Don Vincenzo Santori: un «santo» sacerdote da non dimenticare

Il 30 agosto dello scorso anno moriva mons. Vincenzo Santori. Penitenziere della Cattedrale e Presidente della coop. Massimo Rinaldi, editrice di «Frontiera», nei lunghi e fecondi anni della sua attività pastorale, don Vincenzo è stato padre spirituale attento e discreto, valido insegnante di Religione Cattolica, vice rettore del Seminario di Rieti, parroco di Antrodoco prima e di Regina Pacis a Rieti poi. A un anno dalla scomparsa pubblichiamo questo scritto di mons. Luigi Bardotti.

Scrivo altri miei ricordi di don Vincenzo: ho vissuto 22 anni con lui. Ad un anno di distanza dalla sua morte vorrei ancora scrivere qualcosa affinché, almeno viventi noi che lo abbiamo conosciuto, possiamo conservare un ricordo di gratitudine per questo Sacerdote, certamente modello per la Chiesa reatina.

Ho vissuto con un santo

Don Vincenzo non diventerà un Santo riconosciuto dalla Chiesa, ma io che ho vissuto con lui, accanto a lui, soprattutto oggi ho la sensazione di avere avuto la fortuna di vivere con un Sacerdote modello di ogni Sacerdote da cui ho imparato tanto. Oggi posso ricordare quanto forse allora non ho apprezzato fino in fondo.

Don Vincenzo, Sacerdote di grande preghiera

La sua giornata cominciava sempre alle 6,30; si viveva in comunità con Angela Pasqualoni e il bagno era unico: lui andava per primo, prendeva un po’ di caffè dal termos e poi scendeva in chiesa. Il suo posto fisso era l’inginocchiatoio davanti al Confessionale (che ora è stato tolto). Rimanva in ginocchio un po’ e poi, seduto, recitava il Breviario. Spesso rifletteva, tenendo gli occhi chiusi.

Don Vincenzo era un grande conoscitore della Liturgia. La Parrocchia di Regina Pacis venne avviata da Mons. Fulvio Bragoni; don Vincevo è stato l’artefice della nuova, grande chiesa. Ne ha curato nei minimi particolari tutta la sistemazione: Altare – Tabernacolo con le due lampade – Ambone – Battistero – Confessionali – portone – pavimento… nulla lasciava alla improvvisazione o al “mi piace”, ma tutto secondo le regole liturgiche. La Chiesa per lui doveva essere realtà fisica che portava a cogliere il Mistero e vivere la Comunità come comunione.

A mio parere aveva fatto bene ogni cosa. Anche se poi qualcosa si è cambiato. La celebrazione della S. Messa era un momento che viveva con totale partecipazione; a volte teneva gli occhi chiusi, assorto nel mistero; anche fisicamente era solenne e il suo incedere era sempre misurato perché nella Divina Liturgia anche il camminare –come i paramenti sacri – era per lui diverso dal… camminare «normale».

Personalmente lo osservavo e rimanevo catturato e rispettoso davanti a Lui mentre celebrava. Le sue Omelie erano sempre preparate per tempo. Mi diceva: «Già il lunedì dopo la Domenica bisogna cominciare a vedere, meditare la Parola di Dio della Domenica che verrà». Si scriveva sempre qualche appunto. Passava ogni giorno almeno due ore davanti al Confessionale: se richiesto, confessava con calma, attenzione e la gente andava molto da lui.

La Direzione spirituale

Per don Vincenzo un Parroco doveva stare in parrocchia ed essere trovabile sempre. Diceva a me: «Tu corri troppo. Anche per la tua salute fermati un po’. A volte vengono a cercarti, ma non ti trovano».

La sua era una presenza fisica e non tramite cellulare che non ne ha mai avuto. Nel suo studio teneva la porta aperta e dalla strada si vedeva che c’era; la gente entrava anche solo per un saluto. A volte era turbato per la gran quantità di persone che entravano per cercare denaro: una volta donò ad un povero il suo cappotto.

Dialogava con grande pazienza, attenzione ascoltando spesso persone con problemi o depresse. Quando saliva dopo questi colloqui aveva un sorrisetto stanco e diceva soltanto: «Quanti guai». La sua presenza in parrocchia poi era di andare spesso nelle famiglie e – in modo particolare – dove c’erano malati oppure qualche lite familiare.

Era un grande maestro di spirito: io stesso ne ho fatto esperienza quando ci separammo dopo aver lasciato Regina Pacis (1993)

Sacerdote saggio, prudente e coraggioso

Vivendo con lui ho potuto cogliere nelle parole e nei gesti tanta saggezza, prudenza e coraggio insieme. Era un prudente ma non un pauroso. Parlava poco e con parole misurate, ma ascoltava molto, in silenzio; nelle nostre riunioni tra Sacerdoti a volte c’erano discussioni forti: ascoltava, taceva ma poi la sua parola arrivava sempre cercando di conciliare, prendere i problemi con più calma e fede.

Era un archivio di almeno 50 anni di storia di questa Diocesi e Città. Qualcosa ci raccontava: i suoi ricordi del bombardamento di Rieti erano impressionanti: bene ha fatto «Frontiera» a farsi raccontare qualcosa prima della sua morte. Quanti ricordi di Antrodoco, del Seminario, della Azione Cattolica… raramente, ma ogni tanto qualcosa diceva ed erano ricordi di soddisfazioni, ma anche di amarezze.

E coi Sacerdoti e Vescovi: quanti ne ha conosciuti, amati, stimati. Mai e poi mai una valutazione pettegola o negativa, su nessuno ma di tutti diceva solo i lati positivi.

Alcune volte, dopo aver lasciato Regina Pacis, ho cercato di farlo parlare della Parrocchia:assolutamente non disse mai nulla e mi diceva: «Il capitolo della mia vita a Regina Pacis per me è chiuso» e non diede mai un giudizio né sulle persone né sui cambiamenti.

***

Mi sono permesso di scrivere “qualcosa” su don Vincenzo perché ho sempre avuto la sensazione di aver vissuto con una santo che mi ha molto aiutato. E vorrei tanto che Sacerdoti così non siano dimenticati perché hanno dato la loro vita per la nostra Chiesa e la nostra gente.

“Quelli di S.Anatolia”: Dio scrive diritto anche su righe storte

Alcune persone mi hanno chiesto chi fossero “Quelli di S.Anatolia”. Mi accingo a scrivere “qualcosa” che ci possa aiutare a capire il perché, dopo oltre 15 anni di assoluto silenzio, è tornata la nostalgia di una esperienza vissuta da ragazzi o da giovani: si sono chiamati così quelli che si sono ritrovati dopo un campo scuola di formazione a Villa S. Anatolia (Castel di Tora).

Un gruppo di giovani, uomini e donne, hanno hanno sentito il desiderio di ritrovarsi vivendo una giornata come ai tempi dei campi.

Cosa erano i campi scuola di villa S. Anatolia

Quando avviavo un campo scuola (che durava 6 giorni) ai ragazzi dicevo loro che eravamo lassù per una sfida con Dio: noi ci mettavamo nella totale, assoluta disponibilità, apertura a Dio e Lui, secondo la sua Parola, si sarebbe rivelato a noi donandoci gioia, pace, serenità, gioia interiore, purissime e inspiegabili.

Terminato il campo tutti si tornava a casa con la nostalgia di aver vissuto una esperienza unica, irripetibile ma capace di illuminare tutta la vita. E l’esperienza è rimasta dentro.

Quei ragazzi sono cresciuti perdendosi di vista e con storie molto diverse. A 15 anni di distanza, quasi improvvisamente, si sono richiamati tramite Facebook e in forma decisamente spontanea identificandosi con “Quelli di S.Anatolia

Alcune osservazioni

Per questi campi scuola formativi (detti anche Tempi forti delle Spirito) a Villa S.Anatolia (che era, prima dei campi casa di villeggiatura degli alunni del Pontificio Collegio Greco e messa a disposizione della Diocesi di Rieti sotto il Vescovo Dino Trabalzini) personalmte ho impegnato il mio Sacerdozio negli anni centrali della mia vita, lasciando anche la mia Diocesi di provenienza – Vercelli.

Sono stato affiancato da volontari generosissimi: vorrei ricordare Rosanna Chiuppi – Maurizio Simeoni e la sua bella famiglia – Mocci Raimonda (Dina). Queste persone sono state di un sostegno unico, decisamente necessario perché da solo non avrei potuto fare nulla. Vorrei ricordare le decine di Animatori che mi hanno affiancato nella animazione delle attività.

Lo scorso maggio (2014) hanno organizzato la prima giornata per ritrovarsi: una giornata in cui ho rivisto oltre 150 giovani ormai adulti.

Non tutti hanno capito cosa si faceva a S. Anatolia con i campi scuola di formazione: purtroppo coloro che non hanno capito nulla di queste esperienza sono state la persone da cui dipendeva il permesso di continuare ad usare Villa S. Anatolia, pur essendo persone così dette “di chiesa”: la villa ci è stata tolta e anche questa esperienza di Dio – per colpa degli uomini – è finita. Anche noi cristiani siamo capaci di farci del male!

E ora… ecco rispuntare spontaneamente “Quelli di S. Anatolia”: l’esperienza viva di Dio, anche una volta sola come la Trasfigurazione, è capace di illuminare tutta una vita.

Per concludere

Non ho mai scritto dei campi scuola in questi anni pur soffrendo in silenzio.

Ora “Quelli di S. Anatolia”. si ritroveranno il 14 giugno sul Monte Antuni che era una delle passeggiate nella natura e tra i ruderi dell’antico paese di Castel di Tora. Non so se potrò andarci, ma vorrei ricordare a tutti che il buon Dio scrive diritto anche su righe storte: nulla è finito e nulla è perduto.

Sindone: due o tre cose che so di lei

Sono personalmente molto affezionato a questa “reliquia” misteriosa e affascinante. Quando prego davanti al Volto dell’Uomo della Sindone, vedo un dono di Gesù per me, per noi, per tutti i cercatori di segni che rivelano la presenza di Dio nella storia.

Cos’è la sindone?

È il lenzuolo nel quale, la sera del venerdì di passione e morte di Gesù, Maria di Magdala, tolto Gesù morto dalla Croce “involvit eum in sindonem” ossia lo avvolse in un lenzuolo-sudario, in attesa poi, passata la festa, di poter lavare, ripulire e seppellire il corpo di Gesù con dignitosa sepoltura. La parola “sindone” vuol quindi dire “sudario”.

Sappiamo che “il primo giorno dopo il sabato” Maria di Magdala trova la tomba vuota e quel lenzuolo piegato bene (da chi? – certamente non un uomo), in un angolo della tomba. Da quel giorno è iniziata la storia complessa e pericolosa di questo lenzuolo, con tentativi anche di bruciarlo, arrivando fino a Torino come proprietà del Re d’Italia e ora proprietà della Santa Sede.

Cosa dice la sindone?

La Chiesa parla sempre dell’Uomo della Sindone, senza affermare con sicurezza chi fosse quell’uomo che fu avvolto. Da esperimenti fatti è impossibile e mai è successo di avvolgere un uomo con ferite in un lenzuolo e che abbia lasciato impronte così nette.
La Sindone di Torino ha nel suo tessuto impresso il volto e tutto il corpo di un condannato a morte e torturato da cui emerge la perfetta convergenza con le torture subite da nostro Signore Gesù nella sua passione. I capelli pieni di sangue (la coronazione di spine) il naso tumefatto (lo schiaffo del soldato), il numero dei colpi di flagello sulla schiena, il segno dei chiodi sia nei polsi che nei piedi.

La Sindone è mistero!

La Sindone di Torino è razionalmente inspiegabile. Il lenzuolo a contatto con il corpo si è comportato come una pellicola fotografica. La Sindone, come si vede oggi, è un negativo: rifotografato, ma non sviluppato, diventa un positivo. Da questo positivo noi vediamo il volto e il corpo torturato con grande chiarezza. Come ha fatto un lenzuolo a comportarsi come una pellicola fotografica?

La Sindone per me, oggi

Ho visto la Sindone in passato per tre volte. Quest’anno non potrò andarci perché la mia debolezza mi impedisce il viaggio: è, per me, un grande sacrificio! Questo mio limite lo vivo (cerco di viverlo) come una identificazione più profonda a “quell’Uomo” che la Sindone nasconde e rivela. Forse il mio Sacerdozio sta vivendo la sua completezza di identificazione con il Cristo del Venerdì Santo. Vorrei dire che mi era più facile fare i campi scuola a Villa S. Anatolia… oppure andare con i muratori sul tetto della Basilica di S. Domenico… oppure cercare il denaro per il Dom Bedos… oppure andare nelle famiglie per una visita… oppure andare a Lourdes con l’Unitalsi…

L’esperienza del limite della salute è la più difficile e finché non la si prova abbiamo tutti la convinzione di avere una grande fede. Oggi vedo il volto dell’Uomo della Sindone e il mio Sacerdozio mi appare più vero, perché l’assimilazione al Cristo avviene nella esperienza più dura. Ma tra il dire e il vivere, il cambiamento è immenso.

Alcuni pensieri su Don Francesco Bisinella

Di Don Francesco Bisinella ho dei ricordi e delle impressioni molto nette e impresse.

Don Francesco venne a Rieti nel 1973: mi venne presentato dal Vescovo Trabalzini affinché lo ambientassi un poco nella realtà reatina: più che una conoscenza di Rieti (che anch’io conoscevo ancora poco) con don Francesco ho avuto tanti colloqui e scambi di ragionamenti. Non feci a lui nessuna domanda personale, ma sempre si parlò dei problemi della Chiesa, delle notizie del momento e poi accompagnammo il Vescovo Trabalzini a predicare un Corso di Esercizi Spirituali per Sacerdoti ,ad Assisi: a questo Corso partecipammo anche noi.

Don Francesco è nato il 4 aprile 1927 a Bassano del Grappa ed è morto l’11 febbraio 2006 a Roma: è sepolto -secondo la sua volontà- alla Fraterna Domus di Sacrofanno, vicino alla Vergine della Sorgente: angolo solitario con bella Grotta della Madonna e, ai piedi della Madonna, una piccolissima sorgente di acqua che goccia a goccia, scende.

Che impressioni ho di don Francesco?

Di don Francesco mi è rimasta l’impressione di uomo del sorriso, di un uomo semplice, di un uomo povero e di una umiltà profonda.

Sorrideva sempre, anche quando parla di cose serie; ma il suo sorridere era come se volesse dire: “Parlo di cose serie, ma più grandi di me perchè non ho cultura” affinché chi ascoltava non avesse l’impressione di trovarsi davanti ad uno studioso di quei problemi.

Era un semplice. Si adattava a tutto e a tutti; anche un panino a pranzo era per lui “buonissimo”; se doveva portare qualcuno in macchina, sempre la riordinava affinché fosse accolto e viaggiare bene; se si andava nella sua povera cameretta (c’era solo un lavandino con acqua fredda) sempre diceva: “Ho nulla da offrirti, se non un buon bicchiere d’acqua fresca” La le sue omelie erano semplici, ma pensate e ricche di una sapienza che faceva pensare sia a quanto diceva sia a quanto nascondeva nel segreto del suo Spirito.

Era povero. Ricordo la giacca che indossava: era pulita ma dietro la schiena faceva qualche piega; a volte veniva in Seminario dopo aver camminato per Castelfranco: le sue scarpe erano un po’ impolverate. Il pranzo in Seminario era per tutti gratuito, ma lui tirava fuori una portafogli un po’ “spelacchiato” per fare una offerta (che evidentemente rifiutavo essendo io Rettore del Seminario): potevo però vedere che nel povero portafogli aveva solo qualche biglietto da mille lire.

Un giorno, andando a Castelfranco ove era parroco, chiesi di andare al bagno. Don Francesco mi disse:”Non ti meravigliare della povertà”: era pulito ma tanto, tanto essenziale. C’era anche il Vescovo Trabalzini: ci offrì una bella fetta di buon pane casereccio e un ottimo formaggio. Quella sera io pensai ad Emmaus e ancora oggi mi commuovo quando penso a questo “Cristo” che ci spezzava il pane.

E poi… se ne andò a Sacrofano e lo persi un po’ di vista. Una sera il Vescovo Trabalzini, con Luciano Martini. Direttore del giornale Diocesano, mi invito ad andare a trovare don Francesco a Sacrofano: era forse l’anno 1980: scoprii il miracolo di un Dio che fa cose grandi soli con i piccoli. Da allora don Francesco sempre ha voluto un mio incontro mensile con le Sorelle che intanto aderivano alla realtà che Dio, tramite don Francesco, stava costruendo.

Sul letto ove stava morendo alle Sorelle presenti disse:” Dite al mio amico don Luigi che vorrei lui come Assistente ecclesiastico della Fraterna Domus”… e così anch’io ho obbedito perché… non potevo rispondere negativamente a chi sul letto di morte esprime un desiderio.

A Roma, in S.Pietro, con Le Sorelle, i Volontari, gli Amici abbiamo iniziato a festeggiare il 40 anni dall’inizio della prima Fraterna Domus che don Francesco ha voluto chiamare “Betlemme”: e Betlemme sarà sempre la “Casa del Pane”: ogni tipo di pane!

Ho visto don Francesco che… sorrideva.

Il positivo non ti deve esaltare, il negativo non ti deve deprimere

Quando la Chiesa è bella. Una riflessione a partire dalla Giornata Missionaria Mondiale.

Leggo sempre «Frontiera» e questa sera voglio scrivere “qualcosa”. Scrivo alla sera della Giornata Missionaria Mondiale: in Parrocchia è venuta Sr. Maura della Comunità di Villareggia, per dare la sua testimonianza. Questa Suora, con la sua semplicità, ha catapultato me e i parrocchiani, in un mondo bello e brutto insieme, difficile ed entusiasmante insieme.

Mi è piaciuto quanto Sr. Maura ha testimoniato perché mi ha fatto respirare l’aria vera della Chiesa, mi ha fatto vedere quanto la Chiesa sia bella, mi ha fatto sentire presente in questa Chiesa che è veramente quella di Cristo, di Papa Francesco: Chiesa che vive a Rieti.

Sr. Maura ha parlato delle sue esperienze a Lima (Perù): e lì il Vangelo è salvezza eterna e salvezza nel tempo della terra. In una terra ove gli ospedali esistono solo per chi può pagare, ma per la maggioranza della gente non c’è proprio nulla, ecco questa nostra Chiesa che apre un ospedale “per tutti” con medici e medicine “per tutti”. E sapere che anche le “nostre” medicine inviate, sono per questo ospedale una salvezza, mi ha dato l’orgoglio di essere cristiano e la gioia di aver anch’io – come Sr. Maura – dato tutta la vita.

Il vedere positivo.

È questo quanto mi rasserena: ho visto tanto positivo in Sr. Maura accanto alla realtà molto, molto negativa. E mi ha aiutato a vedere il positivo che c’è anche nella mia Chiesa locale.

A Rieti (e non solo) ho conosciuto Sacerdoti veramente santi; quando erano tra noi in terra, nel mio intimo, li ho riconosciuti, li ho amati, li ho stimati e ho cercato di imitarli. Ma a Rieti ho conosciuto laici “eroi” del Vangelo e della Chiesa; papà e mamme di famiglia davanti ai quali mi sono sentito piccolo piccolo.

Come dimenticare la nascita della decisione di fare una Casa Famiglia “Dopo di noi” ai piedi della Grotta di Lourdes: erano tutti laici a decidere. Ma ho anche davanti la moltitudine di laici che, dopo certe esperienze di fede, salutavo in questo modo: «Cristo con su di Te» e loro mi rispondevano: «E io su di Lui!»

Questa sera mi tornano anche alla mente i 18 mila ragazzi dei 32 anni di Campi Scuola a S. Anatolia: hanno certamente vissuto una Chiesa bella, giovane, vivace. Perché tante di queste esperienze sono finite? Potrei raccontare di litigi, di tradimenti, di abbandoni, di delusioni cocenti di ieri e di oggi.

Ma chi vive in Cristo la Chiesa vera sa che il positivo non ti deve esaltare e il negativo deprimere, perché nella Chiesa di Dio c’è tutto e anche il contrario di tutto essendo una Chiesa di uomini e donne e non di angeli.

Oggi si tende a far emergere il negativo quasi avessimo sbagliato tutto e quasi diventati incapaci. Che tutti noi abbiamo bisogno di conversione e salvezza è innegabile, ma una visione solo umana e razionale dei 12 Apostoli avrebbe avuto la forza di non farli entrare nel Cenacolo per ricevere il dono dello Spirito.

Estremizzare il bene o il male è sempre nella Chiesa un errore di prospettive teologiche, di una teologia senza Dio.

La Giornata Missionaria Mondiale di questo 2014 mi ha mandato a letto sognando una Rieti molto bella, un bellissimo S. Domenico, e un Dom Bedos dolce e potente come soltanto la natura può esserne strumento nelle mani del buon Dio.

Un ricordo di don Vincenzo Santori

Mi è abbastanza facile scrivere “qualcosa” su don Vincenzo (il titolo di Monsignore veniva usato da pochi e personalmente lo chiamavo sempre con il “don”): sono stato con lui, a Regina Pacis, per 21 anni, dal 1972 al 1993. Nello stesso tempo mi è difficile scrivere per l’impossibilità di cogliere la sua vita con le parole: o si dice poco o si dice troppo. E poi le parole, anche scritte, hanno spesso diverse interpretazioni. Ma l’affetto, la stima e la riconoscenza mi spingono a scrivere.

Chi è stato per don Vincenzo per me

Sono venuto a Rieti nell’ottobre del 1971, accolto dal nuovo Vescovo S. E. Mons. Dino Trabalzini per finire l’ultimo anno alla Università Gregoriana con la Licenza in Teologia Dogmatica. Terminata la Licenza avrei dovuto tornare a Vercelli, ma il Vescovo Trabalzini mi disse: «Io ho fatto un piacere a te e tu fanne uno a me: andresti volentieri per un po’ di tempo a Regina Pacis con don Vincenzo e la Sig. Angela Pasqualoni?»

Accettai subito.

Entrai quindi in quella piccola comunità familiare e parrocchiale accolto come un figlio. Sembrava una scelta “passeggera”, ma diventerà per me come persona e come sacerdote di fondamentale importanza. Subito, nell’estate del 1972, con i ragazzi della Parrocchia avviai i Campi Scuola di Villa S.Anatolia: don Vincenzo, Angela, espertissimi di Azione Cattolica, con Rosanna Chiuppi, hanno fortemente appoggiato il mio sforzo di giovane prete (avevo 32 anni) e abbastanza inesperto: quanta povertà, fede, entusiasmo e dedizione.

Molti altri e molte altre mi hanno aiutato, ma se non avevo accanto a me, sempre silenzioso, ma presente con parole essenziali, la figura di D.Vincenzo… tutto sarebbe stato certamente diverso, perché le “trappole” lungo il cammino sono state tante.

La casa parrocchiale di Regina Pacis era quel nucleo familiare essenziale e necessario per un Sacerdote: non si trattava (e non si tratta ancora oggi) di avere un piatto, un letto ordinato, la biancheria pulita e stirata, ma si trattava di avere trovato affetti, sentimenti, amicizia, stima di cristallina sincerità e una purezza-pulizia di rapporti di cui la mia vita sacerdotale si è nutrita.

Ogni mattina alle 7,30 si era in chiesa: don Vincenzo all’inginocchiatoio di destra e io a sinistra, disponibili dal primo mattino sempre e in preghiera; quasi ogni sera, attorno al tavolo dove avevamo cenato si pregava con la “Compieta” parlando magari della giornata.

Nell’anno 1974 mio papà e mia mamma, comprendendo che rimandavo sempre il mio ritorno a Vercelli, vollero venire a Rieti. Sono rimasti in Parrocchia una settimana e poi mi dissero: «Vediamo che ti vogliono proprio bene. Sei fortunato: hai trovato una famiglia che veramente ti ama. Ora siamo molto più tranquilli, ma… vedi di tornare». Ma Rieti diventerà per me la mia terra perché da me scelta, anche per il fascino che la Valle Santa di Francesco ha esercitato.

Allora, chi è stato per me don Vincenzo?

Il sacerdote che mi ha accolto, amato, consigliato, richiamato facendomi sperimentare la dolce attrattiva dell’Amore di Dio Padre, molto più dei libri della Università Gregoriana: è stato il Sacerdote davanti al quale ho pianto mentre moriva, al quale ho detto «la Madonna ti aspetta» e la macchina che registrava la pulsazioni ebbe un balzo per diverso tempo da 40 a 70; davanti al quale, vedendolo nella bara con gli abiti liturgici della Celebrazione Eucaristica non ho potuto trattenere il pianto: era magari “vecchio” ma era pur sempre sia morendo che nella bara: «il vivente»
come Cristo Signore.

Come era don Vincenzo

Come uomo

Aveva don Vincenzo una carattere molto forte, esigente, energico, deciso. Ma questo carattere era come in un contenitore: era sempre sotto controllo.

Personalmente credo di averlo anche fatto soffrire, ma mai mi ha fatto capire la sua sofferenza. Le cose, lui, non le diceva, ma eri tu che dovevi capire affinché non sembrasse costrizione.

La vita della Parrocchia di Regina Pacis era complessa: eravamo nel fervore del primo post Concilio ed eravamo piombati in una crisi di identità cristiana che ha fatto saltare gli schemi della vita pastorale precedente.

Del Concilio tutti capirono una cosa “Bisogna Cambiare”, ma senza sapere come e cosa cambiare. Sacerdoti e Laici, ognuno si inventava in un certo senso la così detta “Chiesa del Concilio” ma senza conoscerne i documenti.

Anche noi quindi avevamo una comunità Parrocchiale vivacissima, ma da coltivare con coraggio, prudenza, profezia, equilibrio evitando rotture di rapporti umani e rotture ecclesiali.

Don Vincenzo capiva, pregava, rifletteva ma appariva sempre sereno, sempre paziente, sempre di umore uguale anche quando vedeva o sentiva colossali stupidaggini. Qualche volta mi disse: «A quella riunione vacci tu, per favore e sii calmo: tutto col tempo si appianerà».

Certo, come uomo, ci sarebbero altre cose da dire, ma per ora mi fermo.

Come Sacerdote

Ho sempre pensato che don Vincenzo, nella sua vita terrena, non potesse essere altro che Sacerdote. Era una Sacerdote che in tempi di persecuzione si sarebbe fatto uccidere, ma non avrebbe mai tradito la sua missione.
La forza del suo carattere era contenuta, controllata dalla sua identità con Cristo; il suo autocontrollo non era un prodotto della psicologia, ma il prodotto della sua identificazione con Cristo, prima come cristiano e poi in forza della consacrazione Sacerdotale che lo rendeva “alter Christus” ossia un Cristo vivente.

E io, che gli stavo accanto, cercavo di capire, imparare, imitare: preti si diventa, ma non con la bacchetta magica dell’Ordinazione o delle laureee in Teologia.

Forse i nostri giovani Sacerdoti dovrebbero essere così aiutati prima di essere gettati nella mischia di una evangelizzazione che è come una fisarmonica: un po’ si allarga e un po’ di restringe.

Con se stesso era esigentissimo; parlava con la sua vita e quando io lo osservavo non avevo bisogno di parole della bocca, perché capivo tutto, al volo. Con gli altri però era sempre di una indicibile comprensione, misericordia.

Credo di non aver mai sentito dalla sua bocca un pettegolezzo; se commentava, cercava di cogliere delle persone o degli avvenimenti il lato positivo. Anche dopo alcune riunioni tra noi Sacerdoti – riunioni un po’ burrascose – riusciva con un mezzo sorriso a sdrammatizzare tutto e troncare.

Don Vincenzo era molto, molto povero. La gente diceva che a Regina Pacis, i parrocchiani erano benestanti, sarà stato anche vero, ma in Parrocchia si viveva in vera povertà: nulla mancava ma vedevo la difficoltà a volte di trovare i soldi per il pane e la spesa.

Quando però si trattava della Chiesa, della Liturgia, allora cercava di dare a Dio il meglio. Era un ottimo liturgista; si snobbava, ma conosceva benissimo la esigenze liturgiche. Io ero un po’ più trasandato, ma lui mai è sceso in sciatterie e trasandatezze: avevo sempre da imparare e quando celebravo davanti a lui ero sempre molto attento a far bene ogni cosa.

Don Vincenzo era un formatore di anime e dedicava molto tempo alla direzione Spirituale. Io stesso chiedevo a lui consiglio. Ricordo che quando venne eletto Arcivescovo di Vercelli Sua Eccellenza Mons. Tarcisio Bertone, oggi Cardinale, mi inviò un telegramma affinché mi presentassi a Vercelli perché voleva conoscere bene la mia attività a Rieti. Ne parlai con D.Vincenzo e lui così mi imposto l’incontro: «riferisci quanto fai a S.Anatolia e in Parrocchia, ma con semplicità senza ingrandire i successi e descrivendo le difficoltà; riferisci della nostra Parrocchia e quanto cerchiamo di fare; prega e anch’io pregherò».

Così feci. Alcuni anni dopo trovai nel Card. Tarcisio Bertone – che nel frattempo venne chiamato a Roma – un sostegno, un amico, un fratello anche con la sua frequentazione sia ai campi scuola di Villa S.Anatolia sia nella mia modesta casa parrocchiale di S.Lucia.

Il Sacerdote don Vincenzo era un vero maestro di Spirito: certamente con questa morte la Chiesa va avanti ugualmente, ma una cosa mi sembra certa: il Signore ci aveva donato una vera luce e ora, nella sua saggezza, questa luce non ci sarà più. Ne verranno altre certamente, ma intanto lui non ci sarà.

Molti giudicavano don Vincenzo come un prete… all’antica. In realtà ha tentato di impostare una vita parrocchiale con una “modernità” unica e forse non capita.

Appena accettai di andare a Regina Pacis don Vincenzo mi prese in disparte e mi spiegò la presenza di Angela Pasqualoni in Parrocchia: avrebbe fatto vita comune con noi Sacerdoti. Più o meno mi parlò così: «Angela è con noi non come donna di servizio e per i lavori di casa, ma come presenza di laica consacrata totalmente a Cristo – senza i voti – nella Chiesa e, in particolare in questa Parrocchia, accanto a noi Sacerdoti e a servizio pieno e totale delle anime, come noi Sacerdoti». Voleva farmi capire che la nostra vita di Sacerdoti era condivisa in tutto e per tutto da questa giovane ragazza.

Personalmente non ho fatto fatica ad inserirmi in una comunità sacerdotale con la presenza di Angela; anzi ne ho tratto tanto giovamento e una certa maturazione affettiva interiore che né il Seminario, né gli studi mi avevano dato.

Nello stesso tempo ho colto quanto questo sacerdote – don Vincenzo – fosse avanti, molto avanti, coraggiosamente e profeticamente avanti nel concepire la vita sacerdotale: il sacerdote è soltanto di Cristo, ma non è un solitario personaggio con una fredda e quasi superiore presenza fondamentalmente lontana dalla vita normale.

A volta si parlava dell’Ordo Virginum: donne che nei primi secoli della Chiesa (prima che nascessero le Congregazioni Religiose) consacravano la loro vita a Cristo – senza fare i voti – e queste donne venivano “riconosciute” dal Vescovo come presenze preziose e ufficiali nei servizi ecclesiali liturgici, nella accoglienza degli Apostoli essendo itineranti.

Don Vincenzo pensava che con il Concilio, tentare una esperienza di vita comunitaria con il modello dell’Ordo Virginum antico, sarebbe stato forse una segno di grande rinnovamento nella vita della Parrocchia, nella vita della Chiesa e nella vita dei Sacerdoti stessi.

Forse questo aspetto della vita di don Vincenzo non è stato colto, capito: avviò l’esperienza a Regina Pacis con l’autorizzazione del Vescovo, ma non destò attenzione né tra i Sacerdoti né tra la gente.

Quando don Vincenzo maturò la decisione di lasciare la Parrocchia perché non si sentiva più in forze (1992) essendo io con l’incarico di coparroco e quindi avrei dovuto succedergli mi parlò più o meno in questi termini: «Vorrei chiedere di essere esonerato perché non ne ho più le forze. Ritengo però che tutti e tre (ossia d. Vincenzo, il sottoscritto e Angela) dobbiamo lasciare per chiudere così questa esperienza». E così fu fatto. Don Vincenzo prestò servizio in Cattedrale, Angela tornò al suo paese di Antrodoco, il sottoscritto venne nominato Parroco a S.Lucia.

La vita Sacerdotale di don Vincenzo non è stata solo quanto ho scritto: è stata molto più ricca e diversificata con interessi notevoli.

Posso elencare la grande passione per il giornale diocesano «Frontiera» che avrebbe voluto vivo; l’impegno per l’Azione Cattolica; l’impegno per i Corsi di Cristianità detti “Corsillos”; la sua grande devozione alla Madonna…

Se dovesse servire a qualcuno, potrò scrivere ancora su don Vincenzo.

***

Personalmente sono anch’io avanti nel cammino della mia vita terrena e il tempo mi si è fatto breve. Mi sono confessato da don Vincenzo – l’ultima volta – nel mese di maggio. Nel salutarmi faticosamente si portò alla finestra e mi disse: ti vedo sempre. E poi mi abbracciò dicendo: «Quanto mi piacerebbe risentire l’Organo nel Bel S.Domenico».

Lo rividi in ospedale in una situazione di grande debolezza.

Tornando da Lourdes andai da lui all’una di notte, molto stanco per il viaggio; mi riconobbe, tentò un sorriso e quando gli dissi: «La Madonna l’aspetta» gli bagnai la fronte con un po’ d’acqua di Lourdes: in quel momento la macchina che indicava la pulsazioni dei suo cuore ebbe una balzo e da 38-40 pulsazioni salì a 70 pulsazioni.
Capii che … aveva capito tutto.