Don Valerio: necessario eliminare gli schiavisti

Al convegno sulle buone pratiche per i rifugiati “ConfrontiamoCI”, anche il contributo del direttore dell’Ufficio diocesano Problemi sociali e Lavoro.

Il contesto globale del nostro pianeta è in subbuglio a causa delle guerre, della fame, delle dittature… Così lo scacchiere geo-politico mondiale ha subito mutamenti sconvolgenti.
Le Frontiere si stanno globalizzando, sta emergendo un modo nuovo di essere cittadini: “senza patria”, cioè cittadini planetari.
Quindi il fenomeno delle migrazioni ci impone un triplice approcio nel governare le nazioni e promuovere una cultura vera della solidarietà.

L’Unione Europea in dialogo con l’ONU

L’ONU deve essere “garante della pace”, ma anche capace di riproporre con forza il rispetto dei diritti inalienabili di ogni persona a considerarsi “cittadino del mondo”, senza confini…. un modo per sancire la globalizzazione dell’accoglienza fondata sul diritto di una libera circolazione delle persone. L’UE ha il compito di salvare con ogni mezzo le vite umane, contro ogni forma di violenza sui barconi (bombardamenti, respingimenti), con il beneplacet dell’ONU.

L’UE in dialogo con il Tribunale Penale dell’AJA

Per spingere i Paesi dell’Africa, del Sud-Est Asiatico, del Medio Oriente a lavorare per la cultura della “pace” e della “giustizia”, occorre promuovere nei Paesi continuamente in conflitto per il potere i “principi irremovibili della democrazia dell’alternanza”. Sottoscrivere un patto di cooperazione multilaterale legato al rifiuto di ogni terzo mandato da concedere ai governanti di quei paesi che spesso modificano a colpi di false maggioranze le loro Costituzioni.
E chi si candida per un terzo mandato che se la veda direttamente con il Tribunale Penale dell’AJA. Altri provvedimenti possono accompagnare questa proposta: il congelamento dei conti bancari all’estero, il sequestro dei beni di quei politici corrotti e arroccati al potere per la vita, ecc.

L’UE in dialogo con l’Unione Africana

L’accoglienza dei migranti implica la modifica del Trattato di Dublino, l’accettazione di fatto del principio della libera circolazione delle persone. Ma ciò implica anche un alto senso di una mutua responsabilità nel creare nei Paesi di provenienza dei migranti le condizioni per una vita migliore (pace, giustizia…), lottando contro la povertà e la fame. L’Ue dovrebbe mettere anzitutto un embargo sulla vendita delle armi a queste nazioni e indirizzare la cooperazione per lo sviluppo (promozione dell’agricoltura, delle scuole, delle infrastrutture ospedaliere, ecc.). Sensibilizzare le varie Ambasciate sulla presenza dei loro popoli.

Conclusioni

L’Italia ha una tradizione profonda di accoglienza che non può essere messa a repentaglio dagli schiavisti sparsi nel nostro territorio, perché solo avvidi di soldi. Accolgo con favore le varie iniziative tutelate dalle leggi per una integrazione “umana” e “seria” dei migranti desiderosi di rimanere nel nostro Territorio (studio serio della lingua, la ricerca di un lavoro, di un alloggio degno,ecc.). Non si può affidare i minori in mano a gente sprovveduta di etica umana.
Si auspica che venga afffidato ad Istituzioni competenti il controllo permanente di questi centri e delle Cooperative per evitare sfruttamento ed altri abusi.
Il principio della volontarietà nell’accogliere i migranti deve essere sostenuto da un dialogo a monte fra Prefettura, Sindaci e Parroci della Diocesi che possono avere un occhio locale di controllo sui nuovi insediamenti. Il semplificare la “burocrazia” trasferendo ai comuni il mandato di istruire ogni pratica di permanenza in Italia. Con il loro parere, il Ministero dell’Interno si può muovere nel rilascio dei titoli di soggiorno, della carta sanitaria, della cittadinanza, ecc.

Risorse Sabine: delusione e amarezza

In merito alla decisione drammatica di licenziare 107 lavoratori di Risorse Sabine, l’Ufficio Problemi Sociali e Lavoro della Diocesi di Rieti esprime delusione e amarezza per un provvedimento che accelera la morte del lavoro nel territorio reatino.

Respingiamo con forza questa soluzione. Ed invitiamo le autorità Regionali al ripensamento, cioè a procedere alla stabilizzazione di questi 107 lavoratori: non chiedono un’elemosina, ma solo il diritto di lavorare: per la tutela del bene comune e per il diritto alla dignità che scaturisce dal lavoro.

Il Giubileo dell’Anno della Misericordia sembra essere stato accolto con favore delle varie istituzioni territoriali, provinciali, regionali e parlamentari. Ma dobbiamo ricordare che ci invita nel concreto ad avere misericordia dei lavoratori. È necessario assicurare loro il lavoro che hanno sempre fatto: nella manutenzione del cammino di Francesco, nella pulizia delle strade, ecc.

Rieti risorgerà a vita nuova soltanto se il lavoro verrà tutelato! Ecco allora il nostro invito rivolto a tutte le istitutizioni a lavorare sinergicamente, uniti per vincere la battaglia contro l’impoverimento del lavoro nel nostro territorio. Una emorragia che crea frustrazione e perdita della speranza nelle persone.

Buona Pasqua.

Next Snia Viscosa: sognare non costa nulla

La posizione strategica del sito ex Snia mette voglia di pensare in grande. Accende il desiderio di pensare insieme ad uno sviluppo spirituale e materiale. Quanto sarebbe interessante progettare un grande “Centro multimediale” a servizio della Città, ove le famiglie, l’infanzia, i turisti, i giovani, gli anziani, le culture s’incontrano?

Sarebbe bello se questo centro avesse la forma di una croce. Si può pensare che una parte venga dedicata all’economia, allo shopping, ma sarebbe forse più importante favorire la dimensione sociale delle famiglie, mettere insieme spazi per fare giocare i bambini, disporre una biblioteca e una sala di lettura, offrire un cinema, e supportare tutto con servizi essenziali: ristorazione, info point, guide multilingua, ecc.

E visto che si chiede di liberare l’immaginazione, perché non immaginare di mettere il nuovo sito a sistema con i quattro santuari Francescani? Significherebbe ricucire la città e il territorio. E a voler esagerare si potrebbe desiderare un collegamento diretto con Roma, magari con una rotaia “leggera” sinergica con la metro C.

Il principio vincente di questo millennio nuovo potrebbe essere quello di consentire alla gente di curare lo Spirito. Il che vuol dire anche permettere alla famiglia e ai singoli di disporre di tempo per dedicarsi agli affetti e alle relazioni. Se poi a questo potessimo aggiungere un’economia realmente legata alla dimensione locale e al “made in Italy” non ci sarebbe nulla di male.

In fondo, sognare non costa nulla.

Rifugiati in via Salaria. Qualcosa si muove

L’iniziativa di solidarietà in favore dei rifugiati nel villino di via Salaria, condivisa fra i vari uffici della nostra Diocesi (Caritas, Migrantes, Pastorale Sociale e Lavoro) si è allargata in questo periodo santo di Quaresima al Gruppo di Volontariato di San Vincenzo di Rieti.
Mentre la Procura della Repubblica di Rieti continua a lavorare in silenzio sulle responsabilità di chi doveva impegnarsi ad aiutare questi profughi provenienti dalla Libia ad intraprendere un cammino di una vera integrazione, purtroppo mai avvenuta, gli uffici diocesani continuano a sostenere questi sfortunati ragazzi con il cibo, la legna per riscaldarsi, e aiutando chi intende lasciare la nostra città in cerca di lavoro e di un futuro migliore. Il Gruppo di San Vincenzo di Rieti, sempre attento alle persone sole, agli anziani, ai poveri ha sostenuto questa iniziativa diocesana con senso di generosità.
Ed è importante perché questa azione serve anche per aprirci il cuore, perché si rompa nella nostra provincia la “globalizzazione dell’indifferenza”. «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono» dice Papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima 2015.
Allora ci siamo interrogati: «Dov’è tuo fratello?» (Gen.4,9). E una piccola risposta di speranza è stata data ai nostri fratelli profughi. Non è molto. Ma è l’inizio di una consapevolezza. È un ricordarsi che la «sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli» come si legge ancora nel Messaggio di Quaresima del Santo Padre.
Questa presenza dei profughi nella nostra città di Rieti ci deve aiutare a riflettere sulla nostra sincerità nell’amare e nell’accogliere chi è meno fortunato di noi, anche se può sembrare sporco, se è senza difesa, se chiede l’elemosina lungo le strade, dinanzi alle chiese.
A volte questo ci dà fastidio perché siamo egoisti e attaccati ai beni della terra. Preferiamo di non vederli: «che rimangano nel loro paese, nella loro miseria».
Ma così dimentichiamo che anche il cotone del vestito che indossiamo proviene da quei paesi ove c’è violenza, ove c’è guerra, ove c’è dittatura. E anche l’oro e il diamante della collana provengono da quelle zone ove si muore ancora di malaria, di vermi intestinali, di fame…
Nessuno s’interroga su come quelle materie prime sono arrivate qui da noi. Forse è arrivata l’ora di soffermarci seriamente sui tanti nomi di occidentali che nascondono presso l’HSBC/Private Bank in Svizzera beni tolti a questi paesi lontani grazie alla collaborazione di ambienti e signori molto discussi.
Anzi, ciò che il signor Falciani ci ha fatto scoprire è solo la punta dell’iceberg di questo mondo di malaffari, di connivenza con ambienti criminali, di sfruttamento dei poveri come se noi stessi fossimo eterni qui sulla terra.
Auguriamo di cuore a tutti i cattolici una Quaresima da vivere pensando alla propria conversione dall’attacamento morboso ai beni materiali, ad un atteggiamento di una solidarietà più sincera, ad un atteggiamento di condivisione di una parola buona di conforto e di consolazione a chi ne ha bisogno, ma anche come opportunità per aiutare con gesti di carità i vicini e i lontani.

Risorse Sabine, don Valerio Shango scrive alla Regione

Ogni giorno che passa è un giorno di angoscia per i 107 lavoratori di Risorse Sabine. Nell’incertezza della propria sorte, interrogano tutte le istituzioni locali per avere una speranza. Sono famiglie intere ad attendere la soluzione definitiva a questa vertenza. Da due mesi sono senza stipendio; ma le scadenze non aspettano, e le bollette bisogna pagarle.

Attendiamo risposte urgenti dalla Regione Lazio, capaci di rassicurare, di aprire un futuro di serenità, di mettersi a tutela della dignità di questi nostri fratelli.

È arrivata l’ora della “stabilizzazione” di queste persone. Non chiedono un’elemosina, ma di potersi guadagnare il pane.

E già prima lo stipendio di alcuni era troppo basso. Hanno sempre fatto ogni sacrificio per andare avanti. Non si può cancellare il servizio umile, ma prezioso, che rendono al territorio di questa provincia di Rieti.

Adesso tocca alle istituzioni l’ora del coraggio. La «politica è la forma la più alta di carità verso il prossimo», nella fattispecie verso i disoccupati, verso chi rischia di perdere il proprio lavoro, verso gli ultimi.

Ci auguriamo che dalla Regione Lazio arrivi forte la volontà politica per dare una svolta «definitiva, seria e sicura» ai Lavoratori di Risorse Sabine.

I lavoratori sono stanchi di attendere e di vivere di sole promesse.

Dio vi benedica.

Il Cavallo di Troia della paura

I fatti di Parigi ci hanno sconvolto tutti. Un po’ come è accaduto l’11 settembre 2001. Adesso sembra così lontano l’incontro di preghiera in Vaticano voluto da Papa Francesco, con la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, ed in presenza dell’israeliano Shimon Peres e del palestinese Abu Mazen. Sembra un esercizio inutile anche di fronte agli attentati perpetrati ogni giorno dal Boko Haram nel Nord della Nigeria. Ma se dovessimo elencare tutti questi fatti tragici a Madrid, a Londra, in Belgio, in Siria, in Irak, la lista sarebbe troppo lunga.

Passata l’onda emotiva, però, si dovrebbe andare al cuore del problema. Dovremmo tutti appellarci all’Onu perché, con il sostegno dell’Unione Europea e delle altre grandi potenze, lavori ad una soluzione definitiva, costruita su alcuni punti fermi.

Sembra fondamentale la risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese. L’unico percorso sensato è quello della creazione dello Stato della Palestina, con capitale a Gerusalemme Est. Tanto più questa sistemazione dell’area verrà rimandata, tanto maggiore sarà l’odio e il desiderio di vendetta nel cuore del mondo “arabo”.

Ma non basta, perché alla radice del male c’è soprattutto la miseria. Sarà decisivo debellare la povertà. È nelle sacche del disagio che si annidano i terroristi. È dove il degrado è più forte che la religione diventa l’oppio del popolo. È nei contesti difficili che si può inculcare nella mente dei disperati l’idea di un riscatto da costruire sulla morte degli infedeli. Come se davvero questa continua strage degli innocenti fosse un sacrificio gradito ad Allah.

In questo tempo difficile, i cristiani devono essere più coerenti con la fede che professano. Vanno denunciati gli affari sporchi delle lobbies: come quelle delle armi e quelle della farmaceutica. Non so se, come si dice, certe malattie sono state inventate in laboratorio. Ma di sicuro in Africa aggredire il mercato è facile, perché è poco regolamentato, e si possono fare guadagni stratosferici con il sostegno delle dittature…

Quanti patti indicibili i vari Governi dell’Occidente e dell’Africa, le Monarchie medio orientali e il nuovo capitalismo asiatico stringono sulle spalle delle popolazioni più povere della Terra? Di fronte a questo non c’è religione che tenga. Gli uomini oggigiorno adorano altri dei. Soltanto il denaro e il potere contano… soltanto il profitto giustifica. Questo atteggiamento è ben consolidato negli organismi sovranazionali, e fa certamente comodo alle imprese multinazionali.

Prima di provare paura per un fenomeno difficile da controllare, nelle migrazioni di massa dei disperati del sud del mondo dovremmo cogliere la prepotenza dei pochi che hanno in mano le ricchezze della Terra. La loro avidità trasforma tanti Paesi in luoghi ostili, dove prosperano solo la guerra, la violenza e lo sfruttamento di bambini, donne e anziani.

Giustamente ci siamo spaventati per i fatti di Parigi. Se non riusciremo a costruire una società globale più giusta e solidale per tutti, fatta di sviluppo, di promozione della cultura e della salute per tutti, di tutela del lavoro sempre e dovunque, il futuro sarà senz’altro orribile.

Ma il nostro presente è ancora in bilico, i terroristi non si fermano di certo. Li vedremo cadere solo quando avremo tolto loro la terra da sotto ai piedi, solo quando alle bombe e ai droni i Governi preferiranno fornire risposte concrete ai drammi della povertà globale. Ci vuole giustizia per i Paesi latino americani, per il Sud Est Asiatico, per i Paesi africani e per l’Europa dell’est fino agli ex satelliti dell’Impero Sovietico.

Non facciamoci mancare la speranza. Tante persone oggi vedono chiaramente in quanti casi ci sono due pesi e due misure. Dobbiamo lavorare perché i maltrattamenti, il malgoverno, la violazione dei diritti fondamentali delle persone non generino odio e voglia di vendetta, ma desiderio e impegno per una maggiore giustizia.

Non basta essere tutti “Charlie”. Non bastano neppure le preziose preghiere d’incontro fra le varie religioni. Di fronte alle armi e alla repressione i cuori induriscono: ci vuole un eccesso di coerenza, di trasparenza e rispetto verso Dio perché l’ipocrisia e la falsità non prendano possesso dell’opinione pubblica.

Chi ha fede deve insegnare con l’esempio la coerenza ai politici. Sono incapaci di imporre un accordo definitivo fra Israele e Palestina, ma capacissimi di ammazzare il Saddam Hussein di turno se non serve più ai loro scopi. Salvo poi lamentarsi se la caduta di qualche dittatore provoca flussi migratori incontrollabili con il miraggio di un falso Eldorado.

E così arriva in Occidente il Cavallo di Troia della paura e dell’insicurezza materiale e psicologica… Dal suo ventre potrebbe emergere la militarizzazione di città una volta libere e serene.

Certo, il mio è un punto di vista “personale” limitato, non esaustivo. Il problema che dobbiamo affrontare è molto più grande di ognuno di noi. Ma è proprio questa complessità a richiedere con urgenza risposte “solidali”, dialoganti, aperte alla cultura della diversità e della fratellanza universale. Ne saremo capaci?

La Buona Scuola: superare le contraddizioni tra scuole e lavoro

Sembra che la stabilizzazione dei lavoratori precari nel mondo della scuola sia una delle priorità della “Riforma Giannini”.

Durante l’incontro «La Buona Scuola – Facciamo crescere il Paese», svolto il 3 novembre scorso presso la palestra del Liceo Scientifico “C. Jucci”, l’Ufficio Diocesano Problemi Sociali e Lavoro ha sottolineato l’urgenza di procedere alla stabilizzazione dei precari del mondo della scuola nel reatino.

Si parla di insegnanti che hanno già 35 anni di età, ma anche 40 o 50, e che hanno patito in questi ultimi anni il “precariato”. I dati parlano di circa 150 mila precari in tutta Italia.

Offrire loro una prospettiva è questione di dignità e di rispetto. Questi insegnanti che hanno risposto ad ogni esigenza posta dalla scuola, anche facendosi carico in prima persona di tante sue disfunzioni. Ciò nonostante rischiano di raggiungere l’età della pensione ancora nella condizione di precari!

È evidente una certa ingiustizia che va sanata.

Ciò detto, c’è un altro tema nel dibattito sulla riforma che intreccia scuola e lavoro. Nel rapporto su la “Buona Scuola” è espressa la volontà che la Scuola debba essere «fondata sul lavoro».

A mio parere in questo c’è qualcosa di vero. È arrivata l’ora di agganciare la scuola, specialmente quella d’indirizzo industriale, tecnico e professionale, al lavoro. Altrimenti si corre il rischio di inseguire un modello di società obsoleto, che genera più disoccupati che occupati fra i nostri giovani.

In Germania, il sistema è molto pragmatico, e lo è pure quello di tipo anglosassone. I ragazzi al termine delle superiori riescono a trovare lavoro, ad essere assunti perché ben preparati.

I giovani hanno la percezione del problema. All’incontro, i ragazzi della Scuola Agragria di Rieti hanno chiesto se sono previsti finanziamenti a sostegno di Aziende che li possano accogliere per svolgere qualche stage.

La scuola agganciata al lavoro implica periodi di stage, di formazione presso le aziende, le imprese, le cooperative. Una scuola troppo teorica non è più competitiva oggi, perché rimane fuori di ogni tipo di innovazione. Non sembra in grado di offrire neppure una soddisfazione “psicologica” ai ragazzi: al termine del ciclo scolastico finiscono con il sentirsi inutili alla società.

Oggi ci vuole senso di realtà. Durante l’ultimo Convegno CEI per i Problemi Sociali e Lavoro, il Laicato e la Famiglia, svolto a Salerno dal 24 al 26 ottobre scorso, è emersa la necessità di combattere la disoccupazione anche invitando i nostri giovani a esercitare lavori ritenuti ingiustamente umili.

In realtà, l’agricoltura, l’artigianato ed altri settori troppo frettolosamente accantonati, possono ancora assicurare delle soddisfazioni personali e aiutare la la crescita dell’economia del Paese.

Perché la scuola torni ad essere motore della società, ognuno deve fare la sua parte: lo Stato ne deve riconoscere la centralità anche finanziandola e restituendo sicurezza e dignità a chi ci lavora. Le autonomie scolastiche non debbono trascurare il rapporto con la realtà produttiva del proprio contesto nell’elaborare il proprio progetto educativo. I giovani debbono incoraggiare questo processo con la propria fame di futuro, con il proprio entusiasmo, ma sapendo anche cogliere le possibilità concrete del proprio territorio.

Tutti insieme si deve lavorare per restituire speranza e costruire un futuro migliore.

Né elemosina, né ammortizzatori sociali

Sono stato presente al convegno “Nella precarietà, la speranza”, svolto a Salerno dal 24 al 26 ottobre e promosso dalle Commissioni Episcopali Cei per il Laicato, per la Famiglia e per i Problemi Sociali e Lavoro.

Fra i partecipanti c’è stata una presenza imponente di giovani provenienti da tutta Italia, con le famiglie, le Associazioni, e i rappresentanti regionali e diocesani dei tre uffici interessati direttamente alla problematica del lavoro in un contesto di grande precarietà.

Vari interventi hanno messo in risalto la sofferenza dei giovani che non riescono a trovare occupazione, ma anche la difficoltà di poter sperare in un contesto così drammatico di grande recessione economica.

«I giovani – diceva P. Francesco Occhetta S. I. – hanno bisogno di essere appoggiati e la riforma del Terzo settore e quella del lavoro sono due opportunità concrete». Da qui l’urgenza di offrire percorsi all’interno delle diocesi in cui i giovani, anzitutto, facciano esperienza di lavoro, nel tempo estivo, nei fine settimana…

La Dottrina sociale della Chiesa è nata per difendere l’umanità “lavoro”. Da questo punto di vista procede in sintonia con la Costituzione Italiana. Abbiamo due bussole culturali che possono guidarci.

Il “Progetto Policoro” sperimentato con successo nel Sud dell’Italia sta prendendo piede in tutte le Diocesi italiane. È una risposta umile di speranza che la Chiesa italiana dà ai giovani, assieme ad altre iniziative di alcune Caritas.

Come ufficio abbiamo voluto ricordare ai partecipanti che ci sono 153 vertenze in giacenza presso il Ministero dello Sviluppo Economico: tra le quali le reatine Schneider Electric, Solsonica e Ritel, ma anche Meridiana, Tyssen Krup, Ilva, ecc. Tutti i territori delle nostre diocesi stanno affrontando la chiusura delle aziende o la loro delocalizzazione. Quale politica industriale ci si può attendere dal nostro Governo a tutela dei lavoratori (degli over 40 e 50) che hanno perso la loro dignità perché l’Azienda ha chiuso in Italia?

Era presente alla tavola rotonda del sabato il Dott. Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Non ha dato nessuna risposta in merito.

Abbiamo, quindi, interpellato l’Assemblea sottolineando come ormai ci sia quasi solo Papa Francesco a parlare continuamente delle grigie prospettive dei lavoratori. Abbiamo auspicato che ci sia più “profezia” nelle nostre diocesi nell’affrontare in mezzo alle assemblee comunali, regionali e anche al Mise questi problemi, per trovare sinergicamente delle soluzioni.

La gente non chiede né elemosina, né ammortizzatori sociali. Chiede solo di poter fare il proprio lavoro, di poter mantenere le proprie famiglie e di poter contribuire con le proprie forze allo sviluppo del Paese.

A partire da questo è stata chiesta una mozione di solidarietà con i lavoratori ai convegnisti. La proposta è stata accolta positivamente da tutti. Mons. Bregantini ha letto questa lettera di solidarietà che è pubblicata sul sito di «Avvenire».

Questo convegno è servito ad aiutare le nostre diocesi a ricercare la strada della “speranza”: non deve mancare in un contesto così difficile. Ed è stato una tappa doverosa in cammino verso il Convegno ecclesiale della Chiesa italiana – Firenze 2015.

Cronache di San Generoso

Venerdi 22 agosto ore 18 era previsto il rientro dell’urna del Santo in Chiesa.  Non essendo pronta, il tecnico Lineo ha provveduto a collocare il simulacro del Santo dentro alla macchina del Santo per consentire la processione.  Alle 18:25, lavori quasi ultimati mi giunge una telefonata: «sono il  cappellano di Rebibbia….  c’è una persona carcerata che ha bisogno di una sua visita». Rispondo promettendo di mandare più tardi al confratello le mie coordinate per farmi rilasciare il pass.
Alle 18:30, si parte in processione da via D. Giovanni Gentili diretti verso la piazza comunale ove ci aspetta la Banda Musicale di Monte S. Giovanni, le Forze dell’Ordine in alta uniforme, la popolazione…  Una grande commozione ci avvolge tutti a vedere avanti a noi le spoglie mortali del Santo e dietro il baldacchino con il simulacro…
Appena si inizia la salita verso la Parrocchia, una luce forte dal di dietro sorge e ci accompagna…  come se il Signore Dio stesse dicendoci: «illuminerò i vostri cuori e i sentieri della vostra vita con la luce della mia carità, del mio Amore».  Così siamo entrati in Chiesa in mezzo a tanta gioia per la esposizione del Corpo del Santo.

Sabato 23 agosto ore 16:30: appuntamento presso il Cimitero nuovo per la deposizione della Corona di Fiori in onore dei nostri defunti e un momento di preghiera. Tutti insieme, scoppia un temporale…  A quel punto, chiamo il referente del Comitato Festa di S. Generoso, il Sig. Enzo Tomassi e lo invito a fare entrare la popolazione, la Banda Musicale nella cappella del Cimitero. Cappella benedetta da Mons. Vescovo il 19 Luglio 2014.
A quel punto, spiego alla gente il perché di questa pioggia:
– è simbolo di un inizio nuovo. spero che il rientro di S. Generoso in Chiesa sia la volta buona per ricomporre il nostro paese, ed iniziare un cammino nuovo di pace, di concordia, di solidarietà con i poveri;
– approfitto per esortare la “Banda Locale” che difficilmente entrava in Chiesa a cogliere questo momento come un “kairos” : tutti siamo del paese, e bisogna entrare in chiesa e mettersi all’ascolto di Colui che ci salva dalla morte e dalla dannazione, Cristo che è la Via, la Vita e la Verità. È la sua Parola che deve nutrire il nostro cuore a volte tiepido, indifferente o pieno di superbia.  Ora, con questa pioggia battente… se dovessimo uscire fuori, tutti saremo bagnati! E non ci sarà mai un vincitore nei vari conflitti che ogni tanto segnano in negativo la vita nel nostro paese. O saremo salvati tutti, o nessuno si salverà… Ecco il perché della nostra conversione alla grande carità,  alla generosità… che S. Generoso Martire fa sorgere in ognuno di noi come via verso la Vita, verso la beatitudine eterna, l’incontro con i nostri defunti con i quali canteremo l’alleluia dei Santi!

Domenica 24 agosto. Santa Messa solenne in onore di S. Generoso Martire alle 11; poi alle ore 19:30 Adorazione eucaristica seguita dalla Processione solenne.
Tutta la popolazione si sveglia al suono delle campane festive della Parrocchiale… E tutti sono tesi verso la Parrocchia, metà del gran pellegrinaggio “popolare”…  C’è la catechista Mei Olga Maria che di buon mattino verso le 07:30 va nell’orto per raccogliere i legumi. Purtroppo, viene punta da un insetto… Inizia per lei la discesa agli inferi: rischio di collasso, soffocamento dal veleno… la Signora vede davanti a Lei la morte. Il tempo di entrare dentro casa, di svegliare marito e figli e di chiedere una ambulanza: «mi sento di morire», sussurra Olga ai suoi!  Una grande paura prende tutti.  Chiede una iniezione di bentalan… Bene o male, c’era ancora una fiala destinata al figlio allergico… Quella iniezione l’aiuta ad arrivare al pronto soccorso dell’Ospedale di Rieti ove i medici confermano che è arrivata “viva” miracolosamente. Iniziano varie terapie. Ma nel cuore della Signore Olga Maria c’è un grande desiderio almeno di partecipare alla processione serale in onore di S. Generoso, dato che ha perso la Santa Messa.  Ecco allora il suo desiderio esaudito: torna a casa, e viene in chiesa per ringraziare S. Generoso della grazia ricevuta. Partecipa con senso profondo di gratitudine alla processione in onore del Santo. Quindi, a tutt’oggi la Signora continua a cantare le meraviglie del Signore il quale ha guardato l’umiltà della sua serva, e l’ha salvata per i meriti di S. Generoso Martire.

Il lunedì 25 agosto la sera, la popolazione è riunita in piazza… tanta gente c’è, un bel complesso, panini con porchetta… Alle 22 di sera, chiudo la chiesa perché non vedo la gente venire per venerare il Santo…  Tutti invece in piazza, felici di poter ballare, mangiare, chiacchierare. A mezzanotte e mezzo, il Gruppo elettrogeno prende fuoco; tutto l’impianto elettrico salta, buio totale in piazza. La musica si ferma. Ma il peggio poteva accadere se il serbatoio di benzina prendeva fuoco, allora saltava il Comune, il fuoco si sarebbe divampato distruggendo le macchine e facendo forse strage di persone. Per fortuna, con gli estintori un gruppo di gente riesce a spegnere quel fuoco sul generatore elettrico.
Appena m’informano la mattina, ringrazio il Santo che è stato cosi generoso con noi, risparmiandoci un gran dolore, e sollecitandoci ad essere generosi con i poveri e i sofferenti, a non pensare solo alla nostra pancia, al nostro modo egoistico di festeggiare i Santi . Ma a ricordarsi sempre che si può essere felici col poco, condividendo le nostre risorse con chi non ha niente. Ecco la svolta tanto attesa dagli uomini e dalle donne di fede del nostro paese che arriva con il rientro di S. Generoso in chiesa.

San Generoso ci aiuti ad avere molta fede nel Signore Risorto, anche a costo del “martirio” per ricordarci sempre che i “poveri” sono il volto vero del Signore.

Quindi, caritas Christi urget nos!

La Chiesa deve essere profetica, soprattutto quella africana

Papa Francesco pone gesti forti e profetici a favore dei poveri e degli ultimi. Forse gli episcopati occidentali dovrebbero svegliarsi dal torpore e richiamare i governi e le istituzioni internazionali ad una maggiore giustizia sociale, a una solidarietà che metta l’uomo al centro della propria attenzione. E dire fortemente di no alla “logica del profitto” che caratterizza l’Occidente.

L’Africa non dovrebbe accontentarsi dell’elemosina che viene dall’Occidente. È umiliante. Se disponesse di pace e democrazia, sarebbe l’Africa a sfamare gli altri popoli.

La Chiesa Africana dovrebbe esprimere in tutte le sedi nazionali e internazionali la consapevolezza di questo suo potenziale. L’etichetta del “continente povero” è soprattutto un comodo paravento, dietro al quale giocano e godono le ONG, le agenzie dell’ONU, e i settori di Asia, America ed Europa dediti alle speculazioni.

L’Africa non è povera: ha bisogno di riorganizzare l’economia in funzione del proprio sviluppo e della propria crescita. Lo ha sottolineato anche Papa Benedetto XVI durante la sua visita nel Benin per la consegna della esortazione post sinodale.

Tutte le diocesi dell’Africa sub-sahariana sono immerse nella foresta equatoriale: hanno l’acqua (fiumi, oceani), le materie prime, e una terra fertilissima. I missionari della prima evangelizzazione non si lamentavano mai della fame. E anche oggi ci sarebbero le terre da arare e il bestiame da allevare.

Ma ci sarebbero pure da promuovere le facoltà di medicine e le scuole infermieristiche per favorire igiene e salute e contrastare morti fin troppo precoci di fronte alla longevità dell’Occidente. Anche la medicina tradizionale africana sarebbe da riscoprire: può tornare utile nella lotta contro alcune malattie endemiche e pandemiche.

Insieme si dovrebbero promuovere le facoltà di politecnica e di architettura: ci sono strutture abitative da ripensare, strade e ponti da costruire. Ci vorrebbe un’università tecnica, per la promozione dello sviluppo, ed una umanistica, per la conservazione e il sostegno della ricchezza umanistica del continente nero.

Ci sono una cultura africana, una filosofia africana e una teologia africana. Anche la formazione religiosa dovrebbe tenerne conto. Gli studi di preparazione al sacerdozio dovrebbero essere impostati diversamente.

Dovrebbero dare maggiore importanza alla formazione di un clero attento allo sviluppo e al benessere. Non dovrebbero rassegnarsi agli africani “oziosi” e “improduttivi” che pullulano nei conventi, nei noviziati, nei seminari maggiori. E quanto bene proverrebbe da una Propaganda Fide in cerca di strade nuove, che non copiano stancamente il modello di vita religiosa degli istituti religiosi occidentali?

Ci sembrano questi gli obiettivi su cui gli africani dovrebbero lavorare. Inutile sperare in una carità pelosa: è compito dell’Africa convincere le controparti europee, asiatiche ed americane di quanto la risurrezione del Continente vorrebbe dire in termini di sviluppo, benessere, pace e solidarietà per tutti.

E su questa strada la Chiesa Africana può giocare un grande ruolo. Non c’è rivoluzione economica senza rivoluzione morale! I popoli dell’Africa sub-sahariana hanno un’umanità profonda e bella.

C’è ancora il senso del “bene comune” nelle popolazioni. Si può quindi sperare in un futuro migliore, sapendo che l’autentico carattere africano non è materialista, ma “vitalista”. È attaccato alla vita e alla sua bellezza.

Un modo di essere che può camminare su una sola strada: quella del rispetto dell’alterità e dell’incontro con l’altro con il quale costruire un mondo migliore.

Barconi: è tempo che l’Ue pensi ad una vera cooperazione con L’Africa?

Barconi: è tempo che l’Ue pensi ad una vera cooperazione con L’africa? Il quesito è di grande attualità. Nel Canale di Sicilia si vedono ogni giorno carrette del mare cariche di donne, bambini soli, giovani stretti come delle sardine, ammucchiati come animali. Gente che quando non annega nel mare Mediterraneo, rischia di morire soffocata nei barconi.

La gelida determinazione degli scafisti lascia sconvolti. Riescono, imperterriti, a mercificare la vita umana. Sembriamo tornati all’epoca della “tratta dei neri”.

I migranti hanno ancora in mente una visione idealizzata dell’Europa. Ma nel continente trionfa un materialismo spietato, il culto del dio denaro. Sulla carta le varie Costituzioni europee mettono in primo piano i diritti della persona, ma nei fatti è il profitto a farla da padrone.

Difficile sapere cosa pensano i Governi dell’Africa sub-sahariana di fronte allo spettacolo di uomini e donne sfruttati e umiliati, feriti nella loro dignità umana. Più facile accorgersi di quanto siano accondiscendenti all’emorragia delle ricchezze delle loro nazioni. E le materie prime che provengono dall’Africa sono bene accolte alla frontiera di tutti gli Stati. È la manna che arriva dal Continente Nero per sfamare l’appetito delle multinazionali occidentali, dei faccendieri mediorientali, degli speculatori asiatici. Tutti soggiogati dalla bramosia, dall’avidità di soldi.

Queste materie prime non verranno mai respinte. Sacra è la libera circolazione delle merci, non quella delle persone. E guai a chi rifiuta di sottomettere il proprio sottosuolo, la propria agricoltura, la propria fauna alla prepotenza delle multinazionali. La stampa, gli esperti e gli intellettuali prezzolati fanno presto a sottolineare la “destinazione universale” dei beni della terra.

E se un Governo africano proprio non vuole adeguarsi, come minimo rischia di cadere, o peggio di dover assistere all’eliminazione fisica dei propri leader. È accaduto nella Repubblica Democratica del Congo con la morte di Patrice Lumumba nel 1961 e di Laurent Désiré Kabila nel 2000.

E se non basta si può star certi che arriverà una guerra interna provocata ad arte. Quella della Repubblica Democratica del Congo, aggredita dal vicino Ruanda e dall’Uganda è storia recente. Tragedie consumate sempre e solo perché gli avvoltoi possano saccheggiare le risorse.

5 milioni di congolesi inermi (donne, bambini e giovani) sono stati barbaramente trucidati da eserciti stranieri sotto gli occhi indifferenti della Comunità internazionale dal 1996 ad oggi. Più di tre milioni di profughi congolesi, per scampare alle fucilate, trovano la morte nella foresta equatoriale. Quando non li uccidono gli animali feroci, ci pensano la fame e le malattie.

E le donne subiscono la violenza continua delle milizie dispiegate in tutto il territorio congolese, specialmente ai confini con il Ruanda, con l’Uganda, con il Burundi. Ora, anche ai confini con l’Angola e il Congo Brazzaville, dal quale i congolesi della Repubblica Democratica del Congo sono stati espulsi.

Ma lo stesso scenario si ripete drammaticamente in tutta l’Africa: nel Mozambico, in Somalia, in Eritrea, nel Darfur, nella Repubblica Centroafricana, in Costa d’Avorio, ecc.

Le rare volte che arrivano alla televisione, queste storie ci commuovono, ci indignano, ci inquietano. Soprattutto quando un occidentale è stato rapito o trucidato. Ma quando i migranti si avvicinano alle coste dell’Europa, la parola “solidarietà” esce dal vocabolario. L’ha denunciato anche Papa Francesco, a Lampedusa, quando nel luglio 2013 ha celebrato la Messa in suffragio dei nostri fratelli africani annegati nel “Mare nostrum”.

Se davvero l’Unione Europea vuole una pace duratura e condivisa fra i popoli, si impegni a fermare le guerre. Potrebbe decidere di fermare la fabbricazione e la vendita delle armi all’Africa. Piuttosto l’Africa ha bisogno di trattori per arare le terre, di interventi per migliorare le proprie infrastrutture, di costruire strade e ponti, ospedali e scuole, università in cui formare medici, agronomi, tecnici, architetti.

Per risolvere i suoi problemi con l’immigrazione, l’Europa dovrebbe scegliere seriamente la strada della cooperazione. È con l’esportazione del “know how” che può arginare l’importazione di un’umanità squalificata. Diversamente continueremo a vedere i giovani africani raccogliere pomodori; e le ragazze africane condannate alla sporca industria della prostituzione. Ma chi rischierebbe di far questa fine pur di stare in Europa potendo studiare, lavorare e vivere dignitosamente in casa propria?

E se l’Europa s’arrischiasse a rispondere a questa domanda, non sarebbe già qualcosa?

Dolori africani

Sconcertato e amareggiato, continuo ad assistere impotente allo sbarco di tanti migranti nei barconi della morte.

Le coste siciliane sono una meraviglia della natura. E viste dal lato opposto del Mediterraneo sembrano sicuramente ancora più attraenti. E da tanta bellezza nasce sicuramente la profonda solidarietà delle popolazioni siciliane e delle istituzioni italiane.

Ma, paradossalmente, questa forza positiva nasconde il vero problema del continente africano. L’Africa sub-sahariana conosce la pioggia 6 mesi l’anno, ha terre fertilissime da arare, è ricca di acque e di sole. Eppure sembra aver bisogno di essere continuamente soccorsa, quasi fosse un malato incapace di ristabilirsi.

È una contraddizione che colpisce, anche perché nel frattempo gli affari – tanti affari – sono sempre in corso. Basta vedere la presenza massiccia degli italiani, dei francesi, dei libanesi, degli indiani, dei pakistani, dei bangladeshi e sopratutto dei cinesi.

Tutti impegnati nel saccheggio sistematico delle risorse del sottosuolo del continente africano: uranio, rame, diamanti, oro, petrolio, e tanti altri metalli e materiali rari o preziosi con cui si realizzano i miracoli tecnologici delle economie occidentali, vengono sottratti ai popoli africani attraverso operazioni di stampo mafioso con la complicità di padrini locali e internazionali.

Sono i governanti corrotti, i dittatori militari e civili: gente sostenuta dalle lobby delle armi, dagli interessi non dichiarabili dei governi occidentali. Forse, di fronte a questo gioco poco pulito, davanti ai sedicenti esperti dei problemi dell’Africa dovremmo domandarci: chi inganna chi?

Popolazioni intere rimangono ostaggio di una miseria senza fine. Spesso le sfama solo la nostra elemosina. Non è qualcosa che continua ad offendere e ad umiliare un intero continente?

I padrini e gli sfruttatori internazionali sono da sempre le multinazionali: americane, europee, israeliane, libanesi ed ora asiatiche ed australiane. Ma le responsabilità ricadono anche su istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Da lì vengono fiumi di denaro. I loro prestiti dovrebbero aiutare le nazioni. Nella maggior parte dei casi fanno solo ingrassare pochi “amici degli amici”, africani e occidentali. Ed il conto lo pagano quei Paesi che affondano sotto il peso di un debito crescente. Un fardello che mai è servito a creare quelle infrastrutture di cui l’Africa ha bisogno: ospedali, scuole, strade, e promozione dell’agricoltura e del turismo.

Ed in tutta questa miseria nasce e si riproduce l’onda umana che arriva sulle nostre coste. Un odioso sistema criminale che trasforma la migrazione di quelli che scampano alla morte (se non la ritrovano nelle false carovane della speranza), in business, in tratta di esseri umani. Una fuga dalla violenza condotta con la logica della violenza, nel pieno disprezzo di tutti i diritti umani.

Una grande speculazione sulla persona umana che arriva a toccare pure le adozioni internazionali. Non lo si dice in giro, ma è un mercato molto redditizio. Un bambino da adottare costa fino ai 30 mila euro. Un prezzo che include il pizzo che intascano i funzionari africani del Ministero degli Affari Esteri, gli operatori della dogana e gli addetti delle ambasciate straniere che agevolano queste operazioni. Magari illudendo gli africani che l’adozione dei loro bambini in Europa o in America risolva qualche problema.

Ma l’Occidente non è l’Eldorado. I Paesi ricchi non dispongono di chissà quale soluzione per risolvere i problemi della miseria dei popoli. La strategia più vantaggiosa sembrerebbe quella di lasciare che l’Africa lavori su un’autentica indipendenza delle menti, delle coscienze, del cuore. La logica occidentale del potere del dio danaro non è priva di fascino, ma in Africa continua a lasciare migliaia e migliaia di bambini orfani.

L’Africa potrà conoscere una pace duratura solo se i suoi popoli riusciranno a liberarsi dalle guerre, dai governi corrotti, dalle dittature, dagli affari sporchi del mondo dell’alta finanza.

Nella cultura africana non esiste un bambino senza legame con il territorio o la comunità. C’è sempre un parente che può prendersi cura dell’orfano. Il migliore aiuto che possiamo dargli è nell’aiutarlo a sopravvivere contando su di sé, come soggetto autonomo, libero, la cui “dignità” è propria, e non derivata dalla carità pelosa dell’Occidente.

E l’Occidente la smetta di acquistare bambini in Africa. Pensi piuttosto a tutta la vita che rifiuta sul proprio suolo. Lasci nascere e si prenda cura dei suoi figli. Lasci in Africa i figli dell’Africa, invece di sradicarli dalla loro cultura, dalla loro terra…

L’Africa si sta organizzando. Ci sono realtà, anche nelle diocesi e negli istituti religiosi africani che cercano di prendersi cura di questi orfani. Un giorno saranno loro a lottare contro lo sfruttamento dell’Africa. Saranno loro ad opporsi alla radice di ogni male di questo grande continente.

Tempo fa 31 bambini sono arrivati in Italia dopo qualche difficoltà. Si troveranno certamente bene. Ma il caso ha fatto clamore e ha commosso: c’era dentro il diritto delle famiglie italiane, il prestigio dello Stato, e la tenerezza per quelle giovani vite.

Ma a che è servito tanto trionfalismo sui media? In fondo abbiamo risolto un problema da poco rispetto all’infinita moltitudine dei piccoli orfani africani. Oggi di loro nessuno parla: in Occidente non ci vogliono venire. Ma forse ce ne occuperemo fra qualche anno, quando saranno costretti, a bussare alle nostre coste. Ma a quel punto ci faranno meno tenerezza, e qualcuno dirà che li dobbiamo respingere.

Punti di vista, è vero. Ma non sarebbe meglio agire per tempo e aiutare l’Africa in Africa?