Terremoto: il conforto della preghiera non lascia gli anziani colpiti dal sisma

Anziani colpiti dal terremoto sono ospiti di una casa di riposo del capoluogo. Il sisma ha interrotto la loro quotidianità, ma non ha spezzato la loro fede.

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: “Cantateci i canti di Sion!”. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?» (Sal 136,1-4).

È con questo salmo che il popolo ebraico esprime la sua disperazione, durante l’esilio babilonese. Siamo dopo la distruzione di Gerusalemme, nel 586 a.C. È anche un canto di speranza, di affidamento al Signore, di attesa della sua salvezza, che non verrà a mancare.

Le parole di questo salmo sono entrate nella mia mente, durante la liturgia della Parola, che celebro ogni martedì in una casa di riposo cittadina. Era il giorno dei solenni funerali delle vittime del sisma ad Amatrice. Ci sono undici ospiti anziani giunti dalla loro terra martoriata.

Ho cercato di non far apparire la mia commozione. Avevo davanti i loro volti con lo sguardo perso nel vuoto, il trauma appena subito che ha stroncato le loro esistenze e i loro affetti più cari.

Poi sono stato preso dallo stupore: nel momento della preghiera ho visto vedevo i loro sguardi di nuovo vivi e attenti, le loro bocche che senza esitare pregavano ad ogni passo della liturgia. Soprattutto le donne: il Gloria, il Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria recitati senza esitazioni, con gioia, come se nei loro polmoni passasse un vento forte, un soffio inarrestabile.

Hanno rivissuto la loro quotidianità, fatta di lunghe giornate coronate con la messa serale in parrocchia e trovato sollievo in quel Dio che non è capace di far male ai suoi figli, ma di consolarli dalle macerie umane.

Tra loro una anziana non vedente. Ha perso l’unico figlio, che la accudiva. Mi ha chiesto una preghiera:

— Padre! Padre vieni, ho bisogno di una preghiera

— Signora, non sono un prete.

— Non fa niente, sei sempre un uomo di Dio.

Le ho accarezzato le guance, le ho stretto le mani e ci siamo lasciati, io con un grande magone dentro e lei più sollevata. Tornerò la prossima settimana tra loro, a celebrare quella Parola di Dio che è più efficace di qualsiasi medicina, che penetra nei cuori sanando quelle ferite che mano d’uomo non potrebbe che alleviare.

Tornerò da quei fratelli, che in pochi secondi hanno perso tutto e come il popolo ebraico in esilio, pregano il Signore anche in quella “terra straniera”, dove sono accuditi e confortati; una terra che non è loro, non è quella dove sono invecchiati e dove avrebbero serenamente concluso la vita.

La gioia che non ti aspetti

È quando meno te lo aspetti che nella tua vita di fede si illumina un mondo nuovo e si schiudono orizzonti inaspettati. Poche domeniche fa, si è celebrato in parrocchia un battesimo. Grazie a Dio è un evento frequente, vista l’estensione del quartiere e l’elevato numero di coppie giovani.

C’è una adeguata preparazione, sia ai genitori che ai padrini, nella quale si affronta il sacramento sia nel suo valore teologico, sia nella valenza spirituale e materiale. Una dimensione che convolge la vita familiare e il futuro del battezzato.

In questi incontri si può anche valutare il livello di propensione, il desiderio e la fede dei genitori. Capita che qualcuno viva l’evento solo perché va fatto, o che preferisca farlo al di fuori della celebrazione Eucaristica, perdendo nella propria persona l’immenso valore spirituale del sacramento che ci inserisce a pieno titolo nel Popolo di Dio.

Ma il Signore non si nega mai e i frutti delle conversioni sono nelle sue mani. In questa domenica che non dimenticherò mai, al termine del battesimo, mentre si lasciava il fonte battesimale, ho sentito il padre della bambina appena battezzata, sussurrarle: «Benvenuta».

Mi sono volto indietro e ho visto il sole negli occhi di questo giovane padre. Con una semplice parola ha condensato tutta la sacralità del Battesimo. Quanta gioia c’è nella nascita di un figlio, quanto sconvolgimento di fronte a un orizzonte di vita che cambia radicalmente: da quel momento la tua vita è legata a quel minuscolo dono che ti è affidato e ogni sospiro, ogni sorrisetto entrano dentro il tuo essere. È quello il momento in cui si loda il Signore del grande dono ricevuto e si cerca il suo aiuto per la missione che ti viene affidata.

Sicuramente, già alla nascita, quel benvenuto pieno di carezze c’è già stato, ma la gioia di questo padre è stata più grande quando la sua bambina, tramite il sacramento del Battesimo è diventata parte del Popolo di Dio, è diventata figlia di Dio, erede e coerede, come Gesù, del suo Regno.

È sicuramente così per tutti i genitori il coinvolgimento nel primo sacramento che ricevono i loro figli e anche chi non lo esprime con le parole lo sente dentro di sé. Ma è stato infinitamente bello per me ascoltare quella parola.

E mi torna in mente un’altro episodio di due anni fa, quando il bambino di tre anni, di madre americana e padre nostro concittadino, dopo aver ricevuto il sacramento è venuto in sacrestia e in uno stentato italiano, mi ha detto «grazie». In quel momento non sapevo se ero in cielo o in terra, talmente è stata forte l’emozione che ho avuto. La stessa emozione che mi ha regalato il giovane padre.

Dialogando con un vecchio muratore

Tempo fa, dialogavo con un vecchio muratore che opera nei cantieri intorno alla cattedrale della prossima uscita del nostro vescovo Delio. Ricordo bene le sue parole: «È quando si scende da cavallo che si vede la sincerità delle persone ed io sono abituato a portare sempre rispetto e stima, a salutare e rispettare sempre».

Chiaramente il tutto riferito all’evento di cui non avrei voluto scrivere subito, ma che era nell’aria già da tempo, il fine mandato per limiti di età del nostro vescovo. Poi la foto sui giornali del vescovo Delio che esce solo dalla Basilica di San Domenico, con la dignità di chi ha dato quello che doveva dare, dopo aver annunciato il nome del nuovo vescovo e la firma in calce del suo messaggio a Don Domenico Pompili, il nuovo vescovo, stavolta come amministratore apostolico diocesano».

Cose che mi spingono ad alcuni pensieri: anzitutto un grazie a questo pastore che per quasi venti anni ha condiviso la nostra esperienza di vita. Forse il periodo più duro, della deindustrializzazione del nucleo Industriale, della disoccupazione e della precarietà che ancora viviamo sulla nostra pelle. Delle famiglie chiamate a convivere con la crisi economica le cui prime vittime sono i bambini e gli anziani.

Lui, il vescovo Delio, non è mai mancato a manifestazioni che cercavano soluzioni alla crisi. Quante volte celebrando la Santa Messa nei luoghi di lavoro, non è riuscito a trattenere la sua commozione, di fronte ai volti di quei padri di famiglia che vedevano oscurato il futuro dei loro cari. La sua schiettezza e il finto carattere burbero, a malapena riescono a nascondere un cuore pieno di sensibilità, con quello sguardo che sa valutare gli animi fin dal primo approccio. Anche i rapporti con il mondo dei media, sono stati sempre curati e lo sono tuttora con il settimanale diocesano e il sito web: segno di una costante sensibilità verso tutti e il rispetto per ogni pensiero.

Sono questi, piccoli fotogrammi che appena illustrano un episcopato pieno di novità, che ha saputo traghettare la nostra Diocesi nel nuovo millennio, mantenendola viva, sana anche nelle cose materiali, come il recupero di tanti edifici di culto, che, nonostante tutto, rappresentano un segno di attenzione verso la comunità credente.

Mi fermo qui, parlando solo dell’affetto e dell’amore del nostro vescovo Delio per il nostro territorio, ricco di natura e bellezze e soprattutto per la sua vicinanza a tutte le comunità, anche le più lontane, che non hai mai mancato di incontrare nelle sue visite pastorali.

Giorni fa, dicevo a un amico che mi auguravo che Rieti, come Anagni chiamata la “Città dei Papi”, diventasse la “ Città dei Vescovi”, con Don Lorenzo, Don Delio e il nuovo Don Domenico; chissà che non si avveri.

E nel rispetto e nella stima reciproca, conta niente essere sul cavallo o a piedi, in una città che cercherà di ricambiare l’affetto e la guida, non solo spirituale, che ci ha donato per tanti anni.

Non può mancare un pensiero al nuovo vescovo, Don Domenico, di cui grazie ai media e anche in anticipo sulla nomina, sappiamo tutto o quasi tutto, ma aneliamo di conoscerlo di persona. Non possiamo che ringraziare la provvidenza divina di questo nuovo pastore, che nonostante la giovane età, ha già saputo mettere bene a frutto i suoi talenti, per il bene della Chiesa. Benvenuto.

I bambini e noi

Una delle gioie più grandi, nel corso della nostra vita, è accondiscendere ai capricci dei propri nipoti.

È lì che anche il carattere più burbero e serioso si scioglie come “neve al sole”.

È un grande dono per chi vive questa esperienza di vita di essere “nonni” e cambia molto il modello di vita di un genitore, che non chiamato ad assolvere il suo compito di educatore e guida, può permettersi di lasciar correre tante cose, demandate, giustamente, ai genitori.

L’esperienza, dopo aver cresciuto i propri figli fino alla maturità, di rivivere il contatto con i bambini, magari andando all’asilo a riprendere il proprio nipote e vedere che sono tanti, piccoli, gioiosi e segno della vita che continuamente si rinnova.

Per non parlare dei pomeriggi a guardare insieme a loro i cartoni animati in televisione, soprattutto nell’ora dei telegiornali che diventano un lusso da vedere nel tempo residuo. Cartoni che sembrano piccole opere d’arte, talmente sono belli, creativi e realizzati magnificamente.

Questo è quanto scorre normalmente nella nostra vita, creando quell’oasi di serenità, che fanno bene al cuore e all’anima.

È un dono, è un regalo del Creatore che ci ha voluto per vivere nella grazia e essere grazia per il nostro prossimo.

Ma nella nostra esperienza di fede, con gli occhi e il cuore aperto a quanto succede nel mondo, non possiamo, oltre che ringraziare il Signore, che pregare perchè tante piaghe che vedono vittime i più piccoli, scompaiano dalla faccia della terra.

Mi riferisco, in base alle fonti giornalistiche, a quanto succede in quell’Oriente che è stato il fulcro della cultura e dello sviluppo umano: paesi sterminati in cui nascere femmina è visto come una sciagura, paesi in cui le bambine sono imbottite di esplosivo e mandate al suicidio, mentre ai maschi viene messo in mano un mitra e si impara a uccidere. Paesi in cui le bambine sono vittime di violenza fin da piccole, dove si pratica a nome non si sa di chi l’«infibulazione», che le rende menomate e a rischio della vita.

Tutte queste orrende pratiche, che la cronaca giornalmente ci riporta, ci spingono ancora di più a contribuire, a far sì che l’umanità, sia libera da questi affondi del male.

Se nel nostro piccolo possiamo solo pregare, quando le grandi organizzazioni internazionali, che con gente coraggiosa agisce sul campo, cercando di alleviare le sofferenze dei deboli e risolvere l’emergenza, che spesso è normalità, chiedono qualcosa, siamo chiamati a dare anche un contributo economico, anche piccolo.

Viene in mente subito il caso “ebola”, nel quale persone piene di amore verso il prossimo hanno agito e agiscono anche a rischio della propria vita.

Come questi operatori, tanti altri, a partire dei nostri missionari che portano la luce di Cristo, sono il segno visibile di una umanità che non si vuole arrendere alla barbarie, alla violenza, che nel silenzio e nel sacrificio personale mette in pratica l’insegnamento cristiano.

Allora ogni volta che vediamo un bambino, ogni volta che abbracciamo un nostro nipote, ogni volta che il cuore ci sorride per i loro “strilli” capricciosi, rivolgiamoci al Signore perché tutti i bambini possano, come Gesù, crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).

Solo il Signore può lenire il dolore

Siamo all’inizio di un nuovo anno e le prime parole che voglio scrivere, esprimono soprattutto i desideri più comuni: un nuovo anno di salute e di serenità. Mentre la salute è legata alla nostra natura umana e spesso e volentieri ai nostri errori, la serenità ci viene posta come dono dal Signore. Ecco allora che il farsi plasmare dalla Parola di Dio, l’ascolto dei suoi amorevoli insegnamenti, non possono che dare vigore e ristoro alla nostra anima, al nostro vivere quotidiano.

Incontrando pochi giorni fa , il mio medico di famiglia per la “solita”, fortunatamente, ricetta per le pasticche per la pressione e il colesterolo, gli dicevo, con i dovuti distinguo, che i preti curano l’anima e loro il corpo: mi ha guardato un po’ sorpreso e conoscendo il mio servizio diaconale in Chiesa, ha solo annuito, come a dire che sono due cose ben lontane, non confrontabili e la grandezza del mistero di Dio, non ha eguali nell’operato umano.

Ecco che, chi ogni giorno combatte con la debolezza dell’essere umano ed è chiamato a fare di tutto per salvaguardarne lo stato di salute, è ben cosciente che la nostra esistenza è nelle mani di Dio e l’uomo con la sua conoscenza, che viene sempre da Lui, è chiamato ad esserne strumento positivo.

Questo pensiero mi è venuto, parlando in Chiesa con una vecchia coppia di amici, moglie e marito, rivisti dopo molto tempo, che mi parlavano di come si stesse bene in Chiesa a vivere la liturgia eucaristica; la moglie soprattutto mi ha parlato di serenità, della pace che trova in quei momenti, della serenità che gli trasmette l’ascolto della Parola di Dio. Hanno sorriso tutti e due, mentre il nostro dialogo ci riportava ai lontani tempi della nostra gioventù.

Ho visto nei loro occhi, seduti nel banco, in attesa dell’inizio della liturgia domenicale, tanta pace, tanto desiderio di ascolto della Parola di Dio e di vivere immersi nel momento sacro. Conoscendo la loro esperienza di vita, in privato ho alzato gli occhi al cielo ringraziando Dio della sua potenza misericordiosa, della serenità che dona a questi miei amici che hanno vissuto anni fa la perdita della loro unica figlia adolescente, in uno degli eventi inspiegabili che trovano breccia nella nostra gioventù, provocandone il dramma estremo. Quale medico, quale medicina è capace di riportare un po’ di pace nella vita di genitori a cui viene strappata, dilaniata l’intera esistenza con un evento così innaturale e drammatico?

Solo il Signore può lenire il dolore dei tanti misteri che siamo chiamati a vivere, che può dare una risposta alle nostre inquietudini, ai nostri drammi. E’ con il suo amore infinito, da cui dobbiamo solo farci portare in braccio, che la vita può scorrere come Lui l’ha creata per noi: una vita piena, insieme a Colui che si è donato interamente per noi, come recita l’annuncio del giorno di Pasqua, che è risuonato oggi nelle nostre chiese: “A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli”.

Se anche la mamma fa paura…

«Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare». (Mc 9,42).

Ho scelto queste parole di Gesù, dal Vangelo di Marco, che ci accompagna in questo anno liturgico, ma la stessa frase è riportata identica nei sinottici e ciò denota l’importanza che ricopre. È il primo pensiero che mi è venuto, seguendo l’evolversi del racconto del tragico assassinio del piccolo Loris. Cos’è che riesce a scardinare il sereno scorrere della vita, soprattutto in ambienti dove sono presenti i bambini, i più deboli, come ci insegna Gesù, insieme ai poveri? Quale male si annida e riesce voracemente a distruggere vite in quell’ambiente particolarmente benedetto da Dio, dove l’umanità è chiamata a compiere la sua volontà che è la famiglia? Luogo di incontro, di amore, di reciproca crescita e soprattutto cellula primaria dell’amore divino.

E quello che fa più male, è che la tragedia della morte violenta di un bambino – sarà chi di dovere a stabilire le responsabilità – possa avvenire per mano della propria madre. Sconvolgenti le parole dei compagni di scuola del piccolo Loris. Bambini che cominciano a mettere in dubbio l’amore delle proprie madri sono il segno di quanto aberrante sia l’agire umano nella sua peggiore efferratezza. Mi spiace usare parole così forti, ma solo pensare alle tragica situazione di un bambino che anziché contare sull’amore materno lo vede come un pericolo, ha l’effetto di un cataclisma psicologico con effetti devastanti. Forse è questo il peggior aspetto del male, che da sempre cerca di insinuarsi nell’umanità e quando trova un piccolo spiraglio, riesce a sfondare il diaframma tra il bene e il male.

Eppure le difese, le armi per non cadere, l’umanità le ha come dono divino: sono il dialogo, la fiducia reciproca, il condividere le cose belle e soprattutto i momenti di debolezza, il rispetto e soprattutto l’amore reciproco. Viene da chiedersi se il mondo di queste madri assassine sia aperto, se le loro richieste di conforto, il loro poter condividere i cattivi pensieri, abbiano trovato ascolto presso il prossimo che il Signore gli ha messo a fianco.

Al di là del giudizio umano, che seguirà il suo corso, come cristiani non possiamo che interrogarci sulle cose del mondo e con l’aiuto di Dio cercare di essere stumenti della piena realizzazione del suo Regno: un Regno dove tutto ruota intorno all’amore.

E quando ci accorgiamo che è addirittura in pericolo il primo amore, quello legato alla procreazione, quel legame indissolubile in cui il dono della vita si esprime nella sua totalità, non possiamo che invocare il Signore, perché sradichi e faccia scomparire l’insidia del male che approfitta della debolezza umana, con la certezza del suo ascolto: «Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati» (Is 65,24).

Essere Chiesa è restituire al Signore i suoi doni

La parola “Chiesa”, deriva dalla lingua latina “ecclesĭa”, che a sua volta deriva dal greco “ekklēsía”. Con questa inusuale premessa voglio introdurre una riflessione legata la mondo che viviamo. Mentre nell’epoca greca il termine indicava l’assemblea pubblica che si riuniva, nella logica cristiana esprime la comunità dei credenti in Gesù Cristo.

La prima Chiesa, sappiamo che è la comunità di Gerusalemme affidata a Maria e agli Apostoli, e per volere di Gesù stesso sarà affidata a Pietro. Il senso della comunità è il grande dono che l’umanità riceve e nella comunità ci si può confrontare, si può crescere, essere di aiuto al prossimo e ricevere aiuto dal prossimo.

Purtroppo oggi questa ricchezza, a disposizione dell’uomo, non viene apprezzata: si vive in condomini dove il saluto lungo le scale, se non si è in lite, è il massimo dello scambio sociale, oppure nel nido delle nostre automobili, dove non riusciamo a vedere che il colore dei semafori. Ed ecco che la solitudine sociale, diventa padrona della vita della maggioranza di noi.

Una solitudine che viene alimentata dai media e dalla rete. Questa presenza virtuale diventa la protagonista delle nostre giornate, spesso facendo la cronaca inquietante dei fatti più deleteri, come i femminicidi, il bullismo e, ultimamente, il fenomeno di questi giovani che partono, abbracciando non si sa quale fede, per andare ad uccidere in Siria o in Iraq. Forse possiamo cogliere in queste tragedie sociali un unico comune denominatore: la solitudine dei protagonisti, l’incapacità del confronto, un vuoto della loro anima.

I programmi televisivi che fanno più ascolti sono quelli che trattano la cronaca nera, con persone scomparse o omicidi quasi perfetti. Storie che trovano spazio per mesi o per anni in televisione. Protagonisti di reati che diventano personaggi, e mentre le loro vite vengono minuziosamente e morbosamente analizzate, in modo che al telespettatore arrivi quasi l’invito a consolarsi e a dirsi “tanto io non sono come loro”.

Forse qui entra in gioco il ruolo del cristiano, del battezzato in Cristo. È chiamato a guardarsi intorno, a porgere la mano a chi tiene i pugni chiusi perché forse ha trovato troppe porte chiuse, a guardare negli occhi chi gli sta intorno per trasmettere quella luce, quella pace che il Signore dona gratuitamente per donarla al prossimo.

Ed ecco che la Chiesa, si conferma di nuovo la guida per la vita, di chi vuole varcare le sue soglie: la Chiesa dove c’è sempre un sacerdote disposto ad ascoltarti, dove c’è un oratorio in cui bambini e ragazzi possono crescere nel rispetto e nel confronto; dove gli anziani possono vivere il tempo della compagnia e della condivisione e soprattutto dove si può essere guidati con l’ascolto della parola di Dio e nutrirsi spiritualmente dei Sacramenti, dono del Signore.

Senza niente togliere alle tante attività dedicate ai ragazzi, soprattutto lo sport praticato in modo serio e sano, che diventa antidoto a tante deviazione e tentazioni distruttive, che serpeggiano nella società odierna, non può mancare nella vita di ognuno, a qualsiasi età la conoscenza e la presenza del Signore.

E questa verità, questa consapevolezza, sicuramente eviterebbe le tante tragedie del nostro tempo: sentire in ognuno di noi che non siamo mai soli, sia nei momenti difficili e tristi che nei momenti belli della nostra vita, sentire la presenza di Dio.

E noi cristiani, in virtù di ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente, siamo chiamati a restituire al Signore, donando al nostro prossimo il suo amore che da senso alla vita.

La grazia di accompagnare

Ho la grazia di accompagnare, come catechista, un gruppo di ragazzi della mia parrocchia al sacramento della Cresima. Sono ragazzi e ragazze nel pieno dell’adolescenza. Stanno vivendo quella età di mezzo, complessa e bella, che prelude alla maturità personale. Quell’età – lo sanno bene i genitori – che vede trasformare la propria voce, il proprio corpo nel turbinio della crescita, rendendo fragili e delicati come vasi di cristallo.

Naturalmente il nostro percorso di preparazione al Sacramento è incentrato sull’incontro con Gesù, sui suoi insegnamenti, sulla sua presenza nella nostra vita. Ma in questo contesto non ci si può esimere dal confronto con la realtà che viviamo in questo periodo storico. E dialogando con loro mi accorgo quanta sofferenza gli avvenimenti attuali portino nei loro pensieri: in primo luogo l’esodo biblico dei migranti verso le nostre coste, il loro destino in terre non accoglienti per la crisi e i pericoli a cui vanno incontro prima e dopo l’approdo. Poi il pensiero del terrorismo, del barbaro eccidio che in oriente vivono le genti. Infine, ultima piaga, l’epidemia di ebola che sta decimando il Nord Africa. Piaga che la nostra società evoluta non riesce ancora a debellare.

Gli avvenimenti che ogni giorno ci vengono proposti attraverso i media, forse non ci sono stati neppure nel Medioevo più scabroso. I nostri ragazzi, come noi, attraverso le notizie dei telegiornali o attraverso Internet vengono “torturati” da quanto di peggio l’uomo, lontano da Dio, può fare.

Anche nella mia gioventù ci sono stati eventi di questo tipo, ma non c’era l’informazione globale di oggi. La mia generazione ha sentito parlare della guerra del Vietnam attraverso la canzone di Gianni Morandi “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, ripresa poi da Joan Baez a livello internazionale. Ricordo quanta emozione mi dava ascoltarla. Come ricordo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy: ero bambino, la notizia mi arrivò dal televisore di una amica di mia madre (all’epoca ce n’erano pochissime). Ricordo quanto sconcerto sentivo in casa e tanti altri eventi negativi che ci volavano sopra la testa, ma ovattati dalla lontananza. Tutti avvenimenti poi approfonditi e conosciuti nei percorsi scolastici, ma già diventati storia.

Oggi non è così. La nostra gioventù rischia di perdere la spensieratezza dell’età, la gioia della vita, a causa di chi – non si capisce il motivo – vuole portare morte e distruzione, odio e barbarie in un mondo creato da Dio con ben altri obiettivi.

Speriamo che giovane età riesca anche ad ammortizzare questi traumi sociali. A noi cristiani è affidato il compito di aiutare, di guidare la nostra gioventù, il nostro futuro, con l’insegnamento del “Maestro”, di Gesù che allontana l’uomo dagli estremismi, pone amore al posto dell’odio, il perdono al posto dell’offesa, la fraternità al posto dell’egoismo.

Accompagnare la nostra gioventù all’incontro con il Signore, nella libertà, nel rispetto individuale e soprattutto a conoscere il mezzo che ci “connette” – per usare il loro linguaggio – con Lui: la preghiera. Tutto il resto non è più opera di uomo, ma del Signore.

Le carrube dei maiali

Non possiamo che sobbalzare di sdegno di fronte all’orribile destino delle tre suore saveriane in Burundi.

Il nostro pensiero va a loro, che hanno dedicato l’intera vita alla missione, portando Gesù e il suo amore in terre remote, ai bisognosi e ai lontani.

Ho conosciuto tanti missionari, consacrati e laici, giovani e anziani. Parlandomi della loro “Africa”, della loro esperienza, sprizzavano gioa e entusiasmo da tutti i pori. Tutti hanno riconosciuto il loro “mal d’Africa”, quella passione che ti trattiene e con difficoltà ti fa tornare alla tua terra.

Così era sicuramente per le tre sorelle saveriane, anche se hanno dato il loro sangue per amore di Dio, per amore del prossimo.

Ancora una volta è la Chiesa ad insegnarci la vita: la missione è aiutare il prossimo nel luogo in cui il Signore ha deciso che nascesse; agevolarne la vita quotidiana con gli insegnamenti positivi che la civiltà occidentale, nel suo lato migliore, può dare; aiutare le comunità di quei luoghi a crescere, a svilupparsi e soprattutto a conoscere che c’è un Dio che ama l’uomo, che odia le guerre e la violenza.

Più di una volta gli organismi internazionali hanno proposto di aiutare le popolazioni in difficoltà direttamente nella loro terra e più di una volta sono rimaste parole. Quante tragedie di barconi che attraversano mari tempestosi si potrebbero evitare? Quante vittime del nuovo mercato degli schiavi si potrebbero salvare?

Ho conosciuto, tempo fa, davanti alla nostra cattedrale, un giovane del Ruanda, da qualche anno in Italia, di nome Benjamin (credo che si scriva così). Ha la stessa età della mia figlia più grande, ventinove anni, di cui gli ultimi trascorsi nella nostra terra, una moglie e una figlia piccola nel suo paese. Nelle mattinate in cui presto il mio servizio volontario in cattedrale dialogavo con lui. L’ho visto aiutare le anziane che salgono i gradini per andare a Messa. Con il sorriso a fine mattinata riusciva a mettere insieme qualche euro.

Cercava lavoro da noi e non lo trovava. Poi gli hanno offerto di occuparsi di un maneggio di cavalli, con annesso porcilaio: giorno e notte per dieci euro al giorno.

Non ho più visto Benjamin sugli scalini della cattedrale, non so che fine abbia fatto, non so più nulla della sua scelta di vita. Ma pensando a lui ho meditato sulla parabola del “Figliol prodigo” (Lc 15,11-32). Anche in quella storia c’è un giovane – anche se in un contesto ben diverso – costretto a mangiare le carrube dei maiali. Decide di tornare a casa sua.

Così mi auguro per Benjamin, anche se nella sua terra c’è la fame e la guerra. Ma è lì che il Signore lo ha posto. Forse, se l’avesse incontrato nelle suore saveriane, sarebbe stato consigliato a rimanere, a combattere per la pace, ad impegnarsi in ogni modo, vivendo pienamente la sua vita.

Non è andando a fare gli schiavi in paesi resi ostili dalla crisi che queste persone possono costruire il proprio futuro e quello delle loro famiglie.

Vale per Benjamin come per i giovani che troviamo davanti ai supermercati: aspettano l’euro del carrello o vendono stracci presi chissà dove e da chi; ragazzi nel pieno della gioventù, della forza, sottratti alla loro terra per un sogno irrealizzabile. Magari sono diplomati o laureati, ma sembrano come privati dello slancio vitale, dell’energia che il Signore dona ad ogni creatura per sviluppare e realizzare il suo sogno di amore.

Tante contraddizioni alle quali ognuno di noi può rispondere solo con la carità cristiana, guardando in faccia chi chiede anche solo le briciole, accogliendo quanti bussano alla porta della nostra vita.

Altrimenti verrebbe meno il senso di una esistenza vera, solidale e aperta alla realtà. A volte si apre al nostro sguardo uno scenario duro, una realtà che ha bisogno di coraggio, di passione, di dedizione soprattutto verso il nostro prossimo. Di un amore splendidamente testimoniato dalle tre suore uccise in Burundi.

Sicuramente, già sono nella schiera degli angeli, accanto al Signore a cui hanno dedicato la loro esistenza riconoscendolo nel prossimo.

Estate difficile. Dare il meglio con la forza della fede

Nonostante tutto. È il pensiero che emerge in questa estate metereologicamente strana, ma che ci permettere di vivere normalmente le tradizioni.

Mi riferisco alle numerose feste dei paesi che costellano il nostro territorio in questo periodo. In queste serate serene, rispetto ad altri luoghi della nostra penisola, è facile ascoltare il rumore dei fuochi d’artificio che coronano le processioni e le feste in corso, risuonando nella valle, tanto amata da San Francesco.

Sono feste di popolo, attese tutto l’anno e diventano l’occasione di incontro delle comunità, ormai ridotte al minimo, delle nostre frazioni. Un incontro tra generazioni, nel quale nonni, figli e nipoti tornano a formare un unico nucleo, e per uno o più giorni, si dimenticano i lunghi periodi invernali che i pochi abitanti, per la maggior parte anziani, vivono nel silenzio di contrade deserte.

Feste di popolo, nelle quali il Santo patrono diventa il centro dell’attenzione generale e il Parroco può dare il meglio di se stesso, recuperando i lunghi periodi in cui la sua chiesa è semivuota.

C’è sempre la banda musicale che porta allegria e accompagna la processione con sinfonie che si elevano come incenso; c’è il circoletto del paese, che riempie di gelati il frigorifero spento tutto l’anno: c’è la festa.

Tutto si perfeziona nella processione, con la “macchina” del Santo patrono portata a spalla, il tutto preparato meticolosamente dal comitato, nel quale ognuno ha il suo ruolo e soprattutto il Parroco diventa il regista di tutto.

Processioni in cui non c’è chiacchiericcio: tutti rispondono all’invito alla preghiera, ognuno espone al Signore i suoi bisogni, i suoi ringraziamenti, i suoi pensieri.

E tra questi pensieri, c’è sicuramente il brutto periodo economico che la nostra città sta vivendo: le fabbriche che emigrano verso lande per loro più convenienti, i nostri giovani costretti a cercare lavoro lontano, le tantissime famiglie che soffrono e quel clima di sfiducia che aleggia nella nostra comunità.

Nonostante questo, nonostante tutto, la nostra gente riesce a mantenere la sua vitalità, consapevole di far parte di una situazione più grande, consapevole di dover attendere una soluzione che non dipende solo da lei, ma non per questo si autocompatisce o deprime.

“Passerà”, dicono gli anziani con la loro saggezza e nel frattempo è il momento di dare sempre il meglio di se stessi, di fare ognuno la sua parte, mantenendo la serenità in famiglia, nei luoghi di lavoro, i pochi rimasti e soprattutto tra la nostra gioventù, la più colpita.

Ecco la dignità della nostra gente, che anche nelle situazioni più difficili cerca il dialogo, sa attendere e forte della tradizione secolare si rivolge a chi non ha mai deluso: forte della Fede, sa cogliere i suoi frutti. Sono la pazienza ,la perseveranza, l’affidamento in chi non abbandona mai i suoi figli.

Le immagini di morte e la risorsa della preghiera

Viviamo un mondo in cui l’immagine prevale su ogni altra forma di comunicazione. Ma non dobbiamo lasciarci travolgere e condizionare da ciò che la modernità ci offre e impone. Attraverso l’immagine possiamo e dobbiamo pensare, discernere e approfondire ciò che viviamo.

Mi riferisco all’agghiacciante foto che ritrae un bambino iracheno: mostra come trofeo la testa mozzata di un “nemico”. Non possiamo colpevolizzare il bambino, ma l’orrore e lo sdegno si rivolge a quel pezzo di società in cui è inserito, negli adulti che stanno compiendo le stragi in quel Paese dilaniato da guerre tra etnie, da non chiamare nemmeno religiose, ma tribali.

È una visione, questo sfregio alla dignità umana, che dura un attimo, per essere poi ingoiato da altri argomenti, da altri fatti. Incessantemente, è la legge dei media, occorre meravigliare e sconvolgere. Un grande sforzo per attirare l’interesse, spesso rivolto ad altri fini.

Ma messa da parte quella foto dell’orrore, simbolo della barbarie antica e moderna, il mio pensiero va alle parole dei potenti del mondo. Davanti ai miei occhi scorrono le immagini del leggìo da cui parla il presidente americano Obama, simbolo del massimo potere militare mondiale. È sempre inserito in una cornice di verde: vuole dare un senso di sicurezza a chi ascolta e guarda.

Poi penso al leggìo di papa Francesco, poggiato nel davanzale della finestra vaticana da cui si rivolge all’umanità, sobrio e trasparente come il messaggio che il pontefice proclama a nome di Dio.

Sono due poteri diversi: uno ha a disposizione interi eserciti e mezzi tecnologici. Ha i droni, che riescono a colpire ovunque, senza perdite di personale militare, ma con il sacrificio di innumerevoli vittime civili. Vite innocenti ed estranee ai giochi di potere, vittime di una evoluzione in cui l’uomo è solo un puntino quasi invisibile, solo un bersaglio da colpire per compiere con successo la missione affidata.

L’altro potere è senza esercito e armi, è il luogo in cui risuona la Parola di Dio. Come gli antichi Profeti, la Chiesa continuamente richiama l’umanità all’amore universale, al dialogo come arma che riesce a annullare ogni conflitto, continuamente e instancabilmente. La preghiera e l’invocazione a Dio possono modificare e stravolgere l’istinto umano all’autodistruzione.

Nell’omelia tenuta al Monastero delle Clarisse, nella festa di Santa Chiara, il nostro Vescovo ha ricordato come la Santa, ostentando il Sacramento davanti alle orde degli invasori saraceni che stavano portando morte e distruzione, riuscì a allontanarli e a salvare la sua città.

Su questo esempio mons Lucarelli ha esortato tutti alla preghiera , invocando la forza della fede. «Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri delloro cuore» (Lc 1,50) recita il Cantico della Beata Vergine Maria, nel suo Magnificat, e come cristiani, nella vicina solennità dell’Assunta, ci rivolgiamo al Signore perché stenda la sua mano per annullare gli orrori delle guerre e dell’odio e riportare l’umanità al suo destino di pace e serenità, come è nel disegno divino.