150 di Azione Cattolica: a Roma la delegazione diocesana. Il vescovo: «affrontare creativamente le sfide presenti per un’Italia migliore»

Anche da parte del vescovo Domenico Pompili gli auguri all’Azione Cattolica Italiana per l’assemblea nazionale, in corso di svolgimento a Roma presso la Domus Pacis.

All’importante appuntamento partecipano i rappresentanti di tutte le associazioni diocesane di AC, tra cui anche quella reatina. A rappresentare l’AC della diocesi di Rieti sono tre delegati: la presidente Silvia Di Donna per gli adulti, il vice presidente Andrea Formichetti per i giovani, le consigliere Fabiana BattistiBarbara Simeoni per l’Acr. In qualità di uditori, presenti anche gli assistenti don Zdenek Kopriva – che si trova a Roma già da giovedì, avendo seguito i lavori del Fiac, il Forum internazionale di Ac che ha incontrato anche il Papa (don Zdenek sta tra l’altro seguendo i contatti per l’attivazione di un’AC in Repubblica Ceca, sua terra natale) – e don Roberto D’Ammando.

Ai responsabili nazionali (presidente e segretario uscenti) e all’assistente generale è giunto ieri, venerdì 29, per l’apertura dell’assise, il seguente messaggio da parte di mons. Pompili:

Carissimi Matteo, mons. Gualtiero e Carlotta, voglio raggiungervi un istante in queste giornate frenetiche e gioiose della XVI Assemblea nazionale dell’ACI. E dirvi semplicemente che vi sono accanto non solo pensando alla traccia profonda che l’Associazione ha lasciato nella storia del nostro Paese, ma anche immaginando il vostro impegno ad affrontare creativamente le sfide presenti per un’Italia migliore. So per esperienza che le donne e gli uomini dell’AC – dai più piccoli agli adulti – esprimono una fede incarnata che non se ne sta al balcone della vita, ma scende per strada. Continuiamo a camminare insieme: di voi c’è ancora più bisogno oggi di ieri. Per questo sappiate di poter contare anche sulla mia amicizia e sulla mia fiducia.

I lavori assembleari proseguono per l’intera giornata di sabato fino a lunedì, incrociandosi con il grande evento di domenica 30: la festa in piazza San Pietro con papa Francesco – subito dopo il suo rientro dall’Egitto­ – per i 150 anni di esistenza dell’Azione Cattolica. Ad essa si uniranno soci e simpatizzanti da tutt’Italia, compresa una settantina di reatini (adulti, bambini, famiglie, educatori…) che partiranno alle prime luci dell’alba per unirsi al grande raduno che si svolgerà dinanzi alla Basilica Vaticana, che si potrà seguire in tv grazie alla speciale diretta della trasmissione A sua immagine, che per questo speciale nei giorni ha effettuato anche delle riprese a Rieti.

Saranno già a Roma invece da sabato pomeriggio una ventina di giovanissimi di vari gruppi Acg delle parrocchie reatine, per svolgere, fino a lunedì, un percorso di comunione e di formazione spirituale collegato all’evento, assieme ad altri coetanei della parrocchia romana S. Barnaba (dove sono ospitati) e della diocesi di Acqui Terme. Domenica anche loro in piazza San Pietro e poi, ricongiungendosi con gli altri di Rieti, tutti insieme a celebrare la Messa festiva presso la basilica di S. Giuseppe al Trionfale.

“Ogni difficoltà è l’occasione per crescere”: svolto tra prospettiva e memoria l’incontro degli ex alunni del Seminario di Rieti

Si è svolto lo scorso 25 aprile, presso il centro pastorale della parrocchia di Santa Rufina, il 31° incontro degli ex alunni del Seminario vescovile di Rieti. Una riunione annuale utile a quanti hanno frequentato l’istituto per ritrovarsi scambiare le loro esperienze di lavoro e di vita. I ricordi dell’infanzia e gli aneddoti più salienti vissuti, infatti, hanno dominato l’incontro, condotto mons Mario Laureti sul tema “Ogni difficoltà è l’occasione per crescere”.

Alla giornata è intervenuto il vescovo Domenico, che seguendo il tema non ha dimenticato un riferimento alle difficoltà causate dal sisma alle popolazioni di Accumoli e Amatrice. Tutti i cittadini delle zone terremotate, ha tuttavia avvertito il mons Pompili, sono determinati a ripartire con nuovi obiettivi e nuova energia. Inoltre il don Domenico ha informato l’assemblea sullo stato della ristrutturazione del Seminario vescovile di Rieti di piazza Oberdan. I lavori stanno continuando alacremente, grazie anche ad un generoso finanziamento della Conferenza Episcopale Italiana. L’augurio è che per il prossimo anno l’assemblea si possa riunire nei locali del Seminario, tornando nelle stanze in cui tutti i convenuti hanno trascorso la loro infanzia.

Mons Lorenzo Chiarinelli ha commentato alcuni passi del libro di Giobbe, molto significativi per la determinazione e per il riscatto. È normalissimo che vi siano le difficoltà, perché ci plasmano e ci rafforzano. Gli ostacoli possono ritardare il raggiungimento degli obiettivi, ma non ci possono schiacciare. Le opportunità possono essere definite come un insieme di circostanze che danno nuove possibilità. Per essere in grado di vedere ogni ostacolo come un’opportunità, è necessario essere concentrati sull’obiettivo che si cerca di perseguire.

È intervenuto anche il parroco di Campoloniano, don Lorenzo Blasetti. Ha espresso una riflessione sulla criticità che oggi vive la Chiesa cattolica, indicando la necessità di trovare un riscatto per riportare la fede cristiana ai propri livelli di credibilità. Abbiamo ancora bisogno di non distaccarci e di incarnarci nel tempo e nella storia, in un momento in cui forte è la tentazione di fuggire e di isolarci. L’allontanamento dalla fede genuina, originata da cause interne alla Chiesa è indubbiamente un attacco scontato, ma inaspettato. Il fatto di trovarsi con dei grossi problemi interni rappresenta un freno nel confronto con il mondo che trascina la Chiesa molto spesso a dei compromessi talvolta discutibili.

Gli alunni più anziani, infine, hanno ricordato episodi vissuti nei primi anni del Seminario. Gli anni che hanno formato il carattere e la loro professione futura. Hanno ringraziato con tutto il cuore gli insegnanti che hanno contribuito allo loro formazione morale, etica e professionale. Le difficoltà e le ristrettezze del tempo non hanno scalfito la personalità, ma hanno determinato un riscatto per superare tutti gli ostacoli e cogliere le opportunità per una crescita consapevole.

Grande partecipazione a Cantalice per la festa della Madonna delle Grazie

Come da tradizione, nella seconda domenica di Pasqua la comunità di Cantalice ha festeggiato Santa Maria delle Grazie. Una devozione che, assieme a quella per il patrono san Felice, da sempre raccoglie la massima partecipazione dei cantaliciani e di quanti sono lontani dal paese, ma non mancano di tornare in occasione di questi eventi.

La festa della Madonna delle Grazie ha inizio con una processione: la statua della Vergine raggiunge la chiesa di San Felice portata a spalla dai confratelli, che compiono parte del tragitto scendendo una ripida scalinata. La chiesa di Santa Maria delle Grazie si trova infatti arroccata su un’altura che affaccia a picco sulla vallata. «Abbiamo vissuto momenti intensi – spiega il parroco, mons Gottardo Patacchiolaabbiamo pregato per la pace nel mondo, per tutto quello che ci sta accadendo attorno. La gente ha risposto molto bene, in tanti hanno voluto confessarsi. Sono venute anche tutte le confraternite»

Proprio il sodalizio dedicato a Maria Santissima delle Grazie, all’inizio di aprile, aveva donato, a quattro allevatori di Accumoli, 30 quintali di mais, raccogliendo fondi al proprio interno, e durante le celebrazioni don Gottardo non ha mancato di evidenziare il gesto: «Le confraternite esistono anche per compiere queste opere buone, ed è giusto portarle ad esempio per la comunità parrochiale».

Il passaggio della Madonna, salutato da drappi e lumi alle finestre, si è poi ripetuto nella mattinata della domenica: una seconda processione ha infatti accompagnato il rientro “a casa” del simulacro della Vergine dopo la celebrazione della messa solenne. Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie è stata poi celebrata la messa vespertina. Tutte le celebrazioni sono state animate dal coro parrocchiale.

Nel cappuccio di Francesco 800 anni di fede: intensa celebrazione a Corvaro

È stata gioiosa e vivace la festa per il Cappuccio di san Francesco, celebrata nella seconda domenica di Pasqua dal vicario del Cicolano

C’era anche il ministro provinciale dei Cappuccini, padre Gianfranco Palmisani, ad affiancare don Francesco Salvi nella celebrazione della seconda domenica di Pasqua a Corvaro. Ma soprattutto c’era la gioiosa presenza di fedeli e religiosi da tutto il Cicolano, perché nel movimentato paese al confine con l’Abruzzo, la ricorrenza coincide con la festa del Cappuccio di san Francesco, che anima l’abitato con una sentita processione conclusa dalla messa.

La preziosa reliquia, baciata al passaggio da uomini, donne e bambini, viene infatti portata tra le strade del paese per ricordare il passaggio da quelle parti del Poverello. La processione passa anche in mezzo al mercato e si ferma sulla piazza attigua alla chiesa di San Francesco per lo spettacolo pirotecnico. La preghiera viene intervallata dal canto “Son terziario francescano”, di antica memoria, che attesta la grande tradizione francescana di Corvaro e del Cicolano. Al punto che, pur non attestata da documenti scritti, l’autenticità della devozione per la reliquia del cappuccio è certificata dalla durata, visto che l’evento si ripete senza interruzioni da ottocento anni.

Una chiave di lettura offerta dallo stesso padre Gianfranco, che, presiedendo l’Eucaristia, ha ricordato l’abitudine che san Francesco aveva di donare qualcosa di suo alle comunità nel suo attraversare il centro Italia, aggiungendo che nella Chiesa la tradizione ha il valore di un documento fondamentale.

«Il cappuccio qui esposto – ha sottolineato il frate – è segno della profonda stima che il santo ha riconosciuto ai vostri antenati. Una stima e un’amicizia che arriva fino a voi, che avete la fortuna di perpetuare questa tradizione». Ma ancora più bella, ha aggiunto frate Gianfranco, è la scelta di celebrare questa ricorrenza nel giorno dell’ottava di Pasqua, perché «è un tempo bellissimo, fondamentale della nostra fede. La Pasqua è il centro della nostra fede. È un evento misterioso, ma anche carico di amore, perché Cristo ha vinto la morte per la nostra salvezza. Questo è il messaggio centrale della vita cristiana».

Contenuti verso cui san Francesco è una guida sicura, con la sua capacità di saper vedere la bellezza del mondo al netto del peccato, quasi «con l’occhio di Dio». Padre Gianfranco ha infatti spiegato che l’avversione del santo per il peccato deriva dal suo impedire all’uomo di «vivere in pienezza, gustare l’amore di Dio e incontrare l’amore di Dio per ciascuno di noi».

L’indicazione che allora si può trarre dal dono del cappuccio da parte di Francesco, dal suo aver chiamato tutti alla fraternità, è un invito a partecipare alla creazione, a lavorare per un mondo più vero, più bello, più pacifico, più sano.

Il 1 maggio apertura del mese mariano in Cattedrale con il coro giovanile “Sant’Antonio” di Chiesuola (Br)

Lunedì 1 maggio si aprirà nella Basilica Cattedrale il mese mariano, che culminerà con i festeggiamenti in onore della Madonna del Popolo quest’anno in programma per il 31 maggio, festa della Visitazione della Beata Vergine Maria.

Per solennizzare l’avvio del mese da sempre consacrato alla devozione a Maria, lunedì prossimo saranno celebrate tre sante messe (ore 8 – 10 – 18) presso la cappella della Madonna del Popolo. Quella delle 10 sarà animata dai canti del coro giovanile “Sant’Antonio” di Chiesuola, in provincia di Brescia. I 12 ragazzi, diretti dal maestro Luca Baronio, saranno accompagnati da tastiera, chitarra, cajon, flauto e tromba.

A partire dal 1 maggio le celebrazioni feriali in Cattedrale avranno sempre luogo nella cappella della Madonna del Popolo. Il battistero di San Giovanni in Fonte resterà infatti chiuso per consentire l’avvio dei lavori che lo trasformeranno stabilmente in cappella feriale.

Un fonte battesimale per la parrocchia di Amatrice

Una delegazione del Movimento per la Vita ha donato alla parrocchia di Sant’Agostino in Amatrice un fonte battesimale, che è stato benedetto da mons Luigi Aquilini. «È un evento importante per la nostra comunità – ha detto il parroco, don Savino D’Amelio – visto che nella nostra chiesa di Sant’Agostino non esisteva». Conservato in attesa della ricostruzione presso la Casa di Comunità costruita dalla Caritas italiana all’esterno del centro don Minozzi, l’oggetto liturgico ha anche il sapore della speranza nella vita che rinasce, e di conseguenza assume il significato di un maggiore impegno per la ricostruzione.

La comunità di Accumoli si ritrova attorno al pane spezzato

Le popolazioni terremotate costrette sulla costa, disperse dal sisma nel centro Italia, in attesa di riavvicinarsi al paese di origine hanno vissuto un’intensa domenica di festa con due battesimi e una cresima celebrati dal vescovo Domenico nella “chiesa di legno” di San Benedetto del Tronto

La Domenica della Divina Misericordia per gli abitanti di Accumoli è stata l’occasione per ritrovarsi tutti insieme nella “chiesa di legno” di San Benedetto del Tronto. Alla messa celebrata dal vescovo Domenico, infatti, hanno partecipato i fedeli del comune sparsi in tutto il centro Italia dal sisma, insieme a molti sfollati della vicina Amatrice.

Un bel segno, non solo di unità, ma anche di crescita, perché nell’ottava di Pasqua mons Pompili ha celebrato anche il battesimo di Fabio e Davide, due bambini di 8 e 10 anni arrivati in paese da fuori dell’Italia, e la cresima di Elisa, una ragazza di Cesaventre di Accumoli, costretta dal sisma a Sassa, in provincia de L’Aquila.

Ai tre giovani e a tutti i presenti, don Domenico ha indicato l’importanza della comunità. Essa, infatti, «è ciò che ci aiuta a credere». Una realtà che contrasta con il modo di ragionare che ci vede

«stregati dall’idea che ognuno se la cava da solo», al punto da lasciarci convincere che «pure la fede sia una sorta di scalata in solitaria».

«In realtà – ha ammonito il vescovo – la fede è tale nella misura in cui è vissuta in una comunità. Questo è la Chiesa: una comunità di persone che si ritrovano nella ricerca di Dio». La fede implica di conseguenza relazioni, incontri, contatti. Ma talvolta «anche la Chiesa rischia di essere un non luogo», come un centro commerciale, una stazione ferroviaria o gli alberghi in cui hanno travato rifugio in tanti dopo il terremoto: spazi in cui «ci si lambisce, ma non ci si incontra, non ci si tocca», mentre ciò che dei primi cristiani colpiva i pagani era il loro «fare la vita di tutti».

«Ma non ci si improvvisa fratelli e sorelle senza continuità nel tempo», ha avvertito don Domenico. Occorre infatti «resistere all’usura del tempo, essere perseveranti nell’ascolto della Parola e nella frazione del pane, nel gesto che rende presente il Signore Gesù». La messa della domenica comprende una questione di identità. Un tempo «tutti quanti andavano, anche per conformismo, oggi il conformismo funziona al contrario, nel trovare scuse per non andare». Ma il punto vero è che «se c’è una comunità, occorre incontrarsi, altrimenti, prima o poi, i legami si sfilacciano».

Non basta però l’incontro per fare la comunità: è anche necessario il «servizio agli altri». Oggi, ha constatato il vescovo, «ci piangiamo talmente addosso da dimenticare che ci sono i poveri più poveri di noi. Verso loro non è lecito irritarsi, mettere la scusa che ci siamo prima noi».

Essere Chiesa è infatti capacità di accogliere, di saper integrare tutti e tutte le culture senza mai sposarne semplicemente una. «La Chiesa è qualcosa di più vitale di una semplice struttura in muratura. E per noi che le chiese le abbiamo perdute quasi tutte – ha concluso mons Pompili – questa deve essere anche una ragione per fare più ancora comunità. Tutti sognamo il momento in cui potremo tornare nelle nostre chiese. Ma quando le chiese erano in piedi, non necessariamente c’era una comunità cristiana».

La fraternità come servizio e comunione: pomeriggio di formazione e dialogo per le confraternite della diocesi

È stato un bel pomeriggio in fraternità quello vissuto lo scorso sabato nella parrocchia del Sacro Cuore di Quattrostrade. Nella giornata scelta per il passaggio di consegne tra mons Mariano Assogna e padre Mariano Pappalardo, i priori delle confraternite e gli associati ai sodalizi hanno condiviso un piacevole incontro di formazione e ascolto per poi partecipare alla messa

Un incontro «interlocutorio», per riprendere il cammino. È stato questo il segno dell’appuntamento riservato alle confraternite nel pomeriggio di sabato 22 aprile nel salone parrocchiale della parrocchia del Sacro Cuore in Quattrostrade. Un ritrovarsi che ha segnato anche il passaggio di consegne come coordinatore diocesano del settore tra mons Mariano Assogna e padre Mariano Pappalardo. E quest’ultimo, nel ringraziare per il lavoro svolto il suo predecessore e il diacono Vincenzo Focaroli, ha introdotto e condotto un pomeriggio di dialogo con gli uomini e le donne dei sodalizi, al quale hanno offerto il loro contributo anche il vescovo Domenico, il direttore del settore pastorale della Carità, don Fabrizio Borrello, e padre Ezio Casella, responsabile del settore della Liturgia.

Il raduno, infatti, si inserisce nel solco aperto dall’Incontro pastorale dello scorso settembre e dei verbi-chiave scelti per l’occasione: Camminare, Costruire e Confessare. Non è stata però una ripetizione, ma una rilettura svolta attraverso il tema specifico scelto per le confraternite, “Noi Ci SiAmo”: più che uno slogan, un ragionamento sull’attualità e il destino dei sodalizi affrontato sillaba dopo sillaba dai relatori.

I tratti del “Noi”: perseveranza, ascolto della Parola, carità

Aprendo sul “Noi”, mons Pompili ha preso le mosse dall’episodio evangelico di Tommaso che «non era con loro quando venne Gesù». Con questo, secondo don Domenico, si spiega «l’oscillazione nella fede» dell’apostolo: egli non era con gli altri, mentre «il Signore risorto appare sempre in una situazione comunitaria». Un’indicazione preziosa per le confraternite, che restano la possibile casa di un’esperienza di «fede autentica», e che anzi, in questa prospettiva, trovano il loro scopo ultimo, la loro «ragion d’essere» ancora oggi, anche quando si tratta di esperienze che vengono da molto lontano.

Si tratta però di interpretare l’attualità di questa vocazione, e in questa direzione il vescovo ha suggerito tre strategie per fare il “Noi”: «La perseveranza, l’ascolto della Parola e la carità». Si dà infatti una confraternita se c’è la continuità: una confraternita non esiste semplicemente per un momento, per una stagione, ma se resiste nel tempo e «non si sfarina di fronte alle difficoltà».
Deve essere costante il riunirsi, dunque, ma non solo: ci vuole una convergenza sulla Parola di Dio. «Una confraternita – ha spiegato mons Pompili – deve attendere a tante cose, ma vive innanzitutto dell’ascolto della Parola e della comunione fraterna nella frazione del pane, nell’Eucaristia». Senza questo tipo di cammino, le confraternite rischiano di essere associazioni come le altre, o peggio, «uno dei tanti gruppi di potere» che in realtà «non servono a nulla».

L’esistenza dei sodalizi deve invece essere qualificata da «esercizi concreti», tramite i quali la confraternita «esce fuori da sé», si fa carico «di un’iniziativa che non coincide con se stessa». Alla carità va allora finalizzata una parte delle risorse disponibili, «esattamente come fa la Chiesa diocesana», che proprio nella carità investe la metà del suo bilancio complessivo.

Uniti nella diversità in favore del bene comune

Questa doppia dimensione del “Noi”, dentro e fuori la confraternita, è stato l’oggetto dell’approfondimento di don Fabrizio sul “Ci”. Un ragionamento che ha preso le mosse dalla preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, sottolineando come, nello stesso essere «nostro» del «Padre», si annuncia l’esperienza collettiva quale natura di ogni realtà ecclesiale. Non è possibile, del resto, che la fraternità sia composta da uno solo. Occorre semmai approfondire “come” si sta insieme e “come” si guarda fuori. E il metodo suggerito è quello del dialogo, con in testa la consapevolezza che pure «gli apostoli erano tutti diversi l’uno dall’altro», ma erano anche tutti affascinati da Cristo. Una situazione esemplificabile con «i raggi della ruota» che, sebbene distinti, convergono tutti verso lo stesso centro. Un’unità che diviene bene comune: lo stesso cui devono puntare le fraternità e che è la vocazione stessa della Chiesa, nella quale le confraternite e i confratelli si trovano come le tessere di un grande mosaico. Ciascuna va a comporre una parte di un più grande disegno, ma è l’unione che non fa venire meno le singole identità.
Al contrario, don Fabrizio ha suggerito di andare alla riscoperta delle origini del proprio sodalizio, per cogliere la continuità del carisma di ciascuna confraternita e trovare il modo di traghettarla nel presente: «Il vostro compito non è solo quello di portare la statua del santo in processione – ha esemplificato il direttore della Caritas – ma di capire come abitare l’oggi per esserci domani».

La parola più impegnativa

Qui si è innestato l’intervento di padre Mariano, che ha introdotto i presenti alla «parola più impegnativa»: il “Sì”. Impegnativa come quando è stata pronunciata da Maria, cambiando la storia. Impegnativa, ma bella, perché il “Sì” è «la sorgente di acqua che alimenta il cuore». Perché è innanzitutto il “Sì” di Dio all’uomo: «È la fiducia di Dio nella mia vita. Una fiducia che non viene mai meno». Anche perché è un “Sì” «che non viene detto solo per me», ma si dilata «a servizio della comunità, alla Chiesa, al mondo».

Interpretare questo “Sì”, vuol dire intenderlo come una «parola affidabile», con la quale si annuncia che «su di noi si può contare». Evitando però l’inutile protagonismo, perché «non realizziamo progetti nostri, ma il progetto di Dio». L’invito alle confraternite è a essere «Avamposto» e «Avanguardia», a non «giocare di rimessa». «La Chiesa – ha sottolineato padre Mariano – deve arrivare per prima, non essere l’ultima ruota del carro». Una vocazione che impegna in modo particolare i laici, perché vivendo appieno la famiglia e il lavoro hanno le antenne giuste per restare sintonizzati con il tempo presente. Mentre quando questa sensibilità viene meno, le confraternite rischiano di diventare un retaggio del passato.

La vita cristiana si riassume nell’amore

Il “Sì” di Dio, ha spiegato poi padre Mariano, vuol dire che «Dio è amore». La stessa vita cristiana, dunque, si riassume nell’amore. Per le confraternite in particolare, vuol dire che l’amore non è solo una parola, ma «uno stile di vita», che nel quotidiano dei sodalizi va interpretato attraverso il «confronto» e il «dialogo». Atteggiamenti autentici quando si fondano sull’«ascolto» dell’altro. È per questa via che i sodalizi possono riuscire a superare le divisioni al loro interno come al di fuori di esse, a realizzarsi pienamente nel «servizio», a «farsi carico delle necessità dei più poveri».

Esserci per amore e per amare

La presenza delle confraternite è dunque un «esserci per amore e per amare», ha concluso padre Ezio Casella, che ha indicato nella partecipazione alla liturgia ciò che «radica, edifica e alimenta» lo stare nell’«amore di Dio per noi». Perché i segni e l’esperienza della liturgia rendono queste dimensioni «visibili». Come quando nella messa il sacerdote dice «Fate questo in memoria di me»: è il momento in cui «si inchina, quasi che tutta la Chiesa si presenta al Signore per essere pronta a obbedire a quel comando». Non è una questione di parole o di gesti, ma una scelta di vita da tenere insieme all’altro «imperativo» presente nella liturgia: «La messa è finita, andate». C’è un senso dell’essere inviati che risuona più volte nel Vangelo e richiama i fedeli alla «missione».
«Nella celebrazione – ha chiarito padre Ezio – la comunità si scopre amata da Dio, e questo sentirsi amata genera un servizio. Questo servizio sprigiona nel mondo uno stile di vita contagioso». Questo il solco tracciato per le confraternite della diocesi di Rieti, l’augurio di poter vivere la fraternità come servizio e comunione.

Messa del Primo maggio ad Amatrice per il vescovo Domenico

La Festa del lavoro e dei lavoratori quest’anno sarà celebrata sullo sfondo delle macerie di Amatrice. Una scelta che allude al lavoro perso nel terremoto ma anche a quello positivo della ricostruzione

Ci sono le aziende messe in ginocchio dal sisma e il lavoro perso a causa del terremoto sullo sfondo della messa che il vescovo Domenico celebrerà il prossimo Primo maggio ad Amatrice. Una situazione che non è circoscritta alle sole aree dei monti della Laga, ma che va ad aggravare una condizione del lavoro già precaria in tutto il territorio diocesano.

Organizzata dall’Ufficio diocesano per i Problemi Sociali e Lavoro, la celebrazione vuole essere anche un momento di riflessione sulle tante questioni insolute che gravano sul sistema produttivo, come la disoccupazione giovanile e il reintegro della forza lavoro matura uscita dal ciclo produttivo a causa della crisi, la discriminazione del lavoro femminile, lo sfruttamento degli immigrati, la crisi del commercio nei centri storici, il regime fiscale poco favorevole agli investimenti.

Temi che vedono i sindacati, le associazioni datoriali e le forze dell’agricoltura e dell’artigianato invitate a portare un contributo positivo, guardando alla ricostruzione dei borghi terremotati come metafora di una più profonda costruzione di coesione sociale e di speranza per tutti.

«La dottrina sociale della Chiesa – spiega don Valerio Shango, direttore dell’ Ufficio diocesano per i Problemi Sociali e Lavoro – mette sempre la persona e il bene comune al centro di ogni discorso sull’economia e il lavoro. Vale anche per il nostro contesto e, in particolare, per la necessaria ricostruzione delle zone terremotate, che richiede criteri di celerità, ma anche di legalità, perché sia la persona umana, e non altri interessi, al centro dello sforzo».

Il programma della giornata prevede il ritrovo dei partecipanti ad Amatrice alle ore 10, seguito alle 10.15 dagli interventi dei rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, e di quelli dei comparti dell’Agricoltura, dell’Artigianato, del Commercio e dell’Industria. Dopo le conclusioni dei sindaci di Accumoli e Amatrice, il vescovo Domenico presiederà la celebrazione eucaristica.

Tornano le lectio con i giovani. Tre gli appuntamenti: a Leonessa, Amatrice e Accumoli

Saranno tre le lectio con i giovani che il vescovo terrà nel tempo di Pasqua. Avranno un carattere itinerante e si svolgeranno nei territori della diocesi colpiti dal sisma nei mesi scorsi.

Il primo appuntamento è per il 28 aprile a Leonessa; si prosegue il 12 maggio ad Amatrice e il 26 maggio ad Accumoli.  In tutti e tre le occasioni, ad ospitare i momenti di preghiera saranno le case della comunità allestite dalla Caritas.

Per agevolare la partecipazione, tutti i venerdì delle lectio è prevista la partenza dal parcheggio cimitero di Rieti alle ore 19. Le lectio avranno inizio alle ore 20.30. Al termine avrà luogo una agape fraterna.

L’impegno dell’Ac per Illica e Terracino su “A sua immagine”

La troupe del programma Rai A sua immagine è oggi a Rieti per delle riprese legate all’impegno dell’Azione Cattolica reatina a favore del progetto che intende aiutare due aziende delle zone terremotate a ripartire, con lo scopo di sostenere l’economia del territorio. Riprese che andranno a confluire nella puntata della trasmissione religiosa in onda su RaiUno domenica 30, in coincidenza con la celebrazione del 150° dell’Azione Cattolica Italiana (evento che si svolgerà in piazza San Pietro con il Papa e al quale parteciperà, assieme alle diocesi di tutt’Italia, anche l’AC di Rieti).

In mattinata, alla sala S. Nicola (storica sede dell’AC locale), regista, cameraman e microfonista all’opera per riprendere una riunione con la partecipazione della presidente Silvia Di Donna, degli assistenti diocesani don Zdenek Kopriva e don Roberto D’Ammando e di alcuni consiglieri e responsabili, nel quale veniva fatto il punto relativamente al progetto con cui l’AC reatina, convogliando disponibilità che stanno giungendo da tutto il Paese e anche dall’estero (dalla Repubblica Ceca, attraverso i contatti di don Zdenek con la sua terra di origine), si impegna a sostenere le aziende di allevatori presenti a Illica e Terracino, due frazioni di Accumoli pesantemente colpite dal sisma.

Nel pomeriggio, le riprese proseguono con la visita a questi luoghi e ai lavoratori che beneficeranno, tramite la mediazione dell’AC diocesana, di questi aiuti.

Dalla parrocchia di Sant’Agostino i giovani pellegrini in Spagna

Diciassette giovani della parrocchia di Sant’Agostino, guidati dal parroco don Marco Tarquini e accompagnati dai loro catechisti, sono in questi giorni in viaggio in
Spagna: un pellegrinaggio che prevede la tappa a Toledo per visitare la cattedrale di Santa Maria, sede del primate di Spagna, ad Avila con visita al Convento-Museo di Santa Teresa, a Segovia con visita alla “Signora delle Cattedrali”, che è il Duomo alla Vergine Maria, e ai più insigni monumenti religiosi della capitale Madrid.

Si tratta dei giovani fra 18 e 20 anni che seguono il percorso post-cresima, che va avanti da sei anni ed è animato dai catechisti del Cammino neocatecumenale, ispirato da quello stesso carisma per evitare che i ragazzi, una volta completata l’iniziazione cristiana, chiudano subito dopo con la Chiesa, facendo diventare la Confermazione il «sacramento dell’addio». In questi anni i ragazzi sono stati affidati a coppie di sposi-padrini che hanno svolto nei loro confronti  un’azione catechetica e li hanno aiutati durante questa età piena di rischi che pressappoco va dalla scuola media alla conclusione delle superiori. I padrini sono stati il nerbo di questa esperienza iniziata da don Salvatore Nardantonio. Il percorso ha sostenuto i giovani a superare i pericoli di una errata educazione agnostica e li ha accompagnati serenamente verso l’età adulta.

Radunati in gruppi di sette-otto sono stati accolti in casa durante un ciclo mensile di quattro incontri per trattare temi quali i comandamenti, i peccati capitali, le virtù cardinali. Durante la prima sera, si è annunciato il tema e si è chiesto come essi si collocavano di fronte all’argomento. Il secondo incontro ha riguardato la
scrutatio su un brano della Bibbia. Il terzo incontro si è svolto a S. Agostino per ascoltare una catechesi del parroco e per la celebrazione della liturgia penitenziale. La quarta sera ha avuto luogo il rito dell’Alleanza: i ragazzi si sono fermati a cena e sono stati serviti dai padrini, che conservano l’impegno della riservatezza su quanto ascoltano dai ragazzi affidati loro.

Studenti del Luigi di Savoia a lezione di primo soccorso all’Ufficio diocesano della Pastorale per la Salute

Sabato 22 Aprile, i ragazzi del V anno dell’I.I.S “L.di Savoia” sez. Servizi Socio-Sanitari nell’ambito dell’alternanza Scuola-Lavoro, si sono recati, accompagnati dai docenti, presso il l’Ufficio diocesano della Pastorale per la Salute all’interno dell’antico palazzo San Rufo, per partecipare al corso di primo soccorso.

Il profilo professionale di questo indirizzo scolastico attiene, infatti, a tutte quelle attività dell’operatore socio-sanitario e si rivolge alla persona nel suo insieme, al suo ambiente di vita e di cura. La sua attività è caratterizzata pertanto da un approccio globale a tutte le problematiche dell’assistito (bambino, disabile o anziano) col quale mantiene un rapporto di vicinanza e di continuità e che richiede specifiche competenze relazionali.

Le attività dell’operatore socio – sanitario afferiscono alle seguenti principali aree di intervento: assistenza diretta alla persona, anche con specifico carattere sanitario, assistenza e cura della persona, pronto intervento sanitario in caso di necessità dell’assistito, ecc

Ad accoglierli con grande cordialità, il Direttore della Pastorale per la Salute, diacono Nazzareno Iacopini, che ha messo loro a disposizione lo Studio medico della Carità, nato proprio per sostenere quanti si trovano nel bisogno e per aiutare le fasce più deboli della nostra città.

Relatore del corso il dott. Alessandro Mostarda, il quale con grande professionalità ed esperienza di medico di pronto soccorso ha saputo insegnare come anche nelle professioni sanitarie c’è un forte bisogno di sapersi fare carico dell’altro, soprattutto se più debole.

L’obiettivo del corso è stato quello di fornire in modo completo ed efficace, tutte quelle conoscenze e competenze in merito alle attività di primo soccorso e di acquisire le nozioni di base previste dalle linee guida del D.Lgs 81/08 in materia di tutela della salute e della sicurezza dei luoghi dei lavoro.

I ragazzi hanno cosi imparato a riconoscere i pericoli, ad eseguire una valutazione dei rischi sulla sicurezza ambientale e a gestire una semplice emergenza.

Tutte quelle azioni di soccorso immediato e tempestivo che possono salvare la vita di una persona in difficoltà.

Attraverso una serie di manovre i ragazzi hanno capito l’importanza di agire correttamente nel caso in cui si soccorra una persona che avuto abbia un malore o/e un incidente.

Oltre all’ABC del primo soccorso i ragazzi hanno potuto capire il valore etico e morale che sta alla base del soccorso, e del perchè salvare una vita umana sia un dovere che tutti devono sentire, come cittadini e come futuri uomini di una società pienamente umana.

Il prossimo incontro, che si svolgerà nella prima metà di maggio, approfondirà tutte quelle manovre utili nella prima infanzia.

Online le pagine di «Lazio Sette»

È online sul sito della diocesi, nell’ambito dello spazio dedicato alle comunicazioni sociali, la sezione di Lazio Sette. Da questa settimana, è possibile, dal lunedì successivo alle uscite, visionare la pagina settimanale diocesana di Rieti, oltre a quelle regionali qualora vi sia qualche riferimento alla realtà reatina.

Disponibile anche l’archivio di tutte le uscite a partire da gennaio 2016. L’indirizzo da digitare è chiesadirieti.it/lazio-sette.

Leonessa: i segni della rinascita nel triduo pasquale

Momenti di intensa spiritualità e partecipazione sono stati vissuti dai presenti alle tre processioni che sono incluse nel triduo pasquale celebrato a Leonessa: il Cristo morto del Venerdì Santo, la Madonna della Pietà del Sabato Santo e il Cristo risorto della mattina di Pasqua. Queste tre processioni attraversano i giorni più importanti dell’anno liturgico aperti con la santa messa in Coena Domini, quest’anno celebrata nella struttura donata alla comunità leonessana dalla Caritas nazionale e dalla diocesi di Rieti.

Tornando alle processioni, quella del “Cristo morto” guidata dalla confraternita “Santa Croce”, si è svolta nella notte del Venerdì Santo attraversando le strade cittadine e ritornando alla chiesa di San Francesco, luogo da cui era partita. Emozionante come sempre l’incontro che avviene al termine di questa processione tra la statua del Cristo morto e la sua santissima madre Maria; incontro che in genere avviene nella chiesa di San Pietro e che quest’anno, a causa della non agibilità della stessa, si è celebrato in piazza 7 Aprile, dinanzi alla sede comunale.
Alle 15 del Sabato Santo ha avuto inizio la processione della Madonna della Pietà (statua del peso di circa 4 quintali) che, portata a spalle dai confratelli della “Madonna Pietà e Grazie”, ha attraversato anch’essa tutte le vie cittadine.

A notte inoltrata la veglia pasquale ha dato inizio all’annuncio gioioso della Risurrezione. Per questo motivo si celebra, la mattina di Pasqua alle ore 7, la processione con lo stendardo del Cristo risorto. Si svolge, questa processione, in un clima di gioia: infatti il parroco che presiede, asperge con l’acqua benedetta della notte tutte le chiese e i partecipanti, ed è aperta, la processione, dal suono di tre campanelle portate a spalle dai confratelli. Al termine, la santa messa delle ore 8, celebrata quest’anno nella chiesa di San Carlo, ha dato il senso di una celebrazione partecipata oltre ogni aspettativa, così come tutte le funzioni religiose, visto il clima che si era creato a causa delle scosse di terremoto.

La benedizione delle uova e della “colazione di Pasqua” al termine della celebrazione ha fatto sì che si ripetesse un rito antico di questa nostra terra: le famiglie si ritrovano a condividere il cibo e la gioia tutti insieme nelle case divenute cenacoli di calore e di pace.

foto di Giorgia Palla

Processione del Cristo Morto

Processione della Madonna della Pietà

Intensa Settimana Santa nella parrocchia di Canetra

«Non abbiate paura. Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo, perché oggi noi gioiamo per Cristo che è veramente Risorto». È con questo augurio che don Ferruccio Bellegante, ispirandosi all’invito di San Giovanni Paolo II al momento della sua elezione al soglio pontificio, ha salutato la comunità di San Biagio a Castel Sant’Angelo nella celebrazione della Domenica di Pasqua, invitandola a non perdere la speranza, ma a gioire e brillare della luce del Risorto, che non tradisce mai.

Un’intensa settimana santa quella della piccola comunità di Castel Sant’Angelo, iniziata già sabato 8 Aprile con la Veglia delle Palme a Roma con il Santo Padre, a cui alcuni ragazzi della parrocchia hanno preso parte, seguita dalla tradizionale domenica delle Palme e poi via via i vari momenti forti, culminati nell’annuncio della gioia di Pasqua di domenica. Vari momenti è vero, ma tutti legati dall’unico invito, quello a mettersi in cammino, suscitato già da Papa Francesco ai giovani sull’esigenza di una Fede concreta, con i scarponcini ai piedi, sull’esempio proprio di Gesù che entra mite a Gerusalemme al grido di “Osanna, Osanna”, e con la stessa mitezza abbraccia la croce e si avvia sul Calvario, al grido di “Crucifige, Crucifige” . La nostra Fede è e deve essere, appunto, una fede in cammino, che non si può fermare a quella pietra rotolata davanti al sepolcro, e Gesù intrappolato dentro, e con lui le nostre speranza. In quel sepolcro c’è il nostro uomo vecchio, quello che spesso rotola una pietra davanti la sua tomba, agendo come se Gesù non esistesse più. Ma Egli, spezzando i vincoli della morte, risorge Vincitore ; tutto ricomincia da lì e tutto lì ha un senso: le nostre sofferenze, i nostri dubbi, le nostre paure.

È stato questo il punto su cui riflettere in questa settimana santa appena trascorsa, come durante la Via Crucis del venerdì santo animata da tutte le realtà della parrocchia, chiamate a meditare, ognuna, una stazione per comprendere ancora di più la necessità di una Parola che torna ogni volta a chiamarci per nome, o ancora la Santa Messa della domenica di Pasqua celebrata nella tensostruttura, colma fino all’inverosimile. Momenti diversi, ma fortemente sentiti nella loro “nobile semplicità”, che sono un po’ le impronte di una comunità parrocchiale che non si è paralizzata, ne intende farlo, ma anzi è in cammino. E’ in quest’ottica che forse quest’anno la Pasqua ha rappresentato un’occasione per meditare su quello che è stato, sulla necessità di passare per la croce, per raggiungere la salvezza, un invito a credere concretamente, e quindi, come ricorda il Vescovo Domenico, “a vivere alla luce del Risorto”, che non significa non cadere, non sbagliare, ma agire concretamente nella vita quotidiana, nonostante le cadute e gli sbagli, nella consapevolezza che se si è sulla strada giusta non si è mai soli.

È in quest’ottica che forse quest’anno la Pasqua può essere veramente la rinascita di questa comunità, come di tante altre, il fiore che sboccia nel deserto.

Sacre rappresentazioni e preghiera nell’intensa Pasqua di Poggio Bustone

A Poggio Bustone e nel santuario francescano che domina la valle sotto il paese, sono state vissute in modo intenso, come ogni anno, le ore che vanno dal Venerdì Santo al Lunedì dell’Angelo.

Per il venerdì che precede la Pasqua è stata infatti messa in scena una curata rievocazione vivente della Passione di Cristo, allestita in quattro momenti: l’Ultima cena, l’Orto degli ulivi, Il processo condotto da Pilato e la Crocefissione di Gesù. La rievocazione ha coinvolto tutte le strade del paese, dal piazzale antistante alla chiesa parrocchiale fino al cimitero, adottato come sfondo per la Crocefissione.

Il lunedì successivo alla Pasqua ha invece visto la memoria dell’Apparizione dell’Angelo alle donne presso il sepolcro sovrapporsi all’episodio dell’angelo che appare e annuncia a san Francesco il perdono di Dio per i suoi peccati di gioventù.

Una lettura compiuta portando in processione la statua del santo con le stimmate, al ritmo di litanie arcaiche cantate dalla gente del luogo: un corteo preceduto da croci di legno partito dal piazzale del santuario e giunto fino al Sacro Speco di Poggio Bustone, presso il quale è stata celebrata la messa.

Terminato il rito, ai fedeli non è mancata la tipica colazione di Pasqua, a base di palombelle e vino. Un momento conviviale che ha aggiunto il gioioso sapore della tradizione al momento del rientro del simulacro del santo in parrocchia.

Notte e messa di Pasqua con il canto del Coro “Valle Santa” per i frati di Greccio e Fontecolombo

Notte di Grazia al Santuario francescano di Fontecolombo, con la veglia pasquale presieduta dal Guardiano padre Marino Porcelli e concelebrata dai frati della comunità e dal Guardiano del Santuario di Greccio, con il canto del solenne annuncio pasquale, l’Exsultet, eseguito da padre Ezio Casella. Il servizio liturgico è stato animato dal Coro “Valle Santa” diretto dal maestro Elio De Francesco. Atmosfera d’intensa preghiera e partecipazione piena e commossa da parte dell’ assemblea.
Stessa gioia di Risurrezione è stata vissuta nella Santa Messa del giorno di Pasqua, presieduta dal guardiano padre Alfredo Silvestri al Santuario francescano di Greccio, con il Coro Valle Santa diretto dal maestro Elio De Francesco, che ha alternato canti di Marco Frisina ad altri d’impianto gregoriano.
La Valle Santa ed il suo Coro cantano la speranza sempre possibile e la vita che si rinnova.

Papa Francesco e il grimaldello che fa saltare l’ambivalenza

Il Pastore che non guarda a se stesso ma guarda al gregge che gli è affidato, a tutto il gregge, nessuno escluso. Pastore che non ha potere né economico né politico. Pastore che non ha nulla da difendere ma anche nulla da nascondere. L’ambivalenza dettata da un annuncio gioioso che si scontra con una realtà buia può essere allora in un qualche modo sciolta? Esistono vie d’uscita? Strade parallele che conducano altrove? Realmente siamo destinati, tutti nessuno escluso, alla morte? È innegabile. È così. Proprio qui, in questo punto e non in un altro, si gioca la fede: il Risorto non ha eluso la morte, non è un immortale che ha raggiunto l’empireo cavalcando un raggio di sole e ci guarda dall’alto

L’ascolto del messaggio di Francesco a tutto il mondo per richiamare credenti, pensanti, lontani e vicini ad essere percettivi “all’annuncio pieno di meraviglia dei primi discepoli: ‘Gesù è risorto!’ – ‘E’ veramente risorto, come aveva predetto!’”, suscita uno stato d’animo ambivalente, non ambiguo però.
La certezza del grande evento “dell’antica festa di Pasqua, memoriale della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù” che “raggiunge il suo compimento” e per la risurrezione di Gesù Cristo ci libera dalla schiavitù del peccato e della morte, dona slancio e luce al nostro quotidiano. Costruisce la nostra storia ben consapevole della ricchezza posta nelle nostre mani per poter varcare, giunti alla nostra personale fioritura, “il passaggio alla vita eterna”.
Siamo però solo secondi non primi, non in una gara agonistica o con un primato da conquistare ma nella discesa alla radice profonda della persona: la nostra è una risposta, nel riconoscere l’impronta di Dio nel banale e minuto quotidiano, magari… grigio ma solo per chi, appunto, non sa riconoscere e accettare il fascio di luce che lo illumina.
“Perdiamo la strada buona e andiamo errando come pecore smarrite”, ci smarriamo, perdiamo la fiducia in Lui ed anche la nostra autostima di figli di Dio.
Tocchiamo un fondo da cui, da soli, con le nostre forze ci è impossibile risalire. “Ma Dio stesso, il nostro Pastore, è venuto a cercarci, e per salvare noi si è abbassato fino all’umiliazione della croce”.
Il Risorto ci illumina, ci guida e ci salva per introdurci non sul cammino che ci conduce alla morte ma “ci attira sulla sua via, la via della vita… Egli prende sulle sue spalle tanti nostri fratelli e sorelle oppressi dal male nelle sue diverse forme”.
Allora sgorga spontaneo il canto: “E’ risorto il buon Pastore che per il suo gregge è andato incontro alla morte, alleluia!”.

Ci pare, così facendo che si dissolva l’ambivalenza. Invece permane quando consideriamo la concretezza, quella presa sul reale che Francesco non esita a denunciare:

  • Gli smarriti nei labirinti della solitudine e dell’emarginazione;
  • Le vittime di antiche e nuove schiavitù: lavori disumani, traffici illeciti, sfruttamento e discriminazione, gravi dipendenze;
  • I bambini e gli adolescenti privati della loro spensieratezza per essere sfruttati;
  • chi ha il cuore ferito per le violenze che subisce entro le mura della propria casa.

Quando poi lo sguardo si allarga e dalla persona si rivolge a tutto il mondo, la tenebra si incupisce:

  • il dilagare dei conflitti;
  • il traffico delle armi;
  • la Siria, vittima di una guerra che non cessa di seminare orrore e morte;
  • la mancanza di pace in tutto il Medio Oriente, a partire dalla Terra Santa, in Iraq e nello Yemen;
  • i conflitti, aggravati dalla gravissima carestia in Sud Sudan, Sudan, Somalia e Repubblica Democratica del Congo;
  • le tensioni politiche e sociali che in alcuni casi sono sfociate in violenza in America Latina;
  • l’Ucraina afflitta da un sanguinoso conflitto.
  • il continente europeo attraversato da momenti di crisi e difficoltà;
  • la grande mancanza di lavoro soprattutto per i giovani.

È un elenco dettato da un gusto morboso, da un temperamento angosciato e angosciante che gira il coltello nella piaga
È molto altro: il Pastore che non guarda a se stesso ma guarda al gregge che gli è affidato, a tutto il gregge, nessuno escluso.
Pastore che non ha potere né economico né politico.
Pastore che non ha nulla da difendere ma anche nulla da nascondere.
L’ambivalenza dettata da un annuncio gioioso che si scontra con una realtà buia può essere allora in un qualche modo sciolta?
Esistono vie d’uscita? Strade parallele che conducano altrove?
Realmente siamo destinati, tutti nessuno escluso, alla morte?
È innegabile. È così.
Proprio qui, in questo punto e non in un altro, si gioca la fede: il Risorto non ha eluso la morte, non è un immortale che ha raggiunto l’empireo cavalcando un raggio di sole e ci guarda dall’alto.
Il Risorto è sceso fino nell’abisso più tenebroso, ha toccato il fondo del nulla. Non per eroismo o esibizionismo, semplicemente per amore perché “con i segni della Passione – le ferite del suo amore misericordioso – ci attira sulla sua via, la via della vita”.
Da questo amore offerto liberamente a tutti scaturisce quella potente luce che il Risorto emana, che trapassa ogni conflitto, ogni sofferenza.
Il grimaldello che fa saltare l’ambivalenza, la polverizza in nome di una Luce non ancora nostra, quella Risorto appunto ma che attende e sarà nostra se a Lui guardiamo.

L’amore tra la Madre e il Figlio sullo sfondo della partecipata Via Crucis di Leofreni

Hanno partecipato in tanti al pio esercizio della Via Crucis a Leofreni, svolta di sera, al termine della liturgia del Venerdì Santo. Le vie del paese, illuminate dai lumini accesi dalle donne, sono state attraversate anche da giovani e bambini con le candele in mano. E proprio ad un giovane celibe è stata affidata la croce, mentre le donne portano la statua della Madonna Addolorata, vestita di nero.

Tradizione vuole che ad un certo punto la processione si divida, procedendo per un breve tratto su due strade distinte, per ricongiungersi nella stazione in cui Gesù incontra sua madre. Un momento sottolineato, oltre che dalla preghiera, da un canto, seguito dalla riflessione del parroco, don Giuseppe Ślazyk, sul tema dell’amore reciproco tra madre e figli.

Le campane recuperate dalle macerie tornano a suonare per la messa di Pasqua ad Amatrice

La messa Pasquale di Amatrice, celebrata all’aperto e presieduta dal vescovo Domenico Pompili si è conclusa con la benedizione delle campane recuperate tra le macerie e posizionate in una struttura provvisoria di metallo

Tanta partecipazione alla Messa di Pasqua presieduta dal vescovo Domenico ad Amatrice. Una liturgia dal forte sapore simbolico, durante la quale sono state 5 campane recuperate tra le macerie del sisma ad annunciare la risurrezione del Signore.

Una fede «che ci sfida a guardare le cose in modo diverso: non semplicemente in modo superficiale, ma con quella profondità che c’è necessaria per scoprire, insieme a Maria di Magdala, che anche se la vita si intreccia alla morte», non spetta a questa «l’ultima parola».

Vivere la Pasqua, infatti, vuol dire guardare il mondo a partire dalla risurrezione. Uno sguardo che il vescovo Domenico ha augurato a tutti, e specialmente ai figli delle terre tramortite dal 24 agosto in poi, che tuttora vivono angosce e disagi. Ma per risollevarsi è bene «evitare di rassegnarsi a ciò che cade ai nostri occhi, cercando invece di trovare la forza a partire della fede cristiana, che fonda nella risurrezione la sua spiegazione».

Foto di Daniela Rusnac

Veglia di Pasqua, il vescovo Domenico: «Il mistero della vita ci supera da ogni lato»

Una lettura del terremoto come segno della forza travolgente della vita, anche se «a noi, in questo spazio di tempo, suscita comprensibilmente solo paura»: è quella fatta dal vescovo Domenico ripercorrendo il passo evangelico della scoperta della resurrezione come riportato da Matteo.

«Della vita – ha ammonito mons. Pompili – sappiamo poco o niente», per questo «la forza sotterranea del terremoto ci sconvolge e ci atterra»: perché ci fa cogliere che «la realtà ci supera da ogni lato». Una condizione cui si può rispondere solo cercando di «prendere le misure per non esserne sopraffatti», ma evitando «l’ingenuità di controllare tutto e di poter misurare ogni cosa ci passa».

Eppure, il disvelarsi della condizione umana non deve spaventare: «non abbiate paura», incalza la voce dell’angelo rivolgendosi alle donne che vanno al sepolcro. E sono proprio loro a insegnare come si sta al mondo dopo l’evento della Pasqua, perché «a differenze degli uomini, sono aperte all’imprevedibilità della vita. Hanno paura, ma non per questo si lasciano bloccare e seguono l’istinto del cuore che le vuole accanto a Colui che hanno visto trafitto».

«La paura – ha rilanciato don Domenico – se assecondata è l’anticamera della rassegnazione e della paralisi. Anche quando intuiamo con il cuore certe cose, finiamo per non perseguirle per paura. E ricadiamo nella routine».

Quante volte sperimentiamo con sorpresa che l’amore è più forte dell’odio; che l’onestà è più gratificante della disonestà, seppure meno conveniente; che la verità è più efficace delle menzogna, ma abbiamo paura. E ci lasciamo bloccare.

Non è così per le donne che vanno al sepolcro di Gesù, che accolgono «non senza tremore» la «sorpresa della vita». Un’apertura al futuro che tutti siamo invitati a fare nostra.

«So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era deposto». Cita direttamente il vangelo, il vescovo Domenico, per evidenziare come non ci sia «alcun cedimento spettacolare nell’annuncio della Pasqua. La prova, se c’è, è negativa. È solo un indizio rivelatore».

Mons Pompili ha provato allora a guardare in fondo al «sepolcro è vuoto», ricavando l’essenziale: «se la morte non è più al suo posto, anche la vita non è più al suo posto».

Siamo nel cuore della fede: «Credere vuol dire questo: riconoscere che la vita è sempre ricevuta e non prodotta da noi. In concreto: vuol dire confidare meno nelle nostre performance tecniche e lasciarsi fare da Dio, come nell’atto della creazione».

Clicca qui per vedere il video dell’omelia su YouTube

La passione del Signore letta attraverso le tragedie del presente nella Via Crucis di Campoloniano

Partecipatissima Via Crucis nella parrocchia di Campoloniano. Le quattordici stazioni del pio esercizio sono state ricavate da altrettanti punti scelti tra le vie del popoloso quartiere a nord del centro cittadino. In un’atmosfera di silenzio e raccogliemento, la croce illuminata ha affrontato il percorso sostenuta da alcuni giovani della parrocchia.

Le dense meditazioni hanno intrecciato i diversi passaggi della Passione di Gesù con le tante sofferenze del nostro presente: un padre che scopre la malattia del figlio, la violenza contro le donne, il doloroso destino dei migranti.

Tanti volti dell’umanità sofferente, tante croci da portare, illuminate e riempire di senso dalla prospettiva della risurrezione.

A Borgovelino la Via Crucis vivente realizzata dai bambini

È stata una bella e partecipata Via Crucis vivente quella affidata ai bambini dalla parrocchia San Matteo Apostolo di Borgo Velino. Quest’anno, infatti, sono stati i ragazzi della prima comunione e della cresima, con le loro catechiste, a preparare il pio esercizio. Ed è stata una esperienza nuova, emozionante e molto suggestiva.

Il parroco don Giovanni Nieborak, parlando del Crocifisso, ha detto ai giovani di non avere paura della croce ma di amarla, di prenderla ogni giorno con loro, perché è il segno dell’amore che Dio ha per ogni uomo; croce per la vittoria del bene sul male, della vita sulla morte, della gioia sulla tristezza perché Cristo è risorto!

Una comunità a confonto con la Passione: l’intenso Venerdì Santo di Contigliano

È sempre una suggestione speciale, ma anche un’occasione di riflessione forte, la sera del Venerdì Santo in quel di Contigliano. Qui si può dire che gran parte della vita parrocchiale ruota attorno al gruppo che, annualmente, si impegna per preparare l’importante manifestazione che non si limita a commemorare scenograficamente la passione di Gesù, ma vuole proporre ogni volta uno stimolo a confrontarsi con essa.

A questo ha sempre mirato l’azione pastorale del parroco don Ercole La Pietra, che da quasi mezzo secolo guida la comunità cristiana contiglianese e all’evento del Venerdì Santo ha dedicato sempre il massimo, ponendo la preparazione di esso in primo piano come momento di catechesi e di formazione umana e cristiana dei giovani e meno giovani che vi si impegnano, componendo spesso di persona – o comunque supervisionando – i testi della sacra rappresentazione che si svolge al termine della processione del Cristo Morto.

Anche quest’anno, dalla cripta della collegiata di S. Michele Arcangelo si è snodata, venerdì sera, la processione che insieme alle statue di Gesù morto e della Vergine Addolorata vede sfilare i figuranti in costume: a partire da Mosè con le tavole della Legge, fondamento della fede di Israele, tutti i protagonisti dell’evento della passione, dai soldati romani a cavallo ai membri del Sinedrio, con discepoli, pie donne, abitanti di Gerusalemme, la Veronica, il Maestro crocifisso e i ladroni…

Compiuto il giro del paese tra Contigliano alto e basso, terminato il corteo la folla si è radunata presso il palco montato dinanzi alla chiesa di S. Antonio per la sacra rappresentazione, intitolata quest’anno Quo vadis Domine? Non una mera drammatizzazione della passione secondo la narrazione evangelica, ma un revocarne il valore in una pièce che spinga a meditare sul senso, secondo un testo inedito, ogni anno nuovo, appositamente scritto, uscito quest’anno dalla penna di Claudio Fallavolita.

Presentato da don Ercole, il dramma sacro voleva essere un interrogarsi, attraverso i dialoghi che vedevano protagonisti Pilato, Erode Antipa, Caifa e il Sinedrio, gli apostoli e le donne, attorno al sepolcro vuoto. Partiva dunque dalla Pasqua e dal “dibattito” che un Messia crocifisso e risorto provoca sulle coscienze: la presenza quasi “evanescente” di Gesù manifestava il suo essere un “crocifisso eterno”, il Vivente per sempre che ogni volta risale su quella croce… Quo vadis Domine?, il “dove vai Signore” che Pietro secondo la pia tradizione avrebbe pronunciato a Roma prima del suo martirio, è qui la domanda di fondo che il Pietro di ogni tempo rivolge a Gesù, che sempre risponde di voler andare continuamente a occupare quella croce che gli uomini di qualunque epoca sono chiamati ad abbracciare. Il dialogo tra il Signore e la Madre su questa “eterna attualizzazione” del sacrificio del Golgota ha fatto così da sfondo alla scena finale della crocifissione riprodotta dai figuranti sulla balconata della collegiata quale evocazione di un dono d’amore che non conosce confini di spazio e di tempo.

foto di Sara Marchili