Spiritualità francescana e spirito sportivo: appuntamento sul Cammino di Francesco

«Tutti in cammino nella Valle Santa di Rieti: a piedi, a cavallo, in mountain bike». Era questo l’invito lanciato quest’anno dalla Fondazione Amici del Cammino di Francesco. Un richiamo a conoscere e vivere l’anello di ottanta chilometri del Cammino di Francesco: il percorso che collega i quattro santuari francescani di Greccio, Fonte Colombo, Poggio Bustone e La Foresta.

Un messaggio tradotto in una serie di appuntamenti per quanti vogliono mettere insieme il piacere del camminare con il richiamo della spiritualità francescana più autentica e originaria.

E proprio sui versi di Francesco: “Laudato si mio Signore con tutte le tue creature”, giunge il 15° appuntamento, da vivere in contemporanea al 46° Meeting Internazionale di Atletica di Rieti.

Domenica 3 settembre, infatti, il percorso previsto va dallo Stadio dell’Atletica di Rieti al Santuario La Foresta e ritorno.

Tutti possono partecipare al cammino naturalistico, culturale, spirituale: credenti, non credenti, credenti in religioni diverse, bambini e anziani. La partecipazione è libera e gratuita, ma sono necessarie scarpe da trekking, k-way e pranzo al sacco.

L’appuntamento che vede in sinergia la Diocesi di Rieti, il Comune di Rieti, il Movimento Cristiano Lavoratori, la Moschea della Pace di Rieti, la Sesta Opera San Fedele Rieti, la Pia Unione Sant’Antonio di Padova, il Club Alpino Italiano di Rieti, il Rieti Meeting Atletica, ASM Rieti e la Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile.

PROGRAMMA

  • Ore 8.00 – Raduno partecipanti Lungovelino Don Giovanni Olivieri – Ponte sul Velino – 390 slm. Consegna della maglietta gratuita Nike Rieti Meeting 2017, del biglietto gratuito per ingresso allo Stadio di Atletica, del biglietto gratuito per l’ Amatriciana Pasta Party.
  • Ore 9.00 – Partenza per il Santuario La Foresta – Chilometri sette.
  • Ore 11.30 – Arrivo a La Foresta 550 slm – Celebrazione S. Messa e Visita Santuario – Sosta pranzo.
  • Ore 13.30 – Partenza per Stadio di Atletica attraverso Centro Storico di Rieti – Chilometri sei.
  • Ore 15.30 – Ingresso e sfilata allo Stadio di Atletica di Rieti
  • Ore 16.15 – Partecipazione al 46° Meeting Internazionale di Atletica di Rieti.
  • Ore 19.30 – Degustazione Pasta all’Amatriciana dei partecipanti alla 15° Camminata.

Apoleggia si prepara a festeggiare la Madonna delle Grazie

Sono già iniziati i preparativi di quella che è la festa patronale per eccellenza di Apoleggia: i festeggiamenti in onore della Madonna delle Grazie.

Di antica memoria è il culto mariano a Colei che opera le infinite Grazie nel borgo di Apoleggia: dalle testimonianze e dai documenti parrebbe essere presente questa devozione già dalla fine del 1500.

Molte le persone che accorrono ad onorare la Vergine che elargisce le Grazie, soprattutto ex paesani migrati a Roma o in altre città per lavoro, così da far rivivere uno dei paesi più belli della Valle Santa.

Per le vie del paese già iniziano ad olezzare i primi profumi della festa, tra fiori, impasti per pizze, dolci, biscotti, ma anche carbone, utile per pulire e riaccendere gli antichi forni a legna del paesino ai piedi del Colle San Marco.

Oltre al folto programma religioso, il programma civile si esaurirà in due serate, il 25 ed il 26 agosto, durante le quali si potranno degustare prodotti tipici reatini e locali, secondo un itinerario pensato per poter mostrare gli angoli più affascinanti.

Tra le scale, le salite e le discese, le piazzette addobbate, fiori, piante e natura, il percorso enogastronomico si snoderà attraverso i punti salienti della vita contadina del paese, al chiarore delle stelle, tra torce e illuminazioni. Non mancheranno orchestre di liscio.

Le due giornate, inoltre, vedranno due ricchissimi menù, il primo, quello di venerdì, a base di pizza, dolci e vino; il secondo, quello del sabato, sarà caratterizzato da una ricchezza di cibo pensata per mettere in risalto i vari luoghi in cui verrà servito.

Il vino servito in queste serate è vera opera di mani locali, appositamente preparato con dedizione e devozione. Una festa, questa, una tradizione, portata avanti dai giovani del Paese che, per l’occasione, si incontrano e ri-incontrano, trovando ottimi collaboratori sia negli abitanti di Apoleggia stessa, che nelle istituzioni civili, quali Comune di Rivodutri e Pro Loco, ma anche e soprattutto nella Parrocchia di San Michele Arcangelo.

La festa della Madonna delle Grazie, così chiamata per le Grazie che sempre Ella sa elargire, vuole essere un momento di estraneamento dal solito trantràn della vita quotidiana, non a caso posta sul calare dell’estate, ma anche un momento di raccolta di sguardi e di pensieri, di abitanti, amici e conoscenti, per celebrare e concelebrare la grandezza dell’Onnipotente

Il vescovo nel giorno dell’Assunta: «Imparare da Maria la fiducia nella vita»

Il coraggio di mettercela tutta per far trionfare il bene, imparando da Maria e chiedendole aiuto. La capacità di non perdere mai la fiducia in colui che abbatte i potenti e compie cose grandi in quanti lo temono. Questo il succo della riflessione proposta il giorno dell’Assunta, dal vescovo Domenico, nelle celebrazioni eucaristiche da lui presiedute: al mattino al cimitero di Rieti, la sera al Terminillo.

Ai fedeli radunati nel Camposanto monumentale cittadino, in occasione della riapertura della chiesa dopo lavori di restauro, e a quanti partecipavano alla Messa vespertina nel Templum pacis terminillese dedicato a san Francesco, gremito di turisti, villeggianti e anche diversi reatini saliti sul monte per trascorrere la giornata ferragostana, monsignor Pompili ha rivolto l’invito a cogliere il senso della festività dell’Assunzione di Maria in cielo in anima e corpo: quella che, ha ricordato all’inizio della liturgia, nella tradizione orientale è chiamata la Dormitio Mariæ, cioè l’addormentarsi della Vergine dall’esistenza terrena per raggiungere in modo diretto e indolore la glorificazione in Dio.

Partendo dal brano dell’Apocalisse, proclamato come prima lettura della solennità, ha richiamato lo scontro tra la donna vestita di sole e l’enorme drago rosso: «uno scontro, all’apparenza impari. Da una parte questa donna, che rappresenta Israele, la Chiesa, Maria, dall’altra il drago, che rappresenta la forza del male, sia quello strutturale, le guerre, le violenze, gli scandali, sia quello personale, le ingiustizie, le mediocrità, la banalità».

Uno scontro, ha sottolineato il presule, che andando oltre la simbologia non va dimenticato che «è reale, ma ha un esito imprevisto: il bambino fugge verso il cielo e la donna fugge nel deserto. Questo è ciò che la fede crede: alla vittoria del bene, della vita, rispetto a quella del male e della morte». Una bella notizia, questa, «che va in controtendenza rispetto ai nostri retropensieri: noi non scommettiamo abitualmente sulla vittoria del bene, né tanto meno su quella della vita. Noi, anche se non lo diciamo in modo esplicito, siamo un po’ come rassegnati e fatalisticamente attendiamo il nostro giorno. Per questo la parola dell’Apocalisse deve suonare come imprevista, come un pensiero che ferisce alle spalle, ma di cui dobbiamo soppesare tutta la forza di provocazione».

Ad approfondire questo tema, il testo di san Paolo, nella seconda lettura della Messa, in cui l’apostolo «mette uno di fronte all’altro Adamo e Cristo: Adamo, cioè l’umanità lasciata a se stessa, che pretende di cavarsela da sé e in realtà poi sprofonda, e Cristo, che è invece la salvezza offerta a tutti noi, di cui la Vergine Maria è in qualche modo il primo segno efficace, perché lei è veramente la “terra del cielo”, lei che ha accolto nel suo grembo il Figlio di Dio è anche colei che mostra con il suo destino di essere aperta a Dio e perciò di essere definitivamente vincente nella vita».

Che cosa, in questo, può dunque insegnare la Madonna per la vita quotidiana? «Credo – ha detto il vescovo – che Maria ci aiuti a scuoterci da due questioni che spesso ci fanno del male: la prima è quella di dissimulare questo scontro tra il bene e il male, cioè di non prenderlo sul serio, perché ritenendoci incapaci di affrontarlo cerchiamo di metterlo sempre un po’ di lato, mentre invece dobbiamo a occhi aperti guardare a questa realtà, perché la vita è ogni giorno minacciata dal suo contrario, e ogni giorno ciascuno di noi nelle sue scelte decide se alimentare o meno la vita. Dissimulare questo scontro, in nome di questo atteggiamento falsamente tollerante per cui una cosa vale l’altra, ci porta senza che ne accorgiamo verso il fallimento. Dobbiamo reimparare a vivere questo scontro. In nome qualche volta di qualche eccesso di dialogo, dimentichiamo che la vita ha anche questi momenti duri ed esigenti. Allora è importante che questo scontro tra bene e male, tra la vita e la morte, non venga dissimulato».

E poi l’altro insegnamento della Vergine per l’oggi: «a non limitarci a imprecare contro i tempi che ci sono toccati… “che tempi!”, qualche volta esclamiamo, e così ci congediamo dall’affronto delle difficoltà. Ma a parte l’ovvia considerazione che questo tempo è l’unico che ci è stato assegnato, e perciò è il migliore che ci potesse essere donato, resta vero che come Maria ciascuno di noi può fare la differenza. Ma non a partire da chissà quali eroismi, ma a partire proprio dalla vita quotidiana, dove essa è ispirata dalla luce della fede».

Proprio questo, ha sottolineato don Domenico richiamando il brano evangelico della visita di Maria ad Elisabetta, è quanto mostra la giovane donna di Nazaret nel suo andare verso la cugina: «Mi colpisce di questo celebre racconto la normalità di questa fanciulla, che pure dentro ha una vicenda sicura straordinaria, vive però l’appello di aiuto della cugina, vive l’incontro faccia a faccia con Elisabetta e vive anche l’inno in cui manifesta la sua totale fiducia in Jahvè, che ha rovesciato i potenti dai troni. È questa sua fede così tenace e così luminosa ciò che ha permesso a Maria di attraversare la storia ed essere veramente per noi la “terra del cielo”, che ci dà a sperare. E credo che sia questo anche quello che dobbiamo chiedere a lei: di restituirci un pizzico della sua fiducia nella vita, nonostante ci sembri spesso questo scontro impari: ma lei ci può donare la forza di vivere nella quotidianità questa tensione, fiduciosa, che ci consente di attraversare anche il pericolo».

Per concludere, Pompili ha voluto lasciare una provocazione: «pensando ai nostri figli, la domanda che ci dobbiamo porre non è tanto quella che spesso circola, e cioè che mondo lasceremo ai nostri figli, ma piuttosto un’altra: che figli lasceremo al mondo? E cioè se dotati di questa fiducia elementare nella vita o se già rassegnati e fatalisticamente in attesa del peggio…».

Viva partecipazione e preghiera profonda: le Clarisse di Santa Chiara tornano nel monastero di via San Francesco

È stato il giorno della ricorrenza liturgica della fondatrice dell’ordine delle monache Clarisse l’occasione per celebrare la messa nel monastero di Santa Chiara. Dopo i mesi di silenzio conseguiti al terremoto, la piccola fraternità di Sorelle Clarisse torna ad animare le mura del monastero.

Una novità sottolineata dalla solenne concelebrazione eucaristica presieduta in un’aula dell’antico monastero di via San Francesco a Rieti da mons Lorenzo Chiarinelli, vescovo emerito di Viterbo, insieme ai Guardiani e ai Frati dei Santuari della Valle Santa.

Ad animare la liturgia è stato il Coro Valle Santa diretto dal M° Elio De Francesco. Viva partecipazione e preghiera profonda hanno risuonato nel parlatorio del monastero, adibito a Cappella.

Terremoto in Centro Italia: Caritas, un video con le testimonianze di Camilleri e Bonaccorti

In un video realizzato da Tv2000 per Caritas italiana, le testimonianze e le voci di Enrica Bonaccorti e Andrea Camilleri raccontano l’esperienza di chi ha vissuto il terribile sisma che ha colpito il Centro Italia a partire dalla notte del 24 agosto 2016, causando 299 vittime e sconvolgendo intere aree dell’Appennino e dell’Italia centrale. I testi sono tratti da “Voci dal terremoto. Storie fra rinascita e macerie per non dimenticare” di Fabio Bolzetta. Alcune immagini sono fornite dalla Caritas delle Marche, che ha realizzato il video “Un passo in più”. A un anno dai primi eventi sismici l’impegno Caritas continua accanto alle comunità locali. Sono state realizzate o progettate in tutte le diocesi terremotate diverse tipologie di centri di comunità: container assemblati, prefabbricati metallici, strutture con fondamenta, in muratura, acciaio o legno. Nella sola diocesi di Rieti, sono stati consegnati moduli abitativi a 45 famiglie di cui 12 allevatori. Grazie alla colletta nazionale del 18 settembre 2016 e a numerose altre donazioni, sono finora pervenuti a Caritas Italiana oltre 26 milioni di euro, incluso 1 milione messo subito a disposizione dalla Cei. Oltre due terzi sono stati già spesi o impegnati per aiuti d’urgenza, costruzioni, progettazione sociale e sostegno alle delegazioni gemellate.  Sono stati promossi gemellaggi tra località terremotate e delegazioni regionali Caritas. Per gli allevatori e le piccole attività economiche si stanno delineando interventi di supporto anche finanziario (prestiti, microcrediti) a progetti imprenditoriali condivisi. Grande rilievo hanno anche gli interventi educativi e animativi, a cominciare dai campi di solidarietà, con particolare attenzione alla condizione di ragazzi e anziani.

https://www.youtube.com/watch?v=aUGOfffV2Tc

A Borgo Velino la parrocchia non chiude per ferie, la fede non va in vacanza

In collaborazione con la proloco di Borgo Velino si è svolta la prima edizione dei Campanili sul Velino under 14 che ha visto coinvolti in una serie di giochi e prove a squadre multi-disciplinari di abilità e agonistiche 50 ragazzi.

Le squadre rappresentano quattro rioni del paese: Capanne – Piazza – Ripetta e Santa Lucia

I Campanili sul Velino sono una manifestazione precedente ai giochi senza frontiera nata ad opera del “Gruppo Folkloristico di Borgo Velino” nel 1968 che ha sempre solo coinvolto i ragazzi più grandi.

E se affrontarsi in un qualsiasi campo da gioco è occasione di divertimento e di competizione può essere anche un’occasione per dimostrare che anche con Gesù puoi divertirti e puoi farlo anche in un luogo suggestivo come la nostra bellissima piazza.

È la seconda volta che questa piazza ci ha visti protagonisti come parrocchia, i nostri ragazzi hanno invitato tutti a mettersi alla scoperta di quel luogo che risponde alla domanda “Maestro dove abiti?”, che ci sembra tanto misterioso ma che in realtà non lo è affatto.

Prima dei giochi la squadra per regolamento ha fatto l’ingresso in piazza, ciascuno secondo un tema simpaticamente religioso assegnato dal parroco e dalle animatrici parrocchiali.

Ed è così che sulle basi musicali di tormentoni estivi a loro più noti diventate canzoni per catechesi, hanno ballato e creato anche un oggetto in tema che li rappresentasse… ed ecco che abbiamo visto sfilare: una croce con un cuore e la scritta “La gioia dell’abbraccio del Padre Misericordioso” perché è così che il peccato è sparito; un grande rosario utilizzato come arma di cui dobbiamo riappropriaci per combattere il peccato e la mancanza di fede; un angelo come lume alla nostra preghiera unica arma per rimanere in contatto con il Signore; una corona di spine simbolo che LUI il re dei re, non ha corona in testa perché innamorarsi vuol dire servire, patire, donare.

Una serata piena di emozioni che si è conclusa tra la gioia e la soddisfazione di tutti ma che soprattutto è servita a lanciare un bel messaggio dando dimostrazione che i ragazzi sono il tesoro nascosto delle parrocchie e come ogni tesoro va cercato, trovato e custodito.

 

Concluse le vacanze di branco dei “Lupetti” del Rieti 2

Si sono concluse domenica 6 agosto 2017 le tanto attese vacanze del branco Wiangunga del gruppo scout Rieti 2 Marco Tempesta. Si sono svolte presso Il convento San Rocco di Farnese, un luogo molto accogliente, vicino Viterbo. Fantastici sono stati i 5 giorni intensi, entusiasmanti, ricchi di sorprese, di giochi e di divertimento. Ognuno ha riscoperto se stesso stando con gli altri, mettendo a frutto le proprie capacità e potenzialità, valorizzandole: “La forza del branco è nel lupo e la forza del lupo è nel branco”.

È stata un’occasione unica per vivere in Famiglia Felice con cristiana letizia. In pieno spirito giungla i lupetti sono riusciti ad aprire occhi ed orecchie per cacciare tutte le possibili prede che trovavano nella giungla; sono stati molto abili utilizzando tutte e 10 le dita, “Mani abili, cuori felici”, per costruire in particolare delle belle catapulte personalizzate con cui si è ben giocato. Si sono svolte le lupettiadi, olimpiadi di terra ed acqua, in cui tutti i lupetti hanno mostrato molta agilità. Non è potuta mancare la caccia al vicino parco archeologico di Vulci, in cui il branco è riuscito ad apprezzare la storia delle necropoli e la bellezza del rapporto tra reperto archeologico e natura, fino ad arrivare al lago del Pelicone, fantastica ambientazione in cui stare in peno contatto con la natura anche in acqua. Tante sono state le attività tecniche effettuate tra cui, come veri lupetti, il saper realizzare i nodi, il saper riferire messaggi in alfabeto morse, il sapersi orientare in particolare con la bussola e tanto altro ancora. Inoltre i lupetti hanno mostrato un buono spirito servizievole confrontandosi, presso il paese di Farnese, con tanti paesani che hanno apprezzato il loro senso civico e la loro grande curiosità e “sete di sapere”. Insomma solo il branco dà forza e grinta a volontà.

Festeggiamenti a Poggio Fidoni per san Sebastiano e san Vincenzo

A Poggio Fidoni (Rieti) si sono svolti solenni festeggiamenti in onore di san Sebastiano Martire e san Vincenzo Ferreri.
Dopo il triduo di preparazione è stata celebrata una S. Messa alla quale è seguita una processione con le statue dei Santi fino alla Chiesa di San Sebastiano, accompagnata dalla Banda Musicale di Lisciano. La Eucaristia è stata presieduta dal parroco don Luigi Greco coadiuvato dal diacono don Agostino Russo. Il sacro rito è stato reso ancor più suggestivo dai canti liturgici eseguiti dal Coro di Poggio Fidoni – Cerchiara diretto da Luisella D’Angeli e dalla partecipazione del tenore Maurizio Muratori.
Sono intervenuti il Sindaco di Rieti, Antonio Cicchetti e l’Arch. Stefano Eleuteri. A conclusione della serata ai presenti sono stati offerti prodotti tipici locali.

A Cittaducale il deposito dell’identità. Viaggio tra i beni culturali colpiti dal sisma

Chi volesse farsi un’idea dell’identità culturale del territorio di Accumoli e Amatrice e insieme prendere la misura della violenza dello sciame sismico iniziato con la devastante scossa del 24 agosto dello scorso anno, dovrebbe visitare i depositi in cui il MiBact e la Diocesi di Rieti hanno messo in sicurezza dipinti e statue, paramenti e arredi sacri, oggetti di valore, campane.

Entrando nei tre siti di conservazione, infatti, si percepisce subito la misura del disastro, la fatica del non facile lavoro di recupero effettuato grazie all’indispensabile e mai troppo ringraziato aiuto dei Vigili del Fuoco. Ma allo stesso tempo si ha il privilegio di vedere concentrati i segni, la memoria, la fede, il pensiero di chi ha abitato e continua ad abitare il territorio dei Monti della Laga.

Nel solo deposito realizzato dal Mibact nella Scuola del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale, ora assorbita dall’Arma dei Carabinieri, ci sono oltre 4000 pezzi catalogati, messi in sicurezza e monitorati. Un patrimonio di arte sacra prodotto quasi esclusivamente da artisti locali, che di conseguenza esprime una spiritualità caratterizzata, originale. Come quella che si legge nelle occhiaie che segnano il volto della statua della Madonna recuperata dalla chiesa di Sommati, peraltro protagonista di uno degli interventi di salvataggio più complicati, insieme al crocifisso di Preta, ai quadri del museo, al gruppo scultoreo della chiesa di san Francesco.

Ma ogni reperto ha la sua storia da raccontare, a partire dai primi arrivati subito dopo il sisma, forse il 31 agosto, sicuramente dal primo settembre. Da quel momento le operazioni non si sono mai fermate. Neppure la nevicata eccezionale dello scorso inverno ha impedito di andare di chiesa in chiesa a tirar fuori le opere d’arte dalle macerie. A fare da guida sono spesso stati gli abitanti di Amatrice, Accumoli e delle tante frazioni sparse nel territorio, primi guardiani dei beni comuni crollati o lesionati.

I materiali arrivano al deposito di Cittaducale con una scheda compilata sul luogo di origine dall’unità del Ministero che si occupa dei recuperi. Il materiale raggiunge la Scuola Forestale scortato dal Nucleo Tutela dei Carabinieri con il supporto della Diocesi di Rieti. Una volta prese in deposito le opere vengono sballate e si cerca la modalità migliore di conservazione, possibilmente puntando a mantenere insieme gli oggetti secondo la provenienza e la data di recupero. Se necessario, all’arrivo si effettuano micro-interventi, che vanno dalla spolveratura alle velinature conservative. Il tutto viene sistemato, secondo la tipologia, in box a “tubo giunto”, o in scaffalature metalliche autoportanti.

A spiegarci la procedura è la dottoressa Cristina Collettini del MiBact che, con i suoi collaboratori, da un anno a questa parte lavora senza sosta al progetto di salvaguardia e conservazione del patrimonio artistico tratto in salvo dai crolli di Amatrice e Accumoli. Per i primi tempi le opere sono state posizionate in uno speciale automezzo: un tir attrezzato allo scopo, svuotato mano a mano che le strutture del deposito prendevano forma. Oggi l’allestimento è completo, l’ambiente è videosorvegliato e monitorato dal punto di vista microclimatico e la collocazione dei reperti viene progressivamente ricalibrata in base ai valori di temperatura e umidità.

Un risultato che ha richiesto un grande sforzo di adattamento dei locali di quella che un tempo era l’autorimessa della Scuola. Ma la scelta è stata scelta felice, perché tanto le strutture interne quanto l’involucro esterno, nel frattempo, hanno retto ottimamente alle tante scosse di terremoto che si sono succedute. Una sicurezza in più per opere conservate in un’area militare e piantonate dall’Arma.

È grazie a questo impegno congiunto della Chiesa di Rieti, del MiBact e delle Forze dell’Ordine che le opere restano nel nostro territorio: un vero concentrato di tele, calici, crocifissi, con il rispettivo cartellino identificativo, che attendono di poter essere ricollocato nelle strutture di provenienza. In prevalenza si tratta di chiese, ma ci sono anche il patrimonio del museo Cola Filotesio di Amatrice e gli oggetti recuperati dentro l’ospedale Grifoni.

E proprio sulla prospettiva della restituzione la dottoressa Collettini è moderatamente ottimista. Parlando delle chiese, in particolare, ci spiega che ciascuna messa in sicurezza è studiata e ragionata perché faccia da base al restauro definitivo: «I nostri ponteggi non sono semplici puntelli da togliere e poi rimettere, sono frutto di scelte specifiche, poiché nel nostro lavoro effettuare un intervento sbagliato e non ponderato può voler dire perdere il bene».

Chiediamo del destino dell’Icona Passatora, piccola “cappella Sistina” immersa tra i monti. La funzionaria del MiBact spiega nel dettaglio gli interventi, mostra i contenitori in cui è conservato ogni frammento: anche il più piccolo, è stato raccolto, stipato, catalogato e portato a Cittaducale. Gli affreschi sono stati fotografati e monitorati al millimetro, è stato disposto lo schema che permetterà di riparare e proteggere i dipinti da eventuali nuove scosse. Il laboratorio di restauro è in allestimento in un altro spazio della Scuola Forestale, e una volta concluso il suo compito resterà a disposizione dell’Arma per dare vita a percorsi didattici.

«Il nostro lavoro molto spesso va oltre le funzioni menzionate dalle direttive, per andare incontro ad esigenze affettive e simboliche» spiega la nostra guida. Lo spunto per la visita ce l’ha infatti offerto il temporaneo ritorno della statua di Santa Savina agli abitanti della frazione di Voceto. Per concessione del vescovo Domenico e grazie all’impegno di Ministero e Arma dei Carabinieri, il simulacro verrà infatti, come da tradizione, portato in processione. «Poi – assicura Collettini – tornerà qui, al sicuro».

Festa al nuovo centro Caritas di Amatrice. Un momento di gioia nell’area terremotata

Si è svolta l’8 di agosto, presso il nuovo centro Caritas di Amatrice, una piccola festa che ha coinvolto la comunità e i volontari che, da quasi un anno, si alternano nell’area terremotata per portare sostegno e solidarietà a quanti sono stati colpiti dal sisma.

Un modo per condividere qualche momento di spensieratezza, ma anche per salutare chi, tra i volontari, torna a casa per lasciare spazio a forze nuove. Un evento già visto nei diversi presidi Caritas sul territorio di Accumoli e Amatrice, ma che per l’occasione ha assunto un sapore particolare, segnando il momento in cui il polo diocesano, allestito nell’area del “Don Minozzi”, si trasforma da luogo di distribuzione in chiave emergenziale in un centro di ascolto in senso più tradizionale. A suo modo, anche questo è un piccolo segno della ricostruzione, di un lento, ma positivo, ritorno a una qualche forma di quotidianità.

Venuta meno l’emergenza più stringente, l’area Caritas diviene uno spazio in cui le persone si possono incontrare, dialogare, stare insieme, ma anche un polo capace di realizzare le varie iniziative che saranno proposte durante l’anno.

«Sarà un luogo in cui ci sarà sempre la possibilità di prendere un caffè e mangiare qualcosa insieme, oltre alla possibilità di essere ascoltati per la soluzione dei problemi concreti» spiega il direttore della Caritas diocesana, don Fabrizio Borrello, ricordando che il centro è aperto tutti i giorni, mattina e pomeriggio, a disposizione di tutte le persone. Una presenza costante e discreta che dal 24 agosto dello scorso anno tiene fede al suo impegno di ricostruire i cuori e la comunità insieme alle case.

Il vescovo: «all’Incontro pastorale come Capitani coraggiosi per ricucire il dialogo tra generazioni»

«Nell’annunciare il Vangelo bisogna saper usare l’ago più che la forbice». È con questa bella immagine, semplice ed efficace, che il vescovo Domenico è tornato ad indicare la linea del prossimo Incontro pastorale.

L’occasione, a un mese esatto dall’inizio della tre giorni, che andrà dall’8 al 10 di settembre, l’ha offerta la ricorrenza liturgica di san Domenico di Guzman, celebrata insieme alla riapertura della grande chiesa cittadina a lui dedicata. Proprio il fondatore dell’Ordine del Predicatori, infatti, fu un instancabile “sarto” della società. Affrontò l’eresia dei Catari, che «spacchettavano il mondo in due parti: il bene e il male», rischiando di riprodurre questa separazione pure all’interno della Chiesa, «a viso aperto e con l’eloquenza non tanto della sua parola, ma della sua vita sobria e della sua intelligenza lucida». San Domenico è stato capace di fronteggiare i catari perché ha unito insieme «l’insistenza, senza mai diventare pedante, e la pazienza, senza mai diventare rinunciatario». Un esempio che oggi è più che mai attuale, perché sono molti quelli che «si esercitano nell’arte del taglio, ma noi, come Chiesa, dobbiamo esercitarci nell’arte del cucire, anzi del ricucire».

E un banco di prova di questa nostra capacità di saper cucire la vita, in particolare tra le differenti generazioni, tra giovani e adulti, è proprio il prossimo Incontro pastorale: «a Contigliano, nei tre pomeriggi dall’8 al 10, cercheremo di ricucire questo dialogo tra le generazioni che sembra impossibile».

«Ma – ha avvertito mons Pompili – perché diventi invece possibile, perché non accada che noi adulti continuiamo ad allargare la fascia dell’età giovane, perché non vogliamo diventare vecchi, e i giovani, guardando noi, a non voler mai diventare adulti, è necessario che ci siano dei capitani coraggiosi, cioè delle persone capaci di cucire e non di tagliare con la solita retorica giovanilista». Una revisione dei rapporti, una ricucitura delle generazioni, che richiede innanzitutto «le virtù dell’uomo adulto: l’autonomia, la responsabilità, la libertà». Gli adulti sono cioè chiamati a «quella che i latini chiamavano la “gravitas” che non è la pesantezza, ma quella autorevolezza per cui i giovani, che hanno un sesto senso, sanno intuire chi la racconta soltanto e chi invece sa veramente di cosa sta parlando».

E San Domenico, che fu un “capitano coraggioso” della Parola e della fede, peraltro canonizzato proprio a Rieti nel 1234, può essere un modello da capire e seguire affinché «noi adulti cerchiamo di uscire da noi stessi e di conquistarci con le unghie e con i denti l’equilibrio di una persona matura».

Riaperta la chiesa di San Domenico: luogo per la bellezza, l’arte, la musica, il canto

È stata riaperta ieri nel ricordo di mons Luigi Bardotti la chiesa di san Domenico. Interdetto per quasi un anno in seguito allo sciame sismico che ha attraversato il centro Italia, l’edificio di culto è tornato ad accogliere la città e i fedeli proprio in occasione della ricorrenza liturgica di san Domenico, con una messa celebrata dal vescovo Pompili. Che proprio guardando a don Luigi ha ricordato quanto tenacemente il sacerdote, scomparso lo scorso ottobre, si sia impegnato per fare del “bel San Domenico” un luogo di bellezza e di arte. Aspetti della vita necessari oggi più che mai, perché «quando viene meno il bello, si fa strada solo l’utile, il tornaconto, l’efficienza, la velocità». «Don Luigi – ha ricordato il vescovo Domenico – ha invece voluto che questo luogo fosse il luogo della bellezza, dell’arte, della musica, del canto. E noi intendiamo per onorarne la memoria continuare su questa medesima strada».

La chiesa è stata dunque riaperta con il progetto di valorizzare questa sua finalità specifica. A don Paolo Maria Blasetti, è stata affidata l’officiatura, «poichè l’attività liturgica in San Domenico dovrà necessariamente armonizzarsi con quella della vicina Cattedrale», mentre l’onere della gestione e della progettazione culturale vede impegnati l’Ufficio Liturgico, dei Beni Culturali e delle Comunicazioni Sociali. Un impegno che non mancherà di mettere al centro il tesoro più prezioso conservato nella chiesa di San Domenico: il pontificio Organo Dom Bedos Ruobo.

E proprio come piccolo segnale del percorso di valorizzazione culturale di San Domenico, è stata ieri diffusa una brochure che racconta in sintesi la storia e l’importanza del complesso dei frati predicatori nel contesto della città di Rieti. Un modo per fare il punto e guardare avanti che si aggiunge all’apertura quotidiana della chiesa, in orari stabiliti, che avrà inizio nei prossimi giorni.

Foto di Massimo Renzi

“Il Presepe Icona dell’Incarnazione”: un concorso porta gli appassionati del presepe nei luoghi in cui è stato inventato

Esporre la propria creazione nei luoghi in cui tutto ha avuto inizio. È l’opportunità offerta dal concorso per presepisti “Il Presepe Icona dell’Incarnazione” incluso nel progetto de “La Valle del Primo Presepe”: una iniziativa pensata per caratterizzare il periodo natalizio con la riscoperta e la promozione dell’originale invenzione del presepe da parte di san Francesco.

Il progetto, che si distingue per dimensione e intenti dalle tante iniziative dedicate all’arte presepiale in tutto il paese, comprende infatti un contest rivolto agli appassionati, che potranno così incontrarsi in un periodo di grande fermento sul tema ed esporre le proprie creazioni nei luoghi che hanno visto il Poverello rievocare per primo il momento della Natività.

“La Valle del Primo Presepe” consiste di un complesso di iniziative pensate per riscoprire i tratti specifici della spiritualità maturata dal santo nella valle reatina e il territorio che li ha ispirati.

Sarà disposto un suggestivo itinerario, in equilibrio tra fede, arte e spiritualità, che partendo dal santuario di Greccio – dove Francesco ha realizzato il primo presepe – giungerà fino al palazzo papale di Rieti. A Greccio, non può ovviamente mancare una visita al Museo del Presepe, che ospita tante espressioni artistiche di tutte le culture, su un tema che è ormai patrimonio dell’umanità intera.

A caratterizzare il resto percorso disposto tra Greccio e Rieti, saranno centinaia di presepi, di ogni materiale, provenienza e dimensione, che saranno allestiti nelle chiese e negli spazi pubblici scelti per l’occasione. Un percorso espositivo diffuso che si conclude sotto gli archi del Palazzo Papale di Rieti, all’interno dei quali sarà disposta una esperienza multimediale progettata per far immergere gli spettatori nel contesto storico e ambientale dell’esperienza francescana.

Grazie alla collaborazione con le amministrazioni comunali e le associazioni di categoria, inoltre, l’intero paesaggio urbano sarà dedicato alla natività, calando così il percorso espositivo in una vera e propria “Città del Presepe”.

Promosso e realizzato dalla Chiesa di Rieti, “La Valle del Primo Presepe” è un progetto aperto anche ad esperienze artistiche e musicali e si avvale del contributo e della collaborazione dei comuni di Rieti e Greccio, della Fondazione Varrone e della Confcommercio di Rieti, con la consulenza dell’Associazione Italiana Amici del Presepio.

È online il sito dedicato al progetto, sul quale è possibile seguire il work in progress e i numerosi eventi già definiti per animare il territorio nel periodo natalizio (www.valledelprimopresepe.it).

Per informazioni sui concorsi è possibile rivolgersi alla Segreteria Organizzativa inviando una email all’indirizzo di posta elettronica info@valledelprimopresepe.it.

Da una «vita mal spesa» alle Beatitudini. Nuovi segni francescani a Poggio Bustone

Mercoledì 2 agosto si è svolta la “Marcia del Perdono”. Partenza in preghiera dalla parrocchia di San Pietro di Poggio Bustone con il giovane frate Francesco. I pellegrini, provenienti anche da Cantalice e Rivodutri, si sono ritrovati al santuario di Poggio Bustone, dove ad attenderli c’erano Mons. Pompili e Padre Renzo Cocchi. Prima di partire per il sacro speco il Vescovo Domenico ha benedetto la cappella “delle Beatitudini”, così detta dal tema del quadro principale dell’allestimento.

Da poco completata, di fianco alla chiesa del santuario francescano, lo spazio è infatti stato completamente realizzato – sia nelle suppellettili che nelle opere pittoriche e scultoree – dal maestro Piero Casentini, un artista contemporaneo molto apprezzato in ambiente francescano, la cui produzione è diffusa in tutto il mondo.

«Il desiderio di realizzare questa cappella – spiega padre Renzo Cocchi – nasce dal bisogno di realizzare un luogo più raccolto per ospitare piccoli gruppi, o la preghiera personale, e per celebrare il sacramento della riconciliazione. L’idea ha iniziato a prendere forma nel 2012 e ha potuto diventare realtà e grazie al contributo prezioso di molte persone, oltre che all’impegno di Piero Casentini e dell’architetto Andrea Cecilia».

Il grande quadro delle Beatitudini sormonta l’altare. Sulla sinistra sta il trittico che rappresenta la Vergine Maria tra di San Francesco e San Giacomo apostolo (titolare del santuario di Poggio Bustone) e, a parte, San Benedetto. Tre santi evocati per accompagnare l’esperienza dei pellegrini perché il santuario, di derivazione Benedettina, era legato al culto di san Giacomo prima ancora di essere collegato alla figura di san Francesco.

Sulla parete di destra, una Via Crucis riprende lo stile dell’immagine centrale. Ambone e crocifisso riportano le icone dei quattro evangelisti e nel frontale dell’altare si vede Gesù che spezza il pane all’altezza del cuore. La finestra, realizzata da un artigiano locale, riprende invece i colori della chiesa adiacente.

Subito dopo aver benedetto la cappella, mons. Domenico e tutti i presenti sono saliti all’eremo in cui Francesco si ritirò ricevendo da Dio la rivelazione che tutti i suoi peccati di gioventù, nonostante i dubbi che egli nutriva in proposito, gli erano completamente perdonati. E se, anni dopo, il Poverello realizzò il “Perdono di Assisi”, legato alla sua chiesetta di Santa Maria degli Angeli, è perché aveva sperimentato questo perdono, ha detto il vescovo all’inizio della Messa, concelebrata con padre Renzo e con don Zdenek che aveva partecipato alla marcia. «Il Perdono di Assisi nasce dunque dal perdono di Poggio Bustone», ha sottolineato Pompili. E nell’omelia, richiamando un altro grande poggiano, il cantautore nativo di quei luoghi Lucio Battisti, il vescovo ha invitato a ripercorrere l’esperienza di san Francesco trasformando «una giornata uggiosa, una vita mal spesa» in un incontro con la misericordia di Dio che, attraverso Maria regina degli angeli, apre il cuore a una vita rinnovata dalla sua grazia.

Tornati dalla faticosa salita tutti i pellegrini si sono ristorati con una generosa cena e uno spettacolo musicale. Per tutto il pomeriggio la Compagnia di San Giovanni ha rievocato l’ambiente di un mercato del medioevo con costumi, armi e prodotti che ripercorrono la lunga storia dell’epoca. I ragazzi della Compagnia hanno illustrato la storia e il significato degli oggetti e si sono esibiti in musiche e danze medievali. Insomma tra spettacoli, spirito e convivialità san Francesco non è mai stato così vicino.

Una iniziativa, quest’ultima, legata al progetto de “I Borghi di Francesco” e alla mostra di immagini della Valle Santa realizzate da Steve McCurry ed esposte sotto le volte del palazzo papale di Rieti. Un complesso di iniziative che a loro volta preludono al grande evento de “La Valle del Primo Presepe”.

Tanti percorsi legati in vario modo e con diversi intenti (spirituale, artistico, culturale, turistico) dal filo rosso della presenza Francescana nella valle reatina. Una chiave di lettura, quella del “Francesco di Rieti”, che resta un forte tratto unitario del territorio, da riscoprire continuamente e da vivere.

 

Riapre la chiesa di San Domenico. Messa con il vescovo nel giorno della memoria liturgica

Martedì 8 agosto, memoria liturgica di San Domenico di Guzman, il vescovo Pompili celebrerà la santa messa nell’antica chiesa dedicata al fondatore dell’Ordine dei Predicatori alle ore 18.

Alla celebrazione eucaristica seguirà una breve meditazione musicale sull’Organo Dom Bedos Roubo.

A partire dai giorni successivi, la chiesa di San Domenico rimarrà aperta ogni giorno in orari prestabiliti.

Viene così restituito ai fedeli e ai cittadini tutti l’importante edificio di culto, interdetto in seguito allo sciame sismico che ha colpito il centro Italia dallo scorso 24 agosto.

Cinquant’anni di messa per don Rino: «Felicissimo di aver messo la vita nelle mani del Signore»

Cinquant’anni guidati dall’amore per la Chiesa. È con lo stesso spirito che don Rino Nicolò la scorsa domenica ha vissuto l’importante anniversario di sacerdozio nella sua parrocchia di Madonna del Cuore. «La Chiesa per me è stata come una madre: mi ha generato e custodito» ha spiegato il sacerdote, che la Chiesa l’ha amata cercando di farla amare.

Con i fatti, più che con le parole. Proprio come scritto sul ricordino dell’occasione: «Res non verba», perché sono le cose concrete, le azioni che contano. E lo si vede da quanto realizzato negli anni insieme ai parrocchiani. Piccole e grandi opere sempre illuminate dal Vangelo, perché le parole, le “chiacchiere”, non contano: ma la Parola sì.

E del Vangelo don Rino ha cara un’immagine di Gesù che propone ai suoi discepoli di vivere una relazione unica, intima, “coniugale”: quel «Prendete il mio giogo sopra di voi» che è un invito a sentirsi uniti nell’amore e nell’impegno, per andare avanti insieme, nella stessa direzione, con gli stessi obiettivi.

Anche se in cinquant’anni i dubbi, le cadute, le difficoltà, non sono certo mancate. «Con me il Signore ha avuto molto da lavorare», ha ammesso don Rino con il sorriso che sempre accompagna il suo modo schietto di parlare. Come a dire che sì, anche il sacerdote, come ogni uomo, è fragile, ma con il Signore vicino è più facile rialzarsi, perché «Lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza».

E poi c’è il sostegno dei tanti che lo hanno accompagnato nel mezzo secolo del suo ministero: i familiari, ovviamente, ma soprattutto i fedeli incontrati nelle diverse parrocchie. E poi i superiori del seminario, i vescovi, le suore, Pastorelle e Clarisse, e i confratelli sacerdoti. Le mani e i volti di un’intera città, amatissima da don Rino. Anche per il suo essere città dello sport, un tema che appassiona il parroco: ex calciatore, amante anche di volley e basket. E tra i 1.330 funerali celebrati in cinquant’anni di attività pastorale, uno dei più amari dev’essere stato quello di Willy Sojoumer, al palazzetto dello sport di Campoloniano.

Ma don Rino ha anche battezzato 1.269 bambini e celebrato 427 matrimoni: segno della forza della vita che continua, che guarda avanti, che va vissuta come un dono. E sempre tenendo al centro il Signore: una convinzione che vede l’anniversario della prima messa accompagnato dall’intenzione di donare alla parrocchia di Madonna del Cuore un nuovo altare, «icona di Cristo in mezzo a noi».

Come pure il vino regalato in ringraziamento di quanto sono e saranno presenti alle messe dedicate alla ricorrenza. Don Rino ha infatti deciso di condividere la gioia del cinquantesimo con tutte le parrocchie in cui ha esercitato il suo ministero. Il 30 luglio è stata la volta di Madonna del Cuore e Morro Reatino; il 31 ha celebrato a San Fabiano. Questa sera sarà la volta di Concerviano e San Martino. Nella mattinata del 6 agosto, infine, celebrerà a Rivodutri, nella chiesa che lo ha visto celebrare l’eucaristia per la prima volta.

«Felicissimo di aver messo la vita nelle mani del Signore», don Rino sembra continuare a vivere il sacerdozio con l’entusiasmo di allora. E come tutti quelli che trovano nell’esperienza la conferma delle proprie intuizioni, c’è forte in lui il desiderio di condividere una scoperta con gli altri, di annunciare un cammino felice. Un desiderio che trova forma nella speranza che tanti giovani sappiano seguire da vicino le orme di Cristo, facendo della propria vita un dono.

«Perdono d’Assisi» in valle reatina: a Poggio Bustone marcia e messa con il vescovo

Nel giorno del “Perdono d’Assisi” anche i santuari francescani della Valle Santa reatina si preparano ad accogliere il solito flusso di fedeli che, in sintonia con la “Porziuncola” alle pendici di Assisi, si recano a celebrare la particolare indulgenza che san Francesco ottenne per festeggiare la dedicazione di quella chiesetta oggi custodita all’interno della maestosa Basilica di Santa Maria degli Angeli. Indulgenza che si può lucrare in realtà in tutte le chiese parrocchiali, oltre a quelle francescane. Ma il clima spirituale dei santuari che custodiscono, in terra reatina, la memoria dei momenti fondanti dell’esperienza del Serafico Padre rendono costituiscono una “location” particolarmente idonea a vivere questo appuntamento.

Fra i luoghi della Valle Santa, a risaltare, per il tema del perdono, è in particolare il santuario di Poggio Bustone, che nell’avventura spirituale del Poverello d’Assisi segna proprio il luogo in cui fu da lui vissuta l’esperienza del sentirsi perdonato da Dio dai propri peccati di gioventù, culmine del proprio cammino di conversione al vivere in pienezza il Vangelo come sposo di “madonna povertà”. Al convento di S. Giacomo, nel francescanesimo appunto il santuario del perdono e della rivelazione divina sulla propria missione, si svolgeranno le principali celebrazioni e gli avvenimenti di contorno, che vedono insieme, nell’organizzazione, la fraternità dei Frati Minori del santuario insieme alla Pro Loco e al Comune di Poggio Bustone, con la collaborazione del Cai.
In questi giorni, fino al primo agosto, in santuario la celebrazione eucaristica serale alle ore 21.

Per il giorno 2 agosto, che nel calendario serafico segna la festa del Perdono d’Assisi nella Dedicazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli, si ripropone la ormai tradizionale “Marcia del Perdono”, percorrendo un tratto del Cammino di Francesco. Il programma prevede il ritrovo alle ore 16 presso il Faggio di san Francesco, in località Cepparo sopra Rivodutri; in contemporanea, altro raduno a Cantalice dinanzi la chiesa di S. Felice; altro punto di ritrovo, alle 16.30 nella frazione San Pietro sotto Poggio Bustone (dinanzi la chiesa parrocchiale). Qui, alle 17, un momento di preghiera e la partenza della marcia verso il Sacro Speco. Alle 18.30 la sosta al santuario con benedizione della reliquia. Alle 19 si raggiungerà il Sacro Speco sopra il santuario, dove si terrà la celebrazione della Messa, presieduta dal vescovo mons. Domenico Pompili.

Seguirà la cena organizzata dalla Pro Loco nel piazzale antistante il santuario, allietata da “Giobbe e la M’Ama non m’ama Band”. Per i poggiani diretti a San Pietro, e per i marciatori che dovranno poi ritornare a Cantalice e Rivodutri, predisposto un apposito servizio navetta.

Nella giornata del 2, Poggio Bustone ospita anche il secondo appuntamento degli “spaccati di vita medievale” organizzati dalla Confraternita di Misericordia di Rieti nell’ambito del cartellone estivo de “I Borghi di Francesco”.

La parola ai giovani: al cuore della Chiesa, verso l’incontro pastorale

Sulla soglia del mese di agosto è naturale pensare a una pausa estiva. Ma anche tra il poco fresco degli assolati mattini di questa estate e fra le pieghe dei pomeriggi pigri e delle uscite serali la Chiesa di Rieti non ferma la sua attività pastorale.

Lo si vede bene nelle parrocchie. In città come nel resto della diocesi gli impegni sono molteplici. In tanti ritornano nei paesi di origine, legati come sono, oltre che alla casa e agli affetti, alla festa patronale e alle tradizioni. Per i nostri sacerdoti e per le religiose e i religiosi che animano il territorio, le chiese e i santuari, sono altrettante occasioni di evangelizzazione. Una missione pratica, discreta, ma diffusa, costruita con gioia e impegno, fatta innanzitutto di incontri con le persone, i cui frutti sono quei piccoli passi verso il Vangelo che vengono compiuti attraverso i momenti di festa, le processioni, i pellegrinaggi.

Occasioni in cui riescono preziose anche altre forze della nostra Chiesa: i comitati dei festeggiamenti e le confraternite. Laici che durante tutto l’anno, anche nei luoghi più spopolati, partecipano alla cura delle tante chiese, in attesa dei ritorni della bella stagione. E durante i mesi freddi, con l’aiuto dei sacerdoti, pianificano, si tengono in contatto con chi riparte, trovano le risorse per fare la festa più bella dell’anno precedente. Un lavoro prezioso, svolto anche coltivando nei giovani la stessa passione: per trasmettere la tradizione, perché non vada persa la memoria e sia possibile rinnovare l’identità.

I giovani, del resto, sono al centro del pensiero della Chiesa. Lo si vede anche dagli oratori, dai grest, dai centri estivi. Ogni parrocchia prova la sua strada, ma le esperienze hanno tutte un dominatore comune: la cura delle nuove generazioni, la possibilità di un’esperienza educativa, il tentativo di piantare il seme della fede attraverso i giochi e lo sport, le gite, la socialità, i semplici momenti di preghiera. Un’autentica “Chiesa in uscita”, che sta all’aperto con i ragazzi, nelle piazze o sopra i prati, per condividere un po’ di vita, di amicizia e di Vangelo.

Un movimento che non si è fatto certo arrestare dal terremoto. Neppure le chiese precipitate bastano a far rinunciare ai riti patronali, alle processioni, alle messe, Né la terra che continua a tremare spaventa i volontari che svolgono il loro servizio nelle aree più duramente colpite dal sisma, mettendosi a disposizione degli sforzi della diocesi e della Caritas.
Una presenza che ancora una volta non manca di farsi servizio per i più giovani, con proposte specifiche per questa estate, ma anche nella più ampia prospettiva di “Casa Futuro”: un progetto che esplicita con forza la scelta della Chiesa di Rieti per la ricostruzione, l’idea che l’intero processo di rinascita debba partire dalle esigenze, dalle idee, dalle aspirazioni di chi è nato negli anni più vicini al sisma.

Perché anche il terremoto è tra gli inciampi che le ragazze e i ragazzi della nostra diocesi si trovano ad affrontare. Un ulteriore barriera in un’epoca che offre spesso loro più ostacoli e ingiustizie che incoraggiamenti. Ma proprio per questo occorre ascoltare e incoraggiare i giovani a trovare la loro strada con fiducia: una realtà migliore, infatti, non si può costruire senza la loro voglia di cambiamento e la loro generosità.

Su questo tema si muove anche l’Incontro pastorale di settembre. La Chiesa vuole mettersi in cammino al passo dei giovani, guardare alla loro sensibilità, alla loro fede, ma anche ascoltare i loro dubbi e le loro critiche. Vuole essere al loro fianco per aiutarli a trovare in se stessi le scelte audaci alle quali sono chiamati, senza indugiare quando la coscienza chiede di rischiare.
Come già lo scorso anno, per l’appuntamento che dà inizio all’anno pastorale sono stati chiamati alcuni ospiti. Ci sarà l’attore televisivo e teatrale Michele La Ginestra. Con un monologo di apertura e con la sua presenza durante il primo pomeriggio, aiuterà i convenuti a entrare in tema con leggerezza, a evitare un approccio lamentoso attraverso le chiavi del sorriso e dell’ironia.
Toccherà poi a don Michele Falabretti, responsabile nazionale per la Pastorale Giovanile, in dialogo con la giornalista di Tv2000 Monica Mondo, entrare nel vivo della materia, aiutando i presenti a leggere i risultati dei questionari sottoposti ai ragazzi e a mettere a fuoco dati concreti, discorsi e aspettative. Tutto materiale che, come l’anno scorso, verrà affidato all’elaborazione di gruppi di lavoro da organizzare tra i convenuti, nei primi due pomeriggi, perché si possa tutti discutere e fare proposte.

Per il secondo giorno si è pensato di dare direttamente la parola ai giovani, perché la loro voce possa risuonare diretta, senza filtri e interpretazioni. In tanti saliranno sul grande palco del Centro pastorale di Contigliano, coordinati da Monica Mondo, per raccontare la propria storia e il modo in cui sono riusciti a dare concretezza ai propri desideri, alle proprie aspirazioni, alla propria vocazione.

Il terzo giorno, come già accaduto lo scorso anno, sarà il vescovo Domenico a tirare le conclusioni e a dare indicazioni concrete da seguire nella dimensione pastorale. Linee guida da applicare alla vita delle parrocchie e alle iniziative degli uffici di curia, per modellare il complesso della vita ecclesiale. Una dimensione che oggi sembra abbastanza matura da poter reggere senza affanno il passo leggero dei giovani, e riportare a galla nella vita di ogni fedele quella loro naturale inclinazione a stare in ascolto delle cose del cielo.

“Aiutami ad aiutarmi”, il progetto estivo del Consultorio Familiare Sabino per i bambini in difficoltà

Prosegue l’intensa e proficua collaborazione fra il Consultorio Familiare Sabino e l’Associazione Italiana Dislessia – sede di Rieti. Come già accaduto in altre occasioni ed in altri momenti dell’anno, gli esperti dell’Adi tornano ad offrire a bambini e ragazzi di scuole elementari e medie con difficoltà e disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) o bisogni educativi speciali (Bes) uno
spazio gratuito della durata di una settimana proprio in prossimità della riapertura dell’anno scolastico.

“Aiutami ad aiutarmi”, il singolare e significativo slogan che lancia l’iniziativa con la quale consultorio “Sabino” ed Adi Rieti si propongono di aiutare coloro che soffrono – nella prima
età scolare – di tali disturbi, affiancandoli nello svolgimento dei tanto temuti “compiti delle vacanze”. Si tratterà di un vero e proprio “spazio laboratoriale” in cui i ragazzi saranno seguiti da
personale specializzato che lavorerà con loro e per loro al fine di potenziarne l’autonomia e il metodo di studio.

L’ottica è quella, difatti, di sostenere e valorizzare le tante risorse in possesso di questi bambini “speciali” affinché imparino a sfruttarle sempre meglio, acquisendo quell’autonomia che sarà essenziale nel prosieguo degli studi e nella vita quotidiana e lavorativa.

Appuntamento, allora, da lunedì 28 agosto a venerdì 2 settembre, tutti i giorni, dalle ore 17 alle ore 19 presso il Consultorio Familiare Sabino, nella sede di piazza San Rufo 22 a Rieti: con una
semplice mail (a segreteria@consultoriosabino.org) o telefonando (0746/481718 – 3923501401) si potrà dare la propria adesione al laboratorio che partirà, appunto, lunedì 28 agosto e proseguirà tutti i giorni, dalle 17 alle 19 fino a venerdì 2 settembre.

Ad attendere i ragazzi ci saranno operatori specializzati con formazione in ambito scolastico e psico-educativo e con specifiche competenze in Disturbi dell’Apprendimento e difficoltà scolastiche.

Centro Caritas di Amatrice: uno spazio aperto al volontariato

È nata come centro polifunzionale la struttura della Caritas da poco inaugurata ad Amatrice. E infatti, accanto all’attività ordinaria del centro di ascolto e distribuzione e a quella di centro estivo per i più piccoli, i locali prefabbricati hanno iniziato a ospitare iniziative diverse, ma cariche di solidarietà. Come quella di “Shiatsu per Amatrice”, svolta lo scorso fine settimana proprio nelle stanze realizzate dietro il complesso del “Don Minozzi”.

L’iniziativa, realizzata grazie alla Scuola Italo-Giapponese Shiatsu Namikoshi e all’associazione di volontariato “Shin Shiatsu Namikoshi”, si è svolta un po’ in sordina, perché al di là della collaborazione dalla Caritas, del Comune di Amatrice e del parroco don Savino, è stata promossa solo grazie a un’efficace campagna “porta a porta”, ma l’evento ha funzionato e coinvolto un numero inaspettato di persone. A ciascuno è stato riservato un trattamento di 45 minuti, e il benessere raggiunto non è stato solo fisico, perché durante la manipolazione le persone si sono aperte, hanno dialogato con gli operatori, raccontato le loro disgrazie, le loro paure, la loro solitudine e il totale stato di abbandono in cui sentono di vivere.

Si è quindi trattato di un prezioso momento di affetto e calore umano, che non ha lasciato indifferenti neppure i 14 operatori. «È stata un’esperienza fantastica – hanno spiegato – che non può essere limitata ai due giorni della nostra presenza. Per questo torneremo almeno un paio di volte al mese. In questi giorni abbiamo capito che portare conforto, calore e sentirsi partecipi del dramma di queste persone è essenziale per loro, per continuare a vivere, lottare e sperare».

Tra le persone che si sono sottoposte con profitto alla seduta di shiatsu, anche una nonnina di 90 anni. A dimostrazione che il volontariato, la generosità, il calore umano e la voglia di aiutare possono arrivare in situazioni inaspettate. E nel caso di Amatrice e Accumoli sono contributi fondamentali alla ricostruzione: se non delle case, almeno del senso di comunità.

In evidenza l’identità francescana della terra reatina

Il progetto “I Borghi di Francesco”, fortemente sostenuto dal vescovo Pompili (che ha tenuto a sottolinearne il forte valore spirituale oltre che sociale nella valorizzazione del messaggio francescano che promana da questa valle), ha alle spalle una storia recente. Perché il Cammino di Francesco, inserito nel Progetto Transnazionale “Per Agros”, che toccava proprio i borghi della Valle Santa, fu promosso dalle amministrazioni pubbliche che perseguivano il solo fine turistico e di riflesso, limitatamente, quello dello spirito.

D’altronde non poteva che essere così. Dopo quelle iniziative che coinvolsero l’Amministrazione provinciale nel 2007, il Gal della Provincia di Rieti e l’Azienda di promozione turistica, alla fine si dovette prendere atto della mancata riuscita dello stesso piano di lavoro che non decollò e non penetrò in profondità proprio tra la gente dei centri abitati con tradizioni e memoria francescana, a causa del mancato coinvolgimento diretto di referenti locali quali erano le parrocchie e gli stessi conventi. Ma il seme fu gettato e ora inizia a dare frutti. Il Progetto Transnazionale “Per Agros”, che riguardava il Gal e tante manifestazioni collegate, «si chiuse con la pubblicazione di un volume di grande valore culturale e assai valido per la promozione turistica del territorio qual è quello dedicato al Cammino di Francesco»: così si leggeva in una newsletter del Gal tratta dal lavoro
La Via Francigena di San Francesco, la Via Benedicti, il Cammino di Francesco e gli ultimi 100km. da Rieti alla Basilica di San Pietro. Il presidente dell’epoca Enzo Antonacci ringraziava «il commissario straordinario dell’Apt Tersilio Leggio, sottolineandone l’impegno che egli aveva posto, in
questi ultimi anni, nella ricerca e nello studio per recuperare la memoria e la tradizione legata alla Via Francigena Orientale», eredità che oggi può
essere ancora sfruttata e ben valorizzata.

«Un contributo significativo sotto il profilo culturale e d’immagine è stata l’operazione legata all’edizione del volume Il Cammino di Francesco con gli scatti di uno dei fotografi più conosciuti al mondo, com’è Steve McCurry» del quale si ammirano le immagini dell’intero suo servizio, finalmente recuperato alla città, nell’apposita mostra aperta fino ad ottobre sotto gli archi del Palazzo papale.

La vernice del volume fu ospitata presso l’Auditorium Varrone, nel favorevole clima del Natale 2007. La maggiore autorità del francescanesimo
mondiale firmò la presentazione del libro: l’allora ministro generale dei Frati Minori, padre Josè Rodriguez Carballo, ora arcivescovo segretario
del dicastero vaticano per i religiosi. Il testo scritto da Carballo si intitolava Con Francesco D’Assisi pellegrini nella Valle Santa. Seguiva un intervento di Tersilio Leggio, tra i maggiori medievisti italiani, su “San Francesco, Rieti e la Valle Santa”.

Tornando allo specifico del progetto dei borghi, tra le iniziative in programma da segnalare in particolare le dieci rievocazioni storiche in costume medievale curate da Misericordia e Compagnia di San Giovanni: già svoltasi la prima a Morro Reatino, oggi tocca a Cantalice, il 2 agosto a Poggio Bustone, il 6 a Contigliano, il 12 a Labro, il 15 a Colli sul Velino, il 20 a Terminillo, l’8 settembre a Rivodutri, il 10 a Greccio. A ottobre l’evento
finale “Rieti ai tempi di Francesco” in città, con la Compagnia del fuoco e l’Anonima Trottolisti che presenterà le antiche musiche francescane.

Amatrice come L’Aquila, mons. Pompili: «inaccettabile e raccapricciante»

«Inaccettabile e raccapricciante»: così mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti, commenta la nuova inchiesta della Procura de L’Aquila su presunte mazzette nella ricostruzione pubblica che vede protagonista l’imprenditore Vito Giuseppe Giustino, 65enne di Altamura (Ba), presidente del Cda della società cooperativa l’Internazionale che, intercettato telefonicamente, si diceva allegro pensando alle commesse in arrivo ad Amatrice, colpita dal terremoto nell’estate di un anno fa.

Giustino, ora agli arresti domiciliari – scrive il Gip nell’ordinanza -, «ride» mentre è al telefono con il geometra della sua stessa ditta, Leonardo Santoro, anche lui ai domiciliari. Tuttavia, ammonisce il vescovo, «davanti a un episodio come questo non dobbiamo avere lo sguardo miope. Quello, cioè, che si ferma davanti a ciò che io posso ricavare da situazioni di questo tipo. Questa miopia è ciò che frena la ricostruzione che invece ha bisogno di gente disinteressata e che guardi al bene comune e non a quello personale o particolare».

«Tutti siamo chiamati a fare ordine – esorta mons. Pompili – e non proiettiamo su altri quello che è un problema che riguarda tutti: come evitare il bene o l’interesse particolare per raggiungere il bene più ampio. Ciò vuol dire pensare alle cose che servono a tutti come le infrastrutture e tutto ciò che ha a che fare con il pubblico. Fare bene queste cose significa evitare che in futuro qualcuno possa perdere la vita».

Parlando del prossimo 24 agosto, quando verrà ricordato il primo anniversario del terremoto, mons. Pompili non ha dubbi: «Sarà un giorno di preghiera e di silenzio per ricordare le vittime. Solo questo e niente altro».

Ricostruzione, il vescovo: «le istituzioni facciano un passo avanti e la politica un passo indietro»

(da «Avvenire») Attorno al tema «Parola& parole» si è consumata la serata di mercoledì scorso a Bibione, culmine della Festa di Avvenire: ospite il vescovo di Rieti, Domenico Pompili. E sono state parole dedicate alla situazione dei territori del Centro Italia colpiti, 11 mesi fa, dal terremoto.

Per cominciare il dolore: «Il dolore che prima si chiede perché – ha raccontato il vescovo – ma col passare del tempo comincia a chiedersi: “fino a quando”», mettendo così il dito nella piaga della situazione. Con un doveroso distinguo. Un primo momento in cui «il sentimento del Paese si è dimostrato in un soccorso immediato, generoso, gratuito». Innumerevoli e abbondanti gli aiuti che per mesi si sono riversati sulle popolazioni. Ma poi i mesi si sono sommati ai mesi e altri terremoti sono sopraggiunti.

Seconda parola: ricostruzione. «Sono consapevole che ricostruire come prima – ha spiegato – non è possibile, anche non sensato. Amatrice come Aleppo, tutta una maceria, dopo essere stata ricostruita più volte sui detriti dei terremoti precedenti. Arquata si è slabbrata: ha senso ricostruire lì». Ricostruzione è una parola che si declina con un occhio ai tempi lunghi e a una burocrazia che frena. Pompili è stato schietto: «La burocrazia è un problema italiano che nelle crisi emergenziali si segnala per l’inconcludenza. Mettere una firma a qualcosa si fa difficile: si teme che, prima o poi, arrivi qualcuno a presentare il conto, ovvero l’avviso di garanzia. Questa paura blocca le cose».

La terza parola: responsabilità. Di questi giorni è la notizia dei primi cinque indagati per il crollo delle case Ater di Amatrice: «Non voglio fare il giustizialista» ha rimarcato. «Ho detto che non è il terremoto a uccidere, perché l’ambiente naturale non ci è nemico. Noi dobbiamo stare attenti a cosa facciamo, a non tagliare il ramo dell’albero su cui siamo appollaiati. Siamo corresponsabili. Non andiamo solo alla ricerca del capro espiatorio».

La quarta un binomio: istituzioni e politica. «Il difetto italiano che anche il terremoto diventa una querelle politica, per cui non si sta sui problemi, ma se ne fa una bandiera. Per dirla tutta: in questi casi le istituzioni facciano un passo avanti e la politica un passo indietro. Per istituzioni intendo il governo e l’esercito, che è stato straordinario, ha lavorato sodo, spostato montagne di macerie».

La quinta non può essere che la gente: «Ho ascoltato il loro dolore, le loro storie. Quella di un padre inconsolabile per non essere riuscito a salvare il suo bambino. Quella di un sepolto sotto le macerie che voleva urlare per farsi sentire, ma se apriva bocca si mangiava pietre e sassi. Quella di una donna, che lavora fuori, e in un momento ha perso mamma, papà, marito, figlio e figlia. E gli anziani, gente di montagna, che hanno passato quest’anno al mare, lontano da tutto quello che conoscono. Ho raccolto la loro dignitò silenziosa, la consapevolezza che non torneranno più, ma anche lo straniamento, lo smarrimento».

I francescani lasciano Amatrice. Una presenza che non sarà dimenticata

Lunedì sera al Campo Caritas di Santa Giusta gli abitanti di Amatrice e frazioni si sono ritrovati per salutare la comunità dei Frati Minori.

Dal loro arrivo a novembre i francescani hanno saputo entrare nei cuori degli abitanti con umiltà e naturalezza. Le visita alle famiglie, le celebrazioni, la presenza costante hanno creato una rete di legami profondi e sinceri.  E allora, per salutarsi e aggiungere un tassello in più a questo puzzle di ricordi, è stata organizzata una festa.  Un pretesto per ringraziare, come ha detto il vescovo Domenico, per tutto ciò che i frati hanno fatto e hanno regalato.

Un grazie per l’amicizia, per la vicinanza spirituale e fisica, per le ore passate a parlare e per quelle in cui hanno messo da parte l’abito per spalare via la neve e aiutare i contadini nei campi.
Un grazie che si leggeva negli occhi lucidi di chi si è raccolto intorno agli amici frati in questa serata d’estate.  Tanta emozione e voglia di festeggiare chi con la sua presenza è riuscito a dare tanto.  E così, dopo il momento di preghiera, si è voluto allontanare la tristezza con musica, i canti e la danza. La commozione ha lasciato il posto agli abbracci, alle risate e al clima di festa.

Per qualche ora, per le trecento persone presenti è stato come rivivere una delle tante serate di festa che prima del terremoto allietavano i tanti paesi durante l’estate. L’organetto, i canti a braccio, il ritrovarsi uniti dal desiderio di risollevare gli animi e il cuore.

Ancora una volta i frati minori sono riusciti a unire la comunità, come sempre dal loro arrivo all’inizio dello scorso inverno. Quello che resta di questa esperienza vissuta tra neve, scosse di terremoto e piccole difficoltà quotidiane, è un senso di profonda gratitudine e affetto sincero.

Durante la serata non sono mancate le proteste bonarie di chi li voleva vederli restare e le lacrime di chi l’idea di vederli andare via non l’accetta proprio. Eppure anche le lacrime, in questa serata di festa, sono segno di speranza.  Speranza che quello che hanno regalato i frati con la loro la vicinanza, la voglia di fare, l’umanità, si mantenga vivo e si propaghi.

Sant’Elia festeggia il parroco e il patrono. Il vescovo: «la Parola ci fa umani»

Sono in corso a Sant’Elia Reatino i festeggiamenti in onore di Sant’Elia Profeta. L’occasione vede disposto un ricco calendario di eventi, dal 13 al 23 luglio, che la scorsa domenica ha compreso la celebrazione della solennità della Beata Vergine del Monte Carmelo presieduta dal vescovo Domenico.

Un passaggio che ha visto mons. Pompili intrecciare gli spunti offerti dalle letture alla ricorrenza dei 25 anni di sacerdozio del parroco, don Leopoldo Bednarz. Al centro del discorso, in particolare, la parabola del seminatore. «Non è altri che Dio stesso – ha spiegato don Domenico – che non cessa di manifestare in tante forma la sua Parola». Parola, non chiacchiera. Una differenza particolarmente attuale ai nostri giorni, perché nonostante la tecnologia ci consenta di “messaggiare” a ogni ora del giorno e della notte, sorprende il permanere di «una grande folla di solitudini». Accade, ha spiegato mons Pompili, perché il «miracolo della comunicazione» non è legato alla tecnica, ma alla qualità di chi parla e alla capacità di ascolto.

A questa dimensione il vescovo ha ricondotto il ministero del prete. «Don Leopoldo, come ogni pastore, è solo una pallida immagine del Seminatore, ma deve fare la stessa cosa: seminare». E nella consapevolezza che non necessariamente chi semina raccoglie. Lo anticipa lo stesso Gesù parlando di tre pericoli, presenti anche oggi, che il Maestro descrive tramite i diversi tipi di terreno in cui il seme non può germogliare: uno è impermeabile come la strada, il secondo pieno di sassi, il terzo coperto dai rovi. Compito del prete, quello di aiutare le persone a poter accogliere il seme cogliendo le forme attuali delle difficoltà indicate da Gesù.

E oggi, piatta e impenetrabile come la strada è la superficialità. La società sembra accogliere la realtà tutta allo stesso modo, schiacciata sul piano unificante dei monitor a schermo piatto, mentre «la Parola ci aiuta a riscoprire che la vita è molto più sfaccettata».

E insieme alla superficialità, la Parla aiuta il pastore a superare un altro problema, quello dei sassi: «sono l’immagine della nostra vita ingombra di cose che ci preoccupano. Spesso finiamo dall’essere sopraffatti dalle cose urgenti, che non sempre sono quelle importanti: la Parola ci aiuta a distinguerle» e a rimediare anche al terzo problema, quello delle spine, identificato dal vescovo con la distrazione. Perché «spesso nella nostra vita siamo qui fisicamente, ma altrove con la testa: la Parola ci riporta sempre a quello che siamo qui, ora in questo momento».

Il vescovo ha dunque rivolto a don Leopoldo l’augurio di essere sempre «un uomo della Parola», che la sa ascoltare e dunque riesce a comunicarla. Una funzione importante per la Chiesa, ma anche la società. Perché «il continuo scontro deriva dall’incapacità di ascoltarsi e di parlare. È questo a farci sempre più contrapposti, divisi, pronti a fare guerre».

In fondo, ha concluso il vescovo, la differenza tra gli umani e gli animali è proprio la Parola. «Senza Parola non c’è umanità», e guardando alla Madonna del Carmelo ha citato papa Francesco, che ha definito Maria «la terra insuperabile che ha ascoltato la parola e la ha generata nel suo stesso grembo».

foto di Massimo Renzi

Giovani reatini e Chiesa: non sono poi così lontani

Ha un grande potenziale e qualche contraddizione. È il “giovane” come inizia ad emergere dai questionari sottoposti dall’Ufficio Evangelizzazione e Catechesi della diocesi di Rieti ai ragazzi delle scuole medie superiori del territorio. Un’indagine riuscita grazie all’aiuto dei presidi e degli insegnanti di religione e svolta come tassello di un più ampio percorso di avvicinamento all’Incontro pastorale diocesano, che sarà tutto un ascoltare e un lasciarsi interrogare dai più giovani.

Alle domande, centrate sul rapporto tra i ragazzi e la Chiesa, hanno risposto in 2.500. E in attesa che la lettura delle schede sia completa e i dati vengono sistemati in modo organico, è possibile iniziare a ragionare sui risultati del campione già analizzato. Un’urgenza giustificata, perché al di là delle indagini nazionali e delle linee di tendenza generali, «qui – ha sottolineato padre Mariano Pappalardo – si parla dei “nostri” ragazzi».

E a guardar bene, le sole proiezioni già ci dicono cose significative. Ad esempio emerge che il 98% dei ragazzi è battezzato, il 94% ha ricevuto la Comunione e l’84% la Cresima. Una tendenza che di per sé già annuncia il fenomeno tristemente conosciuto del “crollo del post-cresima”.

E se alla domanda «Chi ti ha parlato per la prima volta di Gesù», il 37% ha risposto “i genitori”, il 16% i nonni e poi la maestra e così via, come a dire che la famiglia è un ambito da curare e promuovere se si vuole stimolare una sensibilità verso la fede.

«Quanto conosci Gesù?». Il 45% dei ragazzi dice di conoscerlo bene, 37% poco, il 16% quasi per niente. Se sommiamo il poco e il quasi per niente abbiamo il 53%: più della metà dei ragazzi che seguono l’ora di religione. Ma il dato non stupisce quando si apprende che il 92% degli studenti non legge per conto suo il Vangelo. Al punto da farci chiedere in quale modo abbia incontrato Gesù quel 45% di giovani che dice di conoscerlo bene!

Altra nota dolente, ma non stupisce più di tanto, è quella della messa domenicale. Quasi il 90% dei nostri giovani non ci va mai o quasi mai. Forse perché il 47% dei ragazzi la trova noiosa e al 23% sembra difficile da seguire. C’è però un 15% abbondante che la trova avvincente: tutti dati su cui ragionare, insieme al fatto che il 32% dei ragazzi trova comunque attraente il momento della Comunione. Viene infatti il dubbio che i numeri esprimano il bisogno dei ragazzi di un rapporto intimo con il Signore.

E chissà se dietro queste percentuali c’è un catechismo poco apprezzato. Messo da parte il dato per cui il 14% non ci è andato (pur avendo comunque ricevuto i sacramenti!), le percentuali dicono che quasi la metà dei giovani ha vissuto con indifferenza o ostilità il suo rapporto con i catechisti, anche se è bello che il 40% circa li abbia invece apprezzati.

Può voler dire che è quanto mai necessario puntare sulla relazione con i ragazzi, anche perché, per molti di loro, le questioni che riguardano la fede sono un capitolo tutt’altro che chiuso. Il 59%, infatti, si dice ancora in ricerca: è innanzitutto questi giovani che la Chiesa dovrebbe intercettare. Perché non è vero che i ragazzi sono si disinteressati alla fede. Il punto è che la Chiesa non riesce a farsi trovare sulla loro strada.

Non a caso, il 74 % dei nostri ragazzi dice di sentirsi poco ascoltato dalla comunità ecclesiale e solo il 30% pensa che la Chiesa sia disponibile ad ascoltare le loro richieste. Un 30% da non deludere e da cui ripartire, perché il 56% dichiara di avere comunque interesse per le cose che riguardano la religione.

Mentre in tanti si stracciano le vesti perché i giovani hanno abbandonato la Chiesa, le inchieste dicono che sono i giovani a pensare che la Chiesa li abbia abbandonati. L’appuntamento dell’Incontro pastorale, è un’occasione per dimostrare loro che si sbagliano, che la Chiesa li ha a cuore e… lotta insieme a loro!

Il vescovo Domenico racconta il terremoto all’undicesima festa di «Avvenire»

Si concentra su “Parola& Parole” la serata centrale di oggi, in occasione dell’undicesima «Festa dell’Avvenire e de Il Popolo», a Bibione. Ospite quest’anno è il vescovo Domenico Pompili che, intervistato dal giornalista di Avvenire Vito Salinaro, porterà l’attenzione sulla situazione dei luoghi colpiti dal terremoto a quasi un anno dal sisma del 24 agosto 2016.

Saranno presenti alla serata anche il direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio, il direttore de «Il Popolo», Simonetta Venturin e il sindaco di San Michele al Tagliamento, Pasqualino Codognotto.

Parteciperanno all’evento anche tutti i presidenti di categoria (Bibione spiaggia, Ascom, Albergatori, Consorzio Turistico, ecc..) che, sostenendo le iniziative della parrocchia, hanno permesso la realizzazione della festa.

«È una bella coincidenza – spiega il parroco don Andrea Vena – perché quando ho iniziato con le Feste di Avvenire, alla segreteria delle Comunicazioni sociali della Cei, ho incontrato proprio don Domenico Pompili. È con lui e grazie a lui che tutto ha preso il via ed è ora una gioia averlo come ospite della nostra Festa, come vescovo di Rieti».

Bibione stessa, ricorda don Andrea, si è prontamente attivata per le zone colpite dal terremoto. Sia a livello di parrocchia, che di comunità, raccogliendo rispettivamente venti e venticinquemila euro.

Festa patronale a Santa Rufina: don Emmanuele: «le sante esempio di vita da seguire»

Si è svolta a Santa Rufina di Cittaducale, con una grande partecipazione da parte dei fedeli, la processione in onore delle sante patrone Rufina e Seconda.

Un sentito momento religioso, reso possibile grazie all’aiuto di volontari e delle istituzioni, che ha visto anche la partecipazione del nuovo sindaco di Cittaducale, Leonardo Ranalli, in rappresentanza della comunità civile.

«Santa Rufina e santa Seconda – ha spiegato il parroco don Emmanuele Dell’Uomo D’Armeci indicano la presenza di Dio». La processione, infatti, non è stato infatti un modo per «fare una passeggiata e prendere il fresco», quanto un gesto «per chiedere alle sante di esserci vicine nella vita, come esempio di fede da seguire, sapendo di poter contare sulla loro intercessione presso il Signore».

A margine della liturgia, è stata scoperta una lapide dedicata a don Giovanni Roselli, parroco di Santa Rufina, ricordato come «sostenitore dei valori cristiani, attento alle famiglie e alla comunità nel difficile periodo del dopoguerra, appassionato agricoltore». E come apertura al futuro, don Emmanuele ha proposto di realizzare un simulacro anche per santa Seconda, in modo da poter condurre tra le vie del paese anche la sua immagine, al fianco della santa sorella Rufina.

Un’idea che non ha mancato si raccogliere l’entusiasmo dei presenti.

foto di Daniel e Daniela Rusnac

Braccia rubate… al seminario. Un aiuto inedito ad Accumoli e Amatrice

Le cronache del dopo terremoto sono piene di polemiche e aspettative deluse. Difficoltà e lungaggini sembrano farsi avanti a ogni passo. Le massime autorità dello Stato e della Regione visitano di continuo i luoghi del disastro, ma non sembra che i cittadini sentano le istituzioni più vicine.

Eppure qualcosa si muove. Forse si va troppo piano, ma le abitazioni provvisorie vengono assegnate e il panorama umano va cambiando, anche in forza del rientro dei cittadini dalla costa, dove sono stati ospiti dalle strutture alberghiere.

Di sicuro se ne accorgono gli operatori della Caritas, che al lavoro “ordinario” di prossimità e ascolto attivo del territorio, continuano ad affiancare un’attenta analisi sull’evoluzione socio demografica e relazionale del territorio. Una presenza discreta che osserva i cambiamenti per prevenire i bisogni e portare aiuto dove serve. Sempre lavorando di casa in casa, di persona in persona. Perché ogni storia è unica, e ha bisogno di un percorso particolare.

Si intrecciano così le storie di chi cerca aiuto per riprendere in mano la propria attività e la propria vita, con quelle di chi continua a dormire nella roulotte, perché la sua casa in muratura ha retto ed è stata dichiarata agibile, ma di notte fa ancora paura. E poi ci sono le storie di chi è affetto da disabilità, di chi chiede aiuto per far pascolare il suo gregge, di chi non riesce a trovare lavoro, di chi è molto sensibile e prova vergogna a chiedere.

A dare una mano agli operatori reatini in questo scenario, oltre ai volontari che arrivano dalle Caritas delle altre regioni, la scorsa settimana è stata una presenza inedita. L’attività ordinaria si è infatti avvantaggiata delle braccia e dei cuori di un folto gruppo di seminaristi. Ospiti del Campo Caritas, hanno dato una mano nelle attività a supporto dell’infanzia e dei campi estivi di Cittareale, Borbona e Amatrice e si sono messi a disposizione del Centro d’Ascolto di Amatrice e del Centro d’Ascolto Itinerante. Né si sono tirati indietro davanti al lavoro manuale e di fatica, unendo all’ascolto il concreto supporto ad agricoltori e famiglie.

Nulla di strano, allora, se passando per i campi di Amatrice è capitato di vedere dodici aspiranti sacerdoti rimettere la legna pesante, costruire recinzioni in ferro, o dipingere steccati. Sono cose da fare mentre si provvede alla distribuzione di beni di prima necessita alle famiglie che ne hanno fatto richiesta. E non senza l’entusiasmo di voler esportare questo modello di prossimità fatto di apertura del cuore, fatica e lavoro manuale una volta divenuti sacerdoti.

Sì, ad Amatrice qualche cosa sta cambiando. E meno a rilento di quanto si creda.

Ac, seme e terreno. A Vazia il compleanno dell’associazione diocesana

L’AC deve essere un seme. Ma, ancor prima, deve essere terreno buono. La parabola del seminatore, pagina evangelica della liturgia domenicale, ha offerto lo spunto alla riflessione per l’incontro che l’Azione Cattolica reatina ha svolto sabato sera, ospite del complesso parrocchiale S. Maria Assunta a Vazia, in occasione del suo 96° compleanno. Un momento di comunione fraterna nella ricorrenza (che esattamente cade il 13 luglio) della fondazione del primo circolo di Ac a Rieti, che avvenne nell’allora parrocchia di S. Eusanio, ad opera di don Silvio Romani, nel luglio 1921. E quest’anno in sintonia con il più ampio sguardo storico proiettato sull’intera esperienza di Ac in Italia, con la celebrazione dei 150 anni di esistenza dell’associazione a livello nazionale.

L’AC, dunque, «come un seme: piccola ma feconda», che «entra in tutti i terreni della vita: famiglia, scuola, lavoro, parrocchia»: lo ha scritto, nel messaggio fatto pervenire all’associazione diocesana, il vescovo Domenico, impossibilitato a partecipare in quanto impegnato nella celebrazione delle Cresime a Greccio. Da parte di monsignor Pompili, l’augurio all’AC reatina «che prima di arrivare a 100 anni l’esperienza associativa sia conosciuta e vissuta da altri ragazzi, giovani e  adulti. E cosi il seme continui a produrre i frutti di laici credenti e credibili».

Il messaggio è stato letto all’inizio della Messa vespertina, celebrata dai partecipanti all’incontro assieme alla comunità parrocchiale di Vazia, assieme ai saluti inviati dal parroco, e assistente unitario dell’associazione diocesana, don Zdenek Kopriva, che si trovava sulla via del ritorno dall’esperienza cui aveva accompagnato quattro adolescenti del gruppo Acg della propria parrocchia: il camposcuola giovanissimi svolto a Santa Caterina Valfurva, in Valtellina, dall’Azione Cattolica ambrosiana. L’AC di Milano ha infatti quest’anno offerto alle diocesi colpite dal terremoto la possibilità di partecipare gratuitamente ai propri campi, e dal gruppo di Vazia sono partiti in quattro, accompagnati dal sacerdote, che si è voluto rendere spiritualmente presente alla celebrazione, presieduta dal vice parroco don Jean Louis Swenke e concelebrata dall’altro assistente dell’Ac diocesana (che segue in particolare l’Acr e i giovanissimi) don Roberto D’Ammando, il quale ha poi tenuto l’omelia.

«L’AC, ci ha scritto il vescovo, è un seme, ma deve essere prima di tutto terreno ben coltivato, capace di accogliere e custodire quella Parola che dà senso a tutta la propria attività», ha detto don Roberto. Nella Messa, introdotta dal saluto della presidente parrocchiale Chiara Lorenzi, non è mancato il ricordo di don Luigi Bardotti, che è stato per anni l’anima dell’AC a Rieti a partire dalla ricostituzione dopo la pausa post conciliare in cui l’esperienza era stata interrotta in diocesi e ha continuato a esserne un punto di riferimento anche una volta concluso il suo incarico di assistente diocesano.

Al termine della liturgia, è toccato alla presidente diocesana Silvia Di Donna rivolgere il saluto e invitare al momento successivo che si è svolto in particolare solidarietà con le zone terremotate, verso le quali l’AC reatina sta portando avanti il progetto che riguarda il sostegno a due aziende di allevatori presenti in due frazioni del comune di Accumoli: Illica e Terracino. Erano presenti anche le famiglie che gestiscono tali aziende: e sono state Sandra e Anna Rita, in rappresentanza di dette famiglie, che hanno poi rivolto il saluto e il grazie all’associazione per la vicinanza mostrata in questo progetto, con cui si convogliano loro offerte provenienti da tanti parti d’Italia e non solo, con l’obiettivo di aiutarle a ripartire contribuendo così a ricucire pian piano il tessuto economico del territorio colpito dal sisma.

La presentazione del progetto è avvenuta nel corso della piacevole serata animata dall’associazione culturale “La Cantinella”, di Piani di Poggio Fidoni, che ha offerto la rappresentazione della commedia in vernacolo “Ello che addà enì”. Prima della divertente messa in scena, un momento dedicato alla presentazione delle attività associative dell’AC, nello spirito di questo 150° dell’associazione nazionale e dell’entusiasmo che anima l’impegno di formazione e apostolato di adulti, giovani e Acr nella piccola ma volitiva associazione reatina.