità di fronte a Dio, faccia a faccia in un colloquio intimo e cordiale, a contemplare ogni parola che esce dall’Altissimo. Il suo volto assorbirà la luce divina e la rifletterà ai fratelli. Il volto del vescovo, con o senza mitra, non potrà che essere un volto sorridente, solare, espressione della luce divina che gli abita dentro, del sacro fuoco che gli brucia nel cuore. I suoi occhi luminosi daranno coraggio a quanti si lasciano sopraffare dalle tenebre. Il sorriso della sua santità contagerà i credenti dal volto scuro.

4. Consegna del pastorale

«Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio».
Mandando i suoi discepoli in missione Gesù li esorta a portare con sé “nient’altro che un bastone” (Mc 6,8).
Il bastone episcopale è anzitutto il bastone del missionario, di colui che viene inviato a proclamare il Regno, ad annunciare la pace, ad esortare alla conversione, a scacciare i demoni, a guarire gli infermi, a testimoniare il vangelo con la sobrietà e la semplicità di una vita che si affidata al buon cuore di altri.
Il bastone episcopale indica il ruolo di pastore affidato al vescovo. Il suo compito è quello di prendersi cura del gregge che gli viene affidato per guidarlo ai pascoli della vita e ammaestrarlo con la Parola di Verità di cui è custode, servo e testimone.
Il bastone episcopale è bastone di pellegrino. Ogni vescovo è chiamato a camminare
per le vie del mondo assieme a tanti fratelli e sorelle, condividendo con essi gioie e dolori, fatiche e speranze, aneliti e delusioni. Il vescovo è discreto compagno di viaggio di ognuno, non per vagabondare senza meta, ma per indicare a tutti la vetta verso cui è diretto, nella speranza che molti, con lui, vogliano fare cordata.

5. L’insediamento

A questo punto il vescovo appena ordinato sarà invitato a sedersi sulla sua cattedra, quella che una volta impropriamente veniva chiamata: trono. È un luogo scomodo. Il vescovo sa bene che il trono del Signore Gesù è il legno della croce. Su quella croce si insedia, crocifisso anche lui alla Parola dell’Amore.

L’incontentabile per eccellenza

Il vescovo viene tra noi come segno della dismisura dell’amore di Dio. Le mezze misure non fanno per lui, non è Vangelo che possa dare alla Chiesa.

Terminata la preghiera di ordinazione in cui si invoca sull’eletto lo “Spirito che regge e guida”, iniziano i riti esplicativi, riti cioè che rendono manifesto, attraverso segni visibili ciò che lo Spirito ha già realizzato in colui che ha ricevuto l’ordinazione e in qualche modo ne evidenziano alcuni degli aspetti più significativi.

Il primo rito esplicativo è l’unzione crismale. Il vescovo ordinato riceve l’unzione con il crisma sul capo.

È un gesto esplosivo, ricco di evocazioni simboliche, un gesto plurale per richiamare alla mente una molteplicità di doni, di sfide, di compiti.

Innanzitutto è un richiamo al battesimo, sacramento nel quale i credenti sono stati unti, consacrati con il dono dello Spirito che ha messo su ciascuno il suo sigillo e ha fatto dei battezzati un popolo di sacerdoti, re e profeti.

Questa unzione ricorderà al vescovo che il suo nuovo ministero affonda le radici nella grazia battesimale. Pastore e guida del popolo a lui affidato, continuerà ad essere credente e discepolo assieme con gli altri credenti, per loro vescovo, con loro cristiano, come bene sintetizza S. Agostino.

L’unzione ricorda anche le nostre infermità e il bisogno di consolazione e salvezza. Ungere con olio i malati è uno dei compiti che Gesù affida ai discepoli inviati in missione. Chi è malato, ricorda l’apostolo Giacomo (5, 13-16) chiami a sé i presbiteri perché preghino su di lui e lo ungano con olio.

Mandato come buon samaritano a farsi carico di chiunque sia prostrato e umiliato dalla vita, il vescovo è consapevole delle proprie fragilità per questo si affida alle preghiere che la Chiesa innalza ogni giorno per lui. L’esperienza della sua infermità redenta gli darà la capacità di comprendere in modo empatico le debolezze degli uomini e delle donne affidati alle sue cure e saprà chinarsi con compassionevole prossimità verso chiunque anela a risorgere. Saprà consolare con la stessa consolazione con cui lui stesso è stato consolato da Dio (2 Cor 1,3s).

L’unzione lo configura in modo particolare a Cristo Signore l’Unto, il Consacrato, il Messia. Non è un titolo di vanto, ma una tremenda responsabilità. Come il Messia dovrà portare ai poveri il lieto annunzio, proclamare libertà, annunciare un Dio che fa grazia. (Lc 4,18-19). L’unzione gli ricorderà costantemente il dovere di essere “collaboratore della gioia” (2 Cor 1,24) della sua Chiesa.

L’unzione farà del vescovo l’anima della fraternità. Il salmo 132 mette in parallelo la soavità della vita fraterna, la sua intrinseca bontà, con l’unzione sacerdotale di Aronne. Vivere da fratelli, con un cuor solo e un’anima sola, “è come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste” (Salmo 132,1-2). Unzione e fraternità si richiamano a vicenda, non c’è l’una senza l’altra. Il fluire dell’unguento sul capo di Aronne evoca quanto possa e debba essere inebriante la concordia di voci e di cuori.

Nello stesso tempo se venisse a mancare in mezzo all’assemblea dei fratelli la presenza dell’unto, questa facilmente si trasformerebbe in un assembramento senza coesione, in un agglomerato di persone estranee le une alle altre, indifferenti se non anche sospettose. La presenza dell’unto del Signore è garanzia del perdurare del profumo della carità. Goccia a goccia, l’unguento che gli cola dal capo, darà vita ad una comunità di fratelli che nell’amore vicendevole diventeranno carne del Vangelo.

Nel vedere quel gesto mi tornerà alla mente l’unzione di Betania (Mc 14,3-9). Una donna anonima versa sul capo di Gesù un unguento prezioso di Nardo purissimo. E’ uno spreco! Pensano in molti. Gesù invece vi scorge una profezia. Non è solo anticipazione della sua unzione funebre, è alzare il velo su di una verità eneludibile: non c’è amore senza spreco, senza esagerazione; l’amore esige la dismisura.

Calcolare, lesinare, interessarsi solo dello stretto necessario: non è Vangelo. Gesù non lascia cadere quel gesto profetico, anzi lo farà suo gettandosi in una avventura di carità senza limiti, accettando la croce come segno della dismisura dell’amore. Ovunque si predicherà il Vangelo ci si ricorderà del gesto di quella donna: si dovrà annunciare che senza un amore smisurato, totale, radicale, sprecone, il Vangelo non è Vangelo.

Immerso in questi ricordi, mi verrà da pensare che il vescovo viene tra noi come segno della dismisura dell’amore di Dio. Non si accontenterà del “quanto basta”, ma si preoccuperà di mettere tra le nostre mani “una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6,38). Stando tra noi, come segno profetico della sovrabbondanza dell’amore di Dio, allargherà le nostre tende, amplierà i nostri granai, dilaterà i nostri cuori, aprirà le nostre menti. È l’unto che ci rammenterà l’inefficacia delle mezze misure, dei compromessi e dei giochi al ribasso. E’ l’unto che non può essere soddisfatto fino a quando le giare non saranno piene fino all’orlo. È l’unto: l’incontentabile per eccellenza, mai appagato, neppure di se stesso, finché l’amore non sarà crocifisso.

Le mezze misure non fanno per lui, non è Vangelo che possa dare alla Chiesa.

L’olio dell’unzione non potrà scivolargli addosso, ma lo compenetrerà fino a diventare un tutt’uno con lui.

Che il profumo di quell’unguento possa inebriare tutta la Chiesa reatina.

Uno col Vangelo in testa

Cos’altro potrebbe e dovrebbe mai frullare per la mente di un vescovo se non le parole del Vangelo, notizie buone e belle da regalare alla sua gente?

Mentre il popolo canta le litanie dei santi, il vescovo che deve essere ordinato è ai pieni dell’altare, prostrato. Sulle note del canto, passano sulle sue spalle con la leggerezza di una vigile amicizia, ma anche con il peso della loro grandezza, i giganti della storia della Chiesa: santi e sante che hanno tracciato il cammino della fedeltà a Cristo e al Vangelo, uomini di Dio, compagni degli uomini. Schiacciato e sollevato insieme, dal passare sul suo corpo di tanti testimoni della fede e della carità che si presentano a lui provenendo dal passato, il suo cuore comincerà a guardare avanti, scrutando la strada che si perde all’orizzonte, cercando di intuire con quanti uomini e quante donne dovrà condividere il cammino della vita con il desiderio per sé e per loro della medesima fedeltà della gran turba di credenti che prima d’ora hanno compiuto il cammino e sono giunti alla meta dalla quale ci aspettano, alla quale ci attraggono, infondendo il coraggio di un entusiasmo che non cederà mai a scelte rinunciatarie né per stanchezza, né per delusione.

Mentre l’assemblea canta l’ordinando sarà lì ai piedi dell’altare circondato da un popolo intero, eppure solo coi suoi pensieri, i ricordi, le speranze, le paure, la consapevolezza della propria fragilità accompagnata dalla certezza che la forza che viene dall’alto non lo lascerà neppure un istante, così che nella sua debolezza sperimenterà, lui per primo, la potenza della grazia divina.
Poi si farà silenzio!

Le mani dell’ordinante sul suo capo mentre tutto tace. È il pudore della Chiesa che non osa neppure fiatare: quando scocca il tempo dello Spirito. Mentre lo Spirito scende sull’eletto e lo fa suo, la Chiesa è attonita, mano alla bocca contempla il mistero, e nel tacito consenso, fa del suo grembo, l’alveo fecondo in cui lo Spirito consacra i suoi figli, ciascuno con la propria identità, il proprio carisma, il proprio ministero nei diversi ordini e gradi.

Poi d’improvviso, mettono sulla testa dell’ordinando, aperto, il libro dei vangeli e i vescovi presenti recitano la preghiera di ordinazione.

È un gesto, che oggi appare profetico e sovversivo allo stesso tempo. È un gesto inequivocabile che esprime chi sia il vescovo: uno col Vangelo in testa!

Cos’altro potrebbe e dovrebbe mai frullare per la mente di un vescovo se non le parole del Vangelo, notizie buone e belle da regalare alla sua gente; parole alte per far spiccare il volo ai credenti che gli sono affidati; parole antiche ben radicate, che danno sicurezza e garantiscono solidità; parole nuove capaci di far germogliare fiori e frutti; parole dinamiche che spingono ad andare al largo; parole calde che infiammano i cuori e li fanno ardere; parole pungenti cui non si può assuefarsi; parole sovversive che impediscono alla Chiesa di ristagnare in acque insalubri.

Avere in testa il Vangelo è avere in testa Dio che continuamente crea Luce, sprazzi di Belleza antica e sempre nuova, storia di un Amore caparbio fatta di parole sussurrate al cuore di gesti suadenti e seducenti.

Avere in testa il Vangelo è avere in testa l’uomo con le sue ferite, la sua ferialità non di rado delusa e deludente, ma anche la sua vocazione ad essere gloria del Dio vivente.

Avere in testa il Vangelo significa avere sulle labbra parole di compassione e di tenerezza, di speranze, di libertà, parole fresche, fragranti, buone come il pane appena sfornato; parole chiare, decise e decisive!
Molte altre parole cercheranno di avere il sopravvento, di usurpare la primogenitura, di pretendere con prepotenza diritto di cittadinanza nella mente di chi assume il compito di insegnare, guidare e santificare il popolo a lui affidato, ma lui, il vescovo, sarà attento ad ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Altre parole saranno come la voce suadente di una sirena, ma il libro dei vangeli è ancora lì sulla sua testa mentre continua la preghiera di consacrazione, quasi a tenerlo legato all’albero maestro della Parola.

Con e prima di ogni credente, il vescovo dovrà sempre ricordare di essere sotto la parola di Dio, del Vangelo è servo e non padrone. Quel libro è un limite, un confine oltre il quale non è lecito andare. Ma più che libro il Vangelo è la carne di Cristo fatta verbo, parola del Verbo incarnato che continua a prendere carne, non è lettera morta, è Spirito che vivifica. Cristo dovrà essere dentro ogni pensiero del vescovo, ogni sua scelta non potrà che essere epifania dello Spirito che non mortifica ma che dona Vita.

Il Vangelo deve penetrare nella testa dell’ordinando, parola dopo parola, una in fila all’altra, come perle di una collana preziosa, come gocce di rugiada, semi fecondi di una sapienza senza tempo.
Quando ero ragazzo, nelle lunghe ore di studio, capitava non di rado, nella fatica di comprendere o memorizzare qualcosa, di prendere il libro di testo e premerlo sulla testa, nella speranza che bastasse quel gesto per realizzare la desiderata osmosi tra testo e testa, quasi fosse possibile, con quel gesto ripetuto, riuscire nell’intendo di poter travasare nella mente con facilità quello che con fatica si riusciva a depositarvi con lo studio.

Penserò a quel ragazzino che ero, vedendo il vescovo col Vangelo in testa, augurandomi, e l’augurio sarà accompagnato dalla preghiera, che il vescovo faccia meno fatica di me a travasare nella sua testa, il testo del Vangelo.

Sarà bello sapere che altro non passa per la mente del vescovo se non la parola che non passa e scorgere nei suoi ragionamenti, nei suoi insegnamenti, nei suoi gesti, non altro se non la freschezza e l’autenticità del Vangelo.

Che fino alla fine dei suoi giorni, quel Vangelo impostogli nel giorno dell’ordinazione, continui a restare sulla sua testa a compenetrare mente e cuore.

Un uomo di parola

Dopo la presentazione di colui che dovrà essere ordinato vescovo, una antica tradizione richiede che egli sia interrogato in presenza di tutto il popolo circa le sue intenzioni ad esercitare il ministero con rettitudine e fedeltà.

Ben nove domande risuonano nelle orecchie, nella mente e nel cuore dell’ordinando con una intensità sempre più incalzante. È la sua volontà, la sua libertà, la sua disponibile responsabilità che viene interpellata. La Chiesa ripone nell’ordinando la sua fiducia, sollecita la sua adesione e i suoi nove “sì, lo voglio” lo inchioderanno alla fedeltà alla parola data, sincera ed affidabile.

Nella lunga serie di interrogazioni emergono, quasi con prepotenza, nove espressioni che sono il concentrato delle relative domande: adempiere il ministero, predicare il vangelo, custodire il deposito della fede, edificare la Chiesa nell’unità, prestare obbedienza al papa, prendersi cura del popolo, essere accogliente, andare in cerca delle pecore smarrite, pregare per il popolo di Dio.

Ad alcune di queste espressioni abbiamo già accennato nei due articoli precedenti, su altre torneremo in seguito, mi limito qui a commentare brevemente quelle che maggiormente sollecitano la mia sensibilità.

Credo sia necessario cominciare dalla fine: «Vuoi pregare, senza mai stancarti, Dio Onnipotente, per il suo popolo santo, ed esercitare in modo irreprensibile il ministero del sommo sacerdozio?». Posta al termine questa domanda viene particolarmente messa in risalto. Essa esprime un duplice aspetto dell’identità del vescovo, essere presenza santificante di Dio in mezzo al suo popolo, esercitando il sommo sacerdozio, ed essere presenza orante in favore del popolo dinnanzi a Dio, pregando senza stancarsi mai. Nella persona del vescovo Dio incontra il suo popolo e il popolo incontra il suo Dio. Egli è vescovo nel momento in cui stende le sue mani benedicenti sul popolo, ma ancora di più lo è quando, carico del peso di ciascuna delle pecore a lui affidate si prostra orante dinnanzi a Dio. Spesso vediamo il vescovo nel primo atteggiamento, molto più di rado ci è dato vederlo nel secondo, forse anche per suo giusto pudore. Eppure durante la celebrazione, prima di ammirare il vescovo benedicente, lo vedremo prostrato dinnanzi all’altare.

Vorremmo poter fissare in modo indelebile negli occhi e nel cuore questa immagine ed essere certi che egli ogni giorno starà alla presenza di Dio per noi, come Abramo che implora misericordia per Sodoma e Gomorra, come Mosè che intercede per la salvezza del popolo, come Gesù nell’orto prostrato a terra ad implorare il compimento della volontà del Padre, salvezza per l’umanità, che come fuoco divorante lo deve attraversare. Modello del suo gregge, il vescovo è anzitutto modello dell’orante, di ogni credente chiamato a pregare incessantemente. Per tale ragione egli, senza stancarsi mai, terrà fisso il suo sguardo sul volto trasfigurato del suo Signore tendendo l’orecchio del cuore ad ascoltare la sua parola. Questo è il primo modo attraverso cui il vescovo si prende cura del popolo che gli è affidato.

Un altro sì, brucerà nel cuore e sulle labbra dell’ordinando e sarà il suo assillo giorno e notte: «Vuoi edificare il corpo di Cristo, che è la Chiesa, perseverando nella sua unità, insieme con tutto l’ordine dei vescovi, sotto l’autorità del successore del beato apostolo Pietro?».

L’unità è il sommo bene. Per realizzarlo il Signore Gesù ha offerto la sua vita sulla croce, infatti egli è morto per radunare tutti i figli di Dio che erano dispersi. Durante l’ultima cena, l’unità è il tema ricorrente della sua preghiera sacerdotale. L’unità a costo della vita non può non essere l’assillo e lo stile del vescovo. Del resto mai il vescovo raggiunge la pienezza del suo ministero se non quando presiede per il popolo, assieme al suo presbiterio, l’Eucaristia che è sacramento dell’unità.

La divisione vanifica la croce di Cristo, rende infeconda la pasqua, mortifica l’Eucaristia. Una comunità ecclesiale divisa non potrà mai assolvere al suo compito di segno e strumento di salvezza per l’umanità, un corpo ecclesiale lacerato rende indegna e blasfema ogni Eucaristia. Ad ogni Eucaristia, vescovo, presbiteri e popolo vanno supplici mendicando il bene dell’unità e della comunione. Un vescovo non potrà mai aver pace finché i suoi fedeli, essendo un cuor solo ed un’anima sola, non saranno in grado di spezzare insieme, in semplicità e letizia, il pane dell’unità. Di questa unità egli sarà segno visibile non solo nella sua Chiesa, ma anche della comunione di questa con tutte le Chiese e con la sede apostolica.

Gli sarà anche chiesto: «Vuoi custodire puro e integro il deposito della fede, secondo la tradizione conservata sempre e dovunque nella chiesa fin dai tempi degli apostoli?». In tempi come i nostri, tempi nei quali l’opinione ha preso il posto della verità, in cui valori solidi e assodati si sono trasformati in modi d’essere liquidi e sfuggenti ad ogni presa, custodire puro e integro il deposito della fede non è cosa facile.

Nessun vescovo potrà sottrarsi alla inevitabile tensione tra il conservare e il rinnovare, tra il custodire e l’esplorare, tra la memoria grata e riconoscente e la “creatività” a cui  invita Colui che fa nuove tutte le cose.

Nel dilemma, cui non è possibile sottrarsi, tra il conservare il pensiero forte di una fedele indiscussa e il dar credito all’incalzare di un pensiero debole senza certezze, il vescovo sarà custode di un pensiero evangelicamente umile, custode di verità cortesemente proposte e non imposte, di valori donati come bene prezioso nel rispetto di tutti. Compito del vescovo è quello di custodire e di trasmettere il deposito della fede cioè un insieme di verità, ideali,valori, stili di vita in cui la comunità ecclesiale si è sempre e dovunque riconosciuta fin dai tempi degli apostoli. Questo “sempre e dovunque” non è affatto secondario. Non di rado ci si imbatte in verità dell’ultima ora, in consuetudini locali spacciati come patrimonio comune e ininterrotto della Chiesa, in tradizione dal fiato corto, in un “sempre” che significa solo a memoria d’uomo, in un “ovunque” che ha solo i confini delle nostre parti.

La fede poi si custodisce trasmettendola e la si trasmette rendendola comprensibile a chi la si dona. Torna alla memoria quanto papa Giovanni XXIII diceva nel discorso di apertura del concilio e cioè che compito della Chiesa non è solo quello di custodire il tesoro prezioso della fede ma di dedicarsi senza timore a proseguire il cammino dando forma nuova alle verità di sempre. È ciò che la nostra Chiesa locale ha cercato di fare nell’ultimo sinodo diocesano.
Compito del vescovo è quello di non spegnere lo Spirito, di non mettere a tacere i profeti, di concedere giusta libertà a tutti coloro che si sforzano di pensare e ripensare la fede e poi discernere ciò che viene da Dio ed è patrimonio condiviso.

Infine mi piace pensare che “deposito della fede” non siano solo verità astratte, ma siano uomini e donne la cui fede è incisa nella carne. La fede non è mai una realtà impersonale, ma sempre la fede di qualcuno, è storia di vita, così come Dio non è mai un Dio anonimo ma il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo. Questo è deposito di fede da custodire e tramandare: l’esperienza credente. Mettersi in ascolto dell’esperienza dei fedeli che ci hanno preceduto e di coloro che ancora camminano nella speranza è compito delicato ed esaltante del vescovo l’unico in grado di dire se l’esperienza di fede di ciascuno dei suoi cristiani sia in piena sintonia con quella del Signore Gesù.

Un uomo di compagnia

Il rito dell’ordinazione episcopale inizia con il solenne canto del Veni creator Spiritus. Da secoli le navate delle nostre chiese riecheggiano delle parole e della melodia di questo antico inno, ogni qualvolta la Chiesa sente il bisogno di non poter agire da sola, ma guidata, sostenuta, illuminata, vivificata dallo Spirito.

La Chiesa confessa che senza lo Spirito di Gesù non può far nulla. Essa dichiara con ferma consapevolezza l’esistenza di un legame indissolubile tra lei e lo Spirito. Già quello che viene chiamato Concilio di Gerusalemme, ricordato in Atti 15,1ss, primo della storia della comunità cristiana, dovendo affrontare un problema vitale a quel tempo e trovarne equilibrata soluzione, esprime l’inscindibile nesso tra lo Spirito e la Chiesa dicendo: «È parso bene allo Spirito Santo e a noi…».

Così inizia la lettera che gli Apostoli e gli anziani della Chiesa di Gerusalemme inviano alla comunità di Antiochia. È lo Spirito che plasma il noi ecclesiale e la concordia del noi ecclesiale è garanzia della presenza dello Spirito. Imbattersi in avventure o peggio in derive individualistiche fosse anche dall’alto spessore carismatico, mortifica la Chiesa. La Comunità credente, popolo e vescovo, deve sempre ricordare che custodire il “noi ecclesiale” è custodire la propria verginale maternità continuamente fecondata dallo Spirito per non cessare mai di “mettere al mondo” il suo Signore e dare alla luce sempre nuovi figli. Primo compito del vescovo è proprio quello di essere geloso custode e solerte promotore del “noi ecclesiale”.

Ho nostalgia dei giorni in cui il vescovo di Roma, parlando usava il “noi” erroneamente chiamato, da chi poco si intende di cose di Chiesa, plurale maiestatico; era semplicemente e in modo più profondo un plurale ecclesiale. Il papa non parla da sé, ma a nome e per conto della Chiesa; della fede della Chiesa è custode e garante, della comunione ecclesiale è segno visibile e promotore instancabile; della perenne compagnia dello Spirito che non cessa di guidare il popolo di Dio è memoria e invocazione.

Nessun vescovo dovrebbe mai parlare in prima persona, lui in qualche modo è visibilità della comunione ecclesiale, promuove la corresponsabilità di tutti, si spende perché risplenda sempre più il sommo bene dell’unità, perché i credenti siano un cuor solo e un’anima sola, abbiamo un solo pensare e un solo agire. Vibrino insieme all’unisono: lo Spirito, il vescovo, i presbiteri, i diaconi, i religiosi e i laici, questa è la Chiesa!

La mortificazione del noi ecclesiale, che non permette allo Spirito di parlare attraverso la pluralità delle lingue, sarebbe il più misero dei fallimenti cui un vescovo potrebbe andare incontro, trascinandovi inesorabilmente pure la Chiesa a lui affidata.

Questa inequivocabile e forte impronta ecclesiale viene espressa dal rito anche attraverso altri due segni.

Da una parte il fatto che a chiedere l’ordinazione del vescovo eletto siano due presbiteri in rappresentanza non solo dell’intero presbiterio diocesano ma di tutto il popolo di Dio che vive in Rieti.
Dall’altra la richiesta, da parte del vescovo ordinante, di esibire il mandato del Papa.

Si intrecciano in questo modo Chiesa locale e Chiesa universale, il noi della Chiesa reatina si inserisce nel più grande noi della Chiesa sparsa su tutta la terra, in una armoniosa sinfonia di comunione e di carità. Al vescovo diocesano è affidato il compito di mantenere viva la comunione della Chiesa locale con la Chiesa di Roma e con tutte le Chiesa, offrendo alla sua Chiesa garanzia di Cattolicità.

Il dialogo tra i presbiteri e il vescovo ordinate cui facevo menzione, se da una parte evoca l’antica prassi ecclesiale nella quale era tutto il popolo di Dio di ogni singola Chiesa a scegliere il proprio pastore chiedendo poi che venisse ordinato tale; dall’altra mette in evidenza, con la richiesta del mandato del papa, che il vescovo non viene da sé, ma è mandato, inviato.

Questi verbi sono significativamente evocativi: il vescovo in mezzo a noi fa le veci di Cristo. Anch’egli, come Cristo l’Inviato del Padre, è inviato a noi, perché si faccia carico delle nostre debolezze, annunci la Parola della Vita, sia strumento di grazia, di libertà, di salvezza, preceda il suo popolo sulla via della santità e sia collaboratore della nostra gioia.

Come Cristo ha inviato gli Apostoli, così Domenico viene a noi come apostolo di Cristo, annunciatore e testimone del vangelo.

Comunemente si dice che il vescovo è successore degli Apostoli. È un modo molto improprio di esprimersi, se per Apostoli intendiamo riferirci al gruppo dei Dodici costituiti da Gesù. Se è vera la definizione che Pietro, in occasione della aggregazione di Mattia al gruppo dei Dodici, dà dell’Apostolo, uno «che è stato con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione» (Atti 1, 21-22), allora è evidente che gli Apostoli non possono avere successori. Infatti con la morte dell’ultimo Apostolo nella Chiesa di Cristo si chiude una fase: la morte di coloro che avevano vissuto con Gesù, avevano visto con i loro occhi le sue opere, ascoltato con le loro orecchie il suo insegnamento, lo avevano incontrato risorto, chiude il tempo dei Testimoni per eccellenza.

A nessuno è dato di prendere il loro posto, ma dopo di loro, per loro volere, altri si sono succeduti nella guida delle comunità cristiani, passandosi l’un l’altro, come un testimone, il deposito della fede trasmesso dagli Apostoli. Questo passaggio di testimone si chiama successione apostolica che significa che il vescovo attuale attraverso la linea ininterrotta dei suoi predecessori può far risalire il suo mandato agli Apostoli e garantire così l’aggancio diretto della comunità ecclesiale di oggi alla Comunità Apostolica, compito delicato ed esaltante, compito per il quale si richiede un supplemento di Spirito.

Ma della definizione petrina di Apostolo ogni vescovo dovrebbe ricordare almeno tre aspetti: la collegialità, l’espressione “con noi” ricorre due volte nel testo di Atti sopra ricordato e la collegialità è garanzia di eclesialità, è il profumo della freschezza del vangelo; l’intimità con Gesù, ricordando che prima di essere inviato (apostolo) un discepolo di Gesù deve saper “stare con Lui” per dare al proprio ministero il sapore del Pane e della Parola ricevuti dalla mensa del Maestro; l’apertura all’inedito, cioè la capacità di dar credito ad un Dio sorprendente che sa dare una svolta inattesa ad ogni avventura che la logica umana dichiara morta e sepolta.

Un uomo di strane vedute

Pregustando la gioia dell’arrivo in diocesi di mons. Pompili, il giornale diocesano desidera offrire ai suoi lettori l’opportunità di riflettere sull’identità e la missione del vescovo.

Il 5 settembre il vescovo eletto Domenico riceverà l’ordinazione episcopale nella nostra basilica cattedrale di Rieti ed inizierà così il suo ministero episcopale a servizio della nostra comunità diocesana.

Se la memoria non mi inganna, è da 90 anni che il vescovo di Rieti non veniva consacrato nella sua cattedrale. Era il 19 marzo del 1925 quando il reatino p. Massimo Rinaldi, missionario scalabriniano, eletto sette mesi prima a guidare la nostra chiesa diocesana, veniva ordinato vescovo dal cardinale Raffaele Merry del Val nella cattedrale di Rieti.

Sette vescovi si sono succeduti, dopo di lui, sulla cattedra di Orso primo pastore di Rieti, tutti ordinati altrove.

Non credo siano molti i reatini a conservare memoria della celebrazione di quel giorno di marzo del 1925, è quindi prevedibile che sarà per tutti una grazia in più poter partecipare al rito dell’ordinazione del nuovo vescovo nella cattedrale di S. Maria.

Pregustando la gioia di quel giorno, il giornale diocesano desidera offrire ai suoi lettori l’opportunità di riflettere sull’identità e la missione del vescovo.

Al n° 20 delle premesse al rito dell’ordinazione episcopale auspica che la comunità diocesana sia convenientemente preparata alla celebrazione dell’ordinazione del nuovo vescovo.

Percorreremo insieme il sentiero liturgico, sentiero per molti inusitato, in genere frequentato solo da esperti o “patiti” di liturgia. Eppure già mi sembra di scorgere lo stupore sul volto di molti, appena ci si renderà conto della fecondità, della bellezza, della freschezza, per molti versi inedita, del nostro tentativo di comprendere chi sia il vescovo a partire dal rito attraverso il quale la Chiesa lo consacra.

La Chiesa crede ciò che celebra e celebra ciò che crede. Lasceremo che siano i sacri riti a raccontarci chi sia il vescovo, a svelarci la sua identità, a tracciare le linee portanti del suo ministero.
Prima, però di imboccare il suddetto sentiero, ci sia permesso di indugiare sul termine con il quale designiamo il credente che viene messo a capo della comunità diocesana.

Il sostantivo “vescovo” deriva dal greco episkopos. E’ una parola composta: il verbo skopéo (io guardo), è preceduto da una preposizione epì (dall’alto). Il vescovo è dunque uno che guarda dall’alto.

Il suo ruolo è stato comunemente interpretato come quello di un “sorvegliante”. Questo termine evoca dolorose vicende di schiavi in terra d’Egitto che molto ebbero da soffrire a causa dei loro sorveglianti (Cf. Esodo 1,11). Descrive comunque il compito di chi deve osservare qualcuno, magari allo scopo di tenerlo sotto disciplina, per prevenire errori o castigare abusi; in un’ottica più positiva è compito del sorvegliante occuparsi e magari preoccuparsi di coloro che sono affidati alla sua sorveglianza affinché siano custoditi e preservati da tutto ciò che può nuocere.

Sinceramente mi sembra un modo riduttivo, per niente esaltante di interpretare il ruolo del vescovo.

“Guardare dall’alto” più che un compito, esprime la necessità di scegliere il punto prospettico da cui guardare l’orizzonte.

Un vescovo è chiamato a guardare il mondo, la storia e sopratutto gli uomini “dall’alto”, con la stessa prospettiva con la quale li guarda Dio.

“Guardare dall’alto” è guardare con gli occhi e con il cuore di Dio, è vedere come Dio vede.

Tra i credenti, il vescovo, è un credente che sa far suo lo sguardo di Dio; un credente alla ricerca non di ciò che è meglio o perfetto, ma di ciò che, qui ed ora, è secondo il cuore di Dio. Il suo non è il ruolo di un abile stratega capace di offrire soluzioni ad ogni problema, ma di aiutare tutti a far propria l’ottica divina, a guardare ogni cosa con la pupilla di Dio. Il vescovo è colui che aiuta la sua chiesa a fare una necessaria conversione: cessare di scrutare le vicende dell’uomo dal basso ed iniziare a contemplarle “dall’alto”. Conversione in questo caso diventa con-visione. La conversione sarà vera, autentica, feconda nel momento in cui i credenti saranno capaci di “con-vedere” insieme con Dio, vedere da dove vede Lui, quello che vede Lui, come vede Lui. Conversione è cambiamento di direzione, uno sguardo nuovo sull’esistenza.

Per tornare alle antiche vicende di schiavi in terra d’Egitto, mentre i sorveglianti preposti dal faraone si preoccupano di come far rendere al massimo i loro sottoposti, non importa a quale prezzo, “dall’alto” Dio vede l’afflizione del suo popolo, e comincia a tessere una preziosa e segreta trama di salvezza (Cf. Esodo 3,7-9).

Lo sguardo “dall’alto” è sguardo di compassione e di benevolenza; lo sguardo “dall’alto” è uno sguardo che provoca sempre a fare esodo, ad intraprendere cammini di libertà, a passare dall’umiliazione della schiavitù alla dignità del servizio; a mutare il lamento in danza, la veste di sacco in abito di gioia.

“Guardare dall’alto” non è, non può, non deve neppure lontanamente evocare arroganza. Colui che dall’eternità guarda il mondo “dall’alto”, è stato capace di scendere fino agli inferi per far dono all’umanità di un nuovo e più vasto orizzonte di vita.

Ci aiuti il nuovo vescovo ad essere credenti di nuove e più ampie vedute: non le nostre, non le sue, ma quelle di Dio.

Più che un sorvegliante il vescovo è un contemplativo, non solo perché i suoi occhi devono essere sempre rivolti verso Dio, ma perché sa far proprio lo sguardo di Dio.