Gesù più forte di ogni male (Mc 5,1-20)

Leggi e rileggi

Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva a tenerlo legato, neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva spezzato le catene e spaccato i ceppi, e nessuno riusciva più a domarlo. Continuamente, notte e giorno, fra le tombe e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: “Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!”. Gli diceva infatti: “Esci, spirito impuro, da quest’uomo!”. E gli domandò: “Qual è il tuo nome?”. “Il mio nome è Legione – gli rispose – perché siamo in molti”. E lo scongiurava con insistenza perché non li cacciasse fuori dal paese. C’era là, sul monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono: “Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi”. Glielo permise. E gli spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare; erano circa duemila e affogarono nel mare. I loro mandriani allora fuggirono, portarono la notizia nella città e nelle campagne e la gente venne a vedere che cosa fosse accaduto. Giunsero da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. Quelli che avevano visto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te”. Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli quello che Gesù aveva fatto per lui e tutti erano meravigliati.

Medita e rifletti

L’idea che l’intera storia umana sarebbe una lotta tra il bene e il male, si trova non solo in molti antichi miti sull’origine del mondo, o nella religione manichea, ma, in qualche modo, anche nella dialettica di Hegel e, addirittura, nella teorizzazione della lotta di classe di Marx. Anche il vangelo presenta questo combattimento drammatico e universale, questa lotta terribile e colossale, che coinvolge l’uomo. Nel presente brano di Marco, due forze sovrumane si confrontano. L’una è la potenza del male, l’altra la potenza del bene che opera in Gesù. La prima è un impulso e un istinto di morte, la seconda è un principio di vita. La lotta tra la forza di distruzione e quella della vita termina con la vittoria di quest’ultima.

La potenza del male è inaudita. È una “legione”, che ha una forza sconvolgente e irrefrenabile, tanto malefica che angoscia e atterrisce molti nostri contemporanei. Essi si sentono impotenti, smarriti, quasi soggiogati da tanta mortifera violenza che a volte esplode visibilmente, mentre più spesso resta occulta e indecifrabile. La reazione il più delle volte è quella di chiudersi in se stessi, di abitare nell’ombra. Si finisce, così, per eleggere il proprio domicilio nel regno della morte e rintanarsi fra i sepolcri, come l’indemoniato di Gerasa. Il male tiene l’uomo nella tomba.

Non è facile vincere il male. Solo la forza di Gesù sa contrastare questa potenza immane. Solo Gesù trionfa sullo spirito del male, solo in Gesù l’uomo può essere veramente e definitivamente libero.

La paura del male nelle sue multiforme espressioni, dalle possessioni diaboliche, al malocchio, alle fatture, al plagio, ma anche a quelle forme tutte interiori e personali, quali le forme di perversione, psicosi, depressione ecc. provoca un enorme disagio e una forte sofferenza, oltre che una esasperata ricerca di liberazione sovente disattesa e delusa da parte di tanti improvvisati “stregoni”. Solo nel Signore c’è salvezza vera e duratura, solo chi si affida a lui non avrà nulla da temere. Solo il nome di Gesù che significa “Dio salva” è garanzia di vita, di serenità, di vittoria, di buona riuscita. Solo con lui l’uomo non avrà nulla da temere. Ed è gratis!

  • Sono anch’io tra coloro che la paura del male conduce ad abitare nell’ombra, nel regno della morte?
  • Che cosa suscita in me l’espressione utilizzata da Gesù “Io vinco il mondo”?
  • Quando anche la mia vita diviene un campo di battaglia tra bene e male, tra vita e morte, come affronto la prova? Come cerco di uscirne?

Prega

A Te o Dio, vincitore del male, Signore del mondo e della storia innalzo la mia preghiera. Tieni lontano da me ogni male, non abbandonarmi nell’ora della prova. Ch’io possa sperimentare la forza vittoriosa della tua invincibile presenza.

Agisci

La paura del male non mi porterà ad affidarmi nelle mani di fallaci e costosi banditori di rimedi occulti, fallimentari e pericolosi. Porrò invece la mia speranza e la mia certezza solo in Dio e nel Figlio suo Gesù.

Chi ha fede non ha nulla da temere (Mc 4,35-41)

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In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”.

Medita e rifletti

Vento, tempesta, bufera, onde violentissime, la barca vacilla ingovernabile, ogni flutto sembra ingoiarla, per poi miseramente risputarla il balìa della prossima onda vorace come una fauce spalancata. Un terrore oscuro e angosciante si impadronisce dei naviganti. Non c’è più fiato per gridare l’assordante angoscia, gli occhi sono spalancati a scrutare la notte umida e salmastra, ma non un approdo, non un appiglio, non un riparo. Maledetto il giorno dell’audace, temerario imbarco, quando si credeva di poter sfidare impunemente le oscure forze degli abissi. Eppure, Qualcuno ci ha spinti fiduciosi a salpare. Ma ora dov’è, che fa il nostro Dio?

Non potrebbe essere questa una parabola della nostra vita? Prima o poi, per tutti, scende la notte della sofferenza, dell’angustia. Con tutti la disperazione ha fissato un ineludibile appuntamento. Scoraggiamento, fatica, stanchezza, rinuncia, smarrimento, inesorabili, tracciano sulla nostra vita la loro trama inquietante. Altro che speranza, ottimismo, fiducia o gioia di vivere! La paura cresce, cresce a dismisura, nessuno le sfugge e tutti precipita nel baratro. La paura ci soffoca, ci stritola, ci opprime. La paura ci ingoia, ci blocca, ci paralizza. La paura ci domina, ci condiziona, ci schiavizza. Essa nasce, timidamente ma inesorabilmente, dalla nostra poca fede.

Ciò che si contrappone alla fede e la contraddice non è l’incredulità ma la paura. “Perché siete così paurosi? Perché non avete ancora fede?” Credere, avere fede, nel linguaggio biblico evoca l’idea della sicurezza, della solidità, della stabilità, della fermezza, dell’appoggiarsi su qualcuno di cui si è sicuri. Credere è porre un fondamento forte e stabile come una roccia. La fede è vigore che viene dall’alto, è forza per resistere nella prova. Il credente è colui che non conosce paura, certo com’è, che nulla potrà mai separarlo dall’amore di Cristo. Nonostante l’irruenza del male, la morte non avrà potere su chi crede. Il Dio della vita lo sostiene saldamente per offrirgli sicura protezione. Forse, è giunto il momento di scoprire che la fede non consiste tanto nel “credere a…”, ma nel “fidarsi di…”. La nostra fede non può continuare ad essere solo quella un po’ teorica e dottrinale, che è oggetto di discussioni astratte e spesso inconcludenti. Essa è chiamata a diventare una scelta esistenziale, uno stile di vita. Ancor meglio essa richiede di essere l’accoglienza di un dono capace di mettere in fuga ogni paura.

  • Che cosa significa fidarsi di Dio? Quando mi sono fidato di Dio e quando invece ho pensato che a Lui non importasse nulla della mia vita?
  • Qual è la paura che domina, la mia vita, mi irretisce e mi paralizza?
  • Tra l’essere pavido e l’essere temerario è possibile che giunga ad essere forte del sostegno di Dio, fidandomi della sua presenza e della sua parola?

Prega

Immerso nei flutti della vita, quando la fatica si fa sentire e lo smarrimento mi assale, grido a te Signore della vita, mio baluardo, mia difesa, mia potente salvezza. A te che sei la mia roccia mi aggrappo con tutte le forze, sapendo per certo che su di Te posso contare. Portami al largo Signore della mia storia e conducimi ad un approdo di pace.

Agisci

Quando sentirò crescere la paura, mi impegnerò a dilatare gli spazi della fede, implorando: “Credo Signore, aumenta la mia fede”.

La logica del Regno: se è piccolo è meglio (Mc 4,30-34)

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Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Medita e rifletti

Solo passeggiando immersi nei boschi, si ha la possibilità di vedere come può essere, al suo inizio, un grande albero. Il sottobosco spesso è ammantato di un sottile velo di verde tenerissimo: non sono fili d’erba, ma le prime timide foglie di ciò che un giorno sarà una foresta di svettanti, robusti e preziosi alberi di alto fusto.

Ciò che sembra insignificante custodisce in sè un’enorme ricchezza, ciò che valutiamo di poco conto ha un futuro di grandezza. Anche nella storia della salvezza, sarà il piccolo “resto” del popolo d’Israele ad essere destinato a divenire una moltitudine immensa. Dio è il custode dei “piccoli”, è il loro futuro. Dio protegge “l’insignificante” e gli dona incremento. Dio coltiva ciò che non ha nessun credito e lo fa maturare. Dio raccoglie ogni pietra scartata e la costituisce testata d’angolo. Dio guarda “l’umiltà della sua serva” esclamò stupefatta la vergine di Nazaret. Dio innalza gli umili!

È una scelta, uno stile, una strategia; è un progetto.

Quanto diversi i nostri criteri: solo ciò che è vistoso e appariscente ci appaga; solo ciò che è consolidato ci dà sicurezza. Riusciamo a scommettere solo su ciò che è significativo. Ricerchiamo l’uomo forte, il leader, le grandi masse. E’ il tempo delle multinazionali, delle grosse imprese, dei centri commerciali, delle grandi potenze; chi è solo, piccolo, è destinato ad essere fagocitato. Non ha futuro. Ci sentiamo forti della nostra forza, dobbiamo far sfoggio del nostro potere, occorre stupire e impressionare, dare visibilità, per rincorrere il successo, perché “anche l’occhio vuole la sua parte”. Ciascuno è valutato in relazione a dei mezzi di cui dispone. Non daremmo un soldo bucato ad un sognatore circondato da dodici seguaci, e men che meno, saremmo disposti a scommettere su di lui. Così va il mondo!

Il regno di Dio, invece, corre su un altro binario, persegue una logica del tutto diversa, poggia su un’unica grandezza, quella di Dio. I figli del regno sanno che Dio sceglie “ciò che nel mondo è stoltezza per confondere i sapienti”, sceglie “ciò che nel mondo è debolezza per confondere i forti” (1 Cor. 1,27). Contro ogni logica umana, i figli del regno continueranno a seminare e a coltivare piccoli granelli di senapa, sui cui rami i figli del mondo, un giorno, se lo vorranno, potranno trovare riparo.

  • So riconoscere che Dio è il custode del segreto di una vita non ancora svelata, anche di quella piccola e indifesa?
  • So far mia la logica tutta divina che predilige ciò che è piccolo e insignificante, dando importanza e custodendo con amore ciò che è fragile, debole e per sua natura non si impone, lavorando con pazienza perché possa crescere e svilupparsi?
  • So vivere nell’umiltà, nel nascondimento, oppure desidero apparire, essere considerato, stimato un “grande”?

Prega

O Dio che ti prendi cura anche dei passeri del cielo, e conti i capelli del capo di ogni uomo, aiutami a non disprezzare nulla solo a ragione della sua piccolezza e dell’umana insignificanza. Disponi il mio cuore a dare il giusto valore a ciò che ai tuoi occhi è grande e meritevole di ricevere incremento. Che io non mi risparmi, nella pazienza e nella speranza, a coltivare con passione ciò che oggi può essere guardato con indifferenza, ma che un giorno potrà divenire motivo di consolazione per molti.

Agisci

Vorrò iniziare a mutare la mia vita, partendo dalle piccole cose quotidiane, da ciò che sembra non avere importanza ed è trascurato, nella consapevolezza che sarà proprio da queste cose che potrà realizzarsi il prodigio.

È solo Dio che fa fruttare il seme (Mc 4,26-29)

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Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Medita e rifletti

Come avviene spesso nella Scrittura, anche in questa parabola la sorgente della salvezza viene, con molta forza, riposta in Dio solo. Questa constatazione conduce a rovesciare completamente la convinzione di una religione affidata all’uomo, al suo valore, alla sua giustizia, alle sue opere buone, al suo impegno. Essa sospinge ad abbandonare la riva farisaica dell’autogiustificazione, della presunta giustizia frutto della propria meticolosa osservanza di leggi e precetti, dello sfacciato accampare diritti dinnanzi a Dio, forti dei meriti accumulati ai suoi occhi, del parossistico e frenetico impegno finalizzato a conquistare, o peggio ancora ad acquistare, il paradiso. La convinzione che la salvezza viene da Dio, invita a piantare la tenda della nostra fede sul terreno del puro dono, della totale fiducia, della squisita gratuità, della accoglienza stupefatta, della gioia immeritata, del paziente abbandono, dell’autentico riconoscimento che appunto tutto viene da Dio. Solo così non viene “resa vana la croce di Cristo” (1 Cor, 1,17).

Ci troviamo impreparati al pensiero che Dio possa salvarci con la sola sua gloria, col solo suo amore e ci diamo un gran da fare, come se tutto dipendesse da noi, come se fosse il nostro agitar l’aria a far maturare il seme deposto nel solco. Una tale verità, una “religione” che di questa verità se ne faccia carico, è perciò, tanto difficile e difficilmente predicata! Il pericolo dell’inerzia, dell’accidia spirituale, del “quietismo” è sempre minaccioso, eppure dobbiamo riconoscere che anche dopo aver fatto tutto, siamo sempre “servi inutili” e che dinnanzi a Dio, nonostante le nostre molteplici realizzazioni, dovremmo presentarci a mani vuote. Solo così egli potrà ricolmarle di ogni bene, di una misura ricca, pigiata e traboccante di buon grano.

Un tale atteggiamento religioso appare scandaloso agli occhi di tutti coloro che non sono in grado di contemplare la propria esistenza con gli occhi sereni e lieti del contadino, capaci di scorgere l’opera misteriosa e segreta che Dio, e solo lui, compie nel nostro “campo”. Un tale atteggiamento conduce a far si che possa cessare la religione della pretesa e del ricatto, e possa inaugurarsi la religione della riconoscenza e della lode. Basta con la religiosità delle rivendicazioni e diritti, iniziamo anche noi ad intonare il cantico dei redenti: “Grandi e mirabili sono le tue opere o Signore Dio onnipotente…” (Ap.15,3). Tutto è grazia!

Sono consapevole che il Regno di Dio porta con sé un principio di sviluppo che lo porterà al suo pieno compimento malgrado ogni forza contraria?

So rimettere tutto nelle mani di Dio: la mia vita, i miei progetti, il mio stesso destino eterno?

Sono consapevole della vanità della mia arroganza, dell’inutilità del diritto che accampo sulla mia vita e forse anche su Dio stesso e la sua opera?

Prega

Perdona Signore le mie reiterate pretese. La pretesa di potermi salvare da solo, l’assurda pretesa di rendere vana la Croce del tuo Cristo, perché tanto ci pensano le mie buone azioni a salvarmi; l’inaudita pretesa che debba essere tu ad adeguarti alla mia logica. Fammi comprendere che la fatica delle opere di bene, il sudore della mia carità altro non sono che una risposta al tuo dono d’amore. A condurmi al salvezza non è la mia risposta ma il dono del tuo amore. Questo realizza la salvezza, quella mi aiuta ad accoglierla.

Agisci

Prenderò l’abitudine di presentarmi a Dio a “mani vuote”, perché sia Lui a ricolmarle di ogni bene, per non dover cessare mai di intonare, insieme a Cristo, il perenne Rendimento di Grazie.

Bruciare per fare luce (Mc 4, 21-25)

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Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

Medita e rifletti

Come nella parabola del seminatore Gesù sottolinea la necessità di non soffocare il seme del regno di Dio, annunciato dalla sua parola, così nel presente brano siamo invitati a non chiudere gli occhi dinanzi alla luce che si impone e che, se accolta, diventerà sempre più sfolgorante. La luce di cui si parla è Gesù, la sua persona e il suo vangelo. Il regno che egli è venuto a inaugurare è un fuoco che vuol divampare, una luce che vuole risplendere, ma divamperà a suo tempo e brillerà a suo modo. Quando Gesù sarà “innalzato da terra” (Gv 12,32), allora sarà manifestata a tutti la sua luce, solo allora sarà posta sul lucerniere: il candelabro della croce. Contro ogni logica umana, sarà il nascondimento della morte a manifestare il fulgore della gloria del Signore.

Il lento, faticoso, ma inesorabile, “venire” della luce, così come si è manifestato duemila anni fa, nell’esperienza di Gesù, continua sempre a riproporsi nella vita della chiesa. Oggi, invece, non vi è chi non veda che la predicazione cristiana, in cui dovrebbe farsi presente il mistero luminoso del regno di Dio, sia svalutata, come una moneta che non ha più corso legale. Contro la comunità cristiana, chiamata ad essere segno eloquente delle grandi opere di Dio, nubi oscure e minacciose si addensano: incomprensione, rifiuto o solo indifferenza. Il tentativo delle tenebre di occultare la luce è sempre in azione; cercare di sottrarre ossigeno alla fiamma per farla collassare su se stessa è un espediente sempre attuale. Gli stessi discepoli, per non infastidire o forse peggio, per non essere infastiditi, abdicando al posto che loro compete “sul monte”, sembrano essere tentati di rannicchiarsi negli esigui spazi della penombra. Quante talpe dello spirito hanno ripreso a scavare artistiche catacombe, tanto sicure quanto lontane da occhi indiscreti! Quante cripte sotterranee, appaganti aule di mistiche rivelazioni o di liturgiche esaltazioni, ma incapaci di irradiazione. Quanti cunicoli e gallerie in cui risuona soffocata quella parola che, invece, andrebbe proclamata dai tetti. E’ la dissoluzione della speranza, lo svanire della certezza evangelica che ci dice come anche una piccola luce ha il potere di dissolvere le tenebre più oscure. Ma chi ha ancora il coraggio di “bruciare” per far luce?

  • Gesù nella mia vita è luce manifesta?
  • So essere testimone delle grandi opere che Dio compie nella mia vita e nel mondo?
  • Ho passione a sufficienza per “bruciare” per fare luce?

Prega

Signore Gesù, vera luce innalzata dal Padre sul lucerniere della croce per illuminare la vita di ogni uomo e del mondo intero, donami il coraggio di vivere gli spazi aperti, di testimoniare la mia fede alla luce del sole, di bruciare di una fede così appassionata tanto da portare un raggio di sole, di vita e di speranza a tutti coloro che mi vivono accanto.

Agisci

Non mi vergognerò della luce che Cristo ha acceso in me, con parole e nelle scelte quotidiane farò in modo che un raggio di tale luce possa illuminare il mio ambiente di vita.

Il seme di dio e la nostra terra (Mc 4, 13-20)

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E disse loro: “Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno”.

Medita e rifletti

Ci troviamo qui di fronte ad un bell’esempio di lavoro redazionale. In effetti la spiegazione della parabola del seminatore sembra non essere opera di Gesù ma dell’evangelista, che con grande abilità applica la parola di Gesù alla situazione della sua comunità cristiana. Egli, con mente lucida, avverte le difficoltà che la Parola incontra nel crescere in seno alla Chiesa, le individua con precisione, convinto com’è che è proprio confrontandosi con tali ostacoli che la fede deve alla fine trionfare. In questa esegesi ecclesiale, la parabola del seminatore finisce per diventare la parabola del seme e del suo destino o se si vuole la parabola del terreno e dei suoi vari gradi di fertilità. L’evangelista individua tre gravi ostacoli che impediscono alla Parola di portar frutto: Satana, le tribolazioni-persecuzioni, le preoccupazioni mondane.

L’intelligente opera di questa comunità che sa confrontarsi con la parola di Dio, per rinvenire di fronte a questo specchio tersissimo le proprie inadeguatezze, deve spronare la Chiesa di oggi e i singoli credenti a continuare quest’opera di confronto e di esame, a crescere nella capacità di autocritica dinnanzi al vangelo, per comprendere, nell’oggi della sua situazione, quali siano gli atteggiamenti, le situazioni, i modi di agire e di pensare stimmatizzati dalla parola di Gesù. Se, quando leggiamo il vangelo, lo sentiamo davvero rivolto a noi, e ci appare come un appello che ci mette con le spalle al muro, allora, ci si sente davvero messi in discussione, e nel caso specifico, chiamati ad individuare gli ostacoli che non permettono alla Parola di attecchire nel nostro cuore di credenti.

Forse, le nostre difficoltà hanno oggi, altri nomi, vestono altri panni, rispecchiano altre situazioni.

Forse, una difficoltà tutta nostra, capace di soffocare il seme della Parola, è un certo “razionalismo” che ci fa credere nella nostra logica come unico criterio di tutte le cose, impedendoci di accogliere la sconvolgente logica di Dio, spesso umanamente tanto illogica e niente affatto razionale.

Un’altra difficoltà tutta nostra è quella specie di sfiducia che ci attanaglia e ci paralizza, una sfiducia secondo la quale in un mondo come il nostro è impossibile realizzarsi come uomini e come cristiani. Si tratta insomma della convinzione, sottile e nascosta, che oggi non è possibile vivere il vangelo, ma occorre interpretarlo, accomodarlo, adattarlo. Sarebbe proprio bello e ci piacerebbe anche, inguaribili idealisti come siamo, vivere in purezza evangelica, ma sempre e di nuovo affiora, mesta e dispiaciuta, quasi a malincuore la sfiducia di cui si parlava che ci fa scuotere la testa, che soffoca i nostri ideali, che ci riporta coi piedi per terra, che ci richiama alla nostra vita spesso desolata e desolante e alla fine sterile.

C’è poi il denaro che è l’idolo di sempre, l’idolo che sorge con prepotenza dalle nostre stesse viscere. Opulenza, benessere, comodità, sicurezza economica, sono i miti di cui sembra non si possa a fare a meno e che di giorno in giorno stanno alimentando quel mostro che finirà per divorarci, ma che, intanto, già oggi, ha già divorato la Parola che ci dà la vita.

  • Riesco a comprendere che il vangelo è un appello rivolto a me, so mettermi in discussione dinnanzi alla Parola di Dio?
  • Quali sono le forze nefaste che cercano di soffocare nel mio cuore il seme della Parola? Oltre a individuarle so combatterle e ridurle all’impotenza?
  • Sono anch’io tra coloro che credono che sia impossibile vivere il vangelo? Anch’io penso che l’insegnamento di Gesù è un bel ideale, ma la vita e ben altra cosa?

Prega

Il fuoco del tuo Spirito o Dio d’amore, alimenti in me grandi ideali, sogni e speranze cui dedicare la vita, per cui lottare con passione senza mai arrendersi. La tua Parola sia per me sorgente inesauribile di vita che zampilla per placare la sete di molti, e dal seme mietuto copioso possa realizzare il pane per la fame dell’uomo.

Agisci

Dinnanzi al vangelo saprò fare autocritica, pensando che la Parola di Dio è prima di tutto rivolta a me e mi chiama a conversione.

Occhi nuovi non solo per guardare ma per vedere (Mc. 4,10-12)

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Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”. (Mc. 4,10-12).

Medita e rifletti

È alquanto sconvolgente!

Non ci è stato sempre insegnato che Gesù, da abile e sapiente maestro, ha utilizzato le parabole, piccole perle di una fervida immaginazione a servizio della verità, per meglio far comprendere ai suoi ascoltatori l’ineffabile mistero del regno di Dio? Come mai, allora, in questo passo sembra, invece, che lo scopo delle parabole sia non quello di rivelare, ma di occultare la verità, di renderne non più facile ma quasi impossibile la comprensione? Nel Vangelo si dice, infatti, che tutto viene esposto “in parabole perché guardino, ma non vedano, ascoltino, ma non comprendano” (4,12).

Che strano!

E poi, non ci è stato sempre detto che il messaggio evangelico è rivolto a tutti? Perché allora sembra qui che Gesù faccia delle indebite discriminazioni, catalogando i suoi uditori in due categorie: da una parte coloro che vengono designati con “voi” (i discepoli) e dall’altra “quelli di fuori”? Che razza di discorsi sono mai questi?

L’esatta comprensione di questo testo è d’obbligo se non si vuol rischiare l’equivoco.

In effetti le parabole, come ogni altro insegnamento di Gesù, possono essere contemporaneamente o una luce folgorante, oppure uno oscuro enigma; una gioiosa scoperta, oppure un angoscioso interrogativo. In entrambi i casi esse stimolano la ricerca, impongono una scelta. La loro comprensione richiede di interrogare Gesù (v.10) e di interrogarsi su Gesù. Solo confrontandosi con lui, le parabole dispiegano tutta la ricchezza di senso che le inabita e tutta la loro disarmante chiarezza. Per comprenderle, occorre non solo “udire” e “guardare”, ma “ascoltare” e “vedere”. Due verbi questi ultimi molto importanti in quanto rinviano ad un atteggiamento di fede, di apertura del cuore, di disponibilità ad accogliere la misteriosa azione dello Spirito che plasma il cammino verso la verità, che non è una idea astratta, ma Cristo Gesù stesso da incontrare, da cui lasciarsi affascinare, da seguire. E’ proprio per tale ragione che Gesù divide i suoi uditori in due categorie: “Voi” e “quelli di fuori”. Non si tratta di due gruppi di persone definite stabilmente, quanto piuttosto di due modi di essere: familiari o estranei, discepoli o antagonisti, accoglienti oppure ostili. Chi si apre all’azione dello Spirito è disarmato dinnanzi alla rivelazione del mistero del regno, e quindi può accoglierlo e comprenderlo; chi, invece, è rinchiuso in se stesso non permette alla verità di far breccia nel proprio cuore e nella propria mente. E’ d’obbligo, dunque, affermare che anche la comprensione delle parabole esige la conversione. Solo chi si converte è in grado di trasformare l’udire in ascolto e il guardare in visione. Questo è quello che vuole dire Gesù quando, citando Isaia, afferma: “Tutto viene esposto in parabole perché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì ma non comprendano, perché (ma si potrebbe leggere: “a meno che”) non si convertano”.

E così è svelato il mistero!

  • Riesco a comprendere che nei confronti di Gesù quanto più lo si ama, tanto più lo si conosce?
  • Mi rendo conto che l’insegnamento di Gesù non è una dottrina finalizzata a solleticare la mente, ma una sapienza che interpella la vita: pensare, volere, agire?
  • Insieme a Gesù, che mi cambia il cuore, so “ascoltare” e “vedere” anche le attese del mondo?

Prega

Padre di bontà infinita rendi attento il mio orecchio alle Parole del Figlio tuo, rendi sensibile il mio cuore per amarti con tutte le forze, rendi limpido il mio occhio per vedere le necessità dei fratelli.

Agisci

Con l’orecchio teso alla Parola di Dio e l’occhio vigile verso i fratelli mi impegnerò ad essere un vero discepolo.

Nel seme che muore la certezza del raccolto

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Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: “Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno”. E diceva: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!”.  (Mc 4, 1-9)

Medita e rifletti

Non è sempre facile cogliere in pienezza e nella sua complessità l’insegnamento che Gesù tenta di trasmetterci attraverso quei piccoli capolavori di creativa e ingegnosa sapienza che sono le parabole. Riascoltare per l’ennesima volta la parabola del seminatore, se da una parte ci dà l’opportunità di intravederne la ricchezza di contenuto, dall’altra, ci permette di mettere in evidenza almeno l’aspetto fondamentale.

Il tema del regno di Dio, anche se non menzionato esplicitamente, costituisce il nocciolo di questa parabola. Essa esprime la profonda fiducia di Gesù circa la certa realizzazione del regno, che giunge a maturazione nonostante le difficoltà, o forse, proprio attraverso di esse. Gesù sta spargendo ovunque con parole e opere, il lieto messaggio del regno. Nell’immediato il risultato di tale annuncio è la mormorazione, l’incomprensione, l’ostilità che giunge fino al proposito omicida (Mc 3,6). Egli vede la sua opera già coronata di spine, incamminata verso un probabile insuccesso, verso un tragico fallimento. E’ ripensando all’antica storia della salvezza, e forse meditando il salmo 126 “Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo”, che Gesù attinge la sua incondizionata fiducia nella fecondità della parola di cui è portatore, nel successo della sua missione. Essa è come il seme: ora viene seminato tra mille difficoltà, una parte di esso però cade sotto terra e muore. In questo suo scomparire sotto terra, è garantito il raccolto. La semina, con le sue difficoltà, non è un semplice inconveniente, ma la condizione indispensabile e necessaria affinchè esploda il giubilo della mietitura. Nell’esperienza della semina, Gesù vede svelato il mistero del regno di Dio: il mistero della morte per la vita, mistero che lo coinvolge e lo interpella personalmente, mistero che dispiega e disvela la parabola della sua stessa vita.

A tutti, prima o poi, capiterà di sperimentare lo scoraggiamento e la sfiducia nel momento in cui il proprio impegno cozza contro l’incomprensione, l’indifferenza, il “menefreghismo”, o peggio ancora contro l’ostilità degli altri, o addirittura contro l’incertezza e lo smarrimento proprio. In tale frangente non resta che riascoltare il canto di speranza del seminatore che, nelle brumose giornate autunnali, mentre getta nella terra il seme, già intravede l’alba radiosa in cui i suoi occhi si inebrieranno alla vista dei campi dorati.

  • So riconoscere che nella mia vita tutto è seme che esce dalle mani di Dio?
  • Ho compreso che per essere grandi nel Regno di Dio, occorre farsi piccoli?
  • Quale tipo di terreno è la mia vita? Sono una terra arida e sassosa, oppure una terra buona che permette al divino seminatore di raccogliere copiosi frutti?

Prega

Padre buono e paziente, nei momenti di aridità, quando mi sembra che tutto ciò che faccio sia inutile e infruttuoso, nutri in me la certezza della fecondità della tua Parola. Apri il mio cuore alla fiducia nella intrinseca forza della Parola e alla logica del Regno. Fa che il canto della speranza non sia soffocato neppure dalle tenebre della notte più oscura.

Agisci

Non mi arrenderò dinnanzi alle prime difficoltà, nella certezza che l’epilogo del cammino sarà con certezza positivo.

Maria: madre e figlia del Figlio suo

Leggi e rileggi

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”.

Medita e rifletti

Solo qui e in 6,3 l’evangelista Marco accenna alla madre di Gesù. In entrambi i casi si tratta di un cenno fugace, di rimbalzo, senza che ad essa venga attribuito un ruolo particolarmente importante. Qui, addirittura, sembra di trovarsi dinnanzi ad una secca sconfessione di Maria e dei parenti più prossimi di Gesù. Sembra come se Gesù volesse prendere le distanze dalla sua famiglia di sangue, per eleggersi, invece, una nuova famiglia di adozione: i suoi discepoli. Spesso, però, le cose non sono così come appaiono. Contrariamente alle apparenze, ci troviamo qui di fronte ad uno degli elogi più belli che Gesù rivolge a sua madre. In effetti Gesù ci dice che Maria è grande perché è stata la prima credente, la prima discepola, colei che più di ogni altro si è messa in ascolto della parola di Dio e si è impegnata a compierne la volontà. Ben poco valore avrebbe la generazione biologica di Maria nei confronti di Gesù se, nel contempo, essa non avesse vissuto l’esaltante esperienza di una generazione spirituale, se a legarla al Figlio non fosse stato anche un rapporto di figliolanza, oltre che di maternità. Tutti ricordiamo l’incipit del canto alla vergine del sommo poeta: “Vergine Madre figlia del tuo figlio…” attraverso cui Dante in modo conciso e sublime, coglie la vera essenza della vertiginosa altezza della madre di Gesù. Prima di lui, S. Agostino aveva affermato che Maria, prima di concepire nel grembo, aveva concepito nel cuore, ed era stato questo secondo concepimento, tutto interiore, a rendere possibile il primo. Tanto forte, tanto intensa, tanto vera e profonda è stata l’accoglienza che Maria ha riservato al Verbo di Dio, da dargli carne e sangue!

L’elogio di Gesù alla madre spalanca vertiginose possibilità e abissali offerte anche per ogni credente. Ogni discepolo, infatti, è chiamato a diventare “madre” di Gesù, è chiamato, cioè, a concepire Gesù nel proprio cuore. È l’invito ad un rapporto con lui tanto intenso, così pregnante, tanto intimo e così stretto, da poter essere paragonato alla maternità. Il discepolo è tale solo quando, nella sua vita, riesce a dare carne e sangue alla Parola, accolta, custodita e messa in pratica, solo quando riesce a tramutare in storia concreta l’ideale rapporto d’amore che lo lega al Cristo, solo quando lo stare sulle orme di Gesù si tramuta in familiarità assidua e reale, quando sente scorrere nelle sue vene lo “stesso sangue” di Gesù, lo stesso anelito: fare la volontà del Padre.

Ogni discepolo è madre di Gesù ogni qual volta lo “genera” al mondo.

  • Sappiamo anche noi, come Maria, fare un passo indietro per lasciare che altri possano stare accanto a Gesù?
  • Sentiamo scorrere nelle nostre vene lo stesso anelito che bruciò la vita di Cristo: fare la volontà del Padre?
  • Sappiamo concepire Cristo in noi, nell’ascolto amoroso della sua Parola, per darLo al mondo come Parola fatta nuovamente carne nelle nostre scelte di ogni giorno?

Prega

Che io compia o Dio la tua volontà, e in questa volontà ch’io veda la mia piena realizzazione e la mia più grande gioia. Che nella Tua Parola accolta e fatta crescere in un cuore docile, io possa dare carne e sangue al Vangelo del Figlio tuo, e ancora una volta Cristo venga offerto al mondo dalla testimonianza dei suoi discepoli.

Agisci

Oggi metterò in atto qualcosa che mi costa particolarmente, nella consapevolezza che nel doloroso travaglio di un parto difficile, con la materna intercessione della Vergine Maria, potrò generare Cristo Signore nella mia vita.

Al comune buon senso il Vangelo antepone una “sana” follia

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Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: “È fuori di sé”.
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”. Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito impuro”.

Medita e rifletti

Del “buon senso” è d’obbligo parlar bene. È la sedimentazione di una sapienza antica di secoli, è l’espressione più civile e corretta di quella ingegnosità che permette di cavarserla e di sopravvivere in mezzo ad ostacoli e intoppi di ogni genere. Il “buon senso” veste i panni rassicuranti della prudenza e, quasi sempre promana da una volontà di autoconservazione. Quante volte e da quante parti viene invocato almeno un “pizzico di buon senso”, anche solo una briciola di quella sapienza umana fatta di esperienza, di circospezione, di equilibrio, di moderazione, di pazienza, di tutto ciò che fa della storia una maestra di vita.

Gesù, invece, sembra voler tessere l’elogio della follia. Il suo agire, il suo parlare dovevano essere proprio fuori da ogni schema di comune buon senso, se i suoi familiari lo considerano “fuori di sé” e si affrettano ad andarlo a prendere per ricondurlo a casa e, soprattutto, a più savi pensieri, a più equilibrati comportamenti. Il loro è un comune buon senso compassionevole, familiare, protettivo. L’insegnamento di Gesù e il suo comportamento dovevano essere tanto “fuori dalle righe” tracciate in maniera così nitida dalla tradizione, da indispettire e far perdere la pazienza all’arzigogolato e cavilloso “buon senso” degli scribi i quali perentoriamente sentenziano che è “posseduto Beelzebul” e quindi da eliminare in quanto pericoloso. Il loro è un buon senso ostile, astioso e infine omicida. Insomma, chi in difesa del buon nome della famiglia, chi in difesa delle sane tradizioni e dell’ordine pubblico, tutti tentano di mettere Gesù in grado di non nuocere.

Stentano a morire il “buon senso mondano” e la “sapienza religiosa”, incapaci come sono di presentarsi disarmati dinnanzi alla “follia di Dio” che è più sapiente degli uomini (1 Cor 1,25), sempre restii a lasciarsi contagiare dalla febbre divina che si è impossessata di Gesù.

Spesso anche noi, familiari di Gesù, siamo tentati di impossessarci di lui; forse lo consideriamo un pazzo o quanto meno un imprudente, e così cerchiamo di sfrondare il suo insegnamento da ogni punta eccessiva, da ogni esagerazione, da ogni sconvolgente dichiarazione, affinchè tutto sia più liscio, più piano, più accomodante, più in sintonia col comune buon senso. A furia di addomesticare Gesù e il suo vangelo stiamo completamente guarendo dalla sua “febbre divina” che dovrebbe invece contagiarci. Così rischiamo di sentirci dire: “lungi da me satana, perché pensi secondo gli uomini e non secondo Dio” (Mc 8,33).

  • Mi stimo prudente quando mi tengo fuori della vita degli altri, quando non accetto di essere coinvolto in situazioni che mettono a rischio la mia tranquillità?
  • Mi lascio provocare dalla sapienza di Dio che sconvolge ogni regola del sano buon senso degli uomini?
  • Quante volte per il cosiddetto “amor di pace”, abbiamo voltato le spalle ad una situazione che richiedeva il rischio di una rottura?

Prega

Inebriami o Dio del tuo Santo Spirito, accendi in me il fuoco della radicalità evangelica, pervadi tutto il mio essere della sana follia della croce. Istilla nel mio cuore la stessa logica che guidò il Signore Gesù: logica di passione e di zelo, logica di entusiasmo e di totale coinvolgimento, logica di un amore senza misura e senza remore.

Agisci

Quando se ne presenterà la situazione, saprò osare, senza conformarmi, per paura, all’opinione corrente, testimoniando così una franchezza tutta evangelica.

Accoccolati sul cuore di Gesù (Mc 3, 13-19)

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Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì. 

Medita e rifletti

Con la forza del sua parola che chiama e convoca, Gesù crea una realtà nuova. Come nella notte dei tempi, il suono della parola di Dio aveva evocato all’esistenza ogni essere, così ora un nuovo popolo viene chiamato alla luce: i Dodici, germe della chiesa.

Ad essi Gesù affida due compiti, che sono come due vele che permetteranno alla nave della Chiesa di solcare i mari della storia, fino all’approdo definitivo nell’immenso e sicuro golfo dell’eternità: “stare con lui”, “predicare e scacciare i demoni”.

Innanzitutto “stare con lui”. Ciò implica la necessaria e irrinunciabile vicinanza a Gesù: entrare in intimità con lui, conoscerlo nel profondo e seguirlo con decisione, compiere le sue stesse scelte, nutrire i suoi stessi sentimenti, ricevere il suo stesso battesimo, bere il suo stesso calice. Si tratta, in fondo, per chi vuole essere suo discepolo, di condividere la sua stessa sorte: tentato e provato, ma incrollabile nella sua fedele figliolanza al Padre, caparbio nell’amore fino al patibolo. Porsi costantemente alla sua scuola, tener fissi gli occhi su di lui senza distoglierli neppure per un istante, tendere mendìchi le mani a lui affinché, sempre e di nuovo, le colmi di sé, cibo e nutrimento per la nostra vita. Stare con lui sullo stesso legno, stare con lui accoccolati nel suo cuore, stare con lui per dimorare noi in lui e lui in noi.

In secondo luogo “predicare e scacciare i demoni”. È la missione di annunciare e testimoniare il vangelo, è il servizio generoso e costante all’uomo e alla sua vita, è il faticare e il sudare per i fratelli per condurli alla verità, al bene, al bello. E’ l’impegno diuturno perché ogni uomo sia salvo, è il condividere la sorte di tutti coloro che sopportano il peso della vita, donando speranza e fiducia. E’ il dinamismo dell’amore che lotta e vince ogni forma di male.

Il nostro errore, spesso, è quello di credere che si possa “predicare e scacciare i demoni” senza prima “stare con lui”. Stare con lui è la fonte e la sorgente dell’azione salvifica della chiesa e dei singoli discepoli di Gesù. L’azione senza la contemplazione rischierebbe di essere solo un improduttivo “inquietarsi e affannarsi per molte cose” (Lc 10,41). La contemplazione senza l’azione si risolverebbe in una fede disincarnata e sterile. Senza lo sguardo contemplativo rivolto a Cristo, la Chiesa finirebbe per non essere più se stessa, ma solo un’agenzia di mutuo soccorso. Senza un fattivo impegno a servizio del mondo e dell’uomo, la Chiesa, ripiegata su se stessa, tradirebbe la sua missione. Occorre che i discepoli sappiano essere contemplativi nel servizio e servizievoli nella contemplazione. Questa volta non si tratta di scegliere!

  • So riconoscere che il primo impegno di ogni discepolo è stare con Gesù, vivere in intimità con lui, conoscerlo sempre meglio, seguirlo sempre di più?
  • Sento urgente l’anelito ad annunciare e testimoniare il vangelo perché ogni uomo sia salvo?
  • So riconoscere la voce del Signore che mi chiama e mi interpella? Il mio cuore è attento a ciò che il Signore ogni giorno mi chiede?

Prega

Signore Gesù, come un bimbo in braccio a sua madre, così vorrei adagiarmi sul tuo petto e percepire i battiti del tuo cuore e da tali battiti essere educato ad amare Te e tutto ciò che Tu ami. Rendimi disponibile ad accogliere la tua chiamata che ogni giorno mi invita a conoscere Te e a contribuire alla salvezza dei fratelli.

Agisci

Saprò ritagliarmi ogni giorno un momento, anche breve, di intimità col Signore Gesù. Mi impegnerò a vincere il male con il bene.

La passione di Gesù per la barca di Pietro

Leggi e rileggi

Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse. (Mc 3,7-12)

Medita e rifletti

Anche Gesù ha la sua “Luna Rossa”, una barca della quale sembra non poter fare a meno. Di volta in volta la barca è rifugio, è pulpito, è letto, è cattedra. Vi sale per gustare l’intimità coi suoi discepoli, ne scende per andare incontro alle folle (Mc 4,1; 4,35ss; 5,2.18.21; 6,31s.; 8,13). Dalla barca rivolgerà il suo insegnamento in parabole, sulla barca cercherà un sonno ristoratore mentre infuria la tempesta.

È importante notare come, proprio adesso nel vangelo, quando già si profila all’orizzonte la sagoma oscura della croce, perché già si era “tenuto consiglio contro di lui per farlo morire” (Mc 3,6), inizia la “passione” di Gesù per la “sua” barca. E’ indubbio che sotto il simbolo della barca si cela la realtà della chiesa. Per il momento è solo una piccola realtà, come un pezzetto di lievito, che ben presto fermenterà tutta la pasta. E’ a questo punto che inizia, in modo nascosto, quasi dimesso, la vita della Chiesa. Attorno a quella barca, a quella piccola Chiesa, comincia a radunarsi una folla sempre più crescente, il nuovo popolo di Dio. Da quella barca, da quella piccola Chiesa Gesù comincerà a far udire la sua voce e inizierà a formare il suo popolo con un insegnamento nuovo. Su quella barca, in quella piccola Chiesa troveranno diritto di cittadinanza tutti i miseri, i poveri, gli ammalati, i derelitti, coloro che sono nel bisogno, chi cerca speranza, chi vuole aiuto, chi attende salvezza.

Molti, anche tra i credenti, pur esprimendo la loro adesione al Signore Gesù, faticano ad aderire alla chiesa, o la accettano quasi come un male necessario, o la sopportano con indifferenza o inquietudine: eppure il popolo di Dio si trova tutto su quella barca che è la chiesa. Sarà pur vecchia, avrà pur bisogno di restauro, forse è fragile e con qualche falla, ma è pur sempre la “passione” di Gesù. Spesso è sballottata da onde fragorose, ma il Signore la sostiene e la sospinge verso un approdo sicuro. E’ quasi certo che essa oggi non possa competere con i numerosi “transatlantici” che solcano i mari della storia, le “navi da crociera” ben attrezzate con a bordo i più sofisticati strumenti di navigazione. Eppur Gesù predilige la Sua Barchetta, in cui egli stesso è il timoniere e che sospinge in avanti con l’agile soffio dello Spirito.

È pura follia fidarsi di un mezzo tanto inadeguato. Se non genera sospetto e derisione per lo meno fa sorridere; ne faremmo volentieri a meno, preferiremmo altri mezzi e magari seguire una rotta tutta nostra. Invece, volere o no, occorre proprio salirci a bordo.

  • Mi fido dell’insegnamento della Chiesa, so fidarmi di lei anche quando infuria la tempesta?
  • So accettare come compagni di viaggio e aprire il cuore a quanti hanno bisogno di sperare ancora?
  • So riconoscere nella Chiesa fondata da Cristo la “barca” di cui Lui è il timoniere e che lo Spirito sospinge nel mare della storia verso lidi di eternità?

Prega

Signore Gesù quant’è difficile a volte fidarsi della tua Chiesa. Quant’è difficile volerle bene soprattutto quando ne scopro difetti, vigliaccherie, interessi mondani e imperfezioni. Aiutami ad amarla come l’hai amata e continui ad amarla tu pur costatandone l’inadeguatezza. Aiutami a cogliere in essa l’indispensabile mediazione salvifica che mi porta a conoscere Te e a lasciarmi condurre dallo Spirito.

Agisci

Mi sforzerò di amare la comunità ecclesiale a cominciare dalla mia parrocchia. Non giudicherò i miei compagni di viaggio, ma offrirò loro la mia amicizia e con loro condividerò i doni che Dio mi ha dato. Senza nasconderne le inadempienze mi impegnerò in modo fattivo e operoso a contribuire, con la santità della mia vita affinché la Chiesa risplenda nel mondo come sacramento di salvezza.

Il nostro cuore aperto alla novità dello Spirito (Mc 3,1-6)

Leggi e rileggi

Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: “Àlzati, vieni qui in mezzo!”. Poi domandò loro: “È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?”. Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: “Tendi la mano!”. Egli la tese e la sua mano fu guarita. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire. (Mc 3,1-6)

Medita e rifletti

Siamo ad una svolta!

Da questo punto del vangelo, la mormorazione prima, l’ostilità poi, dei farisei nei confronti di Gesù si muta in decisione: “tennero consiglio contro di lui per farlo morire”. Troppo sconcertante il suo messaggio, troppo disinvolto il suo atteggiamento, quasi arrogante e irrispettoso: “Costui bestemmia” (Mc 2,18). E’ pericoloso, una mina vagante: “deve morire”. La sublimità del dono di Dio, il suo “esserci” inaudito, il suo schierarsi dalla parte dell’uomo, viene percepito come “bestemmia”… e Gesù è triste “per la durezza del loro cuore”. Non ci si accosta a Gesù con animo disarmato, non ci si lascia interpellare da lui, non si è disponibili ad una qualsiasi novità. Chi è avviluppato nel sospetto, chi veste i panni dell’inquisitore, chi dall’alto delle sue sicurezze crede di poter e dover giudicare, chi teme la forza prorompente della novità, non può che opporre un rifiuto, e già si staglia all’orizzonte il tragico epilogo: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire” (Gv 19,7). Tragico epilogo non solo perché segnerà la morte di Gesù, ma anche e soprattutto perché manifesterà l’ostinato e definitivo rinchiudersi degli scribi, nella tombale fortezza della legge impenetrabile alla grazia, l’ennesima decisione di perdere l’appuntamento con Dio, l’ultimo e disperato tentativo di sottrarsi al giudizio salvifico di Dio, attribuendosi il ruolo di giustizieri. Inspiegabile dramma di una collettiva follia suicida!

Più che il peccato, è l’indurimento del cuore nella sua presunta “giustizia” a sottrarre l’uomo dall’amoroso effluvio di grazia che proviene da Dio, e così la morte spirituale è già accovacciata dinnanzi alla porta di casa. La sclerocardia è l’unica penna in grado di scrivere l’antivangelo! Proprio da questa chiusura del cuore, Gesù è venuto a salvarci. Il suo intento è che ogni cuore possa davvero aprirsi e vivere. La mano chiusa e rinsecchita di quell’uomo che egli si trova dinnanzi nella sinagoga è immagine del cuore ostinato, indurito e necrotico di quei farisei che lo scrutavano per accusarlo. Come insieme a quella mano egli avrebbe voluto sanare anche i loro cuori! Ma essi tacevano.

La storia si ripete. Quante e quante volte ancora, dinnanzi alla novità, alla vita, al futuro, alla vivacità dello Spirito, dinnanzi all’inaudito manifestarsi del dono di Dio, ci accadrà di tacere? Un cuore che non batte rinserra la bocca in un conato di sospetto, in un brivido di paura, in una smorfia di morte. E’ ora di un trapianto, un trapianto di cuore!

  • Anch’io sono tra coloro che mormorano, alimentano le ostilità, seminano zizzania?
  • Sono sicuro di non nascondermi dietro le regole e le norme per giustificare la mia intolleranza verso il fratello?
  • So aprire il mio cuore alla carità che tutto perdona?

Prega

O Dio Padre dei poveri e Signore dell’universo crea in me un cuore nuovo, un cuore capace di stupore per le meraviglie del tuo amore; un cuore capace di cogliere e di assecondare l’offerta di salvezza che in Cristo offri ad ogni uomo. Che non mi accada di giudicare i tuoi progetti di bene e non me ne renda colpevolmente ostile.

Agisci

Non progetterò di dare la “morte” a qualcuno solo perché esula dai miei criteri, saprò accogliere la novità e da essa saprò lasciarmi interpellare. Porrò ogni impegno a dilatare il mio cuore per accogliere anche ciò e anche chi è diverso.

Prima di tutto l’uomo

Leggi e rileggi

In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?». Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

(Mc 2,23-28)

Medita e rifletti

Più e più volte abbiamo la sorpresa, leggendo il vangelo, di dover constatare che il “pensiero felice” di Gesù è l’uomo. Il vero valore, l’autentico fine, lo scopo supremo, l’interesse primario di Gesù è l’uomo e la sua autentica e integrale liberazione: tutto il resto, anche Gesù, Dio stesso, è al suo servizio. Forse con un pizzico d’azzardo, ma credo a buon diritto l’uomo è stato definito il “Dio di Dio”. Non è per l’uomo infatti che Dio ha creato l’universo? Non è per lui che ha intessuto una meravigliosa trama di salvezza sul telaio della storia? Non è per lui che ha mandato il suo unico Figlio? Non è per lui che Gesù maestro e Signore si è fatto servo fino a chinarsi e lavare i piedi dell’uomo, fino a versare il suo sangue per lui? Non vi è altro interesse nel cuore di Dio se non l’uomo. Non vi è altro primato da lui stesso stabilito se non quello dell’uomo. E’ una rivelazione sconcertante e allo stesso tempo semplicissima ed immediata.

È una presa di posizione senza fronzoli, lontana mille miglia da ogni casistica. In tutte le persone che vengono portate davanti a Gesù egli vede solo l’uomo, non gli importa chi siano, cosa abbiano fatto; ciò che importa è che sono “uomini”. Ciò gli basta per decidersi a guarirli, a sfamarli, a perdonare i loro peccati. Quanto diverso è il nostro atteggiamento, quanto poco evangelici i nostri criteri! A noi stanno più a cuore i principi, la verità, la legge, le pratiche religiose, le regole, le norme, il diritto, la giustizia, tutte cose per altro lodevoli. Peccato che in tutto questo spesso dimentichiamo l’uomo, i suoi bisogni, le sue fatiche, le sue speranze. Peccato che spesso il nostro patetico rincorrere i “sani principi” sia a scapito dell’uomo, dell’uomo concreto che ci troviamo davanti, dell’uomo con un nome e un cognome, con un suo passato e un suo futuro. Su questo nostro modo di pensare il vangelo ci chiama ad una metamorfosi.

Se l’ “osservante” assolutizza la legge, cercando nella sua scrupolosa osservanza un mezzo di autoliberazione, se il “ritualista” assolutizza le pratiche religiose, trasformando la fede in magia e in nevrosi, se l’ “ortodosso” assolutizza la verità, rischiando di diventare fanatico e intollerante, il discepolo, invece, mette al primo posto l’uomo pur senza assolutizzarlo e si scopre al suo servizio, impegnato nella sua promozione. Il vero discepolo sa che gesti, riti, formule, leggi, istituzioni sono tutte realtà che hanno sì un valore, ma del tutto relativo e funzionale all’uomo; esse tanto più valgono quanto più lo servono e lo promuovono, tanto meno valgono quanto più lo soffocano e lo uccidono. Secoli di storia non sono ancora bastati per farci digerire una verità tanto semplice; così, spesso, ci tocca constatare di essere sulla sponda opposta di Dio. Coraggio facciamo la traversata: Prima di tutto l’uomo!

  • Sono consapevole che il modo migliore di onorare Dio, è quello di onorare e servire l’uomo?
  • Sono capace di privilegiare le persone, le loro esigenze i lori bisogni, piuttosto che i principi e le norme?
  • Devo annoverarmi tra i “ritualisti”, oppure tra gli “ortodossi”, oppure sono consapevole che l’unico assoluto é Dio per amore del quale sono chiamato a promuovere l’uomo?

Prega

O Dio, Padre buono, amante dell’uomo e suo amico, infondi in me il tuo Spirito di carità affinché io possa amare Te nell’uomo e l’uomo in Te. Dammi la forza di impegnarmi senza riserve, ad immagine di Cristo Gesù, nel servizio umile e generoso all’uomo affinché la mia fede sia vera e il mio vivere il vangelo concreto e fruttuoso.

Agisci

Mi rapporterò con cortesia e carità verso chiunque e in modo particolare verso quelle persone verso le quali l’istinto mi porterebbe all’indifferenza o al giudizio.

Amare per piacere, non per dovere

Leggi e rileggi:

I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero da lui e gli dissero: “Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?”. Gesù disse loro: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno. Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri, e si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!”. (Mc, 2,18-22)

Medita e rifletti:

Da che mondo e mondo sono due le concezioni religiose che si fronteggiano, due modi diversi di vedere Dio e di intendere la relazione dell’uomo col suo Signore. Da una parte, si erge come un picco dalle altezze vertiginose, irto, roccioso ma rassicurante, la necessità del “dovere”, la via seriosa della penitenza, lo stile generoso del dare a Dio i frutti della nostra buona volontà, delle nostre rinunce, delle fatiche cui in fondo affidiamo il compito di redimerci, di farci diventare graditi al Signore, di piegare verso di noi e a nostro beneficio la sua benevolenza. E’ la mentalità commerciale del “do ut des” che tenta di striare il nostro rapporto con Dio. Dall’altra si distende sotto i nostri occhi l’oceano sterminato del “piacere”, il piacere di accogliere dalle mani di Dio il dono gratuito del suo amore, nulla da dare, nulla da carpire, tutto invece da accogliere con gratitudine e riconoscenza. È la gioiosa e stupefatta esperienza di chi si vede fatto oggetto di un amore che lo sovrasta e lo investe. Sono due tipi di umanità che si fronteggiano: da una parte di “figli di Davide”, dall’altra i “figli di Mical”. A fronte dell’atteggiamento di Davide che riconoscente danza nudo dinnanzi all’arca del Signore, si staglia l’atteggiamento di Mical, moglie di Davide, che ritiene disdicevole lo stile e il comportamento del re, poco serio, poco rispettoso, poco solenne e per nulla consono alla gravità regale e divina.

Ci sono di quelli che impostano la loro vita religiosa nell’ottica della rinuncia, e della privazione, credendo in questo modo di far piacere a Dio. A tutti costoro occorrerebbe ricordare quell’antico detto ebraico che recita: “Nel giorno del giudizio, Dio chiederà a ciascuno: “Perché non hai goduto di tutte le cose belle che ho creato per te? Perché non sei stato felice con le mie cose buone?”.
L’immagine sponsale con cui Gesù si presenta, ci offre l’aspetto più nuovo ed inaudito del vangelo: è tempo di gioia, è tempo di festa, perché ormai si celebrano le nozze di Dio con l’umanità. In questa immagine nuziale, che gioca sulle corde più profonde e delicate dell’universo simbolico dell’uomo, si dischiude ai nostri occhi un nuovo orizzonte: Dio stesso si è concesso all’uomo, la sua tenera condiscendenza è la dimensione in cui l’uomo deve sentirsi avvolto e in cui è chiamato a muoversi. Il “dovere” di amare Dio si è disciolto nel “piacere” di sentirsi amati da Lui: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio” (1 Gv 4,10). Per questa ragione i discepoli di Gesù non digiunano, perché hanno creduto all’amore e hanno parte al banchetto nel quale Dio si dona all’umanità. Verranno i giorni in cui anche i discepoli di Gesù digiuneranno. Essi, però lo faranno in modo diverso: non tanto per mettere in atto un’opera meritoria da presentare a Dio per riceverne una qualche ricompensa, ma come espansione e prolungamento dell’amore, non come rinuncia ma come offerta perché l’offerta e il dono generino condivisione e solidarietà; perché ciò di cui il discepolo si priva segni il riscatto di chi vive nella privazione e attraverso la carità dei credenti l’amore di Dio raggiunga ogni uomo e sbocci il sorriso sulle labbra di colui che riceve e di colui che dona.

  • Che tipo di religiosità è la mia? Quella del dovere, della legge che uccide? O quella del piacere, dello Spirito che vivifica?
  • Il mio rapporto con Dio è liberante e fonte di gioia oppure è sorgente di rimorsi e di paure?
  • Sono più preoccupato di amare Dio o sono capace innanzitutto di gustare la pace che deriva dal sentirsi da lui amati?
  • Le mie rinunce le vivo come un prezzo da pagare a Dio per riceverne qualche ricompensa, o sono gesti di condivisione affinché l’amore di Dio che si riversa su di me giunga ad ogni uomo?

Prega:

O Padre, ineffabile eterna gioia e fonte perenne di gioia per tutti i tuoi figli, avvolgimi nell’ estasiante vortice del tuo amore affinché vivere da figlio tuo sia per me esperienza di libertà e di pace appagante. Donami di vivere la mia fede nella riconoscenza e nella lode, nella gratitudine e nel canto. E non cessi mai il canto anche nel momento della rinuncia e del sacrificio, della privazione e della carità, perché tu o Signore, ami colui che dona con gioia.

Agisci:

Metterò ogni impegno affinché il mio rapporto con Dio sia liberato da ogni gretta logica commerciale che intristisce, per tuffarmi nell’oceano sconfinato della logica dell’amore gratuito che fa palpitare il cuore e danzare la vita.

La presunzione di credersi perfetti

Leggi e rileggi:

Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Udito questo, Gesù disse loro: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”.

(Mc 2,13-17)

Medita e rifletti:

Uno dei punti di maggior incomprensione tra i “ben pensanti” e Gesù, è il fatto che Gesù non fa distinzioni fra persone. L’atteggiamento è sconcertante, difficile da accettare. E’ un atteggiamento che sovverte una logica all’apparenza tanto evidente quanto condivisa: il Messia, il Santo d’Israele non può accompagnarsi con chiunque, col primo che incontra, col forestiero o col peccatore, con adultere o con chi collabora con l’oppressore straniero. Il Messia dovrebbe circondarsi di persone “per bene”, dovrebbe avere a che fare solo con i “giusti”, i “puri”, i “migliori”. Con essi e non con altri egli avrebbe dovuto costituire un gruppo tutto speciale, una “elite” di persone al di sopra di ogni sospetto, chiamando a raccolta il “fior fiore” della società. Solo un gruppo così sarebbe credibile e gli darebbe credibilità. Del resto, da che mondo e mondo, le cose sono sempre andate così. Cos’è questo nuovo vezzo di mettere insieme tutti senza discernimento, senza ritegno? Cos’è questa intollerabile commistione? Che poi gli scarti della società, la feccia del mondo, le persone equivoche, coloro che vengono guardati dall’alto in basso, diventino addirittura “commensali” è quanto meno inaudito, inaccettabile! L’evidente preferenza di Gesù per soggetti “poco raccomandabili” preoccupa e scandalizza le persone di “sani principi”. Ma qui emerge con prepotenza la diversa logica che anima e guida Gesù: se la salvezza è un dono di Dio, essa si rivolge a coloro che non sono in grado di conseguirla e non a coloro che siedono presuntuosi ritenendo di averla già in tasca. Lo stare a tavola di Gesù con i peccatori, se da una parte è segno di una nuova speranza offerta a tutti coloro che si sentono perduti, dall’altra è una tremenda sferzata ad ogni atteggiamento di autosufficienza e di perbenismo. Il modo di fare di Gesù non è frutto di qualunquismo confusionario, di cecità o di noncuranza nei confronti del peccato che non vuole minimamente scusare, né una sorta di colpevole e ammiccante “complicità” nei confronti dei peccatori, ma la forte e inequivocabile affermazione che il male più grande è la presunzione, che spesso diviene chiusura, intolleranza, intransigenza. A nessuno è stato affidato il monopolio della giustizia. A ciascuno, invece, è stata data la possibilità di ricevere in dono la salvezza. La linea di demarcazione tra bene e male, tra giusto ed empio, non passa tra uomo ed uomo, ma all’interno di ciascuna persona. E’ una lacerante discriminazione, non sociale, ma tutta interiore. Essa non dovrebbe generare schieramenti, gruppi, partiti, chiese, ma conversione personale.

Chissà se riusciremo a capire la lezione o continueremo, invece, a pensare che “lontano” è sempre e solo qualcun altro!

Mi capita di sorprendermi a nutrire sentimenti di discriminazione nei confronti di persone che non reputo alla mia altezza, o degne di rispetto? Quanto in me c’è del “perbenismo farisaico”?

So evitare la complicità col peccato, ma vivere la compagnia col peccatore?

Sono convinto che la linea di demarcazione tra bene e male lacera anche la mia vita, prima ancora che essere linea di discriminazione tra le persone? Credo forse di essere perfetto?

Prega:

Signore Gesù, che sei venuto a chiamare i peccatore e a guarire i malati, rendimi compagno di ogni uomo, soprattutto di coloro che il mondo reputa perduti. Le mie parole e i miei gesti non siano motivo di discriminazione nei confronti di alcuno. Fammi comprendere che tu chiami tutti, senza esclusione, a sedersi alla mensa del tuo Regno, e chiami me a condividere con gli “ultimi” il pane della terra e il cammino della vita.

Agisci:

Non giudicherò il fratello, non farò preferenze di persona. Riterrò gli altri migliori di me, a tutti saprò offrire una speranza di riscatto e un posto alla mia mensa.

L’offerta radicale di una salvezza da accogliere e da donare

Leggi e rileggi

Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”. Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”. E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”. Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”. (Mc 2,1-12)

Medita

L’uomo è sempre alla disperata ricerca della salvezza. La brama e la desidera con tanta intensità che per essa farebbe qualsiasi cosa. Spesso però l’anelito alla salvezza si riduce alla ricerca del benessere fisico come se la salute del corpo potesse acquietare quell’intima e struggente esigenza che popola i giorni e le notti. Al paralitico che con ogni mezzo vuole trovarsi di fronte a Gesù, per ottenere da lui la tanto sospirata guarigione del corpo, il maestro di Nazareth narra di una salvezza ben più grande, inaspettata, sconcertante. Talmente sconcertante è la proclamazione di Gesù che, non solo il paralitico resta perplesso, ma ancor più gli astanti, i quali mormorano: “Costui bestemmia”. Ma Gesù sa bene che se gli è stato concesso il potere di guarire, è solo perché ben altre guarigione egli deve operare. Se Dio gli concede di donare la salute, è solo perché venga reso manifesto il potere che egli ha di donare la salvezza. In effetti, quando Gesù dice: “Ti sono rimessi i tuoi peccati”, indica che la grazia di Dio, quando ci sfiora con la sua mano, ci fa completamente nuovi fuori e dentro, corpo e cuore, fisico e spirito. E’ questo lo straordinario annuncio che il Signore Gesù proclama, e che siamo chiamati a riaffermare. E’ l’annuncio dell’immenso amore di Dio che non tiene conto delle colpe commesse, che le cancella e le condona, che le dimentica e se le getta alle spalle. E’ l’affermazione inaudita e nuova che narra di un Dio che non ci guarda così come siamo, ma come potremmo diventare, che non scruta la nostra realtà, ma contempla la nostra idealità, il nostro volto per lui non è quello che abbiamo, magari deturpato e inadeguato, ma quello che lui immagina e vuole.

L’offerta della salvezza che il Figlio di Dio, è venuto a portarci, in nome del Padre, è una offerta salvifica totale e radicale, è un perdono che penetra non solo il nostro passato e il nostro presente, ma anche il nostro futuro. Sono certo, qualsiasi cosa accada, che Dio ha già perdonato il mio peccato, prima ancora che io l’abbia commesso!

Ti sono rimessi i tuoi peccati” di questo avevamo bisogno per ritrovare dignità e bellezza, per riannodare i fili della speranza, per sentirci amati di un amore incondizionato e totale come solo Dio sa fare.

A pensarci bene però, l’amore di Dio alcune condizioni le pone: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Non possiamo limitarci a chiedere perdono e salvezza, occorre altresì offrire perdono e salvezza. Come potremmo pretendere la remissione dei nostri “debiti” se al contempo non fossimo capaci di condonare a nostra volta ai nostri debitori? E quanti debiti riteniamo imperdonabili, quanti ce ne siamo legati al dito, quante offese ricevute ci rodono forse da anni! Quante vertenze aperte con parenti e amici, con conoscenti e vicini di casa cui non riusciamo a perdonare una offesa, uno screzio, un malinteso. Quante lacerazioni da ricucire all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità cristiane. Quanti rancori da sopire, quante vendette da far cadere!

Anche a noi Gesù rivolge la sua parola: “Figliolo ti sono rimessi i tuoi peccati”, ed è per noi una parola di vita che ci offre una nuova possibilità, che ci rimette in cammino, che ci libera, che chiude definitivamente il nostro passato per aprirci un futuro nuovo. Anche noi però siamo chiamati a coltivare pensieri di liberazione, a dire finalmente tutte le parole non dette, a compiere tutti quei gesti dimenticati, parole e gesti di riconciliazione, di perdono, di pace.

Se fossimo capaci, come Dio è capace, di dimenticare il passato, e di perdonare così come siamo stati perdonati, forse anche dai nostri contemporanei potremmo sentire esclamare: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”

Sento che la mia esistenza si fonda sul perdono ricevuto da Dio? Un perdono gratuito, incondizionato e completo?

Sento questo perdono come l’offerta di una vera e radicale salvezza che mi apre ad un nuovo futuro senza rimorsi, per vivere nella novità di vita concessa ai figli di Dio?

So perdonare, senza se e senza ma, senza rimpianti, dimenticando le offese ricevute, offrendo sempre e a tutti una possibilità di riscatto?

Prega

Signore Gesù, sacramento dell’amore perdonante del Padre, che hai rimesso le mie colpe e mi hai riscattato dalla schiavitù del male e del peccato, per risanare la mia vita e conferirgli quella dignità e quella bellezza che fa di ogni uomo la gloria e il vanto di Dio, donami la capacità di offrire ad ogni fratello perdono e riconciliazione, perché come ho gratuitamente ricevuto, io sappia gratuitamente dare.

Agisci

Oggi finalmente compirò quel gesto di riconciliazione da troppo tempo rinviato, offrendo di cuore e senza riserve il mio perdono totale.

Dalla compassione di Gesù alla vittoria dell’uomo

Leggi e rileggi:

Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

(Mc 1,40-45)

Medita e rifletti

Gesù non è un guaritore distratto e frettoloso, né un taumaturgo spinto da interessi di fama e di popolarità, e neppure un predicatore insensibile. I suoi interventi miracolosi spesso sono dettati da un coinvolgimento emotivo nei confronti del bisognoso che gli sta davanti. Egli sente compassione per la sofferenza di chi si rivolge a lui. Dinnanzi alle mille facce del dolore il suo cuore freme, la sua anima è interiormente e intimamente coinvolta. Non riesce ad essere spettatore indifferente della penosa storia dei suoi interlocutori. Una forte, viscerale, sublime compartecipazione afferra tutto il suo essere fino alle lacrime (è il caso del pianto di Gesù per la morte dell’amico Lazzaro, o per il destino di sofferenza che attende Gerusalemme).

Nulla, forse, come la compassione descrive e manifesta la più profonda identità di Gesù: il Dio che prende su di sé la morte dell’uomo, il Dio che con l’uomo patisce.

Uno sguardo di infinita tenerezza accarezza l’esistenza di ciascun uomo. E’ lo sguardo di Dio che raccoglie le nostre lacrime nel suo calice; è lo sguardo amoroso e folle di colui che ha desideri di vita e di pace per tutte le sue creature, di colui che condivide quel male mordace che azzanna e soffoca l’esistenza dell’uomo. Come potrebbe il creatore restare indifferente quando l’uomo, che è la gloria di Dio, viene gettato nel fango e calpestato da ogni sorta di male fino ad essere sfigurato?

Vertice estasiante della compassione di Gesù è il mistero pasquale. Sulla croce egli non solo patisce con l’uomo, ma soffre e muore per l’uomo, caricandosi delle nostre molteplici infermità, assorbendo ogni nostro male e malvagità, divenendo egli stesso peccato affinchè il peccato sia distrutto, accogliendo la morte perché la morte sia annientata.

In questo modo la sua compassione è divenuta sorgente di vita, scaturigine della vittoria dell’uomo su tutto ciò che lo umilia e lo degrada. Non più a lungo poteva sopportare Dio la condizione disonorevole dei suoi figli. Lui, il buon samaritano… Iddio!

Spesso mi accade di passare in modo frettoloso e distratto accanto alle sofferenze di uomini e di donne, incapace di un cenno, di un gesto. Spesso le più atroci disgrazie occorse ai miei simili mi lasciano nell’indifferenza o mi fanno pensare che “per fortuna non è capitato a me”. Nella migliore delle ipotesi allungo del danaro, ma il cuore è pietrificato. E’ come se ormai avessi fatto l’abitudine alla sofferenza e al dolore, alla povertà e all’indigenza, alle lacrime e alla disperazione, e vi rispondo con gesti meccanici e distratti. Altri sono i pensieri che catturano la mia attenzione.

“Non c’è rimedio al male”, si dice, e dichiariamo la nostra sconfitta. “Non c’è niente da fare”, si afferma, e confessiamo la nostra impotenza. “Siamo tutti sulla stessa barca”, si sentenzia, e camuffiamo la nostra indifferenza. “Meglio a lui che a me”, sfacciata legge della sopravvivenza!

La plurisecolare storia dei discepoli di Cristo, è costellata di uomini e di donne che si sono presi a cuore la sorte dei loro simili, e si sono fatti carico delle loro necessità, non di rado fino all’estremo.

Domani ci sarà ancora qualcuno capace di gridare la sua compassione? Ci sarà ancora qualcuno capace di sedersi accanto al dolore? Ci sarà domani ancora qualcuno capace di fermare i suoi passi dinanzi alla sofferenza, qualcuno che saprà aver lacrime non solo per se stesso? Ci sarà qualcuno o dovremo attendere ancora un Dio?

Sento che la mia vita è avvolta dalla compassione di Dio?

Di fronte alla miseria di tanti fratelli il mio cuore sa fremere? Mi sento coinvolto? So che i “poveri” mi appartengono ed io appartengo a loro?

Quali sono le motivazioni che mi impediscono di essere nel mondo e per gli uomini segno concreto dell’amore compassionevole e misericordioso di Dio?

Prega:

Signore Gesù, uomo e Dio compassionevole, che mai hai sfiorato la vita dei tuoi contemporanei con indifferenza, aiutami a non far l’abitudine al dolore e alle sofferenze che deturpano l’uomo e il mondo. Rendimi capace di farmi carico di ogni lacrima, di ogni anelito, di speranza di riscatto. Il grido di liberazione e di salvezza che sale da ogni angolo della terra trovi in me un orecchio attento, un cuore disponibile, una mano pronta.

Agisci:

Ogni richiesta di aiuto non mi troverà distratto. Nell’impossibilità a far di meglio, posso sempre regalare del tempo, un sorriso, una parola di conforto, una carezza, una stretta di mano.

Pregare con gli occhi prima che con le labbra

LEGGI e RILEGGI

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”. Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. (Mc 1,32-39)

MEDITA e RIFLETTI

Che mistero la preghiera di Gesù!

Ci è difficile comprendere che senso avesse per Lui pregare. Non è Egli Dio, il Forte, l’Eterno, l’Onnipotente, il Signore della storia, l’Alfa e l’Omega? Eppure gli evangelisti spesso annotano i momenti oranti di Gesù. Perché pregava e chi? Dovremmo forse accontentarci della risposta di coloro che affermano che la preghiera di Gesù ha essenzialmente un valore esemplare? E’ possibile che Egli pregasse solo per darci l’esempio? Che immagine di Gesù pedante e petulante, da “primo della classe” ne verrebbe fuori se egli assumesse determinati atteggiamenti solo per farci vedere cosa e come fare! Sarebbe anche Lui come gli altri, come quelli che troneggiano e pontificano. Sarebbe un altro di quelli che sanno sempre cosa fare, che hanno sempre il consiglio pronto, che per ogni evenienza hanno la soluzione in tasca.

No! Credo, invece, che la preghiera di Gesù ne manifesti l’intima identità. Egli non solo prega, ma la preghiera costituisce la sua stessa essenza. Egli è preghiera!

A tutti sono note le prime parole del Vangelo secondo Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Quel “presso Dio” non indica solo vicinanza, ma anche e forse ancor di più indica relazione, a tal punto che si dovrebbe dire: “Il Verbo era rivolto verso Dio”. Se così è, in poche parole, l’evangelista Giovanni ci descrive l’essenza del Verbo, la più profonda identità del Figlio di Dio e perciò ci fornisce anche la chiave di lettura per comprendere i tanti momenti oranti della vita di Gesù di cui tutti i vangeli fanno menzione. L’identità del Verbo consiste nell’essere “totalmente rivolto verso” il Padre, essere uno sguardo amorevolmente contemplativo verso Colui che lo ha generato. Il Figlio non stacca mai i suoi occhi dal volto e dal cuore del Padre, quasi a penetrarne il mistero, a carpire il segreto progetto custodito nel suo cuore, a scorgere e ad estasiarsi dello sguardo d’amore che il Padre rivolge sul mondo. Il Figlio non si stanca mai di pendere dalle labbra del Padre e di scrutarne i progetti di pace. Essere figlio è una struggente tensione, è un intimo e appagante “faccia a faccia” inestricabile relazione di cuori, ininterrotto dialogo di parole dette e ridette, sussurrate e riecheggiate in un infinito riverbero di suoni e di sensi. Essere figlio ha senso solo in relazione ad un padre.

Venuto nel mondo, il Figlio, pur spogliandosi della sua uguaglianza col Padre, non rinuncia alla sua identità, e anche rivestendosi di umanità resta pur sempre lo sguardo d’amore e di obbedienza al Padre. I tanti momenti oranti nella vita di Gesù ci manifestano questo mistero. Essere sguardo rivolto verso il Padre, non dice solo l’identità di Gesù, ma dice altresì l’essenza stessa della preghiera. Certo si prega per chiedere, per ringraziare, per lodare, ma si dovrebbe pregare anche solo per “guardare”. La preghiera è essenzialmente sguardo d’amore, luminoso dialogo di occhi che desiderano scrutare e lasciarsi scrutare, che bramano inabissarsi nelle profondità del cuore di Dio. La preghiera è una relazione di ascolto tesa a percepire la Parola divina, e l’ascolto si fa adesione e l’adesione genera la gioia d’essere figlio.

Se il mistero della più intima identità del Figlio è svelato e narrato dalla preghiera, se il Figlio è preghiera, ciò ci rivela che la preghiera è l’ingrediente necessario ed indispensabile di ogni figliolanza. Anche l’uomo se vuole riappropriarsi della sua identità non può che “diventare” preghiera (realtà ben più grande ed esigente del semplice pregare). Radicarsi in Dio, volgere a Lui il nostro sguardo, tendere verso di Lui il nostro orecchio, far sì che tutta la nostra esistenza sia attratta da Dio, questo ci permette di riappropriarci della nostra identità di uomini. Come il Verbo, così anche l’uomo se non è una esistenza orante perde la sua identità.

Nella preghiera occorre saper far tacere le labbra per dare libero sfogo agli occhi e agli orecchi, e guardare, ed ascoltare. E questo sguardo, e questo ascolto ti rende figlio, ti rende uomo!

Che posto ha la preghiera nella mia vita?

Quando prego mi limito a recitare preghiere o so anche e soprattutto scrutare il cuore di Dio e ascoltare la sua Parola?

Lo scopo della mia preghiera consiste nel tentativo di voler mutare i progetti di Dio, oppure è il desiderio di voler aderire alla sua volontà e riprodurre in me i lineamenti del suo volto, i suoi sentimenti, i suoi progetti, le sue aspettative, per essere quanto più è possibile a “sua immagine e somiglianza”?

PREGA:

O Signore, Padre amorevole, sorgente della vita e della gioia, tu sai quanto la mia vita sia dis-tratta da te, il mio sguardo perso ad inseguire futili immagini inappaganti, la mia attenzione ripiegata su me stesso pronta solo ad ascoltare i miei bisogni. La tua grazia mi renda simile all’unigenito tuo Figlio, sguardo e ascolto orante, sempre proteso a scrutare il tuo volto, a percepire la tua Parola. Solo così potrò riappropriarmi della mia dignità filiale, forza e segreto di una umanità riuscita.

AGISCI:

Cercherò di ritagliarmi, nell’arco della giornata, momenti di intimità con Dio. Il tempo che “perdo” con Lui è un tempo “ritrovato” per me. Solo la preghiera mi dischiude il segreto della mia identità. Pregando non dirò nulla, guarderò e mi “lascerò dire” da Lui.

Gesù ha fretta, non aspetta

Leggi e rileggi

La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. (Mc 1,28-31)

Medita e rifletti

Una gran fretta serpeggia nel Vangelo di Marco. Gesù e tutti coloro che gli stanno intorno sembrano pressati da una premura inverosimile. Per Marco l’avverbio “subito”, che nelle pagine del suo vangelo è quasi un intercalare (ricorre 28 volte), da’ quasi l’impressione di esprimere una idea teologica. È come se Gesù fosse consapevole che il tempo a sua disposizione non sia poi tanto lungo, perciò il suo andare si fa frenetico, spedito, alacre. Questa impazienza tradisce la volontà del maestro di Nazareth di portare a termine, o meglio di condurre al suo fine la missione ricevuta dal Padre senza tentennamenti, senza indugi, senza ripensamenti.

Anche in questo Gesù è icona perfetta del cuore del Padre, di quel Dio sempre “pronto” nell’amore, che, ai suoi eletti che gridano a lui, risponde prontamente e non fa attendere la sua giustizia (Lc 18,7-8); di quel Padre che al ritorno del figlio subito organizza per lui la festa del perdono e dell’accoglienza (Mt 5,22), di Colui che eternamente canta “Ecco verrò presto!” (Ap 22,20).

E la fretta di Gesù è contagiosa: attorno a lui è un frenetico via vai di poveri, di ammalati, di bisognosi di ogni genere. Immediatamente la fama di Gesù corre di bocca in bocca. Pure i discepoli non solo rispondono subito alla sua chiamata (Mc 1,17-18), ma senza indugiare presentano al Signore le necessità di tutti coloro che si trovano nel bisogno (è il caso della suocera di Pietro di cui subito i discepoli parlano a Gesù).

Il passo è spedito soprattutto quando si avvicina la pasqua e risolutamente con fermezza Gesù si dirige verso Gerusalemme… perché tutto si compia presto (Gv 13,27).

Che dire, invece, delle nostre lentezze, del nostro indugiare, del nostro “prendercela comoda” come se avessimo a disposizione l’eternità?

Che dire del nostro andare a rilento, del nostro farci attendere, del nostro litanico rimandare, del procrastinare ogni cosa, del nostro “rinviare a domani”?

Il tempo ormai si è fatto breve, nell’oggi della salvezza che il Signore ci offre dovrebbe inscriversi il “subito” della nostra risposta. La vita cristiana non è, e non può essere, una noiosa e sfiancante sala di attesa, ma semmai una corsa alacre. A descrivere la vita cristiana non può certo essere l’immagine di un uomo seduto su di una panchina, ma quella di uomini che, come i pastori o le donne di evangelica memoria, senza indugio vanno…

Alla buona notizia di un Dio che non sta mai fermo corrisponda per noi cristiani un deciso divieto di sosta.

Anch’io sono uno di quelli che preferiscono rimandare a domani quello che possono fare oggi?

All’indolenza dell’anima la tradizione cristiana ha dato il nome di accidia, sono sicuro di esserne libero?

Quali sono le ragioni del mio poco entusiasmo, dell’inerzia?

Prega

Signore Gesù, tu solo sai le mille paure che spesso paralizzano il mio cammino, tu solo conosci il mio indugiare, l’eterno rinviare scelte e decisioni. Donami un gioioso entusiasmo, una salutare “fretta”, una “sana inquietudine”. I fratelli non possono aspettare, hanno bisogno di me ora. Fa’ che io sia pronto a rispondere ad ogni anelito, ad ogni richiesta senza indugio, e che la mia vita alla tua sequela sia un correre con cuore dilatato sulla via dei tuoi precetti.

Agisci

Non rimanderò a domani quello che posso fare oggi. A chi mi chiede aiuto non dirò “passa più tardi”. Cercherò di convincermi che il segreto della mia riuscita è racchiuso nel momento presente, nell’oggi, nell’adesso.

La parola di Gesù contro i maestri del nulla

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Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

(Mc 1,21-28)

Medita

È proprio così la gioia è sempre figlia dello stupore!

Le pagine evangeliche spesso annotano, e sembrano farlo con insistenza, la reazione, intrisa di meraviglia e di stupore, che la folla manifesta ogni qual volta ascolta l’insegnamento di Gesù. Quello del maestro di Nazareth è un “insegnamento nuovo”, una dottrina diversa, che sa cogliere l’essenziale, che va dritta al cuore, che sa far tesoro delle esigenze dell’uomo, del quale intuisce i bisogni e le domande, anche quelle più recondite ed inespresse, quelle a cui si fatica a dare intelligibilità e che pure istintivamente ci sono ben note.

L’insegnamento di Gesù è senza fronzoli.

Egli non ama i labirinti concettuali, ma con semplicità parla il linguaggio della gente, della povera gente. Eppure ha una profondità inaudita, una chiarezza disarmante. Tutto ciò meraviglia le folle di Palestina avvezze ad ascoltare gli insegnamenti spesso arzigogolati degli scribi di quel tempo, dottrine che secondo il parere di Gesù servivano solo a mettere pesanti fardelli sulle spalle della gente, insegnamenti che, mettendo in auge tradizioni umane, finivano per vanificare la rivelazione di Dio.

Quanto diverso l’insegnamento di Gesù: parole traboccanti libertà, concetti che si libravano leggeri nello spazio terso ed infinito del cuore di Dio teneramente chiamato “Abbà”. Orizzonti alti e sconfinati, eppur così essenziali e penetranti. E la gente restava stupita, di uno stupore che generava meraviglia e gioia, una gioia che attraeva a tal punto da tramutarsi in gioiosa sequela.
Noi oggi non siamo più capaci di stupore.

Le parole evangeliche non creano in noi più nessuna meraviglia, le avvertiamo troppo consuete, di una consuetudine che genera noia e pesantezza o forse solo indifferezza…e la sequela si paralizza. Ci siamo rimessi, così, ad ascoltare gli innumerevoli scribi del nostro tempo, dottori senza alcuna “autorità”, fatui millantatori, incantatori di serpenti, maestri del nulla che ci scaraventano nel vuoto, in un vortice maledetto che ci risucchia l’anima e il cuore, la mente e i sentimenti. Ripiombiamo così nelle tenebre più fitte dove non ci sono più né sogni né speranza, ove ogni promessa rimane delusa.

Se invece di mendicare briciole di verità da chi non può darci nulla di sostanzioso, imparassimo a tendere le mani a Colui che solo più darci il “pane fresco” della Verità e dell’Amore!
Cristo Gesù ha Parole di Vita eterna, solo Lui.

Chi sono i miei veri “maestri”, coloro il cui pensiero condiziona le mie scelte, il mio modo di giudicare e di vedere la vita?

È proprio vero che è Gesù il mio unico maestro di vita?

Dinnanzi all’insegnamento di Gesù sono ancora capace di stupore, ne so cogliere la perenne novità e la straordinaria libertà?

Prega

Signore Gesù, maestro autorevole, invia su di me il tuo Santo Spirito, affinché mi aiuti a percepire la novità perenne, la straordinaria ricchezza, la forza liberatrice del tuo insegnamento. Plasma in me un cuore sempre capace di stupirsi delle parole di grazia che escono dalla tua bocca, e lo stupore si trasformi in gioia, e la gioia in adesione piena, e la piena adesione in condotta di vita.

Agisci

Ascolterò la Parola di Dio lasciandomi incantare da essa. Cercherò di vivere gli impegni, le relazioni e gli eventi con stupore e meraviglia.

“Venite dietro a me”

Leggi e rileggi:

«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui..»

(Mc 1,16-20)

Medita e rifletti:

“Venite dietro a me”: questo l’invito del Signore Gesù a ciascun uomo; un invito personale, che coinvolge ognuno. Il cristianesimo è la risposta a questa proposta! Seguire Lui è volgersi al “Dio con noi”, è entrare nel Regno, è con-vertirsi.

La sequela, l’essere discepoli è però finalizzata alla trasformazione, alla plasmazione. Si segue il Maestro, il Signore Gesù per diventare come Lui. Ogni uomo è chiamato ad intraprendere questo cammino che porta alla realizzazione piena di ciò che ciascuno è, nella sua verità unica e irripetibile. È una chiamata, una vocazione che rinvia all’atto creativo.

Quando il Signore ci chiama, ci interpella ci “trae fuori” dal nulla, come fossimo in quell’istante nuovamente ri-creati. Questa la prima vocazione che ogni uomo deve riuscire a percepire: l’essere posto nella vita. Tale vocazione primordiale non è però mai una chiamata solitaria o individuale. Assume sempre la caratteristica della relazione, della comunione, della fraternità.

Gesù passando sul lago chiama Simone e Andrea; Giacomo e Giovanni. L’uomo è chiamato ad essere relazione, a vivere della fraternità: questa la sua vocazione originaria, riservata a ciascuna persona. Gesù passa dentro la storia nella quotidianità della vita: la chiamata avviene nel tempo e nello spazio dell’ordinario.

Mentre siamo affaccendati, nell’impegno di tutti giorni, nelle nostre preoccupazioni, nei nostri progetti o sogni, delusioni o amarezze, Gesù passa e dischiude la verità più autentica racchiusa in ciascuno di noi. E ci chiama per far esplodere ciò che siamo.

A Simone e Andrea, a Giacomo e Giovanni è chiesto di continuare ad essere pescatori, mettendo a disposizione la loro arte, la loro attitudine, la loro professionalità cambiando l’oggetto, il riferimento, il senso del loro pescare. Gesù non ci impone mai una realtà che non ci appartiene, che non è consona alla nostra natura. La vocazione di Dio è per esprimere al meglio quelle attitudini, quei doni, quelle risorse che Lui ci ha offerto e ha posto in noi per metterle al servizio degli altri, di tutti.

La realizzazione personale, nella prospettiva di Dio, è sempre finalizzata alla missione, al servizio, al mettere a disposizione. Solo così i propri doni possono portare frutto perché motivo di gioia per coloro che ne possono usufruire e godere.

Riconosco il passare di Dio nella mia vita? Sento di essere stato “chiamato” da Lui?

Quali doni riconosco in me? Sono…

Sto cambiando rimanendo me stesso? Sto mettendo a disposizione ciò che custodisco nel cuore?

Prega:

O Maestro buono, che passi sulle rive del nostro quotidiano e ci chiami per portare a compimento la nostra identità e la nostra natura umana, aiutaci ad riconoscerti e ad ascoltare la tua voce, a far riecheggiare in noi la tua parola che ci chiama alla missione. Fa’ o Signore che possa avere la forza di seguirti, di lasciare le mie sicurezze, ciò che è noto e conosciuto per intraprendere con Te una nuova sfida. Signore Gesù, il tuo Spirito faccia esplodere tutta la ricchezza che è custodita nel cuore e che mi è stata donata, per poter essere nel mondo testimone del tuo amore per ogni uomo.

Agisci:

Cerco di scoprire in me i doni, le risorse, le potenzialità che mi sono state date in dono e mi chiedo come posso “cambiare, rimanendo me stesso!” Metto in atto tali ricchezze per il bene dell’altro.

Convertitevi e credete: il regno di Dio è vicino

Leggi e rileggi:

«Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”». (Mc 1,14-15)

Medita e rifletti

Il profeta viene rinchiuso, fermato, fatto tacere e il Messia, invece, inizia a muovere i primi passi ed entra in scena. Come promesso, Giovanni lascia spazio a Colui per il quale ha cercato di “preparare la strada”. E Gesù inizia a proclamare, a gridare ai quattro venti, la bella e buona notizia di Dio.

Fin dal suo esordio la predicazione di Gesù mira ad annunciare all’umanità che è ormai giunto il tempo in cui Dio compirà le sue promesse “Il tempo è compiuto”, è cessato il tempo dell’attesa, si inaugura quello della realizzazione, la promessa si fa storia, la profezia diviene salvezza, il sogno è già realtà. Dio ormai ci sta accanto, “è-con-noi”, condivide la nostra vicenda umana, solidarizza con noi, è dalla nostra parte, si fa carico di ogni nostro desiderio e di ogni nostra pur piccola aspirazione di bene e la conduce a definitiva realizzazione.

Tale prossimità ci permette di cogliere che “Il regno di Dio è vicino”. Un Regno di giustizia, di amore, di pace, un Regno che sappia assumere la logica del cuore di Dio, un Regno che si costruisce sullo stile del servizio. E il primo a mettersi a disposizione, a sporcarsi le mani per servire l’uomo è Dio stesso: tale prospettiva porterà salvezza ad un mondo e ad una storia dell’uomo troppo legata alla logica del potere, dell’interesse, del tornaconto, della referenzialità.

L’aurora della salvezza già sorge sul cielo dell’umanità, il sole di giustizia Cristo Gesù, già brilla all’orizzonte, solo volgendoci verso di lui (“Convertitevi”) possiamo beare i nostri occhi di quella luce, e sentire sulla nostra pelle il tepore di quei raggi e lasciarci av-volgere da quel calore e colore di vita che sussura e grida: “quanto mi stai a cuore!…”

Percepisco nella mia storia personale la vicinanza e la prossimità di Dio, la sua solidarietà e la sua condivisione?

Colgo la realtà del Regno di Dio nella storia? Mi sembra una utopia, una fantasia, un puro desiderio? Mi sento parte e responsabile nella costruzione del Regno?

Cerco di volgere la mia vita verso Gesù, di assumerne la logica, la prospettiva, lo stile?

Prega:

O Maestro buono, le tue prime parole di annuncio rivelano a noi la tua vicinanza e la tua prossimità verso ogni uomo. Spesso attorniato dal frastuono della vita, dalla risonanza di molteplici parole rischio di non cogliere la bellezza, la consolazione e la forza della Tua parola che infiamma il cuore e scaraventa nella storia. Donami la capacità di volgere lo sguardo a Te, perché contemplandoti possa assumere i tuoi lineamenti ed essere nel mondo un testimone che aiuti ogni fratello a percepire che “il Regno di Dio” è vicino. Fa’ esplodere e porta a compimento i desideri e i progetti di bene che sono custoditi nel mio cuore. O Signore Gesù che possa, con il tuo aiuto, diventare strumento per la costruzione del Tuo Regno, aderendo fino in fondo alla “buona notizia” che hai consegnato al mio cuore.

Agisci:

Cercherò di guardare con la prospettiva di Dio ciò che vivo ponendomi la domanda: Gesù come si sarebbe comportato, come avrebbe reagito, cosa avrebbe scelto? E’ un modo concreto per iniziare a “convertirsi”, a cambiare mentalità!

 

Abitare il deserto

Leggi e rileggi:

“E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.”
(Mc 1,12-13)

Medita e rifletti:

Il deserto è luogo evocativo che rinvia all’esperienza della storia della salvezza. Il deserto richiama il lungo peregrinare del popolo di Israele, che dalla schiavitù d’Egitto giunge alla terra promessa. I quarant’anni di esperienza in questo luogo difficile, diventa l’emblema della vicinanza e della prossimità di Dio. Se da una parte infatti il deserto richiama l’aridità, la fatica del camminare, la precarietà della vita, i rischi e pericoli, i grandi silenzi, dall’altra rinvia all’azione di un Dio che si prende a cuore la sorte del popolo, che lo sfama, lo disseta, lo protegge, entra con lui in comunione profonda. Se da una parte l’attraversare il deserto ricorda la fatica del viaggio, dall’altra è il tempo del sapersi af-fidare, con-fidare in qualcun Altro. Abitare il deserto è un’esperienza limite e liminale che mette in risalto e rivela, nell’essenzialità, ciò che ha valore e ha senso.

È l’esperienza della prova, del dover “dar prova” di ciò che autenticamente alberga nel cuore. Smaschera le false sicurezze, apre ad una relazione. Immersi nelle distese dell’identico, della austerità e dell’essenzialità, attorniati dal profondo silenzio che incontra il solo suono del vento o del sole che infuoca ogni pietra, si scopre una Parola che sussurra di un amore che scalda il cuore.

Gesù nei suoi quaranta giorni di deserto rivive e richiama l’esperienza del popolo dalla quale ne uscì spesso sconfitto, soccombendo alla prova e confidando in se stesso e diffidando di Dio. Gesù invece ne uscirà vittorioso grazie alla costante e tenace fiducia nel Padre, una fiducia che diventa confidenza e capacità di affidamento totale. Nella prova, nel momento cioè di dover attestare la sua identità di Figlio totalmente rivolto al Padre, Gesù pur vivendo le difficoltà, le paure e le angosce del luogo desertico, ritrova in Dio un Padre che si prende cura di lui e a lui consegna tutto se stesso senza mai dubitare del suo amore e della sua volontà benevola. Quaranta giorni per assaporare un’intimità che rivela comunione e piena condivisione.

E nel deserto Gesù è sospinto, “spinto con forza” dallo Spirito. Nessuno infatti può scoprire la verità di sé, il progetto d’amore se non vivendo un percorso di liberazione che dalla schiavitù porta al godimento dell’abbondanza e della piena libertà. E’ un passaggio ineludibile nel quale mettiamo in atto la nostra capacità di scelta e di ciò che ci fa veri uomini: la liberta. E’ necessario infatti vincere le proiezioni, le maschere, le falsificazioni che ci costruiamo per riconoscere la verità nell’identità di creatura che, pur nel limite, rivela la nostra somiglianza con Dio. Scoprire che non è necessario “essere come…” per valere, ma “essere pienamente se stessi” per riconoscere la grandezza e la bellezza che siamo. E’ l’esperienza della prova nella quale non siamo soli ma accompagnati dalla costante premura e vicinanza di Dio.

Ho vissuto nella mia vita l’esperienza di aridità, di deserto? L’ho colta come opportunità per riconoscere l’amore di Dio o come esperienza di solitudine e di abbandono? Vivo spazi di silenzio o anche nella preghiera le parole, i volti di persone continuano ad affollare e a riempire il cuore e la mente? La prova la considero come dimensione dalla quale rifuggire o come occasione per dimostrare la mia capacità di crescere nella libertà nell’affidamento al Padre?

Prega:

O Signore, Padre buono, mi trovo spesso legato alla terra d’Egitto, con un faraone che detta le regole e che impedisce ogni anelito di libertà. È la terra del mio egoismo, delle mie sole prospettive, delle mie uniche ragioni, del mio unico criterio di giudizio. Tu mi chiami ad uscire per condurmi nella terra dell’abbondanza, della gioia e della festa, nella terra che ha come unica logica quella del dono. Un cammino che mi affascina ma che richiede di attraversare il deserto, di lasciare sicurezze per affidarmi a Te come unica guida, come unico punto di riferimento, come Padre che si prende cura sempre di me.

Donami o Signore, la forza dello Spirito perché possa riscoprire la bellezza del mio esserti Figlio, perché possa assaporare e gustare la Tua mano provvida e solerte, il Tuo braccio potente, perché anche nei momenti della difficoltà, dell’amarezza e dello scoraggiamento non viva la tentazione di tornare indietro, di rimpiangere la mia terra d’Egitto, ma di continuare nell’accoglienza della nuova logica di vita. Fammi vivere una costante e continua fiducia in Te, nella sequela del Tuo Figlio Gesù, acqua viva che zampilla per la vita e pane vero disceso dal cielo.

Agisci:

Cercherò di ritagliarmi pochi minuti al giorno per vivere nel silenzio, in ascolto di una Parola altra e di riconoscere durante la giornata le opportunità che mi si offrono per dimostrare la mia identità di Figlio di Dio.

Gesù si immerge nella nostra umanità

Leggi e medita

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Mc 1, 9-11

Anche Gesù tra i peccatori, anche Lui si accoda come fosse uno dei tanti. L’evangelista Marco non dà nessuna enfasi e risalto alla scelta di Gesù di vivere il battesimo di conversione e di perdono dei peccati di Giovanni. Gesù è colui che fin da subito decide di stare dalla parte dei peccatori: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano». Lc 5,31-32

Gesù si immerge nella nostra umanità, nella nostra fragilità, nelle nostre situazioni di peccato, di incoerenza, di infedeltà, per riemergere con un dono di vita rinnovata e rigenerata. È già condivisione che salva, che redime, che offre una nuova possibilità, che rivela il progetto d’amore del Padre per ogni figlio.

E i cieli si spalancano sul Figlio unigenito, uno strappo, una lacerazione che permette di cogliere l’abbondanza dei doni che il Padre elargisce, rivelando l’identità più profonda del Figlio Gesù. Uno squarcio nel cielo dal quale si riversa la forza dello Spirito e una voce che attesta quanto al Padre piaccia (com-piacimento) stare con Lui. Assistiamo ad una nuova creazione! Qui sul Giordano come nel giorno della creazione, lo Spirito aleggia, come colomba, per dare vita ad ogni realtà creata, per offrire il soffio vitale di Dio, per permeare dell’amore ogni cosa!

E il cielo si richiude; un fugace e momentaneo sprazzo d’eterno che si affaccia nel tempo! Sarà però questo Figlio Amato a far sì che il cielo rimanga per sempre aperto perché ogni figlio che si immerge nella Pasqua possa riemergere come creatura nuova e sentire sulla propria vita la voce del Padre e ricevere il dono dello Spirito. Uno squarcio per sempre aperto grazie allo squarcio del Suo costato dal quale sgorgherà per sempre l’abbondanza dell’amore gratuito di Dio per ogni uomo.

Il battesimo in Cristo infatti, facendoci figlio nel Figlio, ci attesta quanto stiamo a cuore a Dio, quanto a Lui piaccia condividere con noi la nostra vita e esistenza, quanto ogni giorno siamo fatti oggetto del suo tenerissimo amore. Dal battesimo siamo figli amati di un amore che dura per sempre, di un amore che non verrà mai meno perché è l’eterno amore del Padre verso di noi.

Prega

Signore Gesù, spalanca il mio cuore perché possa ascoltare la voce del Padre che mi riconosce come Figlio. Guarisci, con la forza dello Spirito, la mia sordità e ottusità. Troppe volte immerso nelle mille voci rischio di non percepire quell’unica voce che mi narra di un amore grande che sempre si rivolge sulla mia vita.

Signore Gesù, rafforza la mia fede, perché possa vivere nella certezza che ogni mio frammento di tempo, ogni mio evento lieto o triste, ogni mia fragilità e incapacità, ogni mio successo o fallimento, ogni mio progetto riuscito, ogni mio desiderio di bene, ogni mio peccato sia condiviso da Te, sia assunto da Te, sia da Te accolto perché tutto di me, della mia storia, del mio tempo sia Redento e Salvato.

Agisci

Ripeti all’inizio di ogni giornata: «In me Dio oggi, ri-pone la sua fiducia»

Battezzati con lo Spirito Santo

Leggi e rileggi

Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo” (Mc 1,2-8).

Medita e rifletti

Si staglia in tutta la sua grande statura la figura di Giovanni il Battista, uomo di Dio e profeta, capace fin dal grembo materno di riconoscere la vicinanza e la prossimità del Messia, tanto da sussultare, da gioirne. Giovanni è l’uomo dell’essenzialità e dell’austerità: due dimensioni grazie alle quali cogliere la verità delle cose, il senso della storia. Essenzialità e austerità sono opportunità per accorgersi di ciò che realmente conta, di ciò che sta avvenendo attorno a noi. Solo chi è essenziale, cioè non occupato a riempire la vita di cose inutili e infruttuose, può accorgersi di una presenza, di una novità, di ciò che può davvero portare a fruttificazione la vita. Per questo Giovanni sa fare spazio al Maestro, a Gesù, sa ritirarsi, sa “lasciare la scena”, riconoscendosi solo “spalla”, “attore non protagonista”. Sa stare al suo posto, scopre la sua vocazione, e proprio per questo diventa un anello importante, irrinunciabile della progettualità salvifica di Dio.

Giovanni incarna la profezia di Isaia: uomo che prepara, che pre-dispone, che mostra l’atteggiamento indispensabile per riconoscere l’avvento della promessa: il Messia. E si fa Voce, cassa di risonanza della Parola. La voce senza la parola è suono indeterminato, senza senso. La parola senza la voce è inesprimibile, è incomunicabile, è solo pensiero. Giovanni è riverbero di una realtà non sua, di una verità che gli viene consegnata, non ne è proprietario, non ne detiene il possesso. La Parola di cui è Voce è dono gratuito. L’annuncio in Giovanni si fa storia, si fa scelta, di fa stile di vita: ecco il senso del suo battezzare “per la remissione dei peccati”. E’ un battesimo di penitenza, di riconoscimento del proprio peccato, della propria condizione di fragilità. E’ un battesimo che riconosce la necessità di essere salvati, redenti dall’Alto. Sarà solo con Gesù che questo si realizzerà. Il nostro essere infatti battezzati non rinvia solo a questa esperienza di Giovanni ma alla Pasqua di Cristo. Il nostro essere battezzati oltre ad essere il riconoscimento della nostra condizione di peccato, che richiede conversione, è il dono salvifico offertoci dal Padre attraverso la pasqua di Cristo che ci fa suoi Figli e membri di una Famiglia, la Chiesa. Il nostro non è solo un battesimo di penitenza e di conversione nell’acqua, come quello offerto da Giovanni, ma è un battesimo anche nel Sangue e nello Spirito che ci rigenera, che ci configura a Cristo, facendoci “figli nel Figlio”.

Ogni uomo è chiamato a far “risuonare” la Parola. Sono consapevole di tale responsabilità? Quale Parola sono chiamato ad incarnare? Ad ogni uomo è stata consegnata una in particolare.
Essenzialità e austerità è uno stile che mi appartiene?

Il mio battesimo… una realtà di cui ri-appropriarsi.

Prega

Signore Gesù, troppe volte sono pre-occupato di ciò che non dà senso al mio vivere, e spreco le mie energie riempiendomi l’esistenza di ciò che non mi permette di maturare, di fruttificare, di essere felice. Dammi la forza di vivere di ciò che conta, di scegliere uno stile essenziale che mi permetta di fare spazio alla Parola che mi hai consegnato e che sono chiamato a realizzare nella storia degli uomini. Fammi voce, cassa di risonanza per contribuire al tuo progetto d’amore sull’umanità. Signore Gesù, in te sono rinato a vita nuova! Questo dono che nel battesimo mi hai offerto desidero custodirlo gelosamente come segno di alleanza tra me e te per essere capace di vivere tra i fratelli con la logica del Vangelo. La forza del Tuo Spirito accenda in me la fiamma del tuo amore, per essere nel mondo testimone luminoso del tuo amore che salva e accoglie ogni uomo.

Agisci

Ricerca la data del tuo battesimo, ricordati di festeggiarla. Ritorna al fonte battesimale e rivivi l’evento nella consapevolezza, facendone memoria secondo lo schema proposto:

Entrato in chiesa: leggi e rifletti

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Gv 7,37-38

Dinnanzi al fonte Battesimale: O Padre buono, che nella pasqua del tuo Figlio Gesù mi hai rigenerato a vita nuova, fa’ che con l’aiuto del tuo Spirito, che abita in me, possa vivere il mio battesimo nella fedeltà e nell’impegno di ogni giorno. Tu nell’acqua e nello Spirito, immerso nella passione e risurrezione di Cristo, mi hai costituito tuo figlio e membro della tua chiesa, accendi in me il desiderio di assumere lo stile del tuo unico Figlio Gesù. Consapevole della mia fragilità sostienimi in questo cammino, con il Tuo amore e la Tua misericordia, per rendere sicuri i miei passi e per illuminare le mie notti oscure. Fammi sperimentare ogni giorno la dolcezza del Tuo amore di Padre per vivere nel mondo un amore fraterno che sa accogliere ogni uomo.

(facendosi il segno della croce, se possibile con l’acqua benedetta)

Rinnova in me, o Signore, nel segno di quest’acqua il ricordo del mio battesimo e la mia adesione a Cristo Gesù tuo Figlio, morto e risorto per la mia salvezza. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La buona novella

Leggi e rileggi:

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1).

Medita e rifletti:

Ormai lo sanno anche le pietre che il termine “vangelo” significa “buona novella”, “lieto annunzio” “notizia esaltante”, eppure non so quanti tra noi, sfogliando le pagine del Nuovo Testamento, hanno la sensazione di aver tra le mani il resoconto della più esaltante e gioiosa notizia di tutti i tempi. Nonostante tutte le dichiarazioni di principio il vangelo resta un codice etico-morale nel quale rinvenire le regole del buon comportamento cristiano cui uniformare la nostra vita, le scelte, i valori. Sarebbe sciocco negare la validità e l’importanza di questo approccio al vangelo, eppure dovremmo essere in grado, di cogliere la buona notizia che in maniera più o meno esplicita in esso è sottesa. Questa è la sfida che lancio a me stesso e di riflesso anche a voi: scrutare con occhi nuovi le pagine ingiallite della nostra bibbia, tendere l’orecchio per ascoltare quella notizia sussurata e pur sconvolgente che racconta ancor prima che la fragilità e il peccato dell’uomo, la grandezza e la graziosità di Dio; ancor prima delle esigenze anche forti del nostro impegno etico, l’incommensurabile dono e per-dono di Dio. È il volto e il cuore di Dio che ci si manifesta, questo vogliamo contemplare e non altro.

Questa è una buona e bella notizia, questa è un nuovo inizio, da qui si inaugura una nuova creazione. Non a caso l’evangelista Marco richiama l’Inizio, rinviando al libro della genesi: un inizio che pone al centro una novità fondata in Gesù Cristo, Figlio di Dio. Dall’evento dell’incarnazione la storia della salvezza ritrova in Cristo il suo punto di riferimento e la sua radicale “notizia esaltante”, perché anche la storia degli uomini possa essere colta e vissuta come vangelo, come lieto annunzio, se vissuta insieme al Figlio di Dio. Tale relazione permette ad ogni uomo di vivere ogni giorno nella capacità di ritrovare la forza e l’entusiasmo di rinnovare e di realizzare in sé la nuova creazione per giungere all’«uomo nuovo» che trova in Gesù Cristo la sua piena e matura realizzazione. Vangelo che narra dell’amore di Dio che diviene storia nella storia di Cristo, amore che si fa segno e gesto concreto.

Anch’io sono di quelli che colgono nel Vangelo solo la sua valenza etico-morale?

Riesco a vivere e a cogliere nel Vangelo la “bella e buona notizia” che rinnova la “faccia della terra”, cioè a cogliere in ogni pagina del vangelo il volto e il cuore di Dio che si manifesta?

Nella relazione con Gesù, sento e sperimento una novità ed una gioia che coinvolge tutta la mia vita?

Prega

Signore Gesù, tu sai quanto desidero ritrovare in te il punto di riferimento per lla mia vita, tu sai quanto ricerco la tua presenza amica e consolante. Vorrei esplodere nell’ascoltare la Tua parola e spesso mi ritrovo a vivere l’esperienza del “già sentito”, del “già conosciuto”. Infondi in me la forza, il calore e la luce dello Spirito per cogliere la dirompente ed esaltante notizia dell’amore con il quale Dio, tuo Padre avvolge ogni figlio, amore che diventa storia con la Tua vita. Aiutami a sperimentare nella vita di tutti i giorni il tuo amore per fare di essa un Vangelo vivente.

Agisci

Cerco di cogliere nella storia di ogni giorno, eventi, segni, incontri, parole che mi manifestano l’amore di Dio.