Parole dal Silenzio: Compassione. Note su un Dio apatico

Compassione è una delle parole più belle che abbiamo nel vocabolario. Ma è una parola che noi applichiamo a Dio molto raramente. L’immagine di Dio, purtroppo, per molti secoli è stata condizionata non dalla rivelazione biblica, ma da alcuni assunti filosofici. Fin dall’inizio la riflessione teologica ha preso per buono quanto la filosofia diceva dell’essere e lo ha applicato a Dio. Tra questi assunti c’è l’immutabilità. Ne deriva un Dio lontano, che non può essere coinvolto nelle sofferenze dell’uomo. Ma è davvero così?

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L’Avvento, guardando ai nostri giorni

Cerchiamo di attualizzare la storia, quando si ha a che fare con la Parola di Dio che è “viva ed eterna” (1 Pt 1,23). Proviamo, cioè, a vedere in che misura le cose accadute al tempo della nascita terrena di Gesù sono istruttive anche per la Chiesa di oggi, senza, tuttavia, pretendere di poter spiegare la complessa realtà dei nostri giorni.

Noi non aspettiamo più, come quei “pii e timorati di Dio”, perché la redenzione d’Israele si è perfettamente compiuta. Colui che doveva venire è venuto e non se ne può aspettare un altro (Mt 11,3; Lc 7,19). Eppure anche noi aspettiamo qualcosa; ogni epoca aspetta una nuova “visita di Dio”. Dice una preghiera liturgica dell’Avvento: “Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, noi aspettiamo, o Padre, la nostra redenzione”. Tale attesa assume un carattere più intenso in questa specie di “avvento” più lungo che è la nostra vita. Aspettiamo tutti, nella Chiesa, un rinnovamento spirituale, la realizzazione piena della nuova Pentecoste auspicata dal Concilio Vaticano II.

Anche oggi, si profilano diversi atteggiamenti, mentalità, schieramenti di opinione che somigliano, in parte, a quelli che esistevano al tempo della prima venuta del Salvatore. Sono archetipi di mentalità religiose che si ritrovano, sotto forme diverse, in quasi tutte le situazioni storiche. La tendenza “sadducea” è quella che spinge verso una secolarizzazione più radicale e a un’intesa piena, quasi senza riserve, con il mondo e la cultura del mondo. Essa identifica la salvezza con il progresso, non però con il progresso della fede, perché è pronta ad attenuare l’unicità del messaggio cristiano per un’intesa più ampia con tutti. La tendenza che richiama quella dei “farisei” attribuisce un’importanza capitale alle forme esterne della religiosità e ai riti tradizionali; ma non intende per tradizione la perenne e vivente “Tradizione” della Chiesa che risale agli Apostoli, ma piuttosto piccole e riformabili tradizioni umane; difende le proprie preferenze ideologiche e politiche. La mentalità da “Esseni” è impersonata da coloro che si isolano, formando gruppi religiosi chiusi in se stessi. Non hanno il cuore aperto alla salvezza di tutti, anche degli avversari. Infine, c’è anche oggi, il partito degli “Zeloti”, cioè di coloro che pensano di dover ricorrere alla violenza e alla rivoluzione, nel ritenere che ci sia un rapporto diretto tra la loro azione e la salvezza di Dio.

Queste tendenze possono anche avere dei valori positivi e, del resto, ben pochi, credo, possono ritenersi del tutto immuni da qualcuno dei tratti negativi messi in luce. Ma non è questa la cosa importante. Ciò che importa è che i “Vangeli dell’Infanzia” ci prospettano un modello e un atteggiamento diversi da ogni altro: quello dei pii e umili di cuore che aspettavano la redenzione d’Israele e l’aspettavano soprattutto da Dio. Trasferiamo in noi le loro virtù, impregnandoci del loro spirito, specie nel tempo di Avvento in cui la Liturgia ce li pone continuamente davanti agli occhi, ma anche nel resto dell’anno, dal momento che possiamo ripetere ogni giorno (nella Liturgia delle Ore) le loro preghiere: il Magnificat, il Benedictus, il Nunc dimittis.

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

“Quelli che aspettavano la consolazione d’Israele”

Prima della nascita di Gesù, esistevano, in Israele, quattro raggruppamenti, o partiti, a sfondo politico-religioso. I Sadducei rappresentavano l’aristocrazia del paese e impersonavano quella che , in termini moderni, si direbbe la tendenza liberale e razionalista in fatto di religione. I Farisei, all’opposto, facevano dipendere la salvezza dall’esatta e puntigliosa osservanza della Legge di Mosè; il loro nome significa “separati” dal resto del popolo, considerato “gente che non conosce la Legge e maledetta!” (cf Gv 7,49). Il terzo raggruppamento era quello degli Esseni, una specie di élite spirituale chiusa; consideravano se stessi i soli salvati e i soli salvabili, l’unico vero Israele. Infine c’era quella che Giuseppe Flavio chiama “la quarta scuola”, ed era il partito degli Zeloti. La loro sollevazione armata contro Roma portò, nel 67 d.C., alla catastrofe e alla distruzione di Gerusalemme.

Se leggiamo il Vangelo, scopriamo accanto a queste quattro categorie ricordate, l’esistenza di un’altra categoria di persone, non registrata dagli storici e dagli annali del tempo, non costituita in gruppo o partito, ma che pure è quella che ha inciso di più nella storia. Sono persone diverse. Diverse dentro, nello spirito. Sono i pii e i timorati di Dio “che aspettavano la consolazione e la redenzione di Israele” (cf Lc 2,25.38). Sono i protagonisti umili e commoventi dei “Vangeli dell’infanzia” che danno ai racconti di Luca e Matteo quel fascino e quell’aria di semplicità e di entusiasmo che conosciamo. Un mondo silenzioso e umile che ora viene alla ribalta della storia, non tanto perché essi vengono alla luce, quanto perché la Luce è venuta su di essi. Sono Zaccaria ed Elisabetta, genitori di Giovanni Battista il Precursore, Simeone ed Anna, i Magi, e principalmente Maria e Giuseppe. Dietro di essi c’è la folla anonima che entra in contatto con loro, come i parenti che vengono a rallegrarsi con Zaccaria ed Elisabetta, i pastori, e tutti coloro ai quali Simeone e la profetessa Anna parlano del bambino Gesù. Maria guida il coro di questi pii e umili di cuore. “Essa – dice un testo del Vaticano II – primeggia tra gli umili e poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da Lui la salvezza” (Lumen Gentium 55).

Questi personaggi vivono “nello Spirito”. Sono sensibili e docili allo Spirito, come le foglie al vento. Lo sappiamo e lo possiamo affermare con sicurezza perché conosciamo il loro modo di pregare. Il Vangelo dell’Infanzia è pieno delle loro preghiere: il Magnificat (“L’anima mia magnifica il Signore”), il Benedictus (“Benedetto il Signore, Dio d’Israele”), il Nunc dimittis (“Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace”), senza contare le preghiere indirette, come quelle dei pastori, che tornarono “glorificando e lodando Dio” (Lc 2,20).

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

I misteri di Cristo nella vita della Chiesa

Con la riscoperta moderna della dimensione storica, il pensiero cristiano è tornato ad interessarsi non solo del “fondamento”, ma anche dello “svolgimento” della salvezza. Ne è scaturita quella che si chiama la “cristologia narrativa”, cioè una conoscenza di Cristo che segue da vicino l’evolversi della salvezza e della rivelazione di Dio nella vita di Gesù. Di colpo, gli avvenimenti concreti della storia di Cristo riacquistano un’importanza fondamentale.

Naturalmente, nell’accostarci ai misteri di Cristo non possiamo fare leva tanto sulla “carne”, o sulla lettera, quanto sullo “Spirito”, perché è nel Signore risorto, nel Kyrios vivente secondo lo Spirito, che noi possiamo entrare in contatto vivo con i suoi misteri. Diversamente, questi resterebbero inesorabilmente fatti “passati”, semplici memorie da celebrare – direbbe S. Agostino – “a modo di anniversario, non di mistero” (S. Agostino, Lettera 55). E l’Apostolo Paolo: “Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,16-17). “Contemporanei” di Cristo, presenti ai suoi misteri, non si diventa grazie alla storia, e tanto meno grazie all’immaginazione, ma solo grazie alla fede.

Un concetto importante da ricordare è che il Nuovo Testamento è nato nella Chiesa e per la Chiesa. I fatti narrati nel Vangelo e in tutto il Nuovo Testamento sono perciò, nella loro stessa origine, “ecclesiali”, cioè destinati all’edificazione della fede della Chiesa, messi per iscritto per rispondere ai suoi bisogni, per fornirle indicazioni e modelli. Come dire che l’applicazione dei misteri di Cristo alla vita della Chiesa non è qualcosa di arbitrario e aggiunto, ma, in un certo senso, qualcosa di costitutivo.

Un altro criterio importante è quello che i Padri esprimevano con l’equazione “Ecclesia vel anima”, la Chiesa ovvero l’anima. Ossia, tutto quello che nella Scrittura si dice universalmente della Chiesa, si deve applicare anche personalmente a ogni singolo credente. Ecco un esempio di questa applicazione, in chiave personale e morale, tratto da S. Agostino: “Cristo ha patito; moriamo al peccato. Cristo è risuscitato; viviamo per Dio. Cristo è passato da questo mondo al Padre; non si attacchi qui il nostro cuore, ma lo segua nelle cose di lassù. Il nostro Capo fu appeso sul legno; crocifiggiamo in noi la concupiscenza del mondo. Giacque nel sepolcro; sepolti con lui dimentichiamo le cose passate. Siede in cielo; trasferiamo i nostri desideri alle cose supreme. Dovrà venire come giudice; non lasciamoci aggiogare con i non credenti. Egli risusciterà anche i corpi dei morti; al corpo destinato a mutare procuriamo meriti, mutando mentalità” (Discorso 229d).

Lo Spirito Santo più che fare cose nuove, fa nuove tutte le cose. Solo lui ci può permettere di fare nostra la bella frase di S. Ambrogio: “Tu, o Cristo, ti mostri a me faccia a faccia. Io ti incontro nei tuoi misteri!”.

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

I misteri di Cristo

La parola “Misteri” ha avuto, nella tradizione cristiana, due accezioni fondamentali: una storica e una sacramentale.

Nell’accezione “storica”, i misteri sono i fatti, gli eventi stessi, prima prefigurati nell’Antico Testamento e poi realizzati in Cristo e proclamati nel Nuovo Testamento, in quanto sono carichi di un significato salvifico che trascende lo spazio e il tempo. Indicano dunque il “fatto” e inoltre il “significato” del fatto. “Discese dal cielo per la nostra salvezza”, “Morì per i nostri peccati”, “Risorse per la nostra giustificazione”: queste frasi ed altre analoghe – formate da un verbo che indica l’evento e da un complemento che indica il significato dell’evento – entrarono ben presto a far parte dei simboli o professioni di fede (il Credo). Esse designano quello che si intende per “misteri della vita di Cristo”.

Nell’accezione “sacramentale”, la parola misteri (mysteria, sacramenta) indica invece i riti sacri o i segni, attraverso i quali quegli avvenimenti storici vengono rappresentati e attualizzati nella Liturgia della Chiesa.

La spiritualità greco-ortodossa ha privilegiato questa seconda accezione, sviluppando una spiritualità misterica tutta incentrata sui sacramenti (Battesimo, Cresima, Eucaristia), come si può vedere leggendo la splendida sintesi di Nicolas Cabasilas, nel medioevo bizantino, intitolata “La vita in Cristo”.

La spiritualità latina ha sviluppato, di preferenza, l’altra linea, quella storica, creando addirittura, a questo riguardo, un nuovo genere letterario, quello della “meditazione dei misteri di Cristo”, che sono cosa diversa dai “misteri del cristianesimo”, che indicano le verità di fede e i dogmi della Chiesa.

Si tratta, evidentemente, di accentuazioni diverse e complementari, perché è chiaro che il mistero cristiano, completo e integrale, comprende l’una e l’altra cosa insieme. Esso, anzi, non si ferma neppure a questi due livelli, perché, accanto al livello storico degli eventi salvifici e a quello sacramentale della ripetizione mistica, comporta anche il livello morale o esistenziale dell’imitazione pratica, a cui tutto deve tendere.

Le “feste liturgiche”, dette anch’esse, talvolta, “misteri” (“sacramenta”) rappresentano già una sintesi di queste diverse prospettive. Da una parte, infatti, con la loro ricorrenza a modo di anniversario, esse richiamano alla mente l’evento che commemorano; dall’altra, con i riti che comportano, rendono presenti e operanti, nei segni, quegli stessi eventi.

Un esempio di quattro livelli diversi del mistero cristiano è la Pasqua: la figura (la Pasqua antica dell’Esodo), l’evento (la Pasqua storica di Cristo), il sacramento (la Pasqua liturgica della Chiesa), l’adempimento (la Pasqua personale del cristiano che consiste nel passaggio dal peccato alla vita in Cristo).

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà

Credi tu? Ora siamo assediati di parole, di musiche e di immagini. Nessuna più resiste a lungo nella mente, ma una ne scaccia l’altra rapidamente. Siamo in una nuova cultura nella quale dobbiamo pure annunciare il Vangelo, che non cambia. Qual è il mezzo a disposizione? È la Parola di Dio. Essa non ha cessato infatti di essere “come il fuoco e come un martello che spacca la roccia” (Ger 23,29). Non ha cessato di distinguersi dalle parole umane e di essere più forte di esse.

Che cosa dobbiamo annunciare a noi stessi e agli altri? “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”, diciamo nella Messa subito dopo la Consacrazione. Quando si tratta della morte, la cosa più importante del cristianesimo non è il fatto che dobbiamo morire, ma il fatto che Cristo è morto per noi. Il cristianesimo non ha bisogno di farsi strada con la paura della morte. Si fa strada con la morte di Cristo. Gesù è venuto a liberare gli uomini dalla paura della morte, non ad accrescerla. Il Figlio di Dio, si legge nella Lettera agli Ebrei, ha assunto carne e sangue come noi “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15).

Dobbiamo creare in noi delle certezze di fede elementari, ma radicate fin nel midollo, da trasmettere agli altri, non come comunicazione di dottrina, ma come comunicazione di esistenza. Se Gesù è morto per tutti, se ha “provato la morte a vantaggio di tutti” (Eb 2,9), questo vuol dire che la morte non è più quell’incognita, quell’inesplorato, di cui tanto si parla. Si dice: Si è soli, soli davanti alla morte, nessuno può morire al posto mio. Ma questo non è più vero del tutto, perché c’è stato uno che è morto al posto mio. Qui ci si deve attaccare, qui dobbiamo attestarci nella fede, senza indietreggiare di fronte a nessun assalto dell’incredulità proveniente sia da dentro che da fuori di noi. “Se moriamo con Lui, con Lui anche vivremo” (2 Tm 2,11). È possibile dunque morire in due!

Il problema è quello stesso che Gesù pose a Marta: Credi tu, si o no? Ah, se fossi stato qui! Dice Marta, e Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà … Credi questo?” (Gv 11,21-26). Essere cristiano vuol dire questo, non altre cose, culturali, politiche o altro. Vuol dire: unito a Cristo per la vita e per la morte.

L’Apostolo Paolo ha scritto queste parole illuminanti: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi” (Rm 14,7-8).

(da: Sorella morte)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Professo un solo Battesimo per il perdono dei peccati

Nel capitolo quinto e sesto della Lettera ai Romani, S. Paolo ci presenta Cristo Gesù come il capostipite degli obbedienti (“regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo”, l’uomo nuovo, che ci fa “camminare in un vita nuova”), in opposizione ad Adamo che fu il capostipite dei disobbedienti (“la morte ha regnato a causa di quel solo uomo”). Noi entriamo nella sfera di questo avvenimento, di questa logica, attraverso il Battesimo: “Non sapete che, se vi mettete a servizio di qualcuno come schiavi per obbedirgli, siete schiavi di colui al quale obbedite: sia del peccato che porta alla morte, sia dell’obbedienza che conduce alla giustizia? Rendiamo grazie a Dio, perché eravate schiavi del peccato, ma avete obbedito di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siete stati affidati. Così, liberati dal peccato, siete stati resi schiavi della giustizia” (Rm 6,16-17).

Nel Battesimo è avvenuto un cambiamento di padrone, un passaggio di campo: dal peccato alla giustizia, dalla disobbedienza all’obbedienza, da Adamo a Cristo. La Liturgia battesimale ha espresso tutto ciò attraverso l’opposizione: “Rinuncio – Credo”. Nell’antichità, esistevano, in alcuni rituali battesimali, dei gesti che visualizzavano, per così dire, questo avvenimento interiore. Il battezzando si voltava prima verso occidente, considerato simbolo delle tenebre, e faceva segno di ripudio e di allontanamento da Satana e dalle sue opere; quindi si voltava verso oriente, simbolo della luce, e, inchinandosi profondamente, salutava Cristo come suo nuovo Signore.

L’obbedienza a Cristo è dunque, per la vita cristiana, qualcosa di costitutivo; è il risvolto pratico e necessario dell’accettazione di Cristo Signore.

Nel Battesimo, noi abbiamo accettato un Signore, un Kyrios,, però un Signore umile e “obbediente”, uno che è diventato Signore proprio a causa della sua obbedienza, “Obbediente fino alla morte” (Fil 2,8-11), “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza … e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). L’obbedienza qui non è tanto “sudditanza” quanto piuttosto “somiglianza”: obbedire a un tale Signore è somigliargli, perché anche lui ha obbedito.

Troviamo una splendida conferma del pensiero di Paolo, nella Prima Lettera di Pietro. I fedeli sono stati “scelti secondo il piano stabilito da Dio Padre, mediante lo Spirito che santifica, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi dal suo sangue” (1 Pt 1,2). La vocazione cristiana è una vocazione all’obbedienza! Poco più avanti, nella stessa Lettera, S. Pietro definisce i fedeli con una formula assai suggestiva: “figli obbedienti” o meglio “figli dell’obbedienza” (1 Pt 1,14) che non è un semplice ebraismo, perché l’autore ispirato spiega subito che i cristiani sono stati “purificati”, nel Battesimo, “con l’obbedienza alla verità” (1 Pt 1,22). Scopriamo che l’obbedienza nel Battesimo, prima che virtù, è dono, prima che legge, è grazia. La legge “dice” di fare, mentre la grazia “dona” di fare.

(da: La vita in Cristo. Il messaggio spirituale della Lettera ai Romani)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

La Chiesa: Una, santa, cattolica e apostolica

L’impotenza a cambiare le logiche umane e far trionfare le ragioni della pace in un mondo ostile, ci fa sentire con più urgenza il bisogno di realizzare l’unità nella diversità universale (cattolica) della Chiesa, in modo che, come dice una delle Preghiere Eucaristiche (V/d), “In un mondo lacerato da discordie, la Chiesa risplenda segno profetico di unità e di pace”, come lo è stata fin dai tempi degli Apostoli.

L’analogia tra matrimonio umano e l’unione tra Cristo e la Chiesa sta nel fatto che entrambi sono fondati sull’amore: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola … senza macchia né ruga, ma santa e immacolata” (Ef 5,25). Ma cosa ha amato di preciso, ci domandiamo, se al momento di dare la vita la Chiesa non esisteva ancora? Ha amato, spiegano gli esegeti, “la Chiesa preesistente in Dio in virtù della sua elezione e determinazione prima del tempo”. Cristo ha amato la Chiesa dello stesso amore con cui Dio amava l’umanità nel crearla. La creatura esiste perché è stata amata. Questo si realizza in modo eminente nella Chiesa. Essa esiste in quanto amata. “Amata” è il nome che riceve la sposa futura e fedele di Dio nel Libro del Profeta Osea (Os 2,3).

Se Cristo ha amato la Chiesa nonostante le iniquità che essa doveva commettere, facendo quasi finta di non vederle, chi siamo noi per trovare nelle debolezze e miserie della Chiesa una ragione per non amarla e anzi giudicarla? Proprio noi che siamo così carichi di peccato?

Crediamo che Gesù non li conoscesse meglio di noi i peccati della Chiesa? Non sapeva egli per chi moriva? Non sapeva che, tra i suoi discepoli, uno lo aveva tradito, un altro lo stava rinnegando e tutti stavano fuggendo? Ma egli ha amato questa Chiesa reale, non quella immaginaria e ideale. È morto per renderla “santa e immacolata”, non perché era già santa e immacolata. Ha amato la Chiesa “in speranza”; non solo per quello che “è”, ma anche per quello che è chiamata ad essere e che “sarà”: la città santa, la Gerusalemme nuova “pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2).

La Chiesa sarebbe senza macchia, se non avesse noi! La Chiesa avrebbe una ruga in meno, se io avessi commesso un peccato in meno. A Lutero che lo rimproverava di rimanere nella Chiesa cattolica, nonostante la sua “corruzione”, Erasmo di Rotterdam rispose un giorno: “Sopporto questa Chiesa, in attesa che divenga migliore, dal momento che anch’essa è costretta a sopportare me, in attesa che io divenga migliore”.

Provate a dire a un uomo veramente innamorato che la sua sposa è brutta, o che è una poco di buono, e capirete che non potete fargli offesa più grande!

(da: Amare la Chiesa. Meditazioni sulla Lettera agli Efesini)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Credo la Chiesa

Sorge subito una domanda: Cos’è per me la Chiesa? È davvero madre? È nota l’affermazione di S. Cipriano: “Non può avere Dio per Padre, chi non ha la Chiesa per madre”. Noi credenti ci lamentiamo spesso, e giustamente, che il mondo e i suoi mass media non riescano ad andare mai oltre la scorza della Chiesa per cogliere in essa anche il mistero di grazia, la sua realtà spirituale; di non vedere, di essa, che il risvolto politico, sociale, indulgendo al “pettegolezzo” sulla Chiesa, più che cercare di capirne l’essenza.

Ma non è solo il mondo a cadere in questo errore: siamo spesso anche noi, figli della Chiesa, specie quelli che vivono a più stretto contatto con essa e con le sue strutture umane. Qualcuno ha detto che “nessun uomo è grande agli occhi del proprio cameriere” e noi siamo un po’ i camerieri della Chiesa, quelli che la vedono, per così dire, dentro casa, nei suoi aspetti più umani e meno gloriosi.

Per una verifica, basta porsi la domanda: Che cosa evoca in me, di primo acchito, la parola “Chiesa”? Tutto quello che ci dice il Nuovo Testamento, e in particolare la Lettera agli Efesini, o invece quasi solo persone, incarichi, problemi, torti ricevuti? Sappiamo cosa intende, purtroppo, il mondo quando sente pronunciare la parola “Chiesa”; intende “il Vaticano”, oppure “la gerarchia, papa, vescovi e sacerdoti”! Noi rischiamo di adeguarci a questo equivoco, se non addirittura di provocarlo.

I Padri (S. Girolamo e S. Agostino in particolare) hanno applicato congiuntamente a Maria e alla Chiesa il versetto del Salmo 44/45 – l’epitalamio regale! – che, nella versione da essi conosciuta diceva: “Tutta la bellezza della figlia del re viene dall’interno” (Gloriosa nimis filia regis intrinsecus: oggi tradotto in “Entra la figlia del re: è tutta splendore”). La bellezza della Chiesa è la grazia di cui anche lei, come Maria, è “piena”. Naturalmente non è la Chiesa che genera la bellezza, la grazia, ma è la grazia di Dio che genera la Chiesa.

Succede con la Chiesa come con la vetrata di una cattedrale gotica, come quando si visita la cattedrale di Chartres. Se si guarda dall’esterno, dalla pubblica via, la vetrata non è che un insieme di pezzi di vetro scuri, legati tra loro da strisce di piombo scure. Ma se si entra dentro la cattedrale e si guarda la stessa vetrata contro luce, dall’interno, che spettacolo di colori, di figure, di significati! Dobbiamo collocarci dentro la Chiesa per comprenderne il mistero. Dentro, non solo istituzionalmente, ma con il cuore.

(da: Amare la Chiesa. Meditazioni sulla Lettera agli Efesini)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Lo Spirito Santo ha parlato per mezzo dei profeti

Lo Spirito Santo, nel Nuovo Testamento, è soprattutto lo Spirito di profezia. È la forza che assicura la corsa della Parola da Gerusalemme fino ai confini della terra.

Noi abbiamo bisogno dello Spirito di profezia per portare, o riportare, gli uomini a Dio, attraverso l’annuncio del Vangelo. Giovanni, nell’Apocalisse, dice lapidariamente: “La testimonianza di Gesù è lo Spirito di profezia” (Ap 19,10). E questo richiama le parole: “Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8). Non si può annunciare efficacemente Gesù se non con la forza dello Spirito. Gli apostoli sono coloro che “hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo” (1 Pt 1,12). Tra l’annunciare Cristo semplicemente “in dottrina” e l’annunciarlo “in Spirito Santo” c’è una grande differenza: nel primo caso si ha una trasmissione di dottrina, nel secondo una trasmissione di vita, di esistenza.

S. Pietro chiama questo un parlare con parole di Dio: “Chi parla, lo faccia con parole di Dio” (1 Pt 4,11). In questo caso si realizza qualcosa che richiama ciò che avvenne nel momento in cui la Parola fu messa per la prima volta per iscritto, nell’ispirazione della Scrittura: “Mossi da Spirito Santo parlarono alcuni uomini da parte di Dio” (2 Pt 1,21). Il giorno di Pentecoste avvenne proprio così. Mossi da Spirito Santo parlarono gli apostoli da parte di Dio. E sappiamo cosa successe: tremila persone “si sentirono trafiggere il cuore” e si convertirono alla fede.

Ci occorre questo modo profetico di ascoltare e di annunciare il Vangelo; altrimenti rimarremmo, nonostante tutto, sullo stesso piano del mondo. Ci distinguerà da ogni altro annuncio il contenuto del messaggio – e sarà già una cosa fondamentale – ma soprattutto la forza, il principio, che anima il messaggio: “La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia?” (Ger 23,29). Certo che lo è, ma è la “sua” parola, quella dello Spirito di Dio! La “sua parola” non indica solo che si tratta di parola “che parla di Dio”, ma anche la parola “di Dio che parla”, parola che ha Dio per soggetto, non solo per oggetto.

La Bibbia parla di una parola che dà la vita: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; Dt 8,3), perché “la parola di Dio è viva, efficace e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Lo Spirito Santo prenderà dunque la parola di Cristo e l’annuncerà. “Non parlerà da se stesso” (Gv 16,13), non aggiungerà parole nuove, perché tutto ciò che il Padre aveva da dire l’ha detto attraverso il suo Verbo e non ci sono più parole di Dio dopo di lui e fuori di lui.

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

E procede dal Padre e dal Figlio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato

L’antico e venerando inno “Veni creator Spiritus” – Vieni Spirito Creatore! – può assolvere magnificamente il compito di dispiegare davanti al nostro sguardo la magnificenza e l’unità profonda di tutto il piano della salvezza, dalla creazione al ritorno finale di tutte le creature in Dio. Nell’inno il Paràclito è visto, nello stesso tempo, come Spirito della creazione (“Spirito creatore”) e come Spirito della redenzione e della grazia (“Riempi di grazia celeste i cuori che hai creato”). Lo Spirito Santo è all’opera sia nel mondo sia nella Chiesa.

Quando diciamo: “Crediamo in te, che sei lo Spirito del Padre e del Figlio”, l’oggetto non è una dottrina, ma una persona, lo Spirito Santo stesso. Noi crediamo “nello” Spirito.

Credere nello Spirito Santo! Che cosa vuol dire? Affermare che il Paràclito è “lo Spirito del Padre e del Figlio”, per un fedele discepolo di S. Agostino come era S. Rabano Mauro, l’autore del “Veni creator”, significava credere che egli è l’amore reciproco tra Padre e Figlio, il bacio, l’abbraccio scambievole pieno di gaudio e di felicità, e che, grazie a lui, l’uomo si trova incluso, in qualche modo, dentro questa stretta e questo bacio del Padre e del Figlio.

Questo dovrebbe significare anche per noi oggi dire: “Credo nello Spirito Santo!”. Non solo credere “nell’esistenza” di una terza persona nella Trinità, ma anche credere “nella sua presenza” in mezzo a noi, nel nostro stesso cuore. Credere nella vittoria finale dell’amore. Credere che lo Spirito Santo sta conducendo la Chiesa alla piena unità, come la sta conducendo alla piena verità. Credere nell’unità finale di tutto il genere umano, anche se tanto lontana e forse lasciata solo agli “ultimi tempi”, perché è Lui che, in Cristo Gesù, guida la storia e presiede al “ritorno di tutte le cose a Dio” (cf Col 1,15-20; Ef 1,10).

Credere nello Spirito Santo significa dunque credere nel senso della storia, della vita, nel compimento delle speranze umane, nella piena redenzione del nostro corpo e del corpo più grande che è l’intero cosmo, perché è Lui che lo solleva e lo fa gemere, come tra le doglie di un parto.

Credere nello Spirito Santo significa adorarlo, amarlo, benedirlo, lodarlo e ringraziarlo, come vogliamo fare nella nostra vita in cui abbiamo intrapreso l’avventura di una “piena immersione” nel Battesimo, “nell’acqua viva, nella sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (cf Gv 4,11.14).

(da: Il canto dello Spirito. Meditazioni sul Veni Creator)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita

Un giorno, “Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra” (Lc 10,21). L’azione dello Spirito è la sorgente di questa ondata di gioia che prorompe dal cuore di Cristo e lo spinge a benedire, lodare e ringraziare il Padre. Succede la medesima cosa nell’Apostolo Paolo quando scrive: “Per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo abbiamo, mediante la fede, l’accesso a questa grazia … saldi nella speranza della gloria di Dio … La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,2-5), o quando parla che è lo Spirito stesso che ci “attesta che siamo figli di Dio”, oppure dello Spirito che “viene in aiuto della nostra debolezza” e intercede per noi “con gemiti inesprimibili” (Rm 8,16.26). Paolo non fa astratte affermazioni di principio, ma cerca piuttosto di tradurre in parole qualcosa di cui ha fatto, e continua a fare nel suo cuore, un’esperienza che lo commuove. Non si tratta solo di un’esperienza solo individuale, ma collettiva. Espressioni come: “Dio ci ha donato il suo Spirito”, “Voi avete ricevuto lo Spirito”, “Lo Spirito di Dio abita in voi”, lasciano chiaramente intravedere un dato di fatto di cui tutti siamo consapevoli e convinti.

L’Apostolo parla dunque sia dello Spirito Santo sia della “grazia”, che è la vita divina in noi, come di qualcosa di cui si può fare esperienza, s’intende spirituale, non materiale. Alla definizione della divinità dello Spirito Santo, nel Concilio Ecumenico di Costantinopoli del 381, si giunse proprio a partire dall’esperienza che di Lui la comunità faceva nel culto, nel martirio e nella vita cristiana in genere. Se lo Spirito Santo ci divinizza, non c’è dubbio che è Dio: era questo l’argomento costantemente ripetuto da S. Atanasio. Prima viene l’esperienza – ci divinizza, ci santifica – poi l’affermazione del Credo: è Dio.

Queste sono le parole ispirate che un vescovo della Siria, Ignazio di Latakia (l’antica Laodicea), pronunciò in una solenne assise ecumenica: “Senza lo Spirito Santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto una semplice evocazione e l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma, con lo Spirito Santo, il cosmo si rialza e la creazione geme nelle doglie della nascita del Regno, l’uomo lotta contro la carne, il Cristo Risorto è presente, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa segno di comunione trinitaria, l’autorità è servizio liberatore, la missione è una Pentecoste, la Liturgia memoriale e anticipazione, l’agire umano è divinizzato”.

(da: Il canto dello Spirito. Meditazioni sul Veni Creator)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Il suo Regno non avrà fine

“Il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31). “Il suo Regno non avrà fine” (Lc 1,33). E noi “Viviamo per il Signore!”. Verso la fine della Lettera ai Romani, l’Apostolo Paolo eleva il tono del suo discorso a una tale altezza e solennità da far pensare a “una professione di fede battesimale”, o a un “inno” a Cristo. Sono parole che hanno un significato universale e investono l’intera esistenza cristiana: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi (Rm 14,7-9).

Vivere “per se stessi” significa vivere come chi ha in se stesso il proprio principio e il proprio fine, significa vivere “di sé e per sé”, indica un’esistenza chiusa in se stessa, tesa solo alla propria soddisfazione e alla propria gloria, senza alcuna prospettiva di eternità. Vivere “per il Signore”, al contrario, significa vivere “del” Signore, della vita che viene da lui, del suo Spirito, e vivere “per” il Signore, cioè in vista di lui, per la sua gloria. Si tratta di una sostituzione del principio dominante: non più “io”, ma Dio: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

È un “decentrarsi” da noi stessi, per “ricentrarsi” su Cristo. Si tratta di una specie di rivoluzione copernicana che si attua nel piccolo mondo, o microcosmo, che è l’uomo. Nel vecchio sistema tolemaico si pensava che la terra stesse immobile al centro dell’universo, mentre il sole le girava attorno, ma la scienza con Copernico ha rovesciato questa opinione. Per attuare nel nostro piccolo mondo questa rivoluzione copernicana, dobbiamo passare anche noi dal sistema vecchio al sistema nuovo. Nel sistema vecchio, è il mio “io” – la terra! – che vuole stare al centro e dettare legge, assegnando a ogni cosa il posto che corrisponde ai propri gusti: il posto più vicino alle cose che piacciono e alle persone simpatiche e il posto più lontano dalle persone che non piacciono. Nel sistema nuovo, è Cristo – il sole di giustizia! (Mal 3,20) – che sta al centro e regna, mentre il mio “io” si volge umilmente verso di lui, per contemplarlo, servirlo e ricevere da lui “lo Spirito di vita”.

Per chi crede, la vita e la morte fisica sono soltanto due fasi e due modi diversi di vivere per il Signore e con il Signore: il primo nella Fede e nella Speranza, a modo di primizia; il secondo, in cui si entra con la morte, nel pieno e definitivo possesso. Scrive l’Apostolo: “Io sono persuaso che né morte né vita … né presente né avvenire … potrà mai separarci dall’Amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38), “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21).

(da: La vita in Cristo. Il messaggio spirituale della Lettera ai Romani)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti

“Il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31). “Gesù di Nàzaret: essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse … a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio” (At 10,39-42).

Il racconto della Passione ci presenta tutto il tempo un Gesù giudicato. I processi contro di lui si moltiplicano: Anna, Caifa, Pilato. E non è finito. Il procuratore romano si è ritirato, la folla si è dispersa, il tribunale è rimasto deserto, ma il processo continua. Anche oggi Gesù di Nàzaret è al centro di un processo. Filosofi, storici, cineasti, semplici studenti di teologia: tutti si sentono autorizzati a giudicare la sua persona, le sue dottrine, la sua rivendicazione messianica, la sua Chiesa …

Ma ecco che le parole di Pietro appena ascoltate e le parole che Gesù stesso pronuncia davanti al Sinedrio sollevano d’improvviso un velo, lasciando intravedere una scena tutta diversa. “D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mt 26,64). Quale contrasto! Nella Passione, tutti seduti e lui in piedi, incatenato. In quel giorno, tutti in piedi e lui seduto alla destra di Dio. Ora gli uomini e la storia che giudicano il Cristo, allora il Cristo che giudica gli uomini e la storia. Da quando il Messia ha compiuto la salvezza immolandosi sulla Croce come Agnello, egli è diventato il Giudice universale. Egli “pesa” uomini e popoli. Davanti a lui si decide chi sta e chi cade. Non c’è appello. Egli è l’istanza suprema. Questa è la fede immutabile della Chiesa che nel Credo continua a proclamare: “E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti”.

In tanti millenni di vita sulla terra, l’uomo si è assuefatto a tutto; si è adattato a ogni clima, immunizzato dalle malattie. A una cosa non si è assuefatto mai: all’ingiustizia. Continua a sentirla come intollerabile. Questa fame di giustizia e di sincerità travaglia le viscere del pianeta e si traduce in eruzioni e convulsioni, come quei nodi e quegli ostacoli della natura che hanno dato origine alle catene montuose. Come abbiamo bisogno di misericordia, così abbiamo bisogno di giustizia.

Il saggio dell’Antico Testamento diceva: “Ho notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità”. Ma cosa concludeva quel saggio, ispirato da Dio? “Ho pensato dentro di me: il giusto e il malvagio Dio li giudicherà, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione” (Qo 3,16-17).

(da: Il potere della Croce)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

È salito al cielo, siede alla destra del Padre

Ascoltiamo la parola di Gesù, precisamente l’ultima parola da lui pronunciata su questa terra, prima di salire al cielo. Agli Apostoli che gli domandavano se era venuto finalmente il tempo in cui avrebbe ricostruito il regno d’Israele, Gesù rispose: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,7-8).

L’anima di ogni annuncio cristiano non è un’idea o una cosa – fosse pure importantissima, come la preghiera – ma è una Persona: “Di me sarete testimoni”. L’annuncio cristiano fondamentale è: Predicare Cristo nello Spirito Santo. Noi crediamo che Gesù è salito al cielo e siede alla destra del Padre. Tuttavia non c’è separazione o contrasto tra il Gesù che predica e il Gesù predicato; tra il Gesù dei Vangeli e il Gesù della Chiesa, o – come qualcuno dice – tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. San Pietro afferma con forza nei suoi discorsi che Dio “ha costituito Signore e Cristo”, proprio quel Gesù che gli uomini hanno crocifisso, quel Gesù che per tutta la casa d’Israele “passò beneficando e risanando tutti” (At 2,36; 10,38). Non un altro Gesù, un Gesù creato dalla fede della Chiesa, come sostiene qualcuno. Tra il Vangelo predicato da Gesù e il Vangelo dagli Apostoli, non c’è distacco, ma continuità, perché gli Apostoli “hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo” (1 Pt 1,12); in altre parole, perché hanno predicato sotto la guida di quello stesso Spirito che faceva parlare Gesù.

Dopo la Pasqua, non c’è, dunque, soltanto un Gesù predicato, un Gesù “oggetto” passivo, di cui si parla; c’è anche un Gesù “soggetto”, un Gesù che predica ancora, anche se non parla più attraverso la sua carne, ma attraverso il suo Spirito, come non vive più “secondo la carne”, ma “secondo lo Spirito di santità in virtù della risurrezione dei morti” (cf Rm 1,3-4; 2 Cor 5,16).

Avviene in Gesù – e in Gesù soltanto – una perfetta equazione tra soggetto e oggetto della predicazione, essendo egli Dio e uomo insieme. La moderna scienza delle comunicazioni ha coniato l’adagio: “Il mezzo è il messaggio”. Questo adagio si realizza alla perfezione solo in Cristo: in lui il messaggero è il messaggio, e il rivelatore è la rivelazione.

La regola fondamentale dell’annuncio cristiano è dunque: “Portare il Vangelo, portare Cristo al mondo, mediante lo Spirito Santo”, perché “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre!” (Eb 13,8).

(da: I Misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Secondo le Scritture

“È risuscitato”, “Fu risuscitato” (in greco “egégertai”), al passivo, “fu ridestato”, s’intende da Dio Padre: “Dio lo ha risuscitato”, predicano gli Atti degli Apostoli. Sono termini espressivi inadeguati. Cristo infatti non risorge all’indietro, alla vita di prima, come Làzzaro, per poi morire di nuovo; ma risorge in avanti, nel nuovo mondo, alla nuova vita secondo lo Spirito. Si tratta di qualcosa che non ha analogia nell’esperienza umana e quindi si esprime con termini impropri e figurati. La risurrezione di Gesù è qualcosa di completamente diverso da tutte le risurrezioni da morte conosciute, comprese quelle operate da Gesù stesso. Queste sono solo un rinvio della morte. La risurrezione di Gesù è la vittoria definitiva e irreversibile sulla morte.

La risurrezione di Gesù è come una cima che fa da spartiacque: da una parte guarda verso la storia; dall’altra guarda verso la fede e conduce alla fede. Passando dalla storia alla fede, cambia anche il modo di parlare della Risurrezione, il tono e il linguaggio. Non si adducono prove, conferme, non ce n’è bisogno, perché la voce dello Spirito crea direttamente la convinzione nel cuore. È il linguaggio della fede: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,19-20).

Il filosofo e teologo S. Kirkegaard ha denunciato efficacemente la pretesa di gran parte del pensiero moderno di voler andare “al di là” della fede – come se ci fosse qualcosa al di là della fede! – ed ha opposto a tale atteggiamento quello di Abramo che non pretese di andare “al di là”, ma si contentò semplicemente di credere. Purtroppo in pensatori di ogni tempo la “ricerca”, e non la “verità”, è l’assoluto; si accetta Dio, a patto che sia un Dio sempre ricercato e mai trovato, e si accetta anche Cristo, a patto però che sia uno dei rivelatori di Dio, e non la definitiva rivelazione di Dio.

La vita cristiana è un itinerario a Dio basato sulla Parola di Dio che è Cristo Gesù. “Il Sacro Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli ad apprendere la ‘sublimità della conoscenza di Cristo Gesù’ (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. ‘L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo’ (S. Girolamo). Si accostino volentieri al sacro testo, sia per mezzo della Liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo … La lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera … poiché, dice S. Ambrogio, quando preghiamo, parliamo con Dio, ascoltiamo Lui quando leggiamo gli oracoli divini” (cf Dei Verbum 25).

(da: I Misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Il terzo giorno è risuscitato

È risorto perché la Chiesa lo crede e lo proclama tale, o è risorto e “per questo” la Chiesa lo proclama tale? Ancora: è risorto lui, la “persona” di Gesù, o è risorta solo la sua “causa”, nel senso puramente metaforico, in cui risorgere significa il sopravvivere o il riemergere vittorioso di un’idea, dopo la morte di chi l’ha proposta? La risposta più autorevole è contenuta nel Vangelo, messa lì in anticipo dallo Spirito Santo: “È risorto in verità”, “Davvero il Signore è risorto” (Lc 24,34) dicono gli Apostoli, accogliendo i due discepoli di Èmmaus, prima ancora che questi possano raccontare la loro esperienza. È risorto dunque “nella realtà”, “davvero”. I cristiani orientali hanno fatto di questa frase il saluto pasquale: “Il Signore è risorto”, a cui il salutato risponde: “È risorto veramente!”.

Vediamo dunque in che senso si dà un approccio anche storico alla risurrezione di Cristo. Non perché qualcuno di noi non vi creda ancora o debba essere persuaso per questa via, ma, come dice Luca all’inizio del suo Vangelo, “perché possiamo renderci conto della solidità degli insegnamenti che abbiamo ricevuto” (cf Lc 1,4).

Con la Passione e la morte di Gesù, quella luce che si era andata accendendo nell’anima dei discepoli non regge alla prova della sua tragica fine. Il buio più totale ricopre tutto. Si era andati vicino a riconoscerlo per l’Inviato di Dio, per uno che era molto più di tutti i profeti. Adesso non si sa più che cosa pensare. Lo stato d’animo dei discepoli ci è descritto da Luca nell’episodio dei due discepoli di Èmmaus: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni …” (Lc 24,21). Siamo a un punto morto della fede. Il caso Gesù è considerato chiuso.

Adesso – sempre nella storia – portiamoci a qualche anno dopo. Che incontriamo? Un gruppo di uomini, gli stessi che erano stati accanto a Gesù, che vanno ripetendo, a voce e negli scritti, e con la forza dello Spirito, che Gesù di Nàzaret era lui il Messia, il Signore, il Figlio di Dio; che Egli è vivo e che verrà a giudicare il mondo. Il caso di Gesù non solo è riaperto, ma è portato in breve tempo a una dimensione incredibilmente profonda e universale. Quell’uomo interessa non solo il popolo ebraico, ma tutti gli uomini di tutti i tempi. “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo” (1 Pt 2,4), cioè sostegno e principio di una nuova umanità. D’ora in poi, non c’è alcun altro Nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è possibile essere salvati, se non quello di Gesù di Nàzaret (cf At 4,12).

(da: I Misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto

Nel profeta Isaia leggiamo la parola di Dio: “Sarà piegato l’orgoglio degli uomini, sarà abbassata l’alterigia umana; sarà esaltato il Signore, lui solo, in quel giorno” (Is 2,17). “Quel giorno” è il giorno del compimento messianico, il giorno in cui il Cristo dalla Croce proclama che “È compiuto!” (Gv 19,30). Quel giorno, insomma, è il giorno d’oggi! E come ha piegato Dio l’orgoglio degli uomini? Spaventandoli? Mostrando loro la sua tremenda grandezza e potenza? Annientandoli? No! l’ha piegato annientandosi: “Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso” (Fil 2,6-8).

Ha umiliato se stesso, non gli uomini! Ha piegato l’orgoglio e l’alterigia umana dall’interno, non dall’esterno. E quanto si è umiliato! Non ci inganni lo splendore delle chiese, della Liturgia, dei canti, tutto l’onore di cui è circondata ai nostri giorni la Croce. Ci fu un tempo in cui la croce non era nulla di tutto questo, ma solo infamia. Una cosa da tenere lontana non solo dagli occhi, ma perfino dalle orecchie dei cittadini romani (Cicerone). Come era stato predetto, così morì: “Non ha apparenza né bellezza … disprezzato e reietto dagli uomini … come uno davanti al quale ci si copre la faccia … si è caricato le nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori” (Is 53,2-4). Una sola persona al mondo sa davvero cos’è la Croce, all’infuori di Gesù: Maria, sua madre. Essa ha portato con lui “il suo disonore” (Eb 13,13). Gli altri, come S. Paolo, hanno conosciuto la Croce come “potenza di Dio” (1 Cor 1,18), essa ne ha conosciuto anche la debolezza. Altri hanno conosciuto la “teologia” della Croce, lei la “realtà” della Croce.

Sulla roccia del Calvario vanno a infrangersi tutti i flutti dell’orgoglio umano, e non possono passare oltre. Troppo alto è il muro che Dio ha eretto contro di esso, troppo profondo l’abisso che gli ha scavato dinanzi. “L’uomo vecchio che è in noi è stato crocifisso con lui, affinché noi non fossimo più schiavi del peccato” (Rm 6,6). Il peccato per eccellenza è l’orgoglio, il peccato che c’è dietro ogni peccato. “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della Croce” (1 Pt 2,24). Portò il nostro orgoglio nel suo corpo. Dov’è il Vangelo, cioè la buona e lieta notizia? È che Gesù si è umiliato anche per noi, in vece mia. “L’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti … egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor 5,14).

(da: Il potere della Croce)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria

“Ecco tua madre!” (Gv 19,27). La Chiesa è già il Corpo di Cristo, “Il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose” (Ef 1,23), e forma già “un solo Spirito” con lui. Il dono dello Spirito non lo possediamo, dunque, solo in speranza, ma in realtà, anche se a modo di primizia. La Chiesa è già “santa e immacolata” (Ef 5,27) nella sua fase terrena, almeno in uno dei suoi membri: la Madre di Cristo, che la cristianità orientale onora con il titolo di “Tutta santa” (“Panaghia”) e quella occidentale con il titolo di “Immacolata”. Lo è, in grado diverso, in coloro che la Chiesa ha riconosciuto come modelli di santità, i santi.

Il Vaticano II dice: “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella Beatissima Vergine la perfezione, con la quale è “senza macchia né ruga” (Ef 5,27), i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (Lumen gentium 65). C’è una tradizione iconografica, diffusa nell’Italia centrale, che identifica la Chiesa sposa di Cristo (Ef 5,27) con Maria. La Vergine appoggia il capo sulla spalla di Cristo, che le cinge teneramente il collo, mentre le loro mani si uniscono: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6). Questo ha un fondamento biblico. Maria e la Chiesa sono entrambe viste come la nuova Eva e la nuova “figlia di Sion”, al punto che l’esegesi ha difficoltà a stabilire se la “Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1), indichi Maria o la Chiesa. “La Donna rappresenta il popolo santo dei tempi messianici e quindi la Chiesa in lotta. Ma forse Giovanni pensa anche a Maria, nuova Eva, la figlia di Sion, che ha dato vita al Messia” (Bibbia di Gerusalemme).

“Presso la croce di Gesù stava Maria sua madre” (cf Gv 19,25). Questa volta è Adamo che offre a Eva il frutto dell’Albero della vita (Ap 22,2), la perfetta obbedienza alla volontà del Padre. Quando Maria sentì che il Figlio dalla Croce diceva: “Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito” (Lc 23,46) si mise ad adorare in cuor suo la imperscrutabile volontà del Padre. “Soffrendo col Figlio suo morente in Croce, Maria cooperò in modo tutto speciale all’opera della salvezza, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo fu per noi madre nell’ordine della grazia” (Lumen gentium 61). Questo è il senso delle tante espressioni che parlano di Maria come “figura” o “tipo” della Chiesa, “specchio della Chiesa”, “primizia della Chiesa”, “Chiesa allo stato nascente”. S. Francesco d’Assisi ha un’espressione pregnante: chiama Maria “la Vergine fatta Chiesa”.

(da: Amare la Chiesa – Sulla Lettera agli Efesini)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo

“Perché Dio si è fatto uomo?” (“Cur Deus homo” è il titolo di un famoso libro di S. Anselmo d’Aosta). Nella sua brevità e semplicità, il canto degli angeli “Gloria a Dio e pace agli uomini” ci permette di dare una risposta, fondata sulla Parola di Dio, all’antica questione del perché Dio si è fatto uomo. A questa domanda sono state date, lungo i secoli cristiani, due risposte fondamentali: una che mette in primo piano la salvezza dell’uomo e un’altra che mette in primo piano la gloria di Dio; una che accentua – per esprimerci con le parole del canto degli angeli – la “pace agli uomini” e una che accentua “la gloria di Dio”. La risposta che emerge luminosa e chiara dalla Parola di Dio è la seguente: l’Incarnazione è per la gloria di Dio, ma questa gloria non consiste altro che nell’amare l’uomo. “La gloria di Dio – scrive S. Ireneo di Lione – è l’uomo vivente”, cioè che l’uomo viva, che sia salvato. Anche la pietà cristiana ha intuito questo legame tra la gloria di Dio e la nostra salvezza, quando, sviluppando il canto angelico, prega dicendo: “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa” (il “Gloria” della Messa). Perché rendere “grazie” a Dio per la sua “gloria” se non perché si intuisce che tale gloria è anche per noi, a nostro favore? In noi che siamo cattivi, agire “per noi stessi” è sommo egoismo, ma in Dio che è Amore, agire “per se stesso” è necessariamente sommo Amore. Non ci sono dunque due motivi diversi o, peggio, in contrasto tra loro per cui Dio si è fatto uomo, ma uno solo che coinvolge insieme, in modo diverso, Dio e l’uomo: la gloria di Dio sta nel dare quello che, per l’uomo, è salvezza ricevere. Anche Giovanni, nel suo Vangelo, mette in luce questa concezione nuova e sconvolgente della gloria di Dio. Egli vede nella morte in Croce di Cristo la suprema gloria di Dio, perché in essa si rivela l’Amore supremo di Dio. Per un Dio che è Amore, la sua gloria non può consistere in altro che nell’amare. L’amore è il “perché” ultimo dell’Incarnazione, per la redenzione dal peccato. Lo vediamo nell’interpretazione della morte di Cristo. Dapprima la fede afferma il fatto: “è morto”, “è risorto”; poi, in un secondo momento, si scopre che è morto per i nostri peccati e risorto per la nostra giustificazione: perché ci amava! “Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Cristo ci ama e, per questo: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue … a lui la gloria e la potenza nei secoli” (Ap 1,5-6). Quello che si dice della sua morte si deve anche della sua nascita: Dio ci ama e per questo si è fatto uomo per la nostra salvezza. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Ha dato il suo Figlio!

(da: I Misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Per mezzo di Cristo Gesù tutte le cose sono state create

La domanda “Perché Dio ci ha creato?” può rinascere sotto un’altra forma: “Perché Gesù è morto per i nostri peccati?”. La risposta che ha illuminato di colpo la fede della Chiesa, come un bagliore di sole, è stata: “Perché ci amava!”. “Il Figlio di Dio mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). “Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Ef 5,2). “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,25).

È una verità, come si vede, pacifica, primordiale, che pervade ogni cosa e si applica sia alla Chiesa nel suo insieme, sia al singolo uomo. L’evangelista S. Giovanni fa risalire questa rivelazione allo stesso Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici” (Gv 15,13-14). Questa risposta al “perché” della Creazione e della Passione di Cristo è veramente definitiva e non ammette altre domande. L’amore di Dio infatti non ha un “perché”, ma è gratuito. È l’unico amore al mondo veramente e totalmente gratuito che non chiede nulla per sé (ha già tutto!), ma solo dona, o meglio, si dona. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati … Egli ci ha amati per primo!” (1 Gv 4,10.19).

Gesù dunque “venne ad abitare in mezzo a noi”, ha sofferto ed è morto liberamente, per amore. Non per caso, non per necessità, non per oscure forze o ragioni della storia che lo hanno travolto a sua insaputa, o a suo malgrado. Chi afferma questo, svuota il Vangelo, gli toglie l’anima. Perché il Vangelo non è altro che questo e cioè il lieto messaggio dell’amore di Dio in Cristo Gesù. Non solo il Vangelo, ma anche l’intera Bibbia non è che questo: la notizia dell’amore misterioso, incomprensibile, di Dio per l’uomo. Se tutta la Scrittura si mettesse a parlare insieme, se, per qualche prodigio, da parola scritta si tramutasse tutta in parola pronunciata, in voce, questa voce, più potente dei flutti del mare, griderebbe: “Dio vi ama!”.

L’amore di Dio per l’uomo affonda le sue radici nell’eternità – “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo” dice l’Apostolo in Ef 1,4 – ma si è manifestato nel tempo, in una serie di gesti concreti che costituiscono la storia della salvezza. Dio aveva già parlato di questo suo amore, nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti (cf Eb 1,1). Aveva parlato creandoci, perché cos’è la creazione se non un atto di amore, il primordiale atto d’amore di Dio per l’uomo? “Hai dato origine all’universo per effondere il tuo amore su tutte le creature”, diciamo nella Preghiera Eucaristica IV.

(da: Il potere della Croce)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre

“Volgo i pensieri alla dimora che non conosce tramonto, alla mia cara Trinità, unica Luce, di cui anche la sola ombra ora mi commuove” (S. Gregorio di Nazianzo, Poesia su se stesso). Riguardo a Cristo Gesù colpisce il contrasto tra due affermazioni. Da una parte, egli è visto come “Il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44/45,3), come “L’irradiazione della gloria di Dio e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Dall’altra, a Lui, nella Passione, vengono applicate le parole dei Carmi del Servo di Iahvé: “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,2-3).

La spiegazione del contrasto è semplice: Gesù ha redento la bellezza, privandosene per amore. “La nostra anima, fratelli, è brutta per colpa del peccato: essa diviene bella amando Dio. Dio è sempre bellezza, non c’è mai in lui deformità o mutamento. Egli non ci ha amato per lasciarci brutti come eravamo, ma per renderci belli da brutti che eravamo. In che modo saremo belli? Amando Lui, che è sempre bello. Assumendo un corpo, Egli prese sopra di sé la tua bruttezza, la tua mortalità, per adattare se stesso a te, per rendersi simile a te e spingerti ad amare la bellezza interiore … ‘Egli non aveva bellezza e splendore’ per dare a te bellezza e splendore” (S. Agostino, Commento alla Prima Lettera di Giovanni, 9,9).

Per capire questo paradosso, bisogna rifarsi al principio che Paolo formula all’inizio della Prima Lettera ai Corinzi: “Poiché, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1 Cor 1,21). Applicato alla bellezza e allo splendore della Luce di Dio, questo significa: poiché mediante la bellezza delle creature l’uomo non è stato capace di elevarsi alla bellezza del Creatore, Dio ha cambiato, per così dire, metodo e ha deciso di rivelare la sua bellezza attraverso l’ignominia e la deformità della Croce e della sofferenza. Il raggiungimento della bellezza passa anch’esso ormai attraverso il mistero pasquale di morte e risurrezione. La bellezza non è più astrattamente, come la definiva Platone, “lo splendore del vero”, ma è, concretamente, lo splendore di Cristo, anche se le due cose coincidono, essendo Lui stesso la Verità. La Bellezza si è incarnata! Questo è il modello e la fonte della bellezza redenta: “Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6).

(da: Contemplando la Trinità)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Unigenito Figlio di Dio nato dal Padre

“Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”. L’Apostolo Paolo si astiene anche lui dal pronunciare questo Nome ineffabile e lo sostituisce con “Adonai”, che in greco suona “Kyrios”, in latino “Dominus” e in italiano “Signore”. “Ogni ginocchio – continua il testo – si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è il Signore!, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,8-11). Ciò che egli intende con la parola “Signore” è precisamente quel Nome che proclama l’Essere divino. Il Padre ha dato a Cristo – vero uomo – il suo stesso Nome e il suo stesso potere. Lo dice anche Gesù: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18). Questa è la verità inaudita racchiusa nella proclamazione: “Gesù Cristo è il Signore!”. Gesù Cristo è “Colui che è”, il Vivente.

San Paolo non è il solo a proclamare questa verità: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo – dice Gesù nel Vangelo di Giovanni – allora conoscerete che Io Sono” (Gv 8,28) e poco prima diceva: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24). Il perdono dei peccati avviene ormai in questo Nome, in questa Persona. Nel racconto della Passione, si riferisce cosa avvenne quando i soldati si accostarono a Gesù per catturarlo: “Gesù, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse: Chi cercate? Gli risposero: Gesù, il Nazareno. Disse loro Gesù: Sono Io! … Appena disse loro: Sono Io, indietreggiarono e caddero a terra” (Gv 18,4-6). Perché indietreggiarono e caddero a terra? Perché egli aveva pronunciato il suo Nome divino, “Io sono”, ed esso, per un istante, era stato lasciato libero di sprigionare la sua potenza. Come per Paolo anche per l’evangelista Giovanni, il Nome divino è strettamente legato all’obbedienza di Gesù fino alla morte: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato” (Gv 8,28). Gesù non è Signore contro il Padre, o al posto del Padre, ma “a gloria di Dio Padre”.

Non è bastato a Dio parlarci del suo amore “per mezzo dei profeti”. “Ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). C’è un differenza enorme rispetto a prima. Gesù non si limita a parlarci dell’amore di Dio, come facevano i profeti: Egli “è” l’amore di Dio, perché “Dio è amore” (1 Gv 4,16) e Gesù è Dio!

(da: Il potere della Croce)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo

Questa è la fede che la Chiesa ha ereditato dagli Apostoli, che ha santificato le sue origini, che ha plasmato il suo culto e perfino la sua arte. Sull’aureola del Cristo “Pantocrator” (“Tutto è stato fatto per mezzo di lui”) presentato nei mosaici e nelle icone antiche, sono inscritte in oro tre lettere greche: “O ΩN – Colui che è”. La Chiesa ha qualcosa da “svelarci” e da “consegnarci”, un segreto nascosto al mondo: che “Gesù è il Signore” e che davanti a lui si deve piegare ogni ginocchio, che, un giorno, davanti a lui ogni ginocchio, infallibilmente, “si piegherà” (Is 45,23; Fil 2,10).

La forza oggettiva della frase: “Gesù è il Signore” sta nel fatto che essa rende presente la storia. Essa è la conclusione di due eventi fondamentali: Gesù è morto per i nostri peccati; è risorto per la nostra giustificazione. Perciò Gesù è il Signore! Gli eventi che hanno preparato questa conclusione si rendono sempre presenti e operanti quando si proclama la nostra fede: “Se con la tua bocca proclamerai: Gesù è il Signore! e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9).

Vi sono due modi fondamentali di entrare in comunione con gli eventi della salvezza: uno è il Sacramento, l’altro è la Parola. Questo di cui stiamo parlando è il modo della Parola e della Parola per eccellenza che è il “kerygma”, il Vangelo proclamato. La spiritualità orientale insiste sull’esperienza di Dio nei “misteri”, nella preghiera del cuore … La spiritualità occidentale insiste sull’esperienza di Dio nella contemplazione, quando ci si raccoglie in sé e ci si eleva, con la mente, al di sopra delle cose e di se stessi … Vi sono insomma tanti “itinerari della mente a Dio”. Ma la Parola di Dio ce ne svela uno che è servito a dischiudere l’orizzonte di Dio alle prime generazioni cristiane, un itinerario non straordinario e riservato a pochi privilegiati, ma aperto a tutti gli uomini dal cuore retto – a quelli che credono e a quelli che sono alla ricerca della fede – un itinerario che non sale attraverso i gradi della contemplazione, ma attraverso gli eventi divini della salvezza; che non nasce dal silenzio, ma dall’ascolto, e questo è l’itinerario del “kerigma”, il Vangelo proclamato: “Gesù Cristo è morto! Gesù Cristo è risorto! Gesù Cristo è il Signore!”.

Questa esperienza la facevano i primi cristiani, quando, nel culto, esclamavano: “Maranatha!” che voleva dire diverse cose, secondo il modo con cui veniva pronunciato, e cioè: “Vieni, Signore”, o “Il Signore è qui”, o “Il Signore viene”.

(da: Il potere della Croce)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Creatore di tutte le cose visibili e invisibili

Sono ben note e spesso ripetute le parole che Dostoevskij pone in bocca a uno dei suoi personaggi prediletti, nel suo libro “L’idiota”: “Il mondo sarà salvato dalla bellezza” e la domanda che segue immediatamente a tale affermazione: “Quale bellezza salverà il mondo?”. È chiaro per tutti che non ogni bellezza salverà il mondo; c’è una bellezza che può salvare il mondo e una bellezza che può perderlo. Il dramma è tutto qui.

“Dio – scrive P. Evdokimov – non è il solo a rivestirsi di Bellezza, il male lo imita e rende la bellezza profondamente ambigua … La bellezza esercita il suo fascino, converte l’anima umana al suo culto idolatra, usurpa il posto dell’Assoluto, con una strana e totale indifferenza verso il Bene e la Verità … Se la Verità è sempre bella, la bellezza non sempre è vera”.

Qual è la causa di questa ambiguità? Come mai siamo portati fuori strada proprio da quella luce che dovrebbe guidarci nel nostro cammino verso la felicità? Stando al racconto biblico, l’ambiguità della bellezza non fu solo l’effetto del peccato, ma anche la sua causa. Eva fu sedotta proprio dalla bellezza del frutto proibito, qualunque cosa esso significhi fuori metafora. Eva vide che il frutto era “gradevole agli occhi e desiderabile” (Gen 3,6). Era esteticamente bello. L’uomo non si staccherebbe da Dio, se non fosse attratto dalle creature. Dei due elementi costitutivi del peccato – aversio a Deo et conversio ad creaturas, abbandonare Dio e rivolgersi alle creature – il secondo precede psicologicamente il primo. Dunque esiste una causa più profonda, anteriore al peccato stesso. Infatti, l’ambiguità della bellezza affonda le sue radici nella natura stessa composita dell’uomo, fatto di un elemento materiale e di uno immateriale, di qualcosa che lo porta verso la molteplicità e di qualcosa che tende invece all’unità. Non c’è alcun bisogno di pensare (come hanno fatto gnostici, manichei e tanti altri) che i due elementi risalgano a due “creatori” rivali, uno buono che ha creato l’anima e uno cattivo che ha creato la materia e il corpo. È lo stesso Dio che ha creato l’uno e l’altro, le cose visibili e invisibili in unità profonda, sostanziale. Con l’esercizio concreto della sua libertà guidata dalla Parola di Dio, l’uomo decide in che direzione svilupparsi: se “in alto”, verso ciò che sta “sopra” di lui, o “in basso”, verso ciò che sta “sotto” di lui, se verso l’unità o verso la molteplicità. Creando l’uomo libero – scrive un filosofo del Rinascimento – è come se Dio gli dicesse: “Ti ho posto nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi ciò che vi è in esso. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nella cose superiori che sono divine”.

(da: Dalla Croce la perfetta letizia)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Padre onnipotente Creatore del cielo e della terra

Perché Dio ci ha creato? La risposta più giusta è: Dio ci ha creato perché ci amava. Nessuno saprebbe convincerci del fatto che noi siamo stati creati per amore, meglio di come lo fa S. Caterina da Siena, Patrona d’Italia e Dottore della Chiesa, con questa sua infuocata preghiera alla Trinità:

“Come creasti, dunque, o Padre eterno, questa tua creatura? Io sono grandemente stupefatta di ciò; vedo infatti, come tu mi mostri, che per nessuna altra ragione la facesti, se non perché con il lume tuo ti vedesti costringere dal fuoco della tua carità a darci l’essere, nonostante le iniquità che dovevamo commettere contro di te, o Padre eterno. Il fuoco dunque ti costrinse. O amore ineffabile, benché nel lume tuo tu vedessi tutte le iniquità, che la tua creatura doveva commettere contro la tua divina bontà, tu facesti vista quasi di non vedere, ma fermasti l’occhio nella bellezza della tua creatura, della quale tu, come pazzo ed ebbro d’amore, t’innamorasti e per amore la traesti a te, dandole l’essere ad immagine e similitudine tua. Tu, verità eterna, hai dichiarato a me la verità tua, cioè che l’amore ti costrinse a crearla”.

Non devo dunque guardare fuori per avere la prova che Dio mi ama: io stesso sono la prova; il mio essere è, in se stesso, dono. Guardandoci nella fede, noi possiamo dire: Esisto, dunque sono amato! Per il cristiano è vero che “essere, è essere amato” (G. Marcel).

Non tutti, si sa, interpretano così la creazione. “Dicono fra loro sragionando: Siamo nati per caso …” affermava già in antico la S. Scrittura (Sap 2,1-2). Nell’antichità c’era chi considerava il mondo come opera di un rivale di Dio, o di un dio inferiore, il Demiurgo, oppure come il frutto di una necessità, o di un incidente occorso nel mondo divino. Dio avrebbe creato il mondo per un’eccedenza di energia (non d’amore!), che non poteva essere contenuta in se stessa. Oggi c’è chi ritiene l’esistenza dell’uomo e delle cose un effetto di ignote leggi cosmiche. C’è persino che la vede come una condanna, quasi un essere stati “gettati nell’esistenza”. La scoperta dell’esistenza, che in Caterina da Siena generava stupore e grande gioia, in quest’ultima prospettiva – che è quella dell’esistenzialismo ateo – genera solamente “nausea”. I santi non dicono cose nuove, ma hanno il dono di dire in modo inimitabile cose antiche e vere, come dice Gesù: “Ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).

(da: La vita in Cristo – Il messaggio spirituale della Lettera ai Romani)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Credo in Dio Padre

Il grande sconosciuto è Dio Padre. Più che sconosciuto: rifiutato!

Le cause dell’oscuramento della figura di Dio Padre nella cultura moderna sono molteplici. Al fondo c’è la rivendicazione di autonomia assoluta dell’uomo. E siccome Dio Padre si presenta come il principio stesso e la fonte di ogni autorità, non restava che negarlo, e così è avvenuto. “La radice dell’uomo è l’uomo stesso” (K. Marx). “Se Dio esiste, l’uomo è nulla” (P. Sartre). Sono voci levatesi negli ultimi due secoli.

Freud ha pensato di dare una giustificazione psicologica a questo rifiuto, dicendo che il culto del Padre celeste non è che una proiezione del complesso parentale che porta il bambino a idealizzare il proprio padre terreno dopo avere desiderato di ucciderlo.

Parlando dell’epoca che precedette la rivelazione evangelica, un autore del II sec. diceva: “L’ignoranza del Padre era causa di angoscia e di paura”. Succede lo stesso anche oggi: l’ignoranza del Padre è fonte di angoscia e di paura. Se il Padre è, a tutti i livelli, spirituali e materiali, “la radice ultima dell’essere”, senza di lui non possiamo che sentirci “sradicati”.

È urgente dunque riportare alla luce il vero volto di Dio Padre. Non occorrono, per questo, anni di lavoro, come ne sono occorsi per togliere la patina oscura che ricopriva l’immagine del Padre nella Cappella Sistina. Basta un lampo, un’illuminazione del cuore, una rivelazione dello Spirito. Perché il vero volto di Dio Padre è lì, consegnato per sempre nella Scrittura. È contenuto in una parola: “Dio è amore!”. La parola “Dio”, senza altre aggiunte, nel Nuovo Testamento significa sempre Dio Padre. Dunque Dio Padre è amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16).

“Perché ci ha creati Dio?”. A questa domanda il Catechismo ci insegnava a rispondere giustamente: “Per conoscerlo, servirlo e amarlo in questa vita e goderlo poi nell’altra in paradiso”. Questo però risponde solo alla domanda “Per quale fine ci ha creato?” ma non risponde alla domanda “Per quale causa ci ha creato?”. Alla seconda domanda non si deve rispondere “Perché lo amassimo”, ma “Perché ci amava”. Dice la IV Preghiera Eucaristica: “Hai dato origine all’universo per effondere il tuo amore su tutte le creature e allietarle con lo splendore della tua Gloria”.

Qui sta tutta la differenza tra il Dio dei filosofi e il Dio del Vangelo che dice: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi … Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,10.19).

(da Il potere della Croce II, pp. 12-13)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Credo

Gesù dice: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,5). Prima di lui, convertirsi significava sempre “tornare indietro” (è il termine ebraico “shub”, “teshuba”), tornare all’Alleanza violata. Con Gesù la parola conversione assume un significato nuovo, rivolto più al futuro che al passato. Convertirsi non significa tornare indietro, all’Antica Alleanza, ma significa fare un salto in avanti, entrare nella Nuova Alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi, ed entrarvi mediante la fede. “Convertitevi e credete” non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo!

“Tutto è possibile per chi crede” (Mc 9,23) e “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). La fede rivela la sua natura divina nel fatto che è praticamente inesauribile. Non c’è un punto oltre il quale non si possa andare nel credere: si può sempre credere ancora di più. Tutta la grazia di Dio è al lavoro per portare l’uomo da un grado di fede a un altro grado più perfetto, da una fede con segni a una fede senza segni. Appena il credente è riuscito a superare, con la fede, un ostacolo, Dio non perde tempo e gli mette davanti un ostacolo più alto, sempre più alto, sapendo quale corona gli sta preparando con l’altra mano. Così di seguito, fino a chiedergli l’(umanamente) impossibile: il salto nel buio. Avviene, con la fede, come nella gara atletica del salto in alto: a ogni salto riuscito, l’asticella viene innalzata di qualche centimetro, per permettere un salto ancora più alto e così il limite precedente viene sempre di nuovo superato, senza che si possa prevedere quale sarà il “record” finale. Non si finisce mai di stupirsi dinanzi a questa grande invenzione di Dio che è la fede. La gloria del cielo è come un albero maestoso dai molti rami e dai molti frutti, ma nasce da un piccolo seme coltivato sulla terra, e questo seme è la fede. Immaginiamo cosa faremmo se un giorno ci venisse dato – da uno che sappiamo essere un esperto in materia – un piccolo seme in una scatolina, con l’assicurazione che si tratta di un seme unico al mondo, che produce un albero ricercatissimo, capace di fare ricco chi lo possiede: come lo custodiremmo, come lo ripareremmo dai venti … Così dobbiamo fare con la nostra fede: esso è un seme che produce “frutti di vita eterna”!

(da: La vita in Cristo – Il messaggio spirituale della Lettera ai Romani)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Maria Madre della Chiesa e Vergine fedele

Le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla (Ap 21,21)

Maria è figura e modello della Chiesa! Nel Magnificat canta: “Ha disperso i superbi. Ha rovesciato i potenti. Ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati”. Verrebbe da chiedere a Maria: “Dove e quando Dio ha fatto tutto ciò che dici, dal momento che ne parli come di cosa fatta e compiuta? Proprio tu che sei stata rimandata a mani vuote quando bussavi alle porte di Betlemme, tu che hai dovuto fuggire davanti al potente Erode che rimaneva ben saldo sul suo trono?”. Il fatto è che Maria si è levata di slancio dal piano umano al piano di Dio e ha visto già realizzata quella giustizia che non si trova nella storia. La rivoluzione che Maria canta è avvenuta nella storia, ma non la coglie se non chi guarda la storia con l’occhio della fede.

S. Paolo esprime la nostra fede: “Questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). La fede apre le porte e accoglie Cristo. “Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori” (Ef 3,17). La fede fa del cuore una dimora per Gesù, perché apre le porte a Cristo. E qui ci si profila davanti Maria come modello e figura della Chiesa e di ogni anima credente. Maria è la porta personificata. Nel profeta Ezechiele leggiamo: “Mi condusse poi alla porta esterna del santuario rivolta a oriente; essa era chiusa. Il Signore mi disse: Questa porta rimarrà chiusa: non verrà aperta, nessuno vi passerà, perché c’è passato il Signore, Dio d’Israele. Perciò resterà chiusa” (Ez 44,1-4). S. Ambrogio, per primo, si è chiesto: “Chi è questa porta se non Maria? Chiusa perché vergine … Buona porta è Maria che era chiusa e non veniva aperta. La oltrepassò Cristo, ma non l’aprì”. Maria è la porta chiusa e aperta nello stesso tempo: chiusa all’uomo e aperta a Dio; chiusa alla carne e aperta alla Spirito. Così dovrebbe essere anche la porta del nostro cuore.

La Chiesa – afferma il Concilio Vaticano II – è anch’essa vergine in quanto “custodisce integra la sua fede” (LG 64). Maria fu la prima che aprì, anzi spalancò, a Cristo la porta della sua fede. “Per fede – scrive S. Agostino – ella concepì, per fede partorì … Lo concepì nel suo cuore mediante la fede prima ancora che nel suo corpo”. Da ciò la sua esortazione a imitare Maria: “Sua Madre portò Gesù nel grembo, noi portiamolo nel cuore. La Vergine rimase incinta con l’Incarnazione di Cristo, i nostri cuori siano gravidi della fede in Cristo … Concepisce Cristo colui che crede con il cuore per la giustificazione, partorisce Cristo colui che con la bocca fa la professione per la salvezza … dunque mediante la fede, datelo alla luce con le vostre opere”.

È la solenne parola del vangelo: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12).

(da: Preparate le vie del Signore)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

La porta del nostro cuore e le porte della Chiesa

Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20)

Il messaggio biblico è di una attualità straordinaria. C’è stato chi, alla caduta delle dittature storiche, aveva ingenuamente creduto e scritto che era arrivata la fine della storia, che il trionfo della democrazia avrebbe, ormai, chiuso definitivamente il ciclo dei grandi sconvolgimenti e che la storia avrebbe proseguito il suo corso senza più grandi scosse, senza appunto ormai più “storia”. Ma una tale tesi è stata subito pietosamente smentita dagli eventi “storici”.

In questa situazione, anche in noi si affaccia la grande, accorata domanda del profeta: “Signore, fino a quando… Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male! (cf Ab 1,13). Come mai tanta violenza, tanti corpi umani scheletriti dalla fame, tanta crudeltà nel mondo, senza che tu intervenga?” La risposta di Dio è ancora la stessa: Soccombe e si scandalizza chi non ha il cuore retto con Dio, mentre il giusto vivrà di fede, troverà la risposta nella sua fede.

La fede è l’arma della Chiesa, la certezza della Chiesa. È essa che deve sorreggere tutto il resto, compresi i suoi sforzi per rendere meno aspro il cammino dell’umanità nella storia, intervenendo direttamente in essa, compresa dunque la sua azione diplomatica e politica. I veri progressi della Chiesa sono i progressi nella fede. La Chiesa è stata fondata su un atto di fede e continua a reggersi sulla fede. S. Agostino parafrasa così la parola di Gesù: “È proprio perché hai detto: ‘Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente’, che io edificherò la mia Chiesa”. La roccia è la fede di Pietro. Il primato di Pietro è un primato di fede. Pietro ha davvero aperto la porta a Cristo, accogliendolo per quello che egli è in verità: il Figlio di Dio vivente. Il compito che Gesù gli assegna, una volta ravveduto, è quello di confermare nella fede i suoi fratelli (cf Lc 22,31-32).

Di qui l’importanza enorme che intorno alla cattedra di Pietro tutto parli di fede, che la fede sia quasi l’aria che si respira nei dicasteri, nei viaggi, nelle riunioni varie, nelle curie degli ordini religiosi. Roma deve essere “caput fidei”, capitale della fede, non solo nel senso della retta fede, dell’ortodossia, ma anche nel senso dell’intensità e della radicalità del credere. Di quella fede per cui si crede che “Nulla è impossibile a Dio” e che “tutto è possibile a chi crede” (Lc 1,37; Mc 9,23). La fede che opera meraviglie e che sposta le montagne. Qualunque sia l’interpretazione del detto paolino: “Tutto ciò che non viene dalla coscienza (o dalla fede) è peccato” (Rm 14, 23), esso si applica certamente alla lettera per la Chiesa: tutto ciò che in essa non è ispirato dalla fede è peccato.

(da: Preparate le vie del Signore)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.