Perdono di Assisi, amore incondizionato e illimitato anche per il “peggiore” degli uomini

Come attesta la Lettera a un Ministro di Frate Francesco, nel Perdono di Assisi c’è una proposta di amore incondizionato e illimitato che si pone sulle tracce di ogni uomo, anche il “peggiore”, illuminandone gli errori per sottrarlo all’ombra di morte. E risuonano ancora queste parole: “Se almeno ti dispiacesse non essere in grado di comprendere gli sbagli, potresti entrare nella luce”. Così, dopo 800 anni, come una città posta sul monte, risplende ancora chiaro il fulgore del Perdono di Assisi che chiama a conversione ed invita a saziarsi delle gioie celesti!

Francesco d’Assisi, dopo gli anni travagliati della giovinezza, si accorse che la vita gli era stata risparmiata senza alcun merito. Non gli avevano dato la felicità i successi, non era servito a nulla cercare il riscatto dal fallimento… non si poteva giustificare una esistenza vuota di senso: solo per misericordia era “vivo”, sentiva ancora in se stesso il desiderio della vita piena. La sua fu l’esperienza del perdono che ci precede e ci permette di essere ancora vivi. E il Poverello di Assisi si aggrappò all’esperienza della misericordia divina, lasciandosene compenetrare fino al rovesciamento del pensiero e dello sguardo sulla realtà. Così, passò dall’attaccamento a se stesso e alla propria immagine, ad una profonda gratitudine e alla vera libertà, ipotecata nell’esercizio costante di gesti di misericordia e nel perdono accordato preventivamente ai fratelli, amici o nemici che fossero. Poi, l’accesso alla ricompensa che spetta all’uomo buono: la vera e perfetta letizia! Questa scoperta ne accese il desiderio: “Voglio mandarvi tutti in Paradiso!” esclamò Francesco.

Nasce così il Perdono di Assisi, come

una freccia ardente scagliata verso il cuore dell’uomo.

D’altronde, si sa, per gustare la misericordia di Dio che tutto abbraccia è indispensabile uno spiraglio nell’animo umano, l’ammissione del limite e del bisogno di perdono. Ad Assisi, come in tutta la Chiesa in questo Anno della Misericordia, il peccatore ha a disposizione l’indulgenza plenaria che fiorisce nel grembo di Maria, la Vergine fatta Chiesa. Come a dire, con la tenerezza di una madre: “Vorresti essere perdonato fino in fondo, per favore?”. Ma c’è di più. Come attesta la Lettera a un Ministro di Frate Francesco, nel Perdono di Assisi c’è una proposta di amore incondizionato e illimitato che si pone sulle tracce di ogni uomo, anche il “peggiore”, illuminandone gli errori per sottrarlo all’ombra di morte. E risuonano ancora queste parole: “Se almeno ti dispiacesse non essere in grado di comprendere gli sbagli, potresti entrare nella luce”. Così, dopo 800 anni, come una città posta sul monte, risplende ancora chiaro il fulgore del Perdono di Assisi che chiama a conversione ed invita a saziarsi delle gioie celesti!

Mauro Gambetti

Papa Francesco: mons. Mauro Parmeggiani amministratore apostolico di Palestrina

Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo della diocesi di Palestrina presentata mons. Domenico Sigalini e ha nominato come amministratore apostolico della diocesi mons. Mauro Parmeggiani, vescovo di Tivoli. Ne dà notizia oggi la sala stampa vaticana.

Mons. Parmeggiani è nato a Reggio Emilia il 5 luglio 1961. Ha conseguito gli studi ecclesiastici presso lo Studio teologico interdiocesano di Reggio Emilia-Modena-Carpi-Guastalla. È stato ordinato sacerdote il 18 ottobre 1985. Il 25 novembre 1996 è stato incardinato nella diocesi di Roma. Tra gli incarichi svolti nel suo ministero presbiterale: è stato segretario particolare del cardinale Camillo Ruini dal 1986 al 2003, dapprima come aiutante di studio della segreteria generale della Conferenza episcopale italiana (1986-1991), successivamente presso il Vicariato di Roma (1991-2003). Nel 1993 è stato nominato direttore del Servizio per la pastorale giovanile del Vicariato di Roma, incarico che ha continuato a svolgere fino al 2008. Il 17 ottobre 2003 Giovanni Paolo II lo ha nominato prelato segretario del Vicariato di Roma. Il 1° novembre dello stesso anno è stato nominato anche delegato del cardinale vicario per la Consulta diocesana delle aggregazioni laicali.

Il 3 luglio 2008 è stato nominato da Benedetto XVI vescovo di Tivoli e ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 20 settembre 2008. Attualmente è membro della Commissione episcopale per la famiglia, i giovani e la vita e assistente ecclesiastico della Confederazione delle Confraternite delle diocesi d’Italia.

Religiosi: è morto a Perugia padre Giovanni Boccali

È morto ieri a Perugia, all’età di 88 anni, padre Giovanni Boccali, frate minore e già ministro provinciale. Il 4 agosto 2016 Papa Francesco, nella sua visita privata ai frati dell’infermeria della Porziuncola ad Assisi, lo aveva incontrato e l’anziano frate aveva donato al Pontefice la raccolta delle fonti clariane da lui curata.

Padre Boccali è stato ordinato sacerdote nel 1953. Quattro anni fa aveva celebrato il 60° anniversario di ordinazione presbiterale. Il vescovo di Benevento, mons. Felice Accrocca, ne aveva tessuto le lodi in un articolo pubblicato su “L’Osservatore Romano” poco dopo il suo incontro col Papa, definendolo “un uomo di poche parole e di molta sostanza, persona di spirito, capace di sorridere anche nelle difficoltà senza arrendersi mai, con il gusto del lavoro assiduo”. La celebrazione delle esequie si svolgerà oggi, alle 15,30, nella basilica di Santa Maria degli Angeli.

Diaconi: Enzo Petrolino (presidente), “uomini della soglia tra la strada e il tempio”

I diaconi ordinati in Italia sono più di 4.400. Ne traccia un ritratto il presidente della Comunità del diaconato, alla vigilia del convegno nazionale, in programma a Cefalù, dal 2 al 5 agosto, sul tema: “Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati”.

Primi in Europa, secondi al mondo dopo gli Usa. Enzo Petrolino, presidente della Comunità del diaconato in Italia, traccia un identikit dei diaconi: “Uomini della soglia tra la strada e il tempio”, i diaconi ordinati, in crescita non solo nel nostro Paese ma nel mondo – dove fanno registrare la cifra record di 45mila – sono chiamati a raccogliere la sfida della formazione. L’età media attuale è di 60 anni, il tetto di ingresso per accedere a tale grado del sacramento dell’ordine è di 35 anni. La proposta di Petrolino è avviare scuole di formazione “ad hoc”, da affiancare agli Istituti superiori di scienze religiose e alle Facoltà di teologia. Intanto, l’appuntamento è a Cefalù, dove dal 2 al 5 agosto si svolgerà il convegno sul tema “Diaconi educati all’accoglienza e al servizio dei malati”, promosso dalla Comunità del diaconato, dall’Ufficio Cei per la pastorale della salute e dalla diocesi di Cefalù.

Enzo Petrolino

Qual è lo stato attuale del diaconato in Italia?
I diaconi ordinati in Italia sono più di 4.400: siamo i secondi al mondo dopo gli Usa. La presenza dei diaconi è in aumento non solo in Italia, ma anche nel mondo, dove in totale sono 45mila. Sta crescendo, in particolare, la forma uxorata, infatti il 90% dei diaconi italiani sono sposati. Senza il consenso della moglie non si può diventare diaconi: è determinante il consenso della sposa. Per questo nei nostri convegni e sul nostro sito abbiamo appositi spazi dedicati a loro, per valorizzarne la presenza.

Oggi la quasi totalità delle diocesi italiane ha introdotto il diaconato permanente.

Solo a Napoli, ci sono 300 diaconi e la loro presenza è diffusa soprattutto al Sud e al Centro, un po’ meno al Nord.

“Accoglienza” è la parola chiave del convegno di Cefalù. Perché questa scelta?
Il punto di partenza è la constatazione che il ministero diaconale in Italia si sta realizzando secondo le linee tracciate negli ultimi anni dalla riflessione teologica e dall’esperienza pastorale. Al primo posto ci sono i bisogni delle comunità ecclesiali, che portano i diaconi a svolgere il loro servizio attraverso iniziative di promozione umana – anche, dove è necessario, con sostegni economici – e a realizzare obiettivi di solidarietà sociale rivolti a persone svantaggiate per condizioni fisiche e familiari, proprio nelle periferie non solo geografiche, ma soprattutto esistenziali del nostro Paese che, come il Papa più volte ha ripetuto, sono particolarmente oggi ambito prioritario di attenzione umana e di premura ecclesiale.

Papa Francesco vuole una Chiesa povera per i poveri, cioè diaconale, e molti diaconi oggi sono impegnati principalmente nel servizio ai poveri e agli emarginati.

Del resto, già in un testo del terzo secolo il compito dei diaconi veniva identificato nell’“accogliere gli stranieri sulle rive e seppellire i morti”. I diaconi entravano e uscivano dalle case della gente, e anche oggi la gente ha bisogno di vedere che i diaconi stanno sulle frontiere.

I diaconi sono uomini della soglia tra la strada e il tempio. Indossare gli abiti liturgici nelle celebrazioni è importante, ma il compito del diacono non si esaurisce lì: il ruolo del diacono nell’Eucaristia è portare i poveri all’altare.

La sfida da raccogliere è allora quella della formazione…
Il modo in cui è impostata attualmente la formazione impedisce ad alcune categorie di persone di accedere al diaconato: l’età media dei diaconi in Italia è a di 60 anni. In molti casi, il diaconato è un pensionato mentre per svolgere al meglio il proprio servizio sarebbe più opportuno mantenere un contatto diretto con la società, nello svolgimento del proprio lavoro. Ora i due canali formativi per i candidati al diaconato permanente sono gli Istituti superiori di scienze religiose o le Facoltà teologiche. Ci vorrebbe più elasticità, magari con l’istituzione di scuole di formazione “ad hoc”, che c’erano in passato – a Napoli e a Torino – e sono state chiuse.

Quali iniziative partiranno dal vostro convegno?
A Cefalù parleremo di accoglienza a partire degli immigrati. Oltre al cardinale Montenegro, la cui relazione aprirà l’ultimo giorno dei lavori, sarà presente fin dal primo giorno il parroco di Lampedusa.

Le offerte che verranno raccolte durante il convegno verranno devolute alla Società Biblica Italiana, per acquistare bibbie in inglese e francese in edizione interconfessionale da distribuire ai migranti cristiani che quotidianamente transitano dal porto di Lampedusa.

A novembre, inoltre, è in programma la prima Giornata mondiale dei poveri istituita dal Papa a conclusione del Giubileo. Coinvolgeremo i diaconi nelle diocesi, affinché invitino i poveri a partecipare all’Eucaristia rendendosi protagonisti della celebrazione, in momenti liturgici come la proclamazione delle letture o la processione offertoriale.

L’accesso ai Sacramenti: da Familiaris consortio ad Amoris laetitia

L’aiuto della Chiesa di cui si parla nel documento, in certi casi può anche essere l’aiuto dei Sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia (cfr nota 351). Si noterà l’effetto restrittivo dell’espressione in certi casi! Con tutto ciò, l’affermazione non la si può eludere, né aggirare piantandovi attorno una tale siepe che la renda di fatto inattuabile! Essa, al contrario, non deve stupire, perché in linea di principio trae le dovute conseguenze dal fatto che “il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave” (nota 336).

È in libreria da pochi giorni il nuovo libro di mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio di cardinali (C9), dedicato all’Amoris laetitia, esortazione apostolica di Papa Francesco sull’amore nella famiglia. Titolo del volume: “L’occhio e la lampada. Il discernimento in Amoris laetitia” (Edizioni Dehoniane, pagine 160). Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo il primo paragrafo del capitolo 12 in cui viene trattato il tema dell’accesso ai Sacramenti dalla Familiaris consortio all’Amoris laetitia.

L’attenzione e la sollecitudine nei riguardi di quei battezzati che si trovano in situazione matrimoniale irregolare è espressa con chiarezza e direttamente da Giovanni Paolo II in Familiaris consortio: “La Chiesa […], istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza” (n. 84). Il medesimo principio guida è assunto da Francesco in Amoris laetitia. Si comincerà, dunque, con l’illustrare in che maniera, per quali ragioni e a quali condizioni Familiaris consortio prevede e permette l’accesso ai Sacramenti.

Al suo n. 84 questa Esortazione apostolica comincia col ribadire “la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Spiega pure che “sono essi a non poter esservi ammessi”, ravvisandone la ragione nel fatto “che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. A questa ragione teologica – che si richiama ad una oggettivacontraddizione fra lo stato e la condizione di vita di chi è divorziato civilmente rispostato con l’unione indissolubile di Cristo con la Chiesa – l’Esortazione ne unisce un’altra che chiama di ordine pastorale: “Se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio”.

Ciò premesso, stante il pentimento “di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo”, Familiaris consortio apre alla possibilità di una deroga anzitutto all’obbligo della separazione (se “per seri motivi quali, ad esempio, l’educazione dei figli” non possono soddisfarla) e quindi pure alla totale esclusione dai Sacramenti. La condizione è la disponibilità ad accedere ad uno stato di vita in comune non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio: in concreto, se “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”. Pentimento, serietà dei motivi che impediscono di interrompere la convivenza e disponibilità a vivere in continenza: sono questi i tre elementi che in Familiaris consortio compongono sia la deroga all’obbligo della separazione, sia alla possibile ricezione dei Sacramenti (1).

Familiaris consortio non ritiene di potere andare oltre. Riconsiderando tutto, la ragione teologica che determina ciò è l’oggettiva contraddizione “a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia”. La via indicata è una via oggettivamente “in salita”, soprattutto se considerata in rapporto a persone che di per sé si sono sentite e si sentono chiamate al matrimonio, ma, soprattutto col sostegno della grazia, non impossibile.

Disponendosi come Familiaris consortio a non “abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze”, Amoris laetitia osserva anch’essa la medesima situazione;

non lo fa, però, ponendosi dalla parte della oggettività, bensì da quella soggettiva delle persone coinvolte e lo fa sulla base del principio da sempre affermato: perché “un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: ‘È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso’” (Catechismo della Chiesa cattolica n. 1857).

Da ciò derivano importanti conseguenze, come il principio enunciato dallo stesso Catechismo della Chiesa cattolica n. 1735 per cui “l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali”.

Prendendo atto di ciò Amoris laetitia afferma, come già detto: “È possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa” (n. 305).

Questo aiuto può comprendere anche quell’aiuto dei Sacramenti, di cui si legge alla nota 351: un aiuto da offrire a quelle eventuali persone battezzate che, pur essendo oggettivamente in una situazione di peccato, nel contesto di un appropriato processo di discernimento risultano portarne la responsabilità e il peso solo in parte, o anche per nulla.

L’aiuto della Chiesa di cui qui si parla, in certi casi può anche essere l’aiuto dei Sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia (cfr nota 351). Si noterà l’effetto restrittivo dell’espressione in certi casi! Con tutto ciò, l’affermazione non la si può eludere, né aggirare piantandovi attorno una tale siepe che la renda di fatto inattuabile! Essa, al contrario, non deve stupire, perché in linea di principio trae le dovute conseguenze dal fatto che “il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave” (nota 336).

Aggiungerò che nel suo argomentare l’Esortazione cita frequentemente san Tommaso d’Aquino (almeno quindici volte è citata la Somma Teologica). Per convalidare quanto sino a qui detto, aggiungerei quest’altro suo testo: “Come il male è più esteso del peccato, così il peccato è più esteso della colpa… (perciò) il bene e il male comportano la nozione di lode o di colpa solo nelle azioni volontarie, dove il male, il peccato e la colpa sono la stessa cosa (in quibus idem est malum, peccatum, et culpa)” (S. Th. I-II, q. 21, art. 2). Sulla base di simili premesse difficilmente confutabili, con piena ragione nell’Esortazione Francesco può affermare: “Non è più possibile dire che tutti coloro, che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante” (n. 301).

Per essere su questo punto ancora più espliciti, dirò che Amoris laetitia non ammette affatto ai Sacramenti e, in particolare, all’Eucaristia “i divorziati risposati”. Il Papa non parla di “categorie”, ma di persone!

Per quelle, poi, cui ci si riferisce per il discernimento di cui trattiamo sono ovviamente necessarie le “premesse” di conversione che il n. 298 dell’Esortazione giunge quasi a elencare. Si parla, ad esempio, di “una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe”. Poco più avanti prosegue: “C’è anche il caso di quanti hanno fatto grandi sforzi per salvare il primo matrimonio e hanno subito un abbandono ingiusto, o quello di ‘coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido’”.

La dottrina esposta nell’Esortazione, insomma, è il frutto di un nuova e felice centratura della morale della legge sulla persona.

A questo, infatti, è volto il cammino di discernimento: “A comprendere – come afferma il teologo Mauro Cozzoli – le storie delle persone, le situazioni, le circostanze e le difficoltà in cui si trovano, le intenzioni e le disponibilità che dimostrano”.

Tale discernimento è ispirato al duplice criterio: del “bene possibile” e della “gradualità”. Il primo non è un bene impuro, o indegno (B.Petrà), ma guarda al bene effettivamente realizzabile da ciascuno; il secondo è il criterio che, nell’impossibilità di attuare tutto il bene comandato dalla norma, apre strade di avvicinamento progressivo.

In tale quadro s’inserisce la raccomandazione del Papa: “Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio” (n. 305).

Vuol dire che i necessari stadi intermedi, per quanto ancora segnati dal deficit e dal disordine, devono essere considerati come tappe di avvicinamento alla pienezza del bene. Citando se stesso da Evangelii gaudium Francesco ci domanda di tener conto “che un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà” (n. 305). Conclude Mauro Cozzoli: “Dove non arriva l’etica della legge, che giudica e condanna in nome del tutto o niente: criterio del ‘valevole indistintamente per tutti’; arriva l’etica della misericordia, che al tutto perviene attraverso il possibile: criterio del ‘valevole distintamente per ciascuno’. L’etica della misericordia dà valore e credito alla coscienza, alla sua rettitudine e responsabilità davanti a Dio. E confida nell’opera della grazia: grazia purificante dalle scorie del male e abilitante all’intelligenza e all’amore del bene. L’etica della misericordia non cambia la morale. Chiama piuttosto a una conversione etico-pastorale di vicinanza alle persone, scandita dal trittico discernere, accompagnare, integrare”.

Un’ultima cosa è necessario ribadire: tutto il processo di discernimento di cui si è parlato e che, eventualmente (e non necessariamente), conduce all’accesso ai Sacramenti si svolge nel foro interno sacramentale. Tale soluzione non è per nulla identica alla semplice “decisione di coscienza”, che riguarda esclusivamente il singolo davanti a Dio. Se così fosse, ci sarebbero i rischi sia di una privatizzazione indebita dell’accesso all’Eucaristia, sia di un dualismo fra oggettività dottrinale e soggettività morale. Importante, perciò la precisazione che quanto avviene nel “foro interno sacramentale” è un vero processo (“foro”), che si svolge nell’ambito sacramentale (sacramento della Penitenza) che vede coinvolti un fedele e un ministro autorizzato della Chiesa.

Stante, dunque, l’importanza della scelta secondo coscienza, come annotano i vescovi tedeschi nel documento (“La gioia dell’amore che viene vissuta nelle famiglie è anche la gioia della Chiesa. Introduzione ad una rinnovata pastorale delle nozze e della famiglia alla luce dell’Amoris Laetitia”), approvato nel gennaio 2017, “l’Amoris laetitia parte dal presupposto di un processo decisionale che sia accompagnato da una guida pastorale. Sul presupposto di un tale processo decisionale, in cui la coscienza di tutti coloro che vi prendono parte è messa in gioco sino in fondo, l’Amoris laetitia apre la possibilità di ricevere i sacramenti della riconciliazione e dell’Eucaristia”.

(*) vescovo di Albano, segretario del C9


(1) Né Familiaris consortio, né il CCC 1650 menzionano l’obbligo di accedere all’Eucaristia evitando lo scandalo; ciò si trova in documenti successivi: CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati (1994), n. 4; PONTIFICIO CONSIGLIO PER I TESTI LEGISLATIVI, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla santa comunione dei divorziati risposati (2000), n. 2. Implicitamente, BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica Sacramentum caritatis: “Là dove non viene riconosciuta la nullità del vincolo matrimoniale e si danno condizioni oggettive che di fatto rendono la convivenza irreversibile, la Chiesa incoraggia questi fedeli a impegnarsi a vivere la loro relazione secondo le esigenze della legge di Dio, come amici, come fratello e sorella; così potranno riaccostarsi alla mensa eucaristica, con le attenzioni previste dalla provata prassi ecclesiale” (n. 29).

Marcello Semeraro

San Nicola: reliquia torna a Bari dalla Russia. Mons. Cacucci: “Grande esperienza di ecumenismo di popolo”

Si avvicina il rientro a Bari (venerdì 28 luglio) della reliquia di san Nicola che lo scorso 21 maggio, per la prima volta in 930 anni (dopo la traslazione dalla Turchia nel 1087) ha lasciato il capoluogo pugliese di cui il vescovo di Myra è patrono. Esposta prima a Mosca e poi a San Pietroburgo, la reliquia di San Nicola tornerà nella basilica barese dopo due mesi e sette giorni.

Nove ore e mezza di attesa media, file lunghe due chilometri e tante preghiere hanno accompagnato gli oltre due milioni di pellegrini russi nella venerazione, a Mosca, nella cattedrale di Cristo Salvatore, e a San Pietroburgo, nel monastero di Aleksandr Nevskij, di un frammento delle reliquie di san Nicola. Il 21 maggio scorso, infatti, per la prima volta dopo 930 anni le spoglie del vescovo di Myra hanno lasciato temporaneamente la basilica di Bari a lui intitolata. Il 28 luglio le reliquie del Santo faranno ritorno nel capoluogo pugliese “scortate” dal presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, il cardinale Kurt Koch, dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci, e dal priore della basilica, il domenicano Ciro Capotosto.

“L’esperienza vissuta in Russia è andata oltre qualsiasi previsione e grande è stata l’accoglienza e continua la sensibilità manifestata da parte delle autorità religiose russe e del popolo. Ed esiste già un rapporto di fraternità e amicizia che siamo certi si consoliderà ulteriormente”,

dice monsignor Francesco Cacucci che, insieme a padre Capotosto e a don Angelo Romita, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, è stato protagonista di un evento unico e che adesso apre a nuovi scenari nei rapporti tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa.

Ecumenismo, dialogo e pace. Quello che si è vissuto in questi due mesi in Russia è uno straordinario gesto di dialogo tra le Chiese e i popoli, frutto dello storico incontro a Cuba tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill: “Quell’incontro è stata una pietra miliare – dice mons. Cacucci -. L’ecumenismo però ha un futuro se diventa sempre più un ecumenismo di popolo. Se invece è legato solo ai vertici non credo possa avere dei risultati significativi. E io credo che, da dopo il Concilio, non ci sia stata un’esperienza di ecumenismo di popolo come quella vissuta grazie alle reliquie di san Nicola. È questa la direzione dell’ecumenismo del futuro”. Si apre adesso un nuovo percorso tra le due Chiese, ma questo deve essere fatto con tanti piccoli gesti e altrettanta pazienza: “Dobbiamo ancora capire insieme al Patriarcato quali saranno i gesti concreti da fare per sviluppare ancora di più questa amicizia. Non è però il caso di accelerare con gesti eclatanti. Sono convinto che

l’ecumenismo è segnato da singoli piccoli passi.

Andare verso i gesti eclatanti non sempre facilita il rapporto sereno tra le due Chiese perché dobbiamo realisticamente considerare che all’interno di esse, e soprattutto in quella ortodossa russa, ci sono diversi opposizioni a certe visioni ecumeniche”. C’è la certezza però che il dialogo sia il giusto metodo per tracciare strade di pace: “Il dialogo che si è ulteriormente aperto tra le due Chiese può essere d’esempio su tutti i livelli, non solo quello religioso – continua mons. Cacucci -. Lo stesso Vladimir Putin ha sottolineato che il ruolo delle Chiese in questa distensione internazionale è determinante. È inutile illudersi: il rapporto religioso è fondamentale anche per la pace del mondo”.

Popolo protagonista. Le reliquie hanno in sé un significato che va oltre la venerazione. “Queste sono, come ha detto san Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ut Unum Sint – dice mons. Cacucci -, un veicolo di incontro tra i cristiani”. Pare quindi essere il popolo il ponte per la definitiva amicizia tra le due Chiese. “Questo evento – osserva padre Ciro Capotosto – ha reso il popolo protagonista.

Se si coinvolge il popolo, questo può fare da cerniera per una ancora maggiore comunione tra le istituzioni religiose, ovvero affinché si muova il vertice delle Chiese.

Proseguiamo quindi in quella linea di orizzonte tracciata tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill nel famoso incontro a Cuba”. Intanto il rientro delle reliquie sarà salutato dal popolo barese con una grande festa. “Cresce l’attesa nella città di Bari e, specialmente, nella città vecchia – continua padre Ciro – per il rientro della reliquie di San Nicola. Stiamo coinvolgendo tutta la cittadinanza e tutte le parrocchie della diocesi dedicate a san Nicola perché ci sia un’adeguata accoglienza, simile a quella che c’è stata in Russia”. Certamente non di decine di migliaia di fedeli, come quelli che hanno affollato le strade di Mosca il 21 maggio scorso, ma l’amore dimostrato dai russi verso San Nicola e quello dei devoti fedeli baresi rappresentano “un evento unico nella storia – conclude il domenicano – che porta dentro di sé un significato grandissimo ma, allo stesso tempo, modesto perché, nella sua maestosità, è stato seminato nel terreno dei rapporti tra Roma e Mosca un piccolo seme che ora dovrà dare i propri frutti”.

Gerusalemme. Appello del Papa alla moderazione e al dialogo. Patton, “trovare punti di compromesso”

Resta alta la tensione a Gerusalemme dopo gli scontri, con morti e feriti, che hanno fatto seguito all’attentato alla Spianata delle Moschee e alla decisione di Israele di imporre restrizioni e controlli agli ingressi. Papa Francesco, all’Angelus, ha lanciato un appello “alla moderazione e al dialogo”, che segue di pochi giorni quello dei Capi delle Chiese di Gerusalemme. L’auspicio del custode di Terra Santa

“Desidero anzitutto ringraziare il Santo Padre perché ha a cuore la situazione di Gerusalemme. Per dei credenti il suo richiamo alla preghiera è fondamentale perché senza questa ispirazione interiore, che viene da Dio, è difficile che le persone si aprano al dialogo, alla riconciliazione e alla pace”. A dichiararlo al Sir è padre Francesco Patton, custode di Terra Santa, commentando le parole di Papa Francesco all’Angelus di domenica 22 luglio. Il Pontefice ha lanciato un forte appello alla moderazione e al dialogo.

Queste le sue parole: “Seguo con trepidazione le gravi tensioni e le violenze di questi giorni a Gerusalemme. Sento il bisogno di esprimere un accorato appello alla moderazione e al dialogo. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera, affinché

il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace”.

“Pregare per la pace – afferma il custode di terra Santa – aiuta chi prega a maturare una coscienza di pace, che porta all’impegno per la pace. Ritengo molto importante anche l’invito alla moderazione e al dialogo”.

“Alla moderazione – spiega padre Patton – per evitare che la tensione e la violenza siano ulteriormente alimentate e al dialogo perché è lo strumento diplomatico, cioè pacifico, che aiuta a trovare punti di consenso e di compromesso che permettano alle parti in causa di uscire in modo onorevole da una situazione molto pericolosa”.

La preoccupazione delle Chiese di Gerusalemme. L’appello di Papa Francesco segue, di pochi giorni, quello dei capi delle Chiese di Gerusalemme (cattolici, ortodossi e protestanti) che lo scorso 19 luglio avevano espresso, in una nota, “seria preoccupazione riguardo alla recente escalation di violenza intorno alla Spianata delle Moschee” e condannato “con forza ogni atto di violenza”. Nel loro messaggio i leader religiosi si dicevano “preoccupati per

ogni cambiamento dello Status quo nella Spianata e nella città di Gerusalemme.

Ogni minaccia alla sua continuità e alla sua integrità potrebbe facilmente portare a conseguenze imprevedibili e serie assolutamente sgradite in questo clima presente di tensioni religiose”. Dai capi cristiani anche l’apprezzamento per “il continuo controllo sulla Spianata delle moschee, dei luoghi santi di Gerusalemme e della Terra Santa da parte del Regno Hashemita di Giordania che garantisce a tutti i musulmani il libero accesso e la possibilità di pregare alla moschea di Al Aqsa secondo lo Status quo. Rinnoviamo il nostro appello affinché lo storico Status quo che governa questi siti sia totalmente rispettato per la pace e la riconciliazione di tutta la comunità e preghiamo per una giusta e durevole pace in tutta la regione e per tutti i suoi popoli”.

(Foto: AFP/SIR)

Resta la tensione. Intanto la tensione sembra non allentarsi dopo le restrizioni imposte da Israele agli ingressi alla Spianata delle moschee. Tre i palestinesi morti negli scontri a Gerusalemme e tre quelli israeliani, accoltellati nella colonia di Halamish, nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania. Secondo quanto riportato dai media israeliani, i servizi segreti israeliani e l’esercito hanno arrestato in Cisgiordania 25 membri di Hamas, movimento islamista al potere nella Striscia di Gaza. A sua volta la Lega Araba ha accusato Israele di “giocare col fuoco” e, imponendo nuove misure di sicurezza per l’accesso alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, di voler provocare una “grave crisi con il mondo arabo e musulmano”.

Per il segretario della Lega Araba, Ahmed Abul Gheit, “Al-Qods (Gerusalemme, ndr) è una linea rossa. Nessun arabo, nessun musulmano accetterà che si porti pregiudizio”.

Non si è fatta attendere la risposta del presidente palestinese, Abu Mazen, che ha affermato che saranno congelati i contatti a tutti i livelli con Israele. A risentirne sarà anche la collaborazione tra palestinesi e israeliani sul piano della sicurezza interna. Tensione, infine, anche in Giordania, ad Amman, dove è stata attaccata l’ambasciata israeliana. Il quotidiano giordano AlGhad riferisce che un attentatore, un giovane di 17 anni, sarebbe rimasto ucciso dopo aver ferito al petto con un coltello un cittadino israeliano all’interno della rappresentanza diplomatica.

Terra Santa: 800 anni di presenza francescana. Patton: “L’incontro non solo è possibile ma è necessario”

Nel 2017 ricorrono gli 800 anni di presenza francescana in Terra Santa. Come Francesco, che volle incontrare e dialogare con il Sultano Melek-al-Kamel, mentre infuriava la V Crociata, oggi dopo 800 anni la Custodia di Terra Santa continua ad attraversare le linee di fuoco che devastano il Medio Oriente. Una presenza viva ed efficace che lavora per la pace e la tolleranza. È lo stile dei 260 frati minori di 42 nazioni diverse, che operano in 50 santuari in tutto il Medio Oriente, la maggior parte dei quali in Terra Santa. L’intervista al Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton.

Nel 2017 ricorrono gli 800 anni di presenza francescana in Terra Santa. Nel maggio del 1217, infatti, durante il Capitolo di Pentecoste alla Porziuncola di Assisi, l’Ordine si aprì alla dimensione missionaria e universale decidendo di inviare frati in tutto il mondo come “testimoni di fraternità e di pace”. Tra loro anche un gruppo mandato “oltremare”, guidato da frate Elia da Cortona, che diede vita a una Provincia francescana inizialmente chiamata d’Oltremare o di Siria.

Per festeggiare la ricorrenza la Custodia ha messo a punto una serie di iniziative che vedranno il loro clou nel prossimo ottobre ma che si protrarranno fino al 2019 quando verrà ricordato il viaggio di san Francesco a Damietta, vicino Il Cairo, e il suo incontro con il sultano d’Egitto Melek-al-Kamel, nipote di Saladino.

“In piena V Crociata, Francesco sbarcò ad Acri – ricorda al Sir padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa – per poi raggiungere Damietta dove incontrò il sultano.

Invece di restare trincerato nel proprio campo, Francesco attraversò le linee di guerra riuscendo ad arrivare nel campo dell’altro e a dialogare. Da un lato, Francesco che si definiva ‘simplex et idiota’ (semplice e senza preparazione) e, dall’altro, il Sultano che dimostrava di avere una grande apertura mentale e culturale nell’accogliere questo frate venuto da lontano.

Il colloquio durò diversi giorni e, alla fine, non ci fu solo rispetto ma anche una forma di stima reciproca. Ciò dimostra che

l’incontro è possibile davanti all’apertura di cuore”.

800 anni sullo stile di Damietta: custode Patton, qual è oggi il valore della presenza francescana in Terra Santa e soprattutto quanto è ancora attuale?
Credo che il valore vada ricercato nella metodologia che lo stesso Francesco indicò ai frati nella Regola “non bollata” del 1221, nel capitolo dedicato alla missione. I frati, affermava il Santo, possono comportarsi in due modi: non facciano liti e dispute, siano sudditi e soggetti a ogni umana creatura per amore di Dio e confessino di essere cristiani.

L’idea di non fare dispute e liti, in questi 800 anni si è dimostrata vincente perché ha significato la capacità di adattarsi all’ambiente multiculturale, multietnico e multireligioso, non sempre facile di questa Terra.

Il mettersi a servizio degli altri per amore di Dio ha generato, poi, nella Custodia tutta una serie di attività cresciute in questi 8 secoli.

La presenza francescana si connota soprattutto per l’impegno nel settore dell’educazione e dell’istruzione. Perché questa scelta?
L’apostolato delle scuole si è sviluppato sin dall’inizio. Basti pensare che la prima scuola risale alla metà del 1500 a Betlemme. Oggi abbiamo una decina di istituti con oltre 10mila studenti, in larga maggioranza musulmani. Sono luoghi formidabili di educazione alla convivenza e alla costruzione della pace, necessari per rifuggire da estremismi e fondamentalismi che in questo tempo riprendono vigore. Abbiamo anche “Magnificat” una scuola musicale, affiliata al conservatorio di Vicenza, dove studenti e docenti sono cristiani, ebrei e musulmani.

Da dove nasce, invece, la passione per l’archeologia? Ai francescani si devono molti dei più importanti ritrovamenti archeologici nei luoghi santi…
L’archeologia è, con le scuole, un fronte dove si costruiscono la convivenza e la pace. Il motivo per cui i frati si sono appassionati alla archeologia, sin dal 1900, è il loro amore per l’Incarnazione del Figlio di Dio e per i luoghi e le pietre che ne trasmettono la memoria. Non sono semplici pietre.

Santo Sepolcro, Gerusalemme

Sulla passione per l’archeologia si è innestato lo studio della Scrittura nello Studio Biblico francescano. Ora abbiamo in progetto a Gerusalemme il Museo di Terra Santa, un luogo che faccia toccare con mano la storia dell’identità cristiana in Terra Santa.

L’identità cristiana deve essere collocata accanto a quella ebraica e musulmana.

Dalle pietre dei Luoghi Santi alle pietre vive che sono le comunità cristiane di Terra Santa, che a causa dei conflitti  e dell’instabilità economica e sociale emigrano sempre più numerose, il passo è breve…
Le pietre storiche dell’archeologia sono anche quelle che offrono aiuto ai cristiani locali per preservare la propria identità, perché intorno ad esse gira l’economia favorevole dei pellegrinaggi. Ma ci sono tante iniziative di sostegno materiale messe in campo dalla Custodia per aiutare la comunità cristiana come i progetti di nuove abitazioni che in questi ultimi anni stiamo rivolgendo alle giovani coppie perché non emigrino.

Cosa offrono i frati ai pellegrini nei Luoghi di Gesù?
Offriamo una guida spirituale e case di accoglienza, insieme alla garanzia e la grazia di poter celebrare nei Luoghi Santi. Accogliamo i pellegrini perché possano fare un’esperienza di fede profonda. Entrare nel Sepolcro da pellegrini vuol dire anche capire che la morte è vinta. Nostro compito è quello di favorire questa esperienza.

Il logo delle celebrazioni è la miniatura medioevale dell’“approdo di San Francesco in Terra Santa”. In Egitto, si disse, il Vangelo si incontrò con il Corano e il Corano con il Vangelo. Francesco non ebbe paura di Maometto e il Sultano non ebbe paura di Cristo. 800 anni dopo un nuovo incontro tra le fedi è possibile?

L’incontro non solo è possibile ma è necessario.

Per questo gettiamo semi. Dobbiamo solo avere la pazienza del seminatore e non scoraggiarci se non vediamo subito i frutti.

Rigopiano: mons. Galantino inaugurerà domenica 23 luglio la “Cuccumella”, attività finanziata dalla Chiesa italiana

Sarà mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, a inaugurare, domenica 23 luglio, la “Cuccumella”, ristorante-pizzeria in Farindola della Coperativa Tu.Te.Ve. Alle 18 il vescovo raggiungerà, insieme a mons. Francesco Soddu, direttore di Caritas Italia, e a monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo di Pescara-Penne, la cittadina in provincia di Pescara per sostenere l’attività di ristorazione definita come “un nuovo inizio – spiega Paolo Misero, presidente della neonata Tu.Te.VE. – il simbolo di una rinascita, un barlume di speranza, un’opportunità per una comunità in ginocchio dopo la tragedia di Rigopiano”.

Costante il ruolo della Chiesa in questo progetto ideato solo dopo un meticoloso lavoro di prossimità della Caritas locale con gli abitanti del territorio.

“Siamo stati presenti – afferma don Marco Pagniello, direttore della Caritas di Pescara-Penne – per sostenere spiritualmente e psicologicamente, con professionisti e volontari, coloro che direttamente o indirettamente sono stati coinvolti nella tragedia dello scorso 18 gennaio e Tu.Te.Ve. è, sicuramente, il risultato di un percorso intrapreso insieme».

La cooperativa, costituita da 7 amici impegnati nel lavoro al Resort distrutto dalla valanga, è stata affiancata in fase di progettazione dalla Caritas diocesana e dall’Agenzia Wolftour di Penne e ha ottenuto un finanziamento dalla Cei di 250.000 euro per l’avvio dell’attività di ristorazione.

“È un progetto importante per tutto il territorio – conclude don Pagniello – perché oltre a riattivare la rete economica e sociale della zona è segno della volontà di rinascita della gente del posto. Da parte nostra, in rete con la Chiesa italiana e con le innumerevoli iniziative di Caritas Italia a sostegno dell’imprenditoria locale, continueremo a sostenere Tu.Te.Ve, e a scommettere sull’idea coraggiosa di Paolo e dei suoi colleghi”.

Siloe Film Festival: il cinema in monastero. Protagonista la donna

Dal 20 luglio al via la IV edizione del Siloe Film Festival, nel Monastero di Siloe a Grosseto. Tema “Donna, alla ricerca”. Tra gli interventi mons. Dario E. Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, la regista Gianna Urizio e il filosofo Umberto Curi.

Tre giorni di cinema e dibattiti interreligiosi al Siloe Film Festival (www.siloefilmfestival.it), dal 20 al 22 luglio 2017 presso il Monastero di Siloe, nella località Poggi del Sasso in provincia di Grossetto. La manifestazione giunta alla IV edizione, sotto la direzione artistica del regista Fabio Sonzogni, è organizzata dal Centro culturale san Benedetto – Comunità monastica di Siloe e dalla Fondazione comunicazione e cultura della Conferenza episcopale italiana; il Festival è promosso in collaborazione con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali Cei e la Fondazione Ente dello Spettacolo. “La Chiesa in Italia – sottolinea don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – ha deciso di rinnovare per il quarto anno l’appoggio al Festival di Siloe, nato dall’intuizione e dall’impegno della comunità monastica a favore dei giovani, dei talenti emergenti. Ogni anno cresce il numero di partecipanti, che si trovano in un monastero del nuovo Millennio, dove la fede e la cultura si incontrano grazie al cinema. È dunque proprio il caso di dire cultura come spazio di incontro e inclusione”.

La donna protagonista al Siloe

“Donna, alla ricerca” è il titolo del rassegna di Siloe 2017, Festival rivolto a cortometraggi e documentari provenienti dall’Italia e dall’estero. “La scelta del tema – precisa Fabio Sonzogni, direttore artistico sin dalla prima edizione del Festival – nasce un po’ come un passaggio di consegne dall’edizione 2016, dedicata al tema dell’incontro e della compassione. Sedendo con fra Roberto Lanzi nel giardino del Monastero di Siloe, a fine Festival, ci siamo abbandonati alla riflessione sulla misericordia, accorgendoci di come la donna sia emblema del sentimento di amore e compassione. Basta pensare allo sguardo di una madre verso il proprio figlio. Da lì è nato dunque il desiderio di elaborare l’edizione 2017 del Siloe Film Festival. Nel monastero della comunità di Siloe il cinema sarà così l’opportunità per dibattere sulla figura femminile e sul suo ruolo nella società, grazie anche ai preziosi contributi di testimoni d’eccellenza come mons. Dario Edoardo Vigano, prefetto della Segreteria per la Comunicazione (SpC) della Santa Sede, e la regista protestante Gianna Urizio, non dimenticando certo le suggestioni filosofiche di Umberto Curi”.

12 opere selezione da tutto il mondo

Sono dodici i finalisti – tra cortometraggi e documentari – del Siloe Film Festival 2017, selezionati tra 314 candidati che hanno sottoposto le proprie opere da differenti continenti. Di questi quattro sono italiani, tre tedeschi, due inglesi, uno afghano, uno austriaco, uno egiziano. Ecco i partecipanti: “Cabuwazi Beyond Borders” di Gertrud Schulte Westenberg (DE), “Teddy Bear” di Hermes Mangialardo (IT), “Valentin” di Ingrid Hübscher (DE), “E così sia” di Cristina Spina (Ita), “Fliegen” di Katharina Woll (DE), “Mary Mother” di Sadam Wahidi (AF), “Family” di Noëmi Schneider (GB), “Rabie Chetwy” di Mohamed Kamel (EG), “Valzer” di Giulio Mastromauro e Alessandro Porzio (IT), “Molly Bloom” di Chiara Caselli (IT), “Oxytocin” di Ludwig Löckinger (DE), “Walking Home” di Max Richert (GB).
Saranno proiettati anche quattro lungometraggi fuori concorso, legati al tema 2017: “Medeas” di Andrea Pallaoro, “La teoria svedese dell’amore” di Erik Gandini, “Il giardino di limoni” di Eran Riklis e “Donne senza Uomini” di Shirin Neshat e Shoja Azari.

Tra fede e cultura all’ombra del monastero

Molti i momenti culturali nei tre giorni di Festival, a cominciare dalla relazione, sabato 22 luglio, di mons. Dario Edoardo Viganò, che interverrà sul tema “Lo sguardo femminile sulla realtà. Uno sguardo di speranza”. Sarà presente inoltre il filosofo Umberto Curi – che a Siloe è anche presidente della Giuria – per dibattere con il pubblico sul tema “Sesso debole? Alle origini del femminile”, giovedì 20 luglio.
Tre poi le testimonianze femminili, portatrici di tre sguardi culturali e religiosi diversi. In primis, Gianna Urizio, regista e delegato internazionale dell’Organizzazione protestante cinema Interfilm, che sabato 22 luglio parlerà de “La Bibbia è misogina? Dove, quando e perché la Bibbia parla delle donne?”. Ancora, il duetto venerdì 21 luglio, tra l’assessore comunale di Milano, Sumaya Abdel Qader, di religione islamica, e Miriam Camerini, artista teatrale di origini ebraiche. Un momento che lo stesso direttore artistico del Festival definisce: “L’Islam incontra l’Ebraismo in un monastero benedettino”.

Giurie e premi

Tre i premi del Siloe Film Festival. Il premio per il miglior film, assegnato dalla Giuria composta da Umberto Curi (presidente), Federico Busonero, Miriam Camerini, fra Roberto Lanzi, Barbara Sandrucci e Gianna Urizio. Secondo riconoscimento è il premio assegnato dal pubblico, scelto dai visitatori di Siloe nei giorni della rassegna. A chiudere è il premio Giuria giovani, composta da 11 ragazzi tra i 18 e i 25 anni: Allegra Fanti, Antonio Zebele, Cassandra Baldini, Francesco Capuano, Ilaria Dalla Noce, Inrica Tudor, Marco Sonzogni, Matteo Coltellese, Nicholas Bassan. Raffaella Caccioppola, Valentina Picci.

Massimo Giraldi, Sergio Perugini

Cardinale Bassetti: incontro a Spello con l’Azione cattolica, “cristianesimo è fede fondata sull’amore che viene da Dio”

“Ci sono tre parole che, meglio di altre, sintetizzano la liturgia della Parola di oggi: il seminatore; il terreno; le orecchie. Tre parole a cui sono legati tre verbi di cruciale importanza: seminare; accogliere; ascoltare”.

Attorno a questi tre verbi si è sviluppata l’omelia che il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha svolto durante la messa celebrata ieri a Casa San Girolamo di Spello, incontrando la presidenza nazionale dell’Azione cattolica.

Il cardinale – accolto dal presidente Matteo Truffelli e dall’assistente ecclesiale mons. Gualtiero Sigismondi – ha trascorso la mattinata con la presidenza, per un confronto durante il quale ha invitato a riprendere e sviluppare il profilo di chiesa e di laicato presenti nella “Evangelii nuntiandi” di Papa Paolo VI e nella “Evangelii gaudium” di Papa Francesco.

Ha quindi parlato di una “chiesa del tempo ordinario”, nel quale l’Ac è chiamata a svolgere un ruolo “essenziale”. Si trattava, ha ricordato il porporato, del primo incontro con un’associazione ecclesiale da quando ha assunto la presidenza Cei.

“Il seminatore – ha fra l’altro affermato nell’omelia – compie due diversi movimenti: esce e semina. Esce da dove? Non si tratta di un’uscita da un luogo a un altro. È un’uscita esistenziale e mistagogica. Esce da se stesso per andare incontro all’altro. È quello a cui ci invita continuamente papa Francesco. È un’uscita che è essenzialmente un atto di amore totale e gratuito, e mai un semplice gesto esteriore. È questo un punto cruciale: il cristianesimo non è una religione incentrata sul dovere, ma è una fede fondata sull’amore preveniente da Dio”.

Papa Francesco: Motu proprio “Maiorem hac dilectionem”, “offerta della vita” nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione

“L’offerta della vita è una nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione, distinta dalle fattispecie sul martirio e sull’eroicità delle virtù”

A stabilirlo è il Papa Francesco, con un apposito Motu proprio sull’offerta della vita, dal titolo “Maiorem hac dilectionem”, diffuso oggi. “Sono degni di speciale considerazione ed onore quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”, spiega Francesco a proposito della nuova modalità di beatificazione e canonizzazione da lui introdotta. “È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità – prosegue – esprime una vera, piena ed esemplare imitazione di Cristo e, pertanto, è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane”. Con il Motu Proprio di oggi, a cui la Congregazione delle Cause dei Santi ha dato parere favorevole nella plenaria del 27 settembre 2016, si chiede ai vescovi diocesani di “investigare circa la vita, le virtù, l’offerta della vita o il martirio e la fama di santità, di offerta della vita o di martirio, sui presunti miracoli” del Servo di Dio di chi si chiede la canonizzazione.

Pastorale familiare. Don Gentili (Cei), “comunità capaci di accogliere, accompagnare, discernere e integrare”

Uno scenario in movimento nel quale è in corso un cambio di stile e di passo. È la fotografia della pastorale familiare in Italia a poco più di un anno dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco. Tra opportunità e sfide facciamo il punto con il direttore dell’Ufficio nazionale Cei, don Paolo Gentili

Due percorsi – un master postuniversitario e un corso di diploma – articolati secondo una formula che integra studio teologico, laboratori pastorali e vita fraterna. Dal 9 luglio, sacerdoti, religiosi/e, seminaristi e coppie di sposi con figli si ritrovano insieme per due settimane (fino al 22 luglio) a La Thuile, tra momenti di studio, preghiera, divertimento. “Una formazione con taglio fortemente esistenziale perché è la vita di famiglia che forma alla famiglia. Ed anche la Chiesa deve mettersi alla scuola della famiglia”, dice al Sir don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale familiare della Cei che promuove i due corsi insieme con il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Proprio incontrando i docenti di questo Istituto, lo scorso 27 ottobre, “Papa Francesco ha sollecitato una nuova alleanza fra teologia e pastorale affermando che anche i teologi hanno bisogno di sentire l’odore delle pecore e della vita concreta delle famiglie”, ricorda don Gentili. Per il sacerdote

“occorre una sana teologia per parlare alla vita; una teologia è sana se è viva e incarnata, e teologia e pastorale devono andare insieme”.

Don Gentili, con quali sfide la pastorale familiare si trova oggi a confrontarsi?
Anzitutto l’innalzamento dell’età media degli sposi e il crollo dei matrimoni, dimezzati rispetto agli anni ’80. E non solo per le difficoltà lavorative e/o economiche, ma anche per la diffusa precarietà affettiva e la maggiore fatica del “sì per sempre” dietro le quali si intravede quella che il Papa chiama “desertificazione spirituale”. Probabilmente è mancato nelle nostre comunità un annuncio gioioso del Vangelo del matrimonio: una delle principali sfide è individuare modalità nuove. Quindi l’accompagnamento delle tappe della vita familiare a partire dalla nascita dei primi figli o dall’esperienza della non fertilità con cui oggi si misura oltre il 20% delle coppie a prezzo di profonda sofferenza. Strategico l’accompagnamento, attraverso centri come quello del Policlinico Gemelli e i Consultori di ispirazione cristiana.

Si sono superati diversi tabù legati alla sessualità ma talvolta si è letteralmente analfabeti sul piano della vita relazionale.

Molte coppie con un adeguato accompagnamento spirituale, pastorale, psicologico, medico sono riuscite a sciogliere i nodi e a ritrovare una vita sessuale che è diventata anche fertile. Nei casi “irrisolvibili”, la sfida è la scoperta di una nuova fecondità nell’accoglienza, nei percorsi di affido e adozione.

Dai primi anni agli ultimi. Ogni momento che scandisce la vita familiare interpella la pastorale…
Sì. I figli adolescenti con i quali la comunicazione legata al virtuale disabilita quella reale, terreno su cui molti genitori arrancano e che è tutta da reimparare; la sindrome “del nido vuoto” che chiede alla coppia non più giovane di ricostruirsi in una nuova dimensione. E ancora, la presenza in casa di disabili e anziani dietro la quale c’è tutta una solitudine della famiglia, venuti meno il tessuto dei nuclei patriarcali del passato e le reti di buon vicinato. Oggi è tutto da ricostruire e in questo la comunità cristiana ha un compito profetico fondamentale. Ulteriori sfide sono quelle legate alla mancanza di politiche familiari e allo scarso riconoscimento del valore sociale dell’impegno educativo dei genitori. Ma ce n’è un’altra, a mio avviso la più strategica.

Quale?
Quella della dimensione familiare della comunità cristiana, di

un nuovo volto di comunità più capace di accogliere, accompagnare, discernere e integrare:

i quattro verbi – chiave dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco non sono esclusivi dell’ottavo capitolo ma sono i pilastri di un nuovo dinamismo pastorale per tutte le stagioni della famiglia. Le nostre comunità sono realmente familiari? Al loro interno c’è comunione? Per essere “famiglia di famiglie” l’attenzione alle periferie, alle famiglie economicamente disagiate e ferite sul piano relazionale diventa prioritaria. In quale misura questa attenzione ci appartiene?

Amoris Laetitia, appunto. A poco più di un anno dalla sua pubblicazione, l’8 aprile 2016, che cosa è cambiato o sta cambiando nella pastorale familiare?
Al di là delle diverse iniziative in atto nelle diocesi – molti vescovi hanno impostato il proprio piano pastorale sul documento -, come un fiore ricco di petali l’esortazione di Francesco ha “aperto” la pastorale familiare avviando un processo di maggiore sinergia e collaborazione con altre pastorali: vocazionale, giovanile, sociale e del lavoro, ecumenismo e dialogo interreligioso, salute.

La pastorale sta rinascendo come un fiume di grazia sulla scorta di un documento, al tempo stesso voce di popolo e voce di Chiesa, che chiede uno “sguardo” nuovo.

Un aspetto al centro dell’attenzione di diverse Chiese locali è anche il “ponte giuridico pastorale” in vista di un eventuale processo di nullità matrimoniale.

Su che cosa, in particolare, occorre investire per quel cambio di passo “auspicato” dal Papa?
Sulla formazione del clero. A ottobre partiremo con un progetto nato in collaborazione con l’Ufficio nazionale vocazioni. Un webinar ad alto livello sull’Amoris Laetitia dedicato a seminaristi e sacerdoti, che prevede un incontro al mese e coinvolgerà i seminari d’Italia e i presbitèri delle Chiese locali. Previsto anche un successivo confronto “vis à vis”.

Non sempre riusciamo a stare al passo con la velocità vertiginosa dei cambiamenti e ci sentiamo balbuzienti nelle risposte; per questo la formazione del presbiterio è una sfida da cogliere e da affrontare al meglio.

Questo è un momento storico complesso ma anche affascinante e promettente. Soprattutto se sapremo guardare meno ai numeri e ci preoccuperemo di più di accompagnare la vita reale delle persone.

Sport e giovani: don Albertini (Csi), “accompagnarli e farli crescere avendo a cuore tutta la loro vita”

Sono un milione e 200mila gli iscritti del Csi, più della metà giovani. E intorno ai giovani, in vista del Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2018, è ruotato il tema principale dei lavori dell’ultima assemblea generale della Cei. Ai “tavoli” ha partecipato anche il consulente ecclesiastico nazionale dell’ente di promozione sportiva. In questa intervista la sua “richiesta”: la mission dell’associazione e il senso dell’incontro che il prossimo 7 luglio il Csi promuove a Montecitorio

In vista del prossimo Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (ottobre 2018), nel corso della loro ultima assemblea generale (22-25 maggio) i vescovi italiani hanno avviato una riflessione comune invitando al “tavolo di lavoro” diversi rappresentanti di chi opera nell’universo giovanile. Tra questi anche don Alessio Albertini, consulente ecclesiastico nazionale del Centro sportivo italiano (Csi), ente di ispirazione cristiana per la promozione dello sport di base che conta un milione e 200 mila iscritti, più della metà giovani.

Don Albertini, che cosa ha detto e che cosa ha “chiesto” ai vescovi?
Nessun ragazzo si accosta allo sport per essere educato, ma semplicemente per giocare e divertirsi. La nostra sfida è che all’interno di questa esperienza possa incontrare figure credibili e attrattive. E’ questo a fare la differenza perché l’attività sportiva, di per sé, non è automaticamente educativa: lo diventa nella misura in cui allenatori e dirigenti sanno ascoltare e “accompagnare” nella crescita umana e sportiva i bambini e i ragazzi che si affidano a loro.

La mia “richiesta” ai vescovi si potrebbe allora sintetizzare così: aiutateci a formare allenatori per i giovani sportivi;

figure che abbiano a cuore non solo gli aspetti tecnici e la prestazione sportiva ma la vita intera dei loro ragazzi. In questo modo il Csi potrebbe diventare davvero “missionario”.

Quali sono le qualità richieste a questo tipo di allenatore?
Al di là delle competenze tecnico-tattiche occorrono anzitutto capacità relazionali per gestire fragilità e narcisismi, per far comprendere che giocando si è parte di un contesto più ampio, per aiutare i giovanissimi a reagire alle difficoltà che spesso vengono utilizzate come alibi per i propri errori, perfiltrare il messaggio culturale della “vittoria a tutti i costi” che rischia di insinuarsi anche nei contesti parrocchiali e delle società sportive di base.Nei nostri ambienti un allenatore trascorre mediamente con i ragazzi dalle 250 alle 300 ore ogni stagione, è una figura di riferimento non indifferente.

Incontrando il Csi in occasione del suo 70° di fondazione, il 7 giugno 2014, Papa Francesco ha sottolineato il valore della testimonianza degli atleti, ma anche il valore dello sport amatoriale, dilettantistico, e lo ha ribadito inaugurando lo scorso ottobre in Vaticano la prima conferenza mondiale “Sport at the service of humanity” promossa dal Pontificio Consiglio della cultura. Un aspetto sul quale lei si sofferma spesso. Perché?
Giocare per puro divertimento può predisporre e aprire alla ricezione di valori alti, buoni. Per san Giovanni Bosco il divertimento era il cardine dell’impegno educativo: lui che si allenava a fare il giocoliere e il saltimbanco per divertire i suoi ragazzi, sosteneva: “Bisogna appassionarsi alle cose che piacciono ai ragazzi, per farli appassionare a quelle che non piacciono”.Cogliamo dunque l’opportunità del pallone per avvicinare i giovani, per far “passare” con il divertimento il senso della responsabilità e dell’impegno non solo in campo ma anche in famiglia, a scuola, nella vita.

A condizione che gli allenatori siano figure attraenti e credibili…
Sì. La capacità tecnica e sportiva non basta. C’è bisogno di formazione e di passione educativa: si diventa “missionari” anche attraverso il fascino e l’empatia di chi è contento di fare bene e con amore quello che sta facendo. Un ragazzo rimane contagiato da questo: è un seme che un giorno porterà frutto.

Quali sono i principali valori che lo sport “sano” può trasmettere?
Essenzialmente tre. Il senso di appartenenza e di legame, di impegno nei confronti della squadra, di lealtà e collaborazione con gli altri in una cultura individualista, liquida e frammentata come la nostra. Quindi la disciplina e lo spirito di sacrificio: nello sport occorre sottostare a delle regole e nella fatica dell’allenamento non esiste il “questo mi piace, questo no”: si fa tutto quello che chiede il coach per raggiungere l’obiettivo. Infine il contenimento delle emozioni: la gioia per la vittoria, che non deve portare a montarsi la testa, e il peso della sconfitta, che non va vissuta come un dramma, ma che “allena” ad affrontare e a reggere le difficoltà e le frustrazioni della vita. A questi ne aggiungerei un potenziale quarto.

Quale?
Se oltre a tessere relazioni educative,l’allenatore è con la sua vita anche un testimone di fede, non è detto che converta i suoi giocatori (non è suo compito) ma certamente susciterà la domanda: “Questo perché vive così? Chi glielo fa fare?”,aprendo in loro una breccia. In 20 anni di oratorio e cinque di Csi ho visto diversi allenatori diventare padrini alla Cresima dei propri ragazzi.

Il prossimo 7 luglio il Csi lancerà a Palazzo Montecitorio “S Factor, più sport come fattore di sviluppo, coesione e educazione”. Di che si tratta?
Dal punto di vista pastorale questo incontro, che non intende essere un’autocelebrazione, si colloca nella logica di “Chiesa in uscita”. Il Csi è presente su tutto il territorio nazionale a vari livelli. Stiamo davvero aiutando questo territorio a crescere? C’è percezione da parte di quest’ultimo che può contare su questa esperienza come fattore di sviluppo, coesione, educazione per creare futuri cittadini? Vogliamo chiederlo a chi è “esterno” a noi, che forse ci conosce poco o non ci conosce affatto.

Il Csi intende aprire con lo Stato italiano e con la Chiesa un confronto costruttivo sul valore umano e di promozione sociale dell’attività sportiva giovanile.

Per questo avremo due autorevoli interlocutori istituzionali: il ministro dello Sport Luca Lotti e mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole e vicepresidente della Cei. Un confronto per valutare l’impatto concreto del nostro impegno, trarre spunti e indicazioni per il futuro, irrobustire ulteriormente la nostra presenza sul territorio.

Papa Francesco: “ripugna ai cristiani l’idea che gli attentatori suicidi possano essere chiamati martiri”

“Ripugna ai cristiani l’idea che gli attentatori suicidi possano essere chiamati ‘martiri’: non sono martiri, non c’è nulla nella loro fine che possa essere avvicinato all’atteggiamento dei figli di Dio”

È il forte monito lanciato oggi da Papa Francesco all’udienza generale dedicata al martirio. “I martiri – ha spiegato – non vivono per sé, non combattono per affermare le proprie idee, e accettano di dover morire solo per fedeltà al Vangelo. Il martirio non è nemmeno l’ideale supremo della vita cristiana, perché al di sopra di esso vi è la carità, cioè l’amore verso Dio e verso il prossimo”. “A volte – ha quindi proseguito il Santo Padre -, leggendo le storie di tanti martiri di ieri e di oggi che sono più dei martiri dei primi tempi, rimaniamo stupiti di fronte alla fortezza con cui hanno affrontato la prova. Questa fortezza è segno della grande speranza che li animava: la speranza certa che niente e nessuno li poteva separare dall’amore di Dio donatoci in Gesù Cristo”. Ed ha concluso: “Che Dio ci doni sempre la forza di essere suoi testimoni. Ci doni di vivere la speranza cristiana soprattutto nel martirio nascosto di fare bene e con amore i nostri doveri di ogni giorno”.

Papa Francesco: “un cristiano che non sia umile e povero non assomiglia a Gesù”

I cristiani sono “uomini e donne controcorrente” e la prima indicazione di uno stile di vita fondato su Gesù è la povertà

Lo ha detto Papa Francesco nella udienza generale del mercoledì dedicata alla speranza cristiana come forza dei martiri. “I cristiani amano – ha detto – ma non sempre sono amati. Fin da subito Gesù ci mette davanti questa realtà: in una misura più o meno forte, la confessione della fede avviene in un clima di ostilità”. È normale che la vita dei cristiani sia controcorrente in un mondo segnato da “varie forme di egoismo e di ingiustizia” per cui “chi segue Cristo cammina in direzione contraria. Non per spirito polemico, ma per fedeltà alla logica del Regno di Dio, che è una logica di speranza, e si traduce nello stile di vita basato sulle indicazioni di Gesù”. E la prima indicazione – prosegue Francesco – è la povertà. “Quando Gesù invia i suoi in missione, sembra che metta più cura nello ‘spogliarli’ che nel ‘vestirli’! In effetti, un cristiano che non sia umile e povero, distaccato dalle ricchezze e dal potere e soprattutto distaccato da sé, non assomiglia a Gesù”.

Preparare i giovani al sacerdozio: nuovi scenari, nuove sfide

Alcune riflessioni sulla formazione dei candidati al sacerdozio, pastori di anime in una realtà secolarizzata. “Dio non deve essere inventato, ma trovato”. Seminaristi oggi, tra spiritualità, dinamiche sociali e culturali e rinnovata missione evangelizzatrice

Eravamo alla fine di un workshop con i seminaristi di una delle circa 150 case di formazione per seminaristi e chierici di tutto il mondo che studiano a Roma. Stavamo parlando di cosa si aspettassero dopo l’ordinazione sacerdotale. Si discuteva molto di questioni amministrative e organizzative e delle tante riunioni a cui avrebbero dovuto partecipare. A un certo punto, uno dei presenti ha detto quello che tanti pensavano: “Vogliamo essere pastori di anime!”. Questa frase mi è rimasta impressa. In essa si sintetizza ciò che mi capita da quasi 15 anni, da quando cioè mi occupo a Roma della formazione dei futuri pastori. La maggior parte di coloro che si decidono per una vocazione religiosa hanno una motivazione realmente spirituale e tanta buona volontà, proprio come le generazioni prima di loro. Quello che cambia è di volta in volta il momento e quindi il presupposto con cui persone giovani – e oggi spesso non più così giovani – entrano in un seminario e compiono la loro formazione.
È opinione condivisa che negli ultimi dieci anni le condizioni della società e quelle della vita di ciascuno sono cambiate radicalmente. Quindi la fede, la preghiera e l’agire cristiano devono “crescere insieme”. L’immagine che abbiamo di Dio non può restare la stessa, se la nostra conoscenza del mondo empirico si è evoluta. Così come noi immaginiamo Dio e lo preghiamo in modo diverso, a seconda che abbiamo 5, 15 o 50 anni, anche gli eventi della storia e della società non possono passare senza lasciare traccia nella teologia, nella spiritualità e anche nella formazione al sacerdozio.
Gli elementi centrali della formazione al sacerdozio oggi dovrebbero tenere in considerazione alcuni di questi cambiamenti epocali: i ritmi di vita sempre più elevati, l’isolamento e la mancanza di orientamento.
Dio non deve essere inventato, ma trovato. È possibile cercare Dio solo in modo intenso e personale. Il continuo flusso di informazioni attraverso internet e la comunicazione continua attraverso i social media rendono necessario che quanti vogliono cercare Dio si prendano tempo per pregare in silenzio, per rielaborare consapevolmente le impressioni e per cercare e trovare Dio in tutto questo. I seminaristi dovrebbero imparare ciò che non imparano né in famiglia, né dagli amici, né a scuola: è molto meglio e più sano per la mente e per il cuore ritagliarsi momenti di vera meditazione, in cui percepire la potente, ma silenziosa, presenza di Dio, prima di essere troppo segnati dalle migliaia di impressioni quotidiane.
Anche in Italia i bambini crescono sempre più raramente in famiglie con tanti figli e in contatto con famiglie numerose. E così non imparano più automaticamente che in un gruppo l’“io” non può essere sempre al centro dell’attenzione, che ci vuole equilibrio tra il dare e l’avere, che non si possono sempre scegliere le persone con cui si vive e si lavora. In questo senso, nella formazione dei sacerdoti bisogna porre l’accento sul fatto che essi, con autenticità e sincerità, pur nella consapevolezza dei propri punti di forza e limiti, sono chiamati ad andare incontro alle persone con sincerità, a vivere e a lavorare insieme a loro.
Si deve infine praticare il “discernimento spirituale”, che aiuta i sacerdoti a trovare una via e ad essere di esempio nel disorientamento e nell’arbitrarietà generali, aiutando i cristiani a non cadere né nella rassegnazione e nell’arroccamento su se stessi, né nell’euforia per ogni moda o novità.
Naturalmente è soprattutto la grazia, che ci rende strumenti dell’agire di Dio nel mondo. Secondo il ben noto pensiero di Tommaso d’Aquino, la grazia perfeziona ciò che è stato creato in natura. Quando noi ci orientiamo a Gesù e al suo messaggio e cerchiamo di tornare al cuore del Vangelo, troviamo persone di buona volontà aperte e pronte a conoscere di più la fede nel Dio uno e trino. I sacerdoti non devono essere impeccabili e assolutamente perfetti. Già i primi discepoli di Gesù e le prime comunità cristiane ci insegnano che dobbiamo sempre e nuovamente sforzarci di vivere in modo credibile. Se i candidati al sacerdozio si pongono sempre e ogni volta con onestà e pazienza di fronte a questa sfida, possiamo tranquillamente avere fiducia nel fatto che il Signore della Chiesa e della storia farà la sua parte, affinché i sacerdoti anche oggi portino frutto in Lui.

(Hans Zollnerteologo e psicologo, Pontificia Università Gregoriana)

 

Patriarca Bartolomeo: messaggio a Papa Francesco, Chiese sorelle unite nel sangue dei martiri

Chiese sorelle, unite nel sangue dei martiri, testimoni ancora oggi di “nuove forme di persecuzione e oppressione”

Ai martiri delle Chiese perseguitate e oppresse nel mondo è dedicato uno dei passaggi più forti del lungo messaggio che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha inviato a Papa Francesco per la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo alla quale parteciperà, come tradizione, una delegazione del Fanar. Il messaggio è stato consegnato questa mattina al Papa dall’arcivescovo Job di Telmessos, copresidente del Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra le due Chiese.
“Negli ultimi anni – scrive Bartolomeo – siamo stati testimoni con profondo dolore degli attacchi che hanno preso di mira i cristiani e i luoghi di culto. Le nostre Chiese sorelle sono vicine a tutti i cristiani perseguitati e oppressi dei nostri tempi e di questo tempo”. Nel messaggio, ricevuto dal Sir, il Patriarca ripercorre il viaggio in aprile fatto con Papa Francesco in Egitto, compiuto per pregare insieme per l’“unità, la pace e la giustizia” e manifestare vicinanza alla comunità copta-ortodossa del Paese. Bartolomeo ricorda quanto affermato alla Conferenza internazionale sulla pace che si è svolta all’Università Al-Azhar del Cairo ribadendo che “non ci può essere mai alcuna violenza né giustificazione del terrorismo in nome della religione”. Il Patriarca sottolinea come, insieme al Papa, i leader cristiani hanno sottolineato che “la violenza è la negazione di tutti i credi e le dottrine religiose”. L’umanità chiede alle religioni oggi di essere aperte e solidali. Il dialogo interreligioso ha come scopo quello di “superare i fondamentalismi e dimostrare che le religioni possono e dovrebbero servire a costruire ponti tra le persone, essere strumenti di pace e comprensione reciproca, rispettare ogni essere umano”. In un mondo messo duramente alle prove da queste sfide, emerge con chiara urgenza quanto sia importante per le Chiese cristiane rafforzare la loro unità e lavorare per giungere alla loro piena comunione, impegnandosi nel “dialogo dell’amore” e della “verità”. Da qui l’auspicio del Patriarca per la nuova fase di lavoro che attende la Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra le due Chiese, che s’incontrerà a settembre a Leros, in Grecia, perché sia “fruttuosa” e possa contribuire a far avanzare il cammino della Chiese verso l’unità.

Quarto Concistoro di Papa Francesco. Ecco chi sono i cinque nuovi cardinali

Due dall’Europa, uno dall’America Latina, uno dall’Africa e uno dall’Asia. Sono i cinque nuovi cardinali che Papa Francesco creerà durante il Concistoro del 28 giugno. Salgono così a 225 i membri del Collegio cardinalizio, di cui 121 elettori e 104 non elettori. Sempre più marcata l’internazionalizzazione: 83 i Paesi rappresentati, 62 dei quali hanno cardinali elettori

Il quarto Concistoro di Papa Francesco in quattro anni di pontificato, nel solco dei tre che l’hanno preceduto – convocati il 22 febbraio 2014, il 14 febbraio 2015 e il 19 novembre 2016 – si preannuncia ancora una volta non come un premio alla carriera, appannaggio delle sedi cardinalizie più blasonate, ma come il frutto di una scelta operata valutando il tasso di servizio pieno ed effettivo accanto alla porzione di Chiesa in cui ciascuno dei candidati prescelti ha “servito” finora. Nel Concistoro del 28 giugno prossimo – annunciato a sorpresa nel corso del Regina Coeli del 21 maggio scorso – il Papa creerà 5 nuovi cardinali, tutti elettori.

Sono quindi in totale 60, tra titolari e non titolari di diritto di voto in Conclave, i cardinali creati da Bergoglio in questi quattro anni. Il Collegio cardinalizio è formato attualmente da 225 membri, di cui 121 elettori e 104 non elettori (dati aggiornati al 19 giugno 2017).

Sempre più marcato il processo di internazionalizzazione: con il quarto Concistoro del primo Papa latinoamericano sono rappresentate infatti nel Sacro Collegio più di 80 nazioni. Si tratta, inoltre, del primo Concistoro di Papa Francesco in cui non vengono creati cardinali ultraottantenni.

Due dall’Europa, uno dall’America Latina, uno dall’Africa e uno dall’Asia.

Il primo appuntamento pubblico dei nuovi porporati sarà la concelebrazione, il 29 giugno, della Messa presieduta dal Papa per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo.

America Latina. Tra le nuove porpore, spicca per l’eccezionalità della procedura seguita dal Papa Gregorio Rosa Chavez, 75 anni, vescovo ausiliare di San Salvador, amico d’infanzia e uno dei più stretti collaboratori di Oscar Arnulfo Romero, il vescovo ucciso nel 1980 e proclamato beato nel 2015 proprio da Bergoglio, che ne ha autorizzato il riconoscimento del martirio. E proprio per volere di Papa Francesco, Rosa Chavez diventa cardinale pur essendo solo vescovo ausiliare. Mons. Chávez è nato a Sociedad il 3 settembre 1942. È stato ordinato sacerdote il 24 gennaio 1970, presso la cattedrale di San Miguel, nel Salvador, dove è stato parroco dal 1970 al 1973, oltre che direttore diocesano dei social media, assistente spirituale di diverse associazioni e movimenti e rettore del Seminario centrale di San Salvador. Nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di San Salvador, il 3 luglio 1982, attualmente è parroco della chiesa di San Francisco a San Salvador e presidente della Caritas per l’America Latina, per i Caraibi e della Caritas nazionale.

Africa e Asia. Un’eccezione, quella di Rosa Chavez, che in materia di assegnazione delle porpore si aggiunge a quella concessa nel Concistoro del 2016 ad un “semplice” sacerdote, Ernest Simoni, torturato dal regime ateo di Tirana, o a Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di una sede periferica come Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana dove il Papa ha scelto di aprire la prima Porta Santa del Giubileo della misericordia. E così dall’Africa e dall’Asia, precisamente dal Mali e dal Laos, provengono altri due nuovi cardinali. Jean Zerbo, arcivescovo di Bamako, è nato a Segou il 27 dicembre 1943, dove è stato ordinato sacerdote il 10 luglio 1971. Dal 1982 e per alcuni anni ha lavorato in qualità di parroco a Markala e come docente presso il Seminario maggiore di Bamako. Il 27 giugno 1998 è stato nominato arcivescovo di Bamako. Ha avuto un ruolo attivo nei negoziati di pace in Mali. È il Laos, invece, la patria di Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun, nato l’8 aprile 1944 a Laos. Ordinato sacerdote il 5 novembre 1972, ha inaugurato “la scuola di catechisti” e la prassi delle visite ai villaggi delle montagne. Nel 1975 è stato nominato parroco e pro-vicario dell’Eccellenza vicario apostolico di Vientiane. Il 30 ottobre 2000 è stato nominato vicario apostolico di Pakse e consacrato vescovo il 22 aprile 2001. Il 2 febbraio 2017, è stato nominato amministratore apostolico “Sede Vacante et ad nutum Sanctae Sedis” di Vientiane.

Europa. Quando è stato ordinato vescovo di Stoccolma nel 1998, monsignor Anders Arborelius era il primo vescovo svedese dai tempi di Lutero. Ora diventa anche il primo cardinale di Svezia, grazie anche al dialogo certificato da Francesco durante il viaggio apostolico compiuto il 31 ottobre scorso per partecipare alle celebrazioni del cinquecentenario della riforma protestante. Mons. Arborelius è nato a Sorengo il 24 settembre 1949. Si è convertito al cattolicesimo all’età di 20 anni. Nel 1971 è entrato a far parte dell’Ordine dei padri carmelitani scalzi, l’ 8 settembre 1979 è stato ordinato sacerdote a Malmö e il 29 dicembre 1998 è stato consacrato vescovo presso la cattedrale cattolica di Stoccolma. Dal 2005 al 2015 è stato presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia, mentre nel 2015 è stato eletto vicepresidente della stessa. L’altro cardinale europeo è Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, nato a Cretas il 21 aprile 1946 e ordinato sacerdote il 20 settembre 1970. È stato viceparroco e parroco tra il 1990 e il 1996, oltre che vicario episcopale per la diocesi di Saragozza. Per un anno è stato missionario in Zaire.

Papa Francesco: a Santa Marta, il cristiano “non ha oroscopo per vedere il futuro”

“Il cristiano non ha oroscopo per vedere il futuro; non va dalla negromante che ha la sfera di cristallo, vuole che gli legga la mano… No, no. Non sa dove va. Va guidato”. Lo ha detto il Papa, nell’omelia della Messa celebrata oggi a Santa Marta. Il cristiano “fermo” non è “vero cristiano”, ha esordito Francesco, esortando a non “installarsi troppo”, ma a “fidarsi di Dio” e a seguirlo.

Lo “spogliamento”, la “promessa” e la “benedizione”, sono le tre dimensioni dello stile di vita del cristiano. “Essere cristiano – ha spiegato Francesco – porta sempre questa dimensione di spogliamento che trova la sua pienezza nello spogliamento di Gesù nella Croce. Sempre c’è un ‘vattene’, ‘lascia’, per dare il primo passo: ‘Lascia e vattene dalla tua terra, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre’. Se facciamo un po’ di memoria vedremo che nei Vangeli la vocazione dei discepoli è un ‘vattene’, ‘lascia’ e ‘vieni’. Anche nei profeti, no? Pensiamo a Eliseo, lavorando la terra: ‘Lascia e vieni’ – ‘Ma almeno permettimi di salutare i genitori’ – ‘Ma, va e torna’.

‘Lascia e vieni’”. I cristiani, il monito del Papa, devono avere la “capacità” di essere spogliati, altrimenti non sono “cristiani autentici”, come non lo sono coloro che non si lasciano “spogliare e crocifiggere con Gesù”. “Andare verso una promessa”, è la seconda dimensione: “Noi siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa – una terra, dice ad Abramo – che dobbiamo ricevere in eredità”.

Il cristiano, come Abramo, “continua a camminare” è “sempre in cammino”: “Il cammino incomincia tutti i giorni al mattino; il cammino di affidarsi al Signore, il cammino aperto alle sorprese del Signore, tante volte non buone, tante volte brutte – pensiamo ad una malattia, ad una morte – ma aperto, perché io so che Tu mi porterai ad un posto sicuro, ad una terra che Tu hai preparato per me: cioè, l’uomo in cammino, l’uomo che vive in una tenda, una tenda spirituale.

L’anima nostra, quando si sistema troppo, si installa troppo, perde questa dimensione di andare verso la promessa e invece di camminare verso la promessa, porta la promessa e possiede la promessa. E questo non va, non è propriamente cristiano”. Infine, la benedizione: il cristiano è un uomo, una donna che “benedice”, cioè “dice bene di Dio e dice bene degli altri” e che “si fa benedire da Dio e dagli altri” per andare avanti.

Questo, ha spiegato il Papa, è lo schema della “nostra vita cristiana”, perché tutti, “anche” i laici, dobbiamo “benedire gli altri, dire bene degli altri e dire bene a Dio degli altri”. Spesso, aggiunge il Pontefice, siamo abituati “a non dire bene” del prossimo, quando – spiega – “la lingua si muove un po’ come vuole”, invece di seguire il comandamento che Dio affida al “nostro padre” Abramo, come “sintesi della vita”: quello a camminare, lasciandosi “spogliare” dal Signore, fidarsi delle sue promesse ed essere irreprensibili. In fondo, conclude Francesco, la vita cristiana è “così semplice”.

Papa Francesco: a Santa Marta, “I care”, come don Milani curiamoci degli altri ma senza buonismi

Un pastore deve essere appassionato, deve saper discernere e deve anche saper denunciare il male. È quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta dove si è soffermato sulla figura dell’apostolo Paolo per poi rivolgere il pensiero all’esempio offerto da don Milani. La prima qualità del “pastore vero”, ha detto Francesco – secondo quanto riporta Radio Vaticana -, è di essere “appassionato”. Appassionato “fino al punto di dire alla sua gente, al suo popolo: ‘Io provo per voi una specie di gelosia divina’”. È “divinamente geloso”, ha commentato il Papa. Una seconda caratteristica, ha proseguito, consiste nell’essere “un uomo che sa discernere”: “Sa che c’è nella vita la seduzione. Il padre della menzogna è un seduttore. Il pastore, no. Il pastore ama. Ama. Invece il serpente, il padre della menzogna, l’invidioso è un seduttore. È un seduttore che cerca di allontanare dalla fedeltà”. Terza caratteristica del “pastore vero”: “La capacità di denunciare”. Per il Papa, “un apostolo non può essere un ingenuo”: “Il Buon Pastore sa denunciare, con nome e cognome” come appunto faceva san Paolo.

Francesco è dunque tornato alla sua visita a Bozzolo e Barbiana, nei posti, ha commentato, “di quei due bravi pastori italiani”. E parlando di don Milani, si è riferito a quello che era il suo “motto” quando “insegnava ai suoi ragazzi”: “I care. Ma cosa significa? Mi hanno spiegato: con questo lui voleva dire ‘mi importa’. Insegnava che le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era ‘non mi importa’, ma detto in altro linguaggio, che io non oso dirlo qui. E così insegnava ai ragazzi ad andare avanti. Prendi cura: prenditi cura della tua vita, e ‘questo no!’”. Saper dunque denunciare anche “quello che va contro la tua vita”. E tante volte, ha detto, “perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo” ma “fa male”. Quel “buonismo dei compromessi”, per “attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare”.

“Paolo l’apostolo, lo zelo apostolico di Paolo, appassionato, zelante: prima caratteristica. Uomo – ha ripreso Francesco – che sa discernere perché conosce la seduzione e sa che il diavolo seduce – seconda caratteristica. E un uomo con capacità di condanna delle cose che faranno male alle sue pecore: terza caratteristica”. Il Papa ha quindi concluso con una preghiera “per tutti i pastori della Chiesa, perché san Paolo interceda davanti al Signore, perché tutti noi pastori possiamo avere queste tre tracce per servire il Signore”.

Papa Francesco: il matrimonio è “per sempre, o niente”. Non “finché dura l’amore”

Il matrimonio è “per sempre, o niente”: “Non, come alcuni dicono, finché l’amore dura”

Lo ha detto, a braccio, il Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi ha fatto notare come “quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il viaggio della vita coniugale”. “Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire ‘per sempre’, per poter vivere la vita matrimoniale per sempre, non come alcuni dicono: finché l’amore dura”, ha affermato Francesco: “Al contrario, è meglio che non ti sposi: o per sempre o niente”, ha aggiunto ancora a braccio. Per questo c’è bisogno “della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi”, invocati oltre che nel nostro battesimo anche nella liturgia nuziale. “E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello”, il consiglio del Papa sulla scorta dell’Apocalisse: “Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione”.

Papa Francesco: a delegazione National Football League, “sono appassionato di football come voi”

“Come molti di voi sono un appassionato del football, ma nel Paese da cui provengo si gioca in modo molto diverso!”

È il saluto del Papa ai membri della National Football League (Nfi), rcevuti oggi in udienza nell’Auletta dell’Aula Paolo VI, prima dell’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco ha citato “i tradizionali valori di lealtà e sportività che cercate di impersonare, sia sul campo di gioco che nella vostra stessa vita, nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità”. “Il mondo in cui viviamo, e specialmente i giovani – ha proseguito – hanno bisogno di modelli, di persone che ci mostrino come far emergere il meglio di noi stessi, per mettere a frutto i doni e i talenti donatici da Dio e, nel fare questo, indicare la via per un futuro migliore per le nostre società”. “Il lavoro di squadra, il gioco leale e il tendere al meglio sono valori – nel senso anche religioso del termine – che guidano il vostro impegno sul campo di gioco”, il tributo del Papa, secondo il quale “di questi valori c’è urgente bisogno anche fuori dal campo, in tutte le dimensioni della vita comunitaria”. “Sono i valori che aiutano a costruire una cultura dell’incontro, nella quale preveniamo e soccorriamo le necessità dei nostri fratelli e sorelle, e combattiamo l’esagerato individualismo, l’indifferenza e l’ingiustizia che ci impediscono di vivere come una sola famiglia umana”, ha assicurato Francesco: “Quanto ha bisogno il mondo di questa cultura dell’incontro!”

Papa Francesco: don Mazzolari e don Milani, due preti per una “Chiesa in uscita”

Papa Francesco a Bozzolo e Barbiana per pregare sulla tomba e rendere omaggio a don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Il tributo al “parroco d’Italia” e il riconoscimento del vescovo di Roma alla fedeltà al Vangelo e alla rettitudine dell’azione pastorale del priore di Barbiana

Don Lorenzo Milani voleva essere “riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”. Lo aveva scritto, più volte ma invano, al suo vescovo. “Oggi, lo fa il vescovo di Roma”. Si è conclusa con questo atto solenne, compiuto e pronunciato al termine di una visita privatissima che lo ha portato, dopo la chiesa, nel cortile con la scritta “I care” e accanto alla piscina dove i ragazzi di don Lorenzo hanno imparato a nuotare nelle acque della vita, la visita di Papa Francesco a Barbiana. “Prima di concludere, non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale”, le parole del vescovo di Roma, che nel tributare il suo atto di omaggio al prete “trasparente e duro come un diamante”, ha fatto proprio lo sguardo di sua madre Alice. La mattinata di Papa Francesco è cominciata di buon ora a Bozzolo, per un tributo al “parroco d’Italia”, don primo Mazzolari, “parroco dei lontani” e antesignano della sua “Chiesa in uscita”. Il 18 settembre, ha annunciato il vescovo di Cremona, monsignor Antonio Napolioni, salutando Francesco, inizierà il processo di beatificazione del parroco di Bozzolo. Sia a Bozzolo sia a Barbiana, tutto è iniziato con la preghiera silenziosa sulle tombe dei due sacerdoti.

“I parroci sono la forza della Chiesa in Italia”,

esordisce a Bozzolo il Papa assicurando che il magistero dei parroci – non solo quello di don Mazzolari, parroco d’Italia – fa tanto bene a tutti. Il fiume, la cascina e la pianura, le tre immagini scelte da Francesco per ripercorrerne l’attualità del messaggio, in un discorso molto ampio e infarcito di citazioni del sacerdote della “Bassa”: il fiume, la cascina e la pianura. Don Primo non si è tenuto al riparo dal fiume della vita. Amare il proprio tempo è stata la sua profezia:

“Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”. Non ha mai ceduto alla tentazione di “balconare la vita”, dice Francesco a braccio.

“Abbiamo del buon senso! Non dobbiamo massacrare le spalle della povera gente”. Cita don Mazzolari, il Papa, e ripete il suo invito, a braccio, “a tutti i preti dell’Italia e anche del mondo”, per spiegare come don Primo fosse il parroco dei lontani, non di un apostolato a tavolino. La cascina, la casa, ci dicono che per camminare bisogna uscire e preoccuparsi dei bisogni degli uomini. Poi c’è la grande pianura, quella della Chiesa che non fa proselitismo ma sa ascoltare il mondo, per “diventare Chiesa povera per e con i poveri”. Come don Primo, che “ha vissuto da prete povero, non da povero prete”. E c’è una bella differenza. Don Mazzolari era un prete che sapeva mettersi davanti, in mezzo e dietro al gregge: lui, e molti altri preti come lui, “hanno visto lontano, e seguirli ci avrebbe risparmiato sofferenze e umiliazioni”.

Quando arriva a Barbiana, Francesco usa subito la parola “dignità” per far capire il senso e la portata della buona battaglia condotta da don Lorenzo. Mentre parla, ha davanti i suoi ex allievi, trenta sacerdoti – dai più anziani, suoi compagni di seminario, fino ai più giovani ordinati l’anno scorso – e una rappresentanza delle 200 case di accoglienza delle diocesi di Firenze.

“Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole”.

Nel pronunciare queste parole, indicate come sintesi della passione educativa del priore di Barbiana, diretta conseguenza della sua missione di prete, Francesco auspica anche per il nostro tempo – a partire dalla parola – la “piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia”. Un “grazie” anche agli educatori, quelli che insegnano che la cosa essenziale è la crescita di una coscienza libera. Come scrive don Lorenzo in “Lettera a una professoressa”:

“Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. È un appello alla responsabilità, sottolinea Francesco, a vivere la libertà come ricerca del vero, del bello e del bene. “E senza compromessi”, aggiunge a braccio.

In don Lorenzo, tutto nasce dal suo essere prete, e prima ancora dalla sua fede profonda e totalizzante. Quella di uomo “trasparente e duro come un diamante”, come lo ha definito il suo padre spirituale, don Raffaele Bensi. Nelle parole di sua madre, don Lorenzo era dominato dalla sete di assoluto, senza la quale “si può essere buoni funzionari del sacro, ma non si può essere preti”, ammonisce Francesco. E proprio del desiderio di Alice il Papa si fa esecutore, quando da vescovo di Roma riconosce la fedeltà al Vangelo e la rettitudine dell’azione pastorale di questo figlio della Chiesa: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui”. Oggi, questo desiderio si è compiuto.

“Il prete trasparente e duro come un diamante continua a trasmettere la luce di Dio sul camino della Chiesa”. “Prendete la fiaccola e portatela avanti”, la consegna a braccio del Papa da Barbiana.

La povertà secondo Papa Francesco: una lettura alla luce dell’Evangelii gaudium

Francesco auspica che con l’istituzione della Giornata mondiale dei poveri “si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo”. In quest’orizzonte evangelizzatore comincerei col cogliere dal Messaggio tre indicazioni. La prima è un richiamo al magistero del Vaticano II. La seconda sta nell’incoraggiamento a stabilire “un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita”. La terza è nel legame tra l’incontro con Cristo nel povero e l’altro, sempre con Cristo, nell’Eucaristia

L’istituzione di una speciale Giornata mondiale dei poveri voluta da Francesco è da intendersi senz’altro alla luce del progetto generale del suo pontificato condensato nell’esortazione Evangelii gaudium. Quanto lì contenuto può riassumersi in tre punti.

L’opzione per i poveri, anzitutto, deve essere intesa come una “forma speciale di primazia nell’esercizio della carità cristiana, della quale dà testimonianza tutta la tradizione della Chiesa” (n. 198). In secondo luogo, con san Tommaso il Papa spiegava che il povero, quando è amato, “è considerato cosa di grande valore” ed è proprio questo a differenziare l’autentica opzione per i poveri da qualsiasi ideologia, da qualunque intento di utilizzare i poveri al servizio di interessi personali o politici. Da ultimo il Papa avvertiva che tutti siamo chiamati a cogliere il significato evangelico dei poveri e della povertà (cf. n. 201).

Nell’orizzonte di questo magistero, oggi Francesco auspica che con l’istituzione di questa Giornata “si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo”. In quest’orizzonte evangelizzatore comincerei col cogliere dal Messaggio altre tre indicazioni.

La prima è un richiamo al magistero del Vaticano II, il quale ci ricorda che “come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza… riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo” (Lumen gentium n. 8). Facendo eco a quest’insegnamento, Francesco ricorda che “per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero” (n. 4).

Troverei una seconda indicazione nell’incoraggiamento a stabilire “un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita”. La cultura dell’incontro è per Bergoglio un principio ermeneutico, ma è anche un principio teologico perché qui si tratta di toccare con mano la carne di Cristo (n. 3). Francesco vi si soffermò nei primi mesi del ministero petrino. Nella veglia di Pentecoste, il 18 maggio 2013, disse: “Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada… Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà, la povertà del Signore”.

In linea con queste ultime parole, raccolgo la terza indicazione del Messaggio nel legame tra l’incontro con Cristo nel povero e l’altro, sempre con Cristo, nell’Eucaristia (cf. n. 3). Richiamandosi ai medesimi testi di san Giovanni Crisostomo citati da Francesco, O. Clément, autore ortodosso francese morto nel 2009, denunciò non senza ragione la presenza nella Chiesa di uno scisma tra il sacramento dell’altare e il sacramento del fratello e spiegava così:

“La Chiesa ha preservato il mistero e la mistica del Risorto, ma alcune complesse storture – che si tratti della decadenza del monachesimo o dello sviluppo di una pietà individualistica poco capace di suscitare un’etica creatrice – hanno reso spesso i cristiani poco sensibili al Cristo crocefisso della storia… Oggi, sentiamo che è giunto il momento di superare questo scisma” (Riflessioni sull’uomo, Milano 1990, 89).

Un altro Papa che sentì forte la necessità di ricomporre l’unità fra Cristo nell’Eucaristia e Cristo nel povero fu il beato Paolo VI. Quando il 23 agosto 1968, in Colombia egli celebrò la Messa per i campesinos disse subito:

“Siamo venuti a Bogotá per onorare Gesù nel suo Mistero eucaristico, e siamo pieni di gioia che ci sia data l’opportunità di farlo venendo in mezzo a voi… [che] siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo… E tutta la tradizione della Chiesa riconosce nei poveri il sacramento di Cristo, non certo identico alla realtà dell’Eucaristia, ma in perfetta corrispondenza analogica e mistica con essa”.

Quasi cinquant’anni dopo quella Messa, un altro Papa tornerà in Colombia. Lo aveva fatto pure nel 1986 san Giovanni Paolo II. La visita di Francesco nel prossimo settembre potrà anche essere intesa come un’esortazione a perfezionare il superamento di quello scisma tra il sacramento dell’altare e il sacramento del fratello, auspicato dalla profezia del Vaticano II.

Marcello Semeraro

Un sito e un questionario per il Sinodo dei giovani. Baldisseri: “Coinvolgerli il più possibile nel cammino sinodale”

Per mezzo del sito, vengono messe in rete informazioni, conoscenze, esperienze, iniziative. Il questionario è invece lo strumento attraverso il quale i giovani possono far sentire la loro voce, la loro sensibilità, la loro fede, ma anche i loro dubbi e le loro critiche, affinché il loro grido giunga ai Pastori, così come sono stati invitati a fare da Papa Francesco nella Lettera che ha indirizzato a loro all’inizio del cammino sinodale.

La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi ha annunciato l’apertura di un sito web in preparazione alla XV Assemblea Generale Ordinaria sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si celebrerà nel mese di ottobre del 2018. Il sito internet è raggiungibile da oggi all’indirizzo: youth.synod2018.va. Abbiamo chiesto le ragioni dell’iniziativa al card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

La decisione della Segreteria Generale del Sinodo di aprire un sito internet e di proporre in esso un questionario a tutti i giovani, nessuno escluso, risponde all’esigenza di coinvolgerli il più possibile nel cammino sinodale che la Chiesa sta percorrendo sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Con il sito, da un lato si vogliono fornire degli strumenti che possano far sì che la loro partecipazione divenga sempre più consapevole e coinvolgente. Dall’altro, si vuole dare visibilità alle iniziative che li vedono protagonisti.

Per mezzo del sito, vengono messe in rete informazioni, conoscenze, esperienze, iniziative. Il questionario è invece lo strumento attraverso il quale i giovani possono far sentire la loro voce, la loro sensibilità, la loro fede, ma anche i loro dubbi e le loro critiche, affinché il loro grido giunga ai Pastori, così come sono stati invitati a fare da Papa Francesco nella Lettera che ha indirizzato a loro all’inizio del cammino sinodale. Il questionario che si trova nel sito è diverso da quello contenuto nel Documento Preparatorio. Diverso sia nelle finalità che nelle domande. Infatti, si rivolge direttamente ai giovani invitandoli a ‘raccontare’ la loro vita, i loro desideri, i loro timori.

Attraverso le domande proposte, i giovani possono presentarsi, dire come vedono se stessi ed il mondo attorno a loro, come vivono le relazioni con gli altri e come si collocano rispetto alle scelte di vita. Si chiede loro di esprimersi circa il rapporto con la religione, la fede e la Chiesa. L’ultima serie di domande focalizza l’attenzione sulla loro presenza sul Web. Alla fine sono invitati a far sapere qualcosa di sé che non è stato chiesto nel questionario

Papa Francesco: udienza, “Dio ama per primo”, “ci ha voluto bene anche quando eravamo sbagliati”

“Dio ci ha voluto bene anche quando eravamo sbagliati”. Ad assicurarlo è stato il Papa, che nell’udienza di oggi ha spiegato che “il primo passo che Dio compie verso di noi è quello di un amore anticipante e incondizionato”

“Dio ama per primo”, ha proseguito a braccio: “Dio non ci ama perché in noi c’è qualche ragione che suscita amore. Dio ci ama perché egli stesso è amore, e l’amore tende per sua natura a diffondersi, a donarsi. Dio non lega neppure la sua benevolenza alla nostra conversione: semmai questa è una conseguenza dell’amore di Dio”. “San Paolo lo dice in maniera perfetta”, ha spiegato Francesco citando la lettera ai Romani: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”. “Mentre eravamo ancora peccatori”, ha sottolineato il Papa: “Un amore incondizionato”, ha aggiunto fuori testo. “Eravamo lontani, come il figlio prodigo della parabola”, ha commentato citando ancora una volta il Vangelo di Luca: “Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione…”. “Per amore nostro Dio ha compiuto un esodo da sé stesso, per venirci a trovare in questa landa dove era insensato che lui transitasse”, ha detto Francesco.

Migranti e rifugiati. P. Baggio (Santa Sede): “16 proposte all’Onu per la tutela dei diritti e la dignità”

Dai corridoi umanitari alla legge sulla cittadinanza secondo lo ius soli, allo sponsorship per lavoro. 16 azioni molto concrete nel campo dell’accoglienza, la protezione e la promozione dei migranti economici, dei richiedenti asilo e rifugiati, delle vittime di tratta, che rappresenteranno le indicazioni della Santa Sede per spingere tutti i governi del mondo a rispettare i diritti e la dignità di tutte le persone che migrano. L’occasione sarà il “Global compact for refugees” (Accordo globale sui rifugiati – #UN4RefugeesMigrants), una conferenza intergovernativa che le Nazioni Unite organizzeranno durante la seconda metà del 2018. Di questo si sta discutendo in questi giorni in Vaticano, a Palazzo San Callisto, durante il seminario “Global compacts 2018” organizzato dalla sezione Migranti e Rifugiati del nuovo Dicastero per il servizio allo sviluppo umano integrale. Il documento con le 16 proposte è ancora in bozza e verrà reso noto a breve nella stesura definitiva, approvata dal Papa: verrà aggiornato con le indicazioni dei vescovi e rappresentanti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo che stanno partecipando dall’incontro, tra cui le Conferenze regionali dei vari continenti (Secam, Comece, Celam, Ccee) e alcuni Paesi più attivi nel settore migrazioni come Usa, Canada, Messico, Argentina, Brasile, Italia, Tunisia, … Questa costituirà la posizione della Santa Sede al Global compact for refugees, su cui i governi stanno già lavorando. Ne abbiamo parlato con padre Fabio Baggio, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati.

Perché questo incontro?
Il Papa ci ha chiesto quali possono essere gli eventi interessanti per migliorare l’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione dei migranti. Uno di questi eventi è una conferenza intergovernamentale che si realizzerà nel secondo semestre del 2018 per iniziativa dell’Onu. I governi si ritroveranno per decidere linee di azione che possano servire come indicazioni chiare per tutti, nei campi delle migrazioni e dell’asilo. Li hanno chiamati Global compacts per dare un’azione globale ad un fenomeno globale. Sarebbero “patti” riguardanti l’unificazione di indicazioni e visioni, tra tutti i governi, sulle migrazioni economiche e le migrazioni forzate.

Sono in corso diversi “Global compacts”. Come funziona questo?
Ci sono diversi processi, questo sulle migrazioni è affidato all’Oim (Organizzazioni internazionale delle migrazioni) e all’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i richiedenti asilo e rifugiati). Le discussioni sono già cominciate e andranno avanti per tutto il 2017. Ci sarà la stesura di un testo iniziale verso l’inizio del 2018, poi le negoziazioni. Nel secondo semestre del 2018 si pensa di poter arrivare all’approvazione di un testo durante una conferenza integovernamentale.

Cosa vi ha detto Papa Francesco nello specifico?

Il Papa ci ha detto: dobbiamo esserci e dobbiamo fare in modo che gli elementi propri della dottrina sociale della Chiesa, più volte riaffermati nel suo magistero – molto ricco e fecondo su questi temi – venga ripreso e riportato come riflessione ai governi. Il Vaticano siede in queste sedi di negoziazioni, quindi insieme ai governi contribuirà alla definizione di quei punti comuni che ci possono dare poi le garanzie operative per far rispettare i diritti e la dignità dei migranti. Ci sono dei punti che riguardano il traffico e la tratta di esseri umani, perché oggi la migrazione è diventata un grande mercato che porta guadagni astronomico delle organizzazioni criminali.

Qual è la vostra strategia?
L’idea fondamentale è fare una alleanza tra la sezione Migranti e Rifugiati e la Segreteria di Stato, incaricata del lavoro multilaterale con gli altri Paesi e le organizzazioni internazionali. Decidiamo un cammino da fare insieme, facciamo delle riflessioni e coinvolgiamo tutte le organizzazioni cattoliche più attive in una azione profetica di advocacy presso le Nazioni Unite. Siamo arrivati a 16 punti di azione. Oggi li presentiamo alle Conferenze episcopali, per chiedere loro una contestualizzazione e una ridefinizione se necessaria. Poi torneremo dal Papa – che li ha già visti – per una approvazione definitiva. Saranno i punti con cui lavoreremo, insieme alle organizzazioni cattoliche, alle Conferenze episcopali e alla Segreteria di Stato, perché entrino nei Global compacts.

Ci può anticipare alcuni di questi 16 punti? Quali sono i più significativi?
Sono 16 punti organizzati intorno ai 4 verbi suggeriti dal Papa: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare.

Sono punti di azione e non dichiarazioni ideali.

Proposte molto concrete con esempi su come fare. Tra le varie proposte la questione più grande è l’ultimo punto, ossia l’integrazione. Per cogliere il momento attuale non come un problema ma come un’opportunità per costruire la società che sogniamo.

Ci sono anche i corridoi umanitari?
Certo, i corridoi umanitari sono presenti, così come l’accoglienza diffusa e lo sponsorship. In questo senso il modello canadese e statunitense sono molti interessanti e sicuramente lo proporremo.

Negli ultimi tempi in Italia ci sono state accuse molto pesanti contro le Ong che salvano vite umane nel Mediterraneo. Che ne pensa?
Tutte queste critiche sono nate in seno alla Repubblica italiana, non le ho viste altrove. Noi non ci siamo occupati del problema essendo nazionale, non globale. Siamo stati molto contenti che la Chiesa italiana sia intervenuta in modo molto chiaro. La nostra sezione si affianca a tutte le dichiarazioni della Chiesa italiana.

Pellegrinaggio Macerata-Loreto: circa 100mila fedeli in cammino. La telefonata del Papa: “Un grande abbraccio!”

Il pellegrinaggio, quest’anno più di altre volte, ha toccato una dimensione internazionale con presenze straniere di pellegrini e di ospiti, dalla Svizzera alla Germania, dall’Angola al Ghana, dal Sudamerica all’Asia, dentro una proposta valida per tutti, che è quella di affrontare il cammino con una domanda di senso nel cuore che è al centro della missione evangelizzatrice della Chiesa. Quella Chiesa in uscita che vuole raggiungere ogni periferia del mondo

“Mi ami tu?”, è la domanda che ha accompagnato il cammino dei quasi 100mila fedeli che domenica 11 giugno hanno raggiunto all’alba, percorrendo i circa 30 chilometri dell’hinterland marchigiano, la Santa Casa di Loreto, dopo essere partiti la sera prima dallo stadio “Helvia Recina” di Macerata. Una tradizione che si ripropone da 39 anni, per volere dell’allora insegnante di religione don Giancarlo Vecerrica, oggi vescovo emerito di Fabriano-Matelica, come gesto di ringraziamento per la fine dell’anno scolastico. Erano 300 il primo anno per il pellegrinaggio Macerata-Loreto, oggi sono circa 100mila e migliaia di giovani che scelgono di trascorrere un sabato sera così inedito e rivoluzionario.

“Mi ami tu?”, il titolo di quest’anno.

Lo ha ricordato Papa Francesco che per la quinta volta consecutiva ha chiamato in diretta telefonica prima della partenza per salutare i numerosi pellegrini che si apprestavano a seguire la Messa celebrata dal cardinale Kevin Farrell, prefetto del nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita: “La domanda del tema di quest’anno è molto bella – ha subito detto il Papa al telefono – la frase di Gesù a Pietro, ‘Mi ami tu?’, ha due sensi, come le strade. Gesù chiede a me se lo amo ma anche io posso chiedere a Gesù se mi ama”, ha spiegato il Santo Padre, invitando a percorrere i 30 chilometri fino a Loreto, ascoltando la voce di Gesù e sentendo nel proprio cuore la sua risposta alla nostra domanda: “Gesù mi ami tu?”. E ancora: “Un abbraccio grande, un abbraccio grande! Vi auguro un buon pellegrinaggio, ma con questa frase a doppio senso: Gesù a me: mi ami tu? E io a Gesù: mi ami tu? Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”.

A marzo, a Roma, parlando ai parroci della diocesi, il Papa aveva già messo a fuoco il tema di questo 39° Pellegrinaggio. Secondo Francesco, il Signore, rivolgendosi a Pietro, il suo amico preferito, con quella frase, aveva salvato il pescatore di Galilea dalla tentazione più grave:

quella di non ritenersi più degno della cosa che più desiderava al mondo, “essere amico di Gesù”.

Ecco il leit-motiv di questo pellegrinaggio: il bisogno di Gesù, di una compagnia che sostenga la vita, in quella banalità quotidianità che, dice Pavese, taglia le gambe, come nelle tragedie che scuotono la terra, e l’essere umano, fin nelle sue fondamenta. La gente ha bisogno di camminare insieme, nel pellegrinaggio come nella vita.
Anche nell’omelia del cardinale Farrell è suonato con chiarezza il riferimento alla domanda di Gesù a Pietro che lo aveva rinnegato tre volte: “Papa Francesco – ha sottolineato il cardinale – mette in evidenza un modo particolare di procedere di Gesù. Chiedendo nella prima domanda ‘Mi ami più di costoro?’ Gesù parte da qualcosa che forse nella stessa cerchia degli apostoli era riconosciuto da tutti: un attaccamento e un affetto per il Maestro da parte di Pietro, superiore agli altri. Nella seconda domanda, Gesù chiede semplicemente ‘mi ami?’ senza più paragoni con gli altri. E infine nella terza domanda chiede ‘mi vuoi bene come amico?’ che non contiene alcun rimprovero o correzione e corrisponde ad un desiderio profondo di Pietro, quello di essere amico di Gesù. Un desiderio che in quel momento rischiava di spegnersi”.

E il cardinale ha lanciato un vibrante appello ai giovani:

“Nonostante i tradimenti, più o meno grandi, Gesù non vi rifiuta la sua amicizia, anzi in questa notte vi chiede ancora una volta di amarlo perché non vi ritiene indegni di essere suoi amici”.

Quello spirito di amicizia che ha percorso anche le parole del vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, presente con una testimonianza video all’inizio del cammino per portare il suo messaggio di speranza alle popolazioni terremotate, da Amatrice nella sua diocesi, a Norcia, Pieve Torina, Camerino, tutte tappe attraversate dalla fiaccola della pace, benedetta dal Papa nell’udienza generale di mercoledì 7 giugno in piazza S. Pietro e che ha raggiunto lo stadio di macerata prima della partenza per essere accesa nel braciere.

“Ciò che conta – ha ricordato mons. Pompili – è riscoprire la solidarietà non come l’emozione di un momento, ma come un impegno anche strutturale che metta mano a quelle priorità per troppo tempo silenziate. Papa Francesco incontrando le popolazioni terremotate, ha indicato tre cose concrete da cui ripartire: il cuore, le mani, le ferite con le cicatrici”.

Un pensiero ai terremotati, ma anche ai migranti, ai cristiani perseguitati, a chi vive situazioni di sofferenza a causa della guerra, ai tanti giovani. E questo pellegrinaggio, quest’anno più di altre volte, ha toccato una dimensione internazionale con presenze straniere di pellegrini e di ospiti, dalla Svizzera alla Germania, dall’Angola al Ghana, dal Sudamerica all’Asia, dentro una proposta valida per tutti, che è quella di affrontare il cammino con una domanda di senso nel cuore che è al centro della missione evangelizzatrice della Chiesa. Quella Chiesa in uscita che vuole raggiungere ogni periferia del mondo. Da Panama è giunto anche l’arcivescovo del Paese che ospiterà la prossima Gmg del 2019 mons. Josè Domingo Ulloa Mendieta per raccogliere il testimone di una fede che non ha confini. Mentre da Fatima il presule della diocesi portoghese, mons. Antonio Marto, ha inviato il suo messaggio per ricordare i 100 anni delle apparizioni della Madonna e dare un segno tangibile della comunione viva di Fatima con la Santa Casa lauretana. L’Europa non è rimasta a guardare e, tramite il presidente del Parlamento, Antonio Tajani, ha fatto sapere “quanto sia impressionante assistere allo spettacolo di questa folla di persone provenienti da tutta Europa, giovani e meno giovani, che si riunisce per pregare, contemplare, trovare la speranza o rafforzare le proprie convinzioni”.

All’arrivo a Loreto come ogni anno sono stati posti ai lati del sagrato del Santuario alcuni bracieri dove sono stati bruciati i tantissimi fogli di carta con le intenzioni di preghiera e le invocazioni scritte a mano, portate in tasca tutta la notte e consegnate ora a Maria nella richiesta di una speranza e di un conforto. Stanchezza e fatica, ma anche certezza di un abbraccio sicuro e di uno sguardo materno.

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace”. “Nel nostro tempo c’è tanto bisogno di pregare per la pace”

“Nel nostro tempo c’è tanto bisogno di pregare – cristiani, ebrei e musulmani – per la pace”

Lo ha detto il Papa, prima di salutare, al termine dell’udienza, i fedeli di lingua italiana. “Domani, alle ore 13, si rinnova in diversi Paesi l’iniziativa ‘Un minuto per la pace’, cioè un piccolo momento di preghiera nella ricorrenza dell’incontro in Vaticano tra me, il compianto presidente israeliano Peres e il presidente palestinese Abbas”, l’appello di Francesco, che ha citato l’incontro avvenuto l’8 giugno del 2014: “Nel nostro tempo c’è tanto bisogno di pregare – cristiani, ebrei e musulmani – per la pace”.