Rieti, le iene e la buona notizia

A leggere sui social, e non solo, si direbbe che viviamo in una città incattivita. L’argomentare è quello dei «calci nel culo». Le parole sono usate per annunciare «il disprezzo più profondo». Il clima è quello del «tempo di guerra», o almeno di guerriglia: fatto di «blitz», incursioni in terra nemica, esplosioni di rabbia.

In molti si comportano come iene: vivono raggruppati in branchi o “clan”, formati da individui molto uniti tra loro (anche una decina), che difendono strenuamente il loro territorio di caccia.

Si danno continuamente alla battaglia, ma in realtà sembrano aver già vinto la depressione, la delusione, la sconfitta. Lo si vede dalla narrativa che li accompagna, dalle chiose nei titoli dei giornali: «è bufera»; «è il caos»; «incubo senza fine»… Pare ci siano da raccontare solo conflitti e recriminazioni.

Messe così le cose, si può cedere alla disperazione o decidere di cambiare registro. Si può ancora ritrovare la fiducia, confidare in una logica positiva. Si può coltivare l’idea che tra una tesi e un’antitesi è sempre possibile una sintesi. La cultura del muro contro muro può essere senz’altro superata da quella dell’incontro.

Certo, per andare verso l’altro occorre essere disponibili a fargli spazio. Che poi vuol dire mettere il coinvolgimento avanti alla malafede, l’impegno avanti alla negligenza, il servizio avanti all’accusa. Si tratta cioè di cambiare il segno del proprio coinvolgimento personale.

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, papa Francesco invita i giornalisti a cogliere in ogni fatto lo scenario di una possibile buona notizia. Chiede agli operatori dei media di non concedere mai «al male un ruolo da protagonista», cercando piuttosto di «mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone».

È detto ai professionisti della comunicazione, ma suggerisce a ciascuno di ritrovare la prospettiva del bene come antidoto al senso di precarietà e di spavento che ci circonda, a questo inesorabile scivolamento nell’apatia e nella disperazione. Per come vanno le cose oggi, quando non si soccombe alla rabbia sorda, alla denuncia rancorosa, al gusto per le accuse alla rinfusa, si dà già una buona notizia. In un certo senso, forse, “si è” una buona notizia.

foto di Massimo Renzi

Le aree interne dopo il terremoto. Ricostruzione come rinascimento

A Amatrice si affaccia la possibilità di costruire nel modo più avanzato, ma sarà anche necessario mantenere il sapore di uno dei Borghi più Belli d’Italia.

Proprio quando il peggio sembrava essere passato, il terremoto è tornato a far sentire la sua voce. Alla scossa del 24 agosto, con il suo drammatico carico di vittime, hanno fatto seguito due repliche il 26 e il 30 ottobre. Hanno provocato diversi feriti e innumerevoli crolli, compromettendo il patrimonio storico e artistico in un’ampia area compresa tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo.

L’ultima scossa, la più violenta, è stata un colpo micidiale. Amatrice è stata definitivamente incenerita. Ad Accumoli la resistenza è al limite. Il capoluogo sembra avere retto, ma risultano compromessi comuni prima risparmiati, come Leonessa.

Ma ad essere franato è soprattutto il morale. Ormai si vive in un clima di grande incertezza. In tanti a Rieti preferiscono l’automobile al proprio letto. Mentre nell’amatriciano è sempre più difficile dare speranza. «La gente – ci spiega il parroco di Amatrice, don Savino D’Amelio – non ne può più. In tanti dicono “qui non si può più stare”. Botte così forti ogni giorno buttano giù i cuori, psicologicamente si crolla». «Ma andremo avanti», aggiunge il sacerdote: aggrappandosi alla fede, ma anche all’attesa di quanto è stato ripetuto più volte dal Governo: «Si ricostruice subito, dov’era e com’era».

Una promessa tutta da interpretare, perché il processo di ricostruzione ha un suo carattere anche storico. Sul ground zero di Amatrice si affaccia la possibilità di costruire nel modo più avanzato, ma sarà anche necessario mantenere tutto il sapore di uno dei Borghi più Belli d’Italia. Realizzare pienamente entrambi gli scopi è la sfida da vincere. Riuscirci, sarebbe come realizzare un piccolo Rinascimento. Dopo decenni di incuria e conseguente spopolamento, lo stile di vita dell’Italia più interna tornerebbe ad affermarsi come un modello sociale adatto al mondo contemporaneo.

La scelta di ricostruire i centri distrutti dal sisma, infatti, non è scontata. Sembra intimamente legata a una riflessione sul problema dell’urbanizzazione. Lo stile di vita più tranquillo dei piccoli centri è desiderato da molti, ma non ha la forza sufficiente per contrastare la forza gravitazionale delle città. Quelle più grandi risultano attraenti per il loro potenziale economico, sociale e culturale, per la loro capacità di concentrare servizi.

Lo sconvolgimento portato dal terremoto offre l’occasione per sperimentare modi per colmare il divario, anche grazie alle nuove tecnologie informatiche. Si indovina facilmente quanto la ricostruzione non sia soltanto un problema di edilizia. Nei giorni dell’emergenza, ad esempio, tutti hanno dovuto fare i conti con la qualità delle strade; la necessità di un ospedale ad Amatrice non è più messa in discussione da nessuno; la fragilità di una economia basata sull’eccellenza agricola e alimentare si è fatta avanti in modo drammatico.

Sono venute a galla tutte le difficoltà che si incontrano nell’abitare le aree interne, lo sforzo in controtendenza necessario per mantenere vivo un patrimonio spirituale, culturale ed economico, piccolo nelle dimensioni, ma grande nel valore. Una fatica visibile in gran parte della provincia di Rieti. Al punto che viene da chiedersi se in fondo non sia un po’ tutto il territorio ad essere terremotato. Se al di là dei danni materiali, una volta superata l’emergenza non sia il caso di ripensare il tema della ricostruzione su una scala più ampia.

Terremoto: il conforto della preghiera non lascia gli anziani colpiti dal sisma

Anziani colpiti dal terremoto sono ospiti di una casa di riposo del capoluogo. Il sisma ha interrotto la loro quotidianità, ma non ha spezzato la loro fede.

«Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: “Cantateci i canti di Sion!”. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?» (Sal 136,1-4).

È con questo salmo che il popolo ebraico esprime la sua disperazione, durante l’esilio babilonese. Siamo dopo la distruzione di Gerusalemme, nel 586 a.C. È anche un canto di speranza, di affidamento al Signore, di attesa della sua salvezza, che non verrà a mancare.

Le parole di questo salmo sono entrate nella mia mente, durante la liturgia della Parola, che celebro ogni martedì in una casa di riposo cittadina. Era il giorno dei solenni funerali delle vittime del sisma ad Amatrice. Ci sono undici ospiti anziani giunti dalla loro terra martoriata.

Ho cercato di non far apparire la mia commozione. Avevo davanti i loro volti con lo sguardo perso nel vuoto, il trauma appena subito che ha stroncato le loro esistenze e i loro affetti più cari.

Poi sono stato preso dallo stupore: nel momento della preghiera ho visto vedevo i loro sguardi di nuovo vivi e attenti, le loro bocche che senza esitare pregavano ad ogni passo della liturgia. Soprattutto le donne: il Gloria, il Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria recitati senza esitazioni, con gioia, come se nei loro polmoni passasse un vento forte, un soffio inarrestabile.

Hanno rivissuto la loro quotidianità, fatta di lunghe giornate coronate con la messa serale in parrocchia e trovato sollievo in quel Dio che non è capace di far male ai suoi figli, ma di consolarli dalle macerie umane.

Tra loro una anziana non vedente. Ha perso l’unico figlio, che la accudiva. Mi ha chiesto una preghiera:

— Padre! Padre vieni, ho bisogno di una preghiera

— Signora, non sono un prete.

— Non fa niente, sei sempre un uomo di Dio.

Le ho accarezzato le guance, le ho stretto le mani e ci siamo lasciati, io con un grande magone dentro e lei più sollevata. Tornerò la prossima settimana tra loro, a celebrare quella Parola di Dio che è più efficace di qualsiasi medicina, che penetra nei cuori sanando quelle ferite che mano d’uomo non potrebbe che alleviare.

Tornerò da quei fratelli, che in pochi secondi hanno perso tutto e come il popolo ebraico in esilio, pregano il Signore anche in quella “terra straniera”, dove sono accuditi e confortati; una terra che non è loro, non è quella dove sono invecchiati e dove avrebbero serenamente concluso la vita.

Farsi un’idea di sé / Verso l’Incontro pastorale

E se la tre giorni che attende la Chiesa locale dal 9 all’11 di settembre tornasse utile più in generale? In fondo si parte dai dati concreti del territorio e da una ricerca di senso difficile da eludere tanto per i credenti quanto per i non credenti

Dice che a Rieti, coi santuari che ci sono, dovrebbero arrivare 20 pullman al giorno. E che nel Reatino abbiamo tutto: le acque, la montagna, una natura bella e incontaminata, una pianura fertile, una storia importante e tante eredità artistiche e architettoniche del passato. Il teatro – lo ha detto Uto Ughi – ha l’acustica migliore d’Europa. E l’elenco si potrebbe ancora allungare, ma è meglio lasciar perdere per non farsi troppo male: dice che tutto questo ben di Dio è come abbandonato, misconosciuto, mal vissuto.

In certi casi è offeso dalle scelte urbanistiche, dalla mania di fabbricare, da una pubblica incapacità di concepire il bello e l’utile. Altre volte è sporcato dall’egoismo privato, dalle discariche abusive degli zozzoni, o è più semplicemente sommerso dall’erba alta.

Un carico di inefficienze e noncuranze che esaspera i cittadini. Gli innamorati del territorio sono tanti e i discorsi che puntano il dito sul potenziale inespresso vanno per la maggiore. Parole arrabbiate e ben documentate che passano opportunamente in rassegna ogni buona occasione sprecata. Il tono è a metà fra il rancoroso e il rassegnato: «E con questa risorsa “tu” non fai, “tu” non valorizzi, “tu” non accogli?»… Un “tu” impersonale e vago, automaticamente incapace di applicare ricette tanto giuste quanto scontate, di assecondare le vocazioni naturali del territorio.

Ma a ben vedere l’atto d’accusa sembra il negativo di un “io” impotente e insoddisfatto. Forse perché si scopre incapace di consistere in un “noi” determinato, in una comunità tenuta assieme da interessi convergenti. Al limite si può assistere alla capacità di coordinarsi “contro” qualcosa, più difficilmente ci si stringe in favore di un bene comune. Salvo poi guardare con invidia quei territori che con «qualche sasso» riescono a mettere in fila i turisti.

E allora viene il sospetto che la tara che ci frena sia tutta in un senso d’identità troppo astratto e spesso contraddittorio. Forse stiamo facendo la fine di quel tale dotato di molteplici talenti e poche forze. Si mise in testa di eccellere in tutto, col prevedibile risultato di restare un povero dilettante in ogni campo. Mentre per riuscire gli sarebbe bastato scegliere una strada e mettere il resto delle sue capacità a servizio di quella.

Ma se così stanno le cose, per riprendere a Camminare con convinzione, per ricominciare a Costruire bellezza e vita buona, dovremo prima o poi decidere di Confessare a noi stessi chi siamo, riscoprire il nostro “io” più profondo, la nostra unicità, la nostra vocazione primaria. E magari anche contarci, capire su quali forze possiamo realisticamente fare leva e provare a perseguire due o tre obiettivi concreti.

È l’impostazione che sta dietro all’Incontro pastorale programmato dalla Chiesa di Rieti per il 9, 10 e 11 settembre presso la nuova struttura ecclesiale di Contigliano, ma il metodo torna certamente valido anche in termini più generali. Del resto, nella tre giorni diocesana si ragionerà sul da farsi a partire da statistiche, dati concreti e realtà di fatto: notizie e numeri che saranno incrociati e rimessi in circolazione, a disposizione di tutti.

Non a caso all’evento sono invitati non solo i fedeli, il clero e la galassia delle realtà ecclesiali, ma anche chi è impegnato nella cosa pubblica, nel volontariato, nella realtà economica: lavoratori, imprenditori e sigle di categoria. Soggetti che vivono, ciascuno a modo proprio, su un terreno comune a quello abitato dalla Chiesa.

E questa non si sottrae al confronto, ma cerca di offrire una lettura, una risposta cristiana ai problemi, alle profonde trasformazioni sociali e politiche di questi ultimi anni. Questioni che coinvolgono tutti, sulle quali la Chiesa sente di dover ascoltare anche gli uomini di pensiero, chi ha competenze tecniche e scientifiche, gli artisti e i letterati, insieme alla voce dei poveri, dei malati, degli emarginati.

Naturalmente, grandi aspettative sono riposte nei giovani. Ce lo ha ricordato anche papa Francesco pochi giorni fa dalla Polonia: «La Chiesa vi guarda, il mondo oggi vi guarda e vuole imparare da voi». È così anche a Rieti: c’è da coniugare la forza, la freschezza, l’apertura al futuro dei ragazzi a uno sguardo più maturo, per tirare fuori il meglio dalle diverse generazioni. Il ricavato sarà speso dalle realtà ecclesiali per individuare le strategie più idonee all’evangelizzazione, ma è auspicabile che questa ricchezza in umanità venga anche investita sul terreno politico, economico e sociale.

Un esperimento in questo senso lo si tenta da tempo con il Cammino di Francesco. Ma se questo ancora non decolla non dipende dall’erba alta sul tracciato, dalla segnaletica dispersa o mai posata, da una mancata promozione: senza un cambiamento della coscienza difficilmente si può dare un nuovo corso al resto delle cose. Puntare sulla parte economica senza approfondire la parte spirituale, in questo genere d’impresa, è uno sforzo che porta poco lontano.

È nel Confessare che si fa avanti l’urgenza di una risposta attiva ai problemi, di una testimonianza in grado di fare fronte non solo alle carenze del quotidiano, ma pure alle grandi sfide del nostro tempo.

L’acqua di Rieti oltre la protesta

La polemica forte di questi giorni attorno al tema del ristoro economico per lo sfruttamento delle sorgenti del Peschiera sembra una buona occasione per ragionare su una visione che vada oltre l’esistente per inventare ulteriori modi di vivere e ricorrere alla nostra risorsa più abbondante

Tra le occasioni mancate del territorio c’è di sicuro quella delle acque. La storia è nota: da decenni quelle delle sorgenti Peschiera-Le Capore alimentano gli acquedotti romani. Un servizio gestito da Acea, ma con le concessioni scadute da un bel po’. E senza che i Comuni e la Provincia siano riusciti a ottenere uno straccio di indennizzo economico per lo sfruttamento dell’oro blu e per i vincoli che la presenza di un’infrastruttura del genere comporta.

Un contenzioso che si è tradotto in una lunga battaglia legale, che sulla carta ha riconosciuto al territorio un compenso milionario, ma senza che gli aventi diritto siano davvero mai riusciti a vedere un centesimo. L’ultimo tentativo per sanare la questione era arrivato con una delibera della Regione Lazio. Economicamente suonava come un accordo al ribasso, ma in tanti avevano guardato al provvedimento con entusiasmo, facendo propria la logica del «poco, ma subito».

A freddare gli animi ci ha pensato il nuovo sindaco di Roma, che ha impugnato l’atto per sottoporlo al giudizio del Tar.

Un gesto che ha scatenato – con alcuni distinguo – l’indignazione delle forze del territorio. Soprattutto di quelle politiche. Anche di quelle che, come rilevano alcuni commentatori, in passato hanno preferito lavorare sottotraccia o, volendo essere maliziosi, hanno scelto di fare buon viso a cattivo gioco. Fatto sta che il 5 agosto si terrà una manifestazione di protesta nei pressi degli impianti del Peschiera.

Può essere utile se servirà a superare la logica del muro contro muro, ad accendere una nuova luce sul bene prezioso dell’acqua, ad alimentare una qualche sinergia tra tutti i territori coinvolti.
Da un punto di vista immediato, probabilmente cambierà poco o niente. Ma ritrovare un interesse convergente in un territorio piccolo e frammentato come il nostro, destinato a fare i conti con forze e interessi molto più compatti e consistenti, sembra una scelta necessaria.

Anche per ricordarci che l’acqua di Rieti non è soltanto la “fontana di Roma”. Come ricordava il vescovo Domenico nel suo Discorso alla città dello scorso dicembre, la risorsa «segna il microclima della città e sottolinea la particolare conformazione del nostro ambiente naturale». Una presenza che, senza escludere il tema delle concessioni e del giusto ristoro economico, apre a ragionamenti che guardano oltre, puntando a trasformare il vincolo in una risorsa. Perché se davvero il nostro territorio ha un «patrimonio idrico unico in Europa per quantità, qualità e concentrazione, e vanta una storia idraulica/agricola millenaria ed esemplare», si possono pensare altre forme di valorizzazione e conservazione. Ad esempio, trovando una sede per fare di Rieti il teatro «di una esposizione permanente (parco/museo) dedicata all’acqua».

Un prodotto culturale, ma anche turistico, allineato alla Laudato si’, che avrebbe bisogno di «uno spazio sufficientemente ampio da accogliere la presentazione di questa risorsa non solo nel suo ciclo vitale e nei suoi elementi fondamentali (precipitazioni, sorgenti, fiumi, laghi, ecc.), ma soprattutto attraverso tutte le potenzialità di azione e di utilizzazione, sensibilizzando ai rischi derivanti da calamità naturali, che diventano tragedie solo a causa delle cattive forme di gestione».

Magari l’istituzione di una simile struttura non porterà immediata soddisfazione alle esangui casse dei Comuni, ma ha il pregio di ragionare su una strategia di lungo termine, di immaginare nuovo sviluppo e nuovo lavoro, cogliendo tra gli aspetti della risorsa quelli più difficili da depredare.

E forse il parco/museo ci aiuterebbe pure a ricordarci un po’ chi siamo: un popolo che le acque le ha sapute far fruttare in tanti modi.

Amazon e il cambiamento

L’annuncio definitivo dello sbarco di Amazon in Sabina ha rimesso in moto il solito botta e risposta tra apocalittici e integrati. Il colosso dell’e-commerce non è infatti esente da difetti, ma non per questo occorre sminuire i vantaggi che la scelta porterà nel territorio

Si dice che sarà Matteo Renzi a inaugurare il nuovo centro distribuzioni di Amazon a Passo Corese, nell’autunno del 2017. C’è addirittura chi ipotizza che il Presidente del Consiglio possa venire direttamente a “posare la prima pietra”, tra qualche settimana.

Di certo c’è che la conferma dell’arrivo del colosso dell’e-commerce nel Polo della Logistica è sulla bocca di tutti. Si prevede che il maxi complesso da 61 mila metri quadrati sia destinato a occupare 1.200 addetti da qui al 2019. E come al solito la discussione avviene tra opposte fazioni, non solo rivendicando il risultato sul fronte politico, ma anche dividendosi, per così dire, tra “apocalittici” e “integrati”.

Le condizioni di lavoro presso la multinazionale, infatti, sono da tempo sotto il mirino della critica. Si parla di turni massacranti, di un controllo ossessivo sugli addetti, di una grande pressione su chi percorre letteralmente chilometri, all’interno dei capannoni, per mettere insieme ordini e spedizioni. C’è poi chi guarda con sospetto l’azienda di Jeff Bezos perché rappresenterebbe un modello di business in conflitto con gli interessi del piccolo commercio, del tessuto economico territoriale.

Due argomenti sui quali ragionare con attenzione, ma che difficilmente possono mettere in ombra quanto di positivo rappresenta il nuovo insediamento.

Se non altro perché parla di una provincia che è tornata a essere attraente non solo nella dimensione turistica, per la natura e i percorsi religiosi e culturali, ma anche agli occhi di aziende globali che producono o usano in modo rilevante tecnologia. Al netto del contributo della politica, infatti, è difficile credere che sulla scelta di Amazon non abbia pesato, oltre alla posizione geografica e alla presenza di adeguate infrastrutture, la disponibilità di un capitale umano di qualità sul territorio. La scelta di un’area di provincia – anche se vicina alla metropoli – lascia infatti supporre una qualche disponibilità di ingegneri, tecnici e operai specializzati a “costi” più bassi rispetto ad aree più densamente industrializzate.

Anche perché un insediamento del genere porta con sé cambiamenti più generali: ad esempio nel tormentato sistema dei trasporti, ma probabilmente anche nelle scelte urbanistiche delle aree attigue. E forse causerà anche una qualche accelerazione tecnologica, un’auspicabile riduzione del digital divide. Cambiamenti che potrebbero interessare a vario titolo molte più persone dei 1.200 addetti necessari alla multinazionale del commercio, e che richiederanno davvero il lavoro coscienzioso della classe dirigente.

Sarà infatti impegnata in scelte a lungo termine, tramite le quali si potrà anche cercare di governare le contraddizioni che accompagnano questo gigante dell’economia contemporanea. E per agevolare tale lavoro sarebbe auspicabile un dibattito meno rancoroso e feroce, maggiormente incline a riconoscere i meriti oltre che i difetti altrui. Magari iniziando a sottrarre le scelte più importanti al ritorno personale o al fatalismo politico per calarle nella dimensione del bene comune.

Dopo tutto si tratta di ragionare su quale società sarà desiderabile avere quando la promessa di Amazon sarà una realtà consolidata, inserita nel tessuto del territorio. Rispondendo ai bisogni e ai sentimenti contrastanti che questa potrà generare anche mettendo in discussione abitudini, posizioni di rendita e privilegi. Che poi è quello di cui sembra esserci davvero bisogno.

La rete e il cantiere, guardando all’Incontro pastorale

Pensando all’Incontro pastorale del prossimo settembre si può ricorrere alla sintonia di due immagini che sembrerebbero appartenere ad ambiti diversi: il social network e l’edilizia più concreta

Mi è venuto in mente Jack Dorsey, progettista e programmatore di buona parte di Twitter. Dietro a questo social network c’è un’osservazione semplice: messaggi brevi e chiari bastano a far funzionare apparati complessi come i sistemi di emergenza di una città, perché «Le persone parlano sempre di dove vanno, di cosa fanno, di dove sono». È stata l’ispirazione per Twitter: «Ora tutti possiamo dire dove siamo, dove andiamo, come ci sentiamo. Facendolo sapere al mondo intero».

Ci pensavo proprio perché le domande di Dorsey («dove vai?», «cosa fai?») riescono a connettere le persone, ad allestire una rete. E non a caso sono tra quelle che si pone l’Incontro pastorale in programma dal 9 all’11 di settembre.

Tra le altre cose l’evento sembra corrispondere all’esigenza di rinsaldare i rapporti, di guardare avanti per Camminare insieme, riscoprendo un’identità da Confessare.

Ma come punto di partenza, perché non basta certo riconnettere in rete i territori e le sensibilità della diocesi. Sulla rete occorre Costruire qualcosa di più grande affinché i problemi profondi dei nostri anni vengano affrontati con efficacia.

Un compito non facile, perché, proprio come accade con gli algoritmi dei social network, spesso tendiamo a filtrare la diversità lasciando passare solo ciò che ci accomuna. Una disposizione mentale che ha forse il vantaggio di offrire la protezione da un eccesso di litigiosità e il rimedio alla frammentazione, ma che alla lunga rischia di incentivare il conformismo e l’omogeneità di pensiero proprio quando ci sarebbero da valorizzare gli approcci più diversi.

Non a caso, il progetto dell’Incontro pastorale si dispone con l’intento di un incontro franco e aperto. Tra i singoli e i gruppi, ovviamente, ma soprattutto con il futuro, con l’idea del lungo periodo.

E sapendo che conviene agire, perché il non agire avrà comunque delle conseguenze su un avvenire non del tutto imprevedibile, pur essendo anticipato da tracce ancora difficili da interpretare.

Da questo punto di vista anche il luogo scelto per ospitare l’evento sembra portatore di un messaggio. Perché allo svolgimento dell’Incontro offrirà forse ancora l’idea della “Chiesa in costruzione”, di un cantiere che richiede il lavoro di tanti per molteplici aspetti.

Come nella costruzione di un edificio, la Chiesa ha bisogno del talento dei fedeli nelle specialità più varie, ma anche dell’elaborazione di un progetto unitario, di un disegno da conoscere e assecondare.

Quello del Vangelo, naturalmente, per il quale vanno scavate fondamenta adatte a un terreno cambiato nel tempo. Un compito che può sembrare troppo alto, difficile, forse pericoloso, ma che ancora una volta scopriremo alla nostra portata.

Il metodo è quello applicato dai nostri giovani, in questi giorni a Cracovia, durante il loro meeting a Greccio dello scorso gennaio: iniziare dal necessario per scoprirsi a poco a poco capaci dell’impossibile.

I morti di Dacca, vittime della globalizzazione?

Il Bangladesh, sembra una terra lontana. Ma nel mondo globalizzato è dietro l’angolo. Soprattutto quando la follia terrorista spezza la vita di una giovane donna nata a pochi chilometri da te. Allora Dacca si fa improvvisamente vicina a Magliano Sabina, e allo sgomento per l’attentato si somma un sentimento nuovo. Le contraddizioni del mondo si sono sempre fatte sentire fin sotto casa, ma ora sembrano essersi fatte più presenti e immediate.

Forse perché i giornali locali rilanciano con forza ogni frammento di notizia. Forse perché sui social monta feroce la voglia della legge del taglione, si fa avanti una disordinata e sconclusionata chiamata alle armi, al «fuori tutti», all’odio contro l’odio.

Ma la logica dell’«occhio per occhio» rende tutto il mondo cieco. Non che vadano esclusi una reazione di forza e un’adeguata difesa se è il caso: è che forse non bastano, non sono mai bastati. Ma allora a cosa appellarsi? Considerato lo sfondo religioso sul quale vengono innestate queste violenze, può forse tornare utile la figura di san Domenico. La sua esperienza, ricordava il vescovo Pompili nell’anniversario della canonizzazione, avvenuta proprio a Rieti il 3 luglio del 1234, sembrerebbe poter indicare un metodo anche agli uomini di oggi.

«Domenico – ha detto infatti il vescovo – si ritrovò in mezzo alla violenza del suo tempo», ma ebbe la lucidità per intuire che la risposta andava cercata nella «sobrietà della vita unita ad una rigorosa preparazione culturale». Una posizione assunta contro l’eresia albigese, ma che sembra valida anche di fronte agli orrori del presente. Perché suona come un invito ad approfondire, ad affrontare la realtà con il cervello oltre che con le viscere, a verificare, ad esempio, se non sono anche le ingiustizie globali a fornire le truppe all’ideologia che ammanta di religiosità il terrorismo abusando del nome di Dio.

C’è da chiedersi se Simona Monti e il bambino che portava in grembo, insieme agli altri morti di Dacca, non siano vittime della globalizzazione, delle contraddizioni di un processo che avrebbe dovuto inondare di prodotti a basso costo i popoli ricchi sollevando nel contempo i popoli poveri dalla miseria.

Le vittime di Dacca lavoravano nell’industria del tessile. Un’indagine di «Bloomberg» mostra che a un paio di jeans prodotti in Bangladesh, e venduti dalla grande distribuzione in Occidente a 22 dollari, corrisponde un costo di fabbrica di 90 centesimi, comprensivi di salari, spese operative e misure di sicurezza per i lavoratori.

E allora viene il dubbio che le rivendicazioni religiose siano la maschera di rancori più profondi e di problemi più vasti. Un dubbio che conviene conservare: perché la violenza non ha mai giustificazione, ma a rintracciarne le ragioni si può tentare la correzione e la prevenzione.

La Brexit e la contraddizione europea

Lascia sgomenti il responso delle urne al referendum del Regno Unito sulla Brexit. Dopo un testa a testa costante, con continui ribaltamenti di fronte, ha vinto il Leave sul Remain e la Gran Bretagna scivola fuori dalla Ue. Non resta che disporsi ai lunghi negoziati che porteranno a formalizzare l’uscita. Il premier Cameron ha già annunciato che lascerà il governo fra tre mesi: a trattare con l’Unione dovrà essere un nuovo governo.

E sarà davvero uno scenario inedito quello di un’Europa senza Regno Unito. Giustamente si parla di un passo indietro rispetto a una integrazione del continente che invece sembra sempre più necessaria. Ma in molti paesi gli “euroscettici” sono pronti a cavalcare l’effetto domino. Eppure, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, grandi sforzi delle migliori intelligenze sono stati spesi per costruire un’Europa unita e pacificata. Viene allora da chiedersi quale sia la forza che sta mettendo in discussione questa prospettiva.

A voler tentare un approccio su grandi linee, si potrebbe dire che a spaccare l’Unione è la contraddizione tra capitalismo e democrazia. Non a caso la prima preoccupazione nel continente è la ripercussione sui mercati finanziari delle scelte elettorali. Mentre i cittadini europei negli ultimi decenni hanno visto allargarsi la forbice sociale, assottigliare la classe media, crescere il numero dei poveri, distruggere una dopo l’altra le conquiste dei lavoratori. Una deriva che si accompagna alla percezione di un’Unione europea opaca e governata da una élite che, come è accaduto in Grecia, non si fa problemi ad aggirare la volontà popolare.

Più difficile fare lo stesso con la Gran Bretagna. E allora oggi si apre una fase di grande incertezza. Al netto di populismi, equivoci e paure varie, il referendum sulla Brexit dimostra che il processo di unificazione europea non è ineluttabile. L’esito dipenderà dalle scelte future: si tenterà ancora di imporre il modello attuale o si darà ascolto all’idea di un’Europa diversa, nella quale la centralità della persona andrà a scalzare quella della finanza?

Vincere a sorteggio

Succede che a “Rieti città dello sport”, proprio lo sport porti qualche imbarazzo. È accaduto la scorsa domenica con la tradizionale ciclistica del trofeo Leoni. Una 34esima edizione particolarmente bagnata, che ha visto il vincitore tagliare il traguardo in solitaria: perché in fuga, ma anche perché il resto dei concorrenti ha sbagliato strada. Nei pressi della rotatoria di Madonna del Cuore, infatti, i ciclisti hanno girato per via De Juliis anziché prendere via Manio Curio Dentato.

Cose che capitano. Ma al di là del momento di caos e dell’impaccio generale, da questa storia si può forse trarre una metafora della città. Perché ad esempio, a Rieti, chi ce la fa, in genere, ce la fa da solo. Persone di talento e di successo, a ben vedere non mancano. Di tanto in tanto si celebrano i risultati di qualche “reatino”. Sono invece più rari i successi d’insieme, il miglioramento generale. Ecco allora che lo “sbagliare strada” sembra essere quasi un destino della collettività, la condizione generale di una realtà senza punti di riferimento. E nella corsa come nella vita non si sa mai di chi è la colpa.

In questo spaesamento, più d’uno si lascia ammaliare dalla prima sirena che sente. Nascono così le tante varianti di “Rieti capitale di…” che si ripetono inconcludenti. Certo, le qualità non mancano. Ma forse la profondità sì: non sarà che a frenare lo sviluppo non è la mancanza di risorse, forze, idee, ma la voglia di realizzare subito, di fare affari su qualunque cosa sembri funzionare?

A Rieti non manca nulla, se non l’idea di chi realmente siamo. Per questo probabilmente sembriamo non sapere quale sia la direzione giusta da prendere. Oggi pensiamo a cittadelle dello sport, ieri litigavamo per il Terminillo, domani torneremo a sognare una nuova rivoluzione verde o il boom turistico.

Sono tutte ipotesi buone. Il punto è che non ci si può inventare una vocazione senza approfondire, senza vivere appieno le cose. Si possono percorrere tutte le strade, ma senza un punto di raccordo, una chiave di lettura più generale, si continuerà a girare a vuoto. E al traguardo continuerà ad arrivarci solo qualcuno, magari grazie ad un sorteggio. Mentre a tutti gli altri non rimarrà che continuare a mugugnare.

Rieti, alzati e cammina!

Camminare: è la prima parola-guida indicata dal vescovo Domenico in vista dell’Incontro pastorale che a settembre coinvolgerà tutta la diocesi. Un’«azione elementare» che, insieme all’edificare e al confessare, aiuta a «ritrovare insieme il senso del nostro essere Chiesa».

In un tempo in cui un po’ tutti sembriamo aver perso la bussola, l’invito del vescovo sembra salutare e necessario. Perché camminare è un modo di pensare, di accogliere il mondo. Camminare vuol dire attraversare un paesaggio, quello del territorio, che è insieme geografico e mentale, alla ricerca di nuovi punti di riferimento.

Camminare è cioè un modo di pensare, perché si cammina sempre in un contesto, e questo sollecita a farsi domande, a interrogarsi sul rapporto con gli altri e con il mondo. Chi cammina non è mai isolato: anche quando cammina da solo è in relazione: va incontro. L’isolamento è prerogativa della sedentarietà, non del movimento.

«Bisogna camminare – ha avvertito don Domenico – perché diversamente ci si blocca e l’aria ristagna». Ma oltre che dall’immobilità, il mettersi in cammino salva anche da una certa frenesia contemporanea, mette in discussione i valori fondamentali della nostra epoca: quelli della velocità, dell’appropriazione, della tecnica. Nel ribaltare tutto questo, il gesto semplice, umanissimo, del camminare, si mostra come uno straordinario esercizio di libertà interiore oltre che di movimento.

Per certi versi, si direbbe proprio l’orizzonte al quale è chiamato il Cammino di Francesco. Una riscoperta dell’esperienza personale, fatta a debita distanza da qualsiasi forma di turismo generico, perché richiede un coinvolgimento personale, anche fisico, che oggi non è certo scontato. Lo si vede anche nello sguardo distaccato che per altro verso incontrano le processioni e i pellegrinaggi. Ad esempio, quelli in onore della Santissima Trinità o quelli per il Corpus Domini vissuti lo scorso fine settimana. Gesti della pietà popolare talvolta considerati stonati, scaduti, fuori dal tempo. Eppure, sono un’immagine autentica della Chiesa in cammino, dell’inesauribile tentativo di muoversi verso Dio, di “portare avanti” la fede.

Ma in fondo questa difficoltà non deve stupire. Quello di mettere un passo dopo l’altro è forse il gesto più umano che c’è, ma non è detto che sia anche il più comune. Sarà che, dopo cinquant’anni di motorizzazione di massa, quella del camminare è diventata un’attività strana, anomala, da tenere d’occhio. Dopo tutto, al giorno d’oggi, a muoversi a piedi sono soprattutto le categorie problematiche dei migranti regolari e clandestini, degli zingari, dei disperati economici. Uomini, donne e bambini che a tanti mettono paura e provocano disagio. Un malessere che trova terreno fertile in una crisi economica e di valori profonda e dalla quale stentiamo a riprenderci.

Forse anche perché, travolti dall’automazione e dall’informatizzazione, non sappiamo più confidare nei muscoli. E dire che Gesù impose a Lazzaro la risurrezione ordinandogli di alzarsi e camminare. Un antidoto contro l’agonia che anche nella nostra società potrebbe avere qualche chance di successo.

Pensieri per Luca

Con diciassette dei suoi colleghi aveva ricevuto la lettera di licenziamento dal supermercato di Rieti nel quale lavorava. Pochi giorni dopo si è tolto la vita

C’è il suicidio di un giovane reatino nelle cronache di questi giorni. Si è gettato dal ponte delle torri di Spoleto. Viveva a Terni, dove lascia la moglie e la figlia piccola. Lavorava in un supermercato di Rieti. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come una persona solare e gentile. Di lui non aggiungeremo altro. La storia personale merita rispetto. Le sue ragioni rimarranno inconoscibili.

Ma a leggere quanto è scritto sulla rete e sui giornali, all’origine della tragedia potrebbe esserci una condizione di lavoro non facile, qualcuno dice opprimente e in qualche modo squalificata, e di sicuro in vista di un ulteriore peggioramento.

Difficile dire se queste cose corrispondono al vero, ma non si fa troppa fatica a pensarle verosimili. La situazione sarebbe pienamente inserita nel panorama attuale. Parlare del caso singolo quasi non serve quando la tirannia del mercato sull’uomo è la regola. Quante aziende forzano i lavoratori a dimettersi per riassumerli a minor prezzo? Quante, incontrando troppa resistenza in questa prova di forza, preferiscono semplicemente licenziare? A molti pare quasi normale. Magari non giusto, ma almeno giustificabile. Da tempo non si parla neppure di donne e uomini, ma di forza lavoro. E cosa sono le “risorse umane” se non una merce tra le altre, da acquistare al prezzo più basso?

Si dirà che questa situazione la consente la legge. E anche quando non la consente, di fatto pare quasi auspicarla. La spinta al precariato è evidente in ogni settore. Consegue all’applicazione sistematica della logica del mercato, deriva dalla «dittatura di un’economia senza volto e senza uno scopo veramente umano». E più si diviene precari, più è facile cadere.

Certo, non si può generalizzare. È sbagliato stabilire un semplice rapporto di causa ed effetto fra le tragedie stampate sui quotidiani e un panorama del lavoro infelice. Ma occorre pure riconoscere che in tanti vivono una reale condizione di patimento. E prima che dalla crisi, il dolore arriva da una società individualistica, all’interno della quale la sconfitta economica sembra irrisolvibile. Insieme all’economia stanno venendo meno i sistemi di previdenza e prossimità. Tanta sofferenza rimane del tutto privata, mai raggiunta da solidarietà, comprensione, ascolto. Costretti al «si salvi chi può», sembriamo esserci scordati che nessuno può salvarsi da solo.

Vanno bene i tavoli al ministero e l’impegno dei parlamentari. Anche l’indignazione sembra necessaria, ma il mondo è cambiato. C’è l’urgenza di elaborare risposte nuove. Di fronte ai licenziamenti (o, come si dice più elegantemente oggi, alla “flessibilità in uscita”), ci sarebbe da ragionare sul serio se il lavoratore è persona o merce. Ma non basta: solo rimediando al declino del senso di comunità e di solidarietà riusciremo a essere costruttori e artefici di un nuovo umanesimo del lavoro.

Ma ovviamente ci vorrà del tempo, e forse non sappiamo neppure bene da che parte cominciare.

Bicincittà: ecco la scommessa per il prossimo anno

Ha avuto luogo domenica 8 maggio la XXXI edizione di Bicincittà, manifestazione Uisp che quest’anno ha visto coinvolte 84 città, interessando complessivamente oltre 120 Comuni e 40.000 ciclisti di tutte le età. A Rieti l’iniziativa è stata promossa dall’Assessorato all’Ambiente del Comune di Rieti e organizzata dall’Ufficio Informagiovani in collaborazione con il Centro Commerciale Perseo.

Quest’anno Uisp ha voluto mettersi al fianco di Amnesty International Italia, invitando ogni partecipante a mostrare il nastro giallo della campagna #veritàpergiulioregeni, dedicata al giovane ricercatore italiano morto in Egitto in circostanze tuttora poco chiare. Ma Bicincittà è soprattutto un momento di riflessione sul diritto alla mobilità, sull’ambiente, sulla vivibilità delle nostre città e sulla sicurezza stradale. Il serpentone di ciclisti di ogni genere ha potuto infatti sperimentare quanto la città sia realmente amica delle biciclette. Partecipando, ci si accorge, ad esempio, che le infrastrutture dedicate sono ancora troppo poche. La maggior parte delle strade sono concepite per le sole automobili e la scelta si avverte con chiarezza. L’attraversamento di molti tratti aperti al traffico non sempre è stato agevole. Un ulteriore disagio deriva l’asfalto, non sempre in buone condizioni. E forse pure la necessaria scorta di due agenti della Polizia Municipale ha sottinteso che sì, la bici è bella, ma nel traffico reatino è ancora un corpo estraneo.

Ma non tutto va male. A Rieti la bicicletta rimane una scelta praticabile e di buon senso. Il percorso ben studiato dall’Informagiovani copre anno dopo anno una superficie sempre più ampia della città: in questo modo l’iniziativa evidenzia in quale misura ogni quartiere si trova alla naturale portata dei pedali. E con il suo ostinato ripetersi, di anno in anno, permette di misurare un lento miglioramento nel campo degli spostamenti su due ruote.

Forse una rivoluzione culturale sul tema della mobilità è ancora lontana. Di sicuro la si può preparare con qualche scelta audace, di quelle che agevolano i ciclisti e mettono qualche paletto in più alle auto. In questo senso c’è da guardare con soddisfazione all’arrivo dei nuovi tratti ciclabili, annunciati dall’assessore Carlo Ubertini alla fine della sgambata domenicale. Saranno di sicuro una parte importante della nuova mobilità urbana, ma il risultato verrà davvero raggiunto solo quando una Bicincittà si potrà pensare nel bel mezzo della settimana lavorativa. Ve lo immaginate un cordone di 150 ciclisti di ogni età che si muove da un lato all’altro di Rieti verso le 12.45 di un qualunque martedì mattina? Ecco bella e pronta la sfida per il prossimo anno. E chissà che non venga raccolta.

Rieti: abitare spazi nuovi

I lavori del Plus (quasi) completati e l’inaugurazione delle piazze rinnovate paiono voler essere la metafora di una città pronta a ricominciare.

Chi volesse fare oggi il ritratto della situazione a Rieti e dintorni, potrebbe agevolmente ricorrere alla figura del trapezista. Sembriamo infatti trovarci nella situazione che vivono questi acrobati nel momento in cui mollano la stretta sul proprio attrezzo per afferrare l’altro che gli oscilla davanti.

La presa che stiamo lasciando è quella su un’idea del territorio quasi del tutto esausta, articolata su un nucleo industriale oramai ridimensionato e su istituzioni-rifugio, come la Provincia, in via di estinzione.

Il manubrio da afferrare è fatto di modelli di sviluppo alternativi, di strade intentate da percorrere. È fatto della capacità di saper abitare il proprio tempo facendo leva su quel capitale di intelligenza e risorse che non possono essere separate dal territorio. Sappiamo di avere innanzi un ampio spazio di possibilità: il problema è tutto nel saperle cogliere.

Ma al momento sembriamo ancora un po’ spaesati. Come quando attraversiamo le piazze appena rimesse a nuovo: se così sistemate sembrano forse più belle e grandi, ma anche dispersive, è perché sono andati perduti i vecchi punti di riferimento. Con il tempo ne troveremo di nuovi, ne reinventeremo l’uso e l’abitudine.

Allo stesso sforzo siamo chiamati dal punto di vista economico e sociale. Anche se siamo ancora sospesi nel vuoto: abbiamo appena lasciato il manubrio del mondo di ieri, ma non ancora messo le mani sulle cose di domani, con il rischio di mancare la presa e cadere senza rete.

Lo vediamo in tanti settori: le intuizioni per una ripresa economica, ad esempio, sono ancora vaghe. Manca un’idea generale, una visione d’insieme che sappia ridare un respiro ampio al lavoro e all’impresa. Ma lo si coglie anche nella sanità, con la direzione della Asl stretta nella morsa della contraddizione tra i tagli alla spesa e i bisogni reclamati a gran voce da cittadini e pazienti.

Non ci sono situazioni insuperabili, ma mai come oggi il domani sembra aver preso l’aspetto di una scommessa.

Un ingrediente per vincerla potrebbe essere quello di lasciare più spazio ai giovani, che per loro natura hanno il fiuto e la capacità di vivere ciò che sta accadendo di nuovo.

Un altro lo si può certamente ricavare dalla Parola viva, capace di fare da guida in ogni tempo della storia. L’unica cui ci si può rivolgere per chiedere insieme una rete di sicurezza ed il coraggio per intraprendere le scelte più audaci.

Quo vado?

Talvolta Rieti e dintorni sembrano incapaci di pensare se stessi al di fuori di una qualche dipendenza da un qualcosa di esterno, in grado di garantirli e tenerli sotto tutela.

C’è un dibattito che riguarda i nostri territori che in questo periodo vale la pena seguire: quello sulla riorganizzazione amministrativa. Non che all’orizzonte si profili davvero qualcosa di concreto, ma il comitato per l’aggregazione in Umbria messo insieme da un gruppo di cittadini di Leonessa ha risvegliato un minimo di pensiero.

L’ipotesi umbra

A sollevare con più forza il tema sulla stampa è stato il movimento civico Rieti Virtuosa, che punta ad una delibera di iniziativa popolare che impegni il Consiglio Comunale di Rieti a discutere e votare sulla richiesta di aggregazione all’Umbria. Soluzione che a detta del movimento sarebbe la più adatta alla salvaguardia dei servizi, ma anche allo sviluppo economico. L’opportunità consiste nell’omogeneità territoriale e storica oltre che nella sperata possibilità di ottenere maggiori vantaggi nella sanità, nei trasporti e nel turismo, una volta sfuggiti alle conseguenze della malagestione romana.

Lo sguardo verso Roma

Scansata con giustificato fastidio l’ipotesi alternativa di un accorpamento con Viterbo, altri puntano invece proprio ad un rapporto più stretto con Roma, tenendo conto delle esigenze della Sabina e della forza gravitazionale della Capitale.

Macroregioni e smembramenti

Sullo sfondo di questi ragionamenti stanno ipotesi di legge anche più larghi, come quello che vorrebbe addirittura l’istituzione di “macroregioni”, con Rieti accorpata a Marche, Abruzzo ed Isernia nell’area “adriatica”, oppure nuovamente alla periferia di Roma capitale. Il tutto al netto della possibilità di smembrare la provincia assecondando il desiderio centrifugo dei diversi territori e ripristinando in qualche modo la situazione precedente alla sua istituzione.

Chi accelera e chi frena

Come giustamente rilevato da Rieti Virtuosa, sono discorsi che si fanno per lo più nelle «chiuse stanze in cui si ridisegna la nuova carta geografica delle Regioni italiane», mentre sarebbe opportuno un maggiore coinvolgimento dei cittadini, oramai quasi rassegnati al senso di improvvisazione trasmesso da certi passaggi fatti a colpi di “Sblocca Italia”.

Secondo il presidente della Provincia Giuseppe Rinaldi però, anche «azioni e iniziative isolate, oltre a non portare da nessuna parte, sono assolutamente sbagliate». Ed è sbagliato «pensare di trovare soluzioni con solitarie fughe in avanti, soprattutto in questo momento in cui la riforma costituzionale impone un’azione costruttiva dei sindaci». Pure perché, detto per inciso, «anche in Umbria c’è incertezza sul futuro assetto istituzionale».

Chi mi si piglia?

Legittimi comunque i dubbi dei cittadini sulle diverse ipotesi aperte, anche se la preoccupazione per il futuro amministrativo tende un poco a scivolare nella logica del «chi mi si piglia?», nella speranza del meno peggio, quando i nostri territori potrebbero pensare se stessi come a una bella sposa con una discreta dote. Per capire dove possiamo arrivare non converrebbe ragionare a partire da quel che abbiamo da offrire piuttosto che stare a soppesare quanto si può ricavare dalle diverse unioni?

Cambiare prospettiva

Dopo tutto, anche senza ricorrere all’autorità della tradizione o a complicate misurazioni geografiche, Rieti rimane al centro d’Italia. Ha cioè tutto il potenziale per svolgere il ruolo di snodo strategico tra le diverse realtà che la circondano e anche oltre. Una vocazione incoraggiata anche dal completamento delle strade faticosamente messe in cantiere negli ultimi anni. E a questo fattore logistico vanno poi sommate le preziose unicità ambientali e spirituali che caratterizzano il territorio.

I santuari francescani, la natura ampiamente conservata, il Terminillo, la straordinaria ricchezza delle acque, sono le prime cose che vengono in mente da un elenco che ognuno sa bene, ma che fatica ad essere messo a sistema, a dare risultati. Probabilmente perché nei fatti le singole voci sono poco approfondite, poco vissute dagli stessi reatini, facendo di una ricchezza potenziale una dimensione inespressa, quasi perduta.

Ma a dispetto delle difficoltà il comprensorio reatino avrebbe buoni motivi per non cedere allo scoramento. Punti di forza tali da essere riusciti ad attrarre papa Francesco in una visita fuori programma. Credendoci davvero, insomma, si potrebbe rovesciare la situazione, ed invece di arrovellarci su dove andare potremmo forse goderci il piacere di essere contesi.

Stare troppo a pensare su come sistemarci con i vicini può risultare un esercizio pericoloso, perché nel frattempo può accaderci – e talvolta ci accade – che ci crolli il tetto in testa.

#Me/We: nasce dal Meeting dei Giovani il ‪team #‎Eurodiocesi‬

Il Meeting dei Giovani è stato un bel modo per cominciare l’anno, composto su un giusto equilibrio di approfondimento, gioco e progettazione. Ed è stato anche l’occasione per presentare ai ragazzi un servizio messo loro a disposizione della diocesi e pensato per aiutarli nella dimensione lavorativa e nella creazione d’impresa. Ogni Sabato, dalle ore 10 alle ore 12.30, presso l’ufficio di «Frontiera» a Palazzo San Rufo (via della Cordonata) è aperto al pubblico lo Sportello Informativo per ricevere informazioni sui fondi europei.

La visita del Papa a Greccio è stata un fatto eccezionale, inaspettato. Ma non è solo per questo che quanti hanno disertato il Meeting dei Giovani stanno quasi a “mangiarsi le mani”. Anche senza il passaggio del pontefice, infatti, l’esperimento è stato di grandissimo valore e dalle notevoli prospettive. Parla della scelta della Chiesa locale di voler ripartire dalle forze vive, da chi è capace di interpretare il presente, da chi davvero potrebbe fare “la rivoluzione”.

Una scelta in controtendenza

In un tempo che vede altre istituzioni piuttosto distratte, in difficoltà, o più semplicemente incapaci di interpretare l’apertura al nuovo e il ricambio generazionale, la proposta ai ragazzi della diocesi si è posta in evidente controtendenza. Laddove l’attenzione su di loro è spesso caratterizzata da superficialità e scelte inconcludenti, il vescovo li ha chiamati a raccolta per confrontarsi alla pari con figure di notevole spessore.

Giovani protagonisti

Ed è accaduto qualcosa che non si vede troppo spesso: quelli che generalmente sono tagliati fuori da ogni discorso hanno preso la parola, fatto domande, contestato, dimostrato di avere qualcosa da dire. Si sono soffermati a ragionare sulle sollecitazioni ricevute, hanno amplificato la discussione sui social, tramite Whatsapp e Facebook, hanno abitato con convinzione il tempo a disposizione.

La Chiesa pronta all’investimento

Forse perché si sono sentiti presi sul serio, perché hanno trovato un interlocutore interessato ai loro progetti, pronto ad investire su di loro. Tra i piani della diocesi, infatti, c’è quello di mettere a disposizione i propri beni per favorire l’impresa, per cercare di dare risposte sotto il profilo dell’occupazione fornendo mezzi e assistenza, e non il solito assistenzialismo.

Un ufficio diocesano di progettazione dedicato ai giovani

E a tale proposito proprio negli uffici di «Frontiera», presso Palazzo San Rufo, ha preso vita uno sportello di contatto e progettazione al fine di reperire risorse tra i numerosi fondi europei pensati per finanziare i più svariati tipi di imprenditoria.

Un ulteriore modo per dire che il Meeting non è iniziato sabato scorso e non è finito il lunedì successivo. Un punto fermo messo da Greccio per ricordare che Dio si è incarnato, che al di là della dimensione spirituale, la Chiesa esiste nel mondo delle cose concrete e pratiche. Una mano tesa ai giovani che suona anche come un guanto di sfida che vuole in risposta la loro energia, il loro coraggio, la loro conoscenza e preparazione.

Aprire le finestre di nuove opportunità

Il Meeting, in fondo, è stato tutto un chiedere ai ragazzi di mettersi alla prova dentro la realtà, di rischiare un po’ e buttarsi per aprire le finestre di nuove opportunità. Perché nella vita ci sono certamente delle difficoltà, ma anche un mare di possibilità da cogliere.

L’intento della diocesi è quello di offrire lo spunto per iniziare. Ed è stato bello e confortante sentire di ragazzi dire: «Adesso tocca a noi».

Agli ultimi e a chi li segue: diventare artigiani del perdono

«Beati i poveri. Beati i misericordiosi. Beati gli operatori di pace. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati».

Leggiamo attentamente queste frasi del Vangelo di Cristo: è un continuo insegnamento per l’umanità intera. Non solo con gli occhi dobbiamo leggerlo, ma con il cuore, con il cuore del vero Cristiano, del vero Credente. Leggiamo i suoi insegnamenti perché sappiamo bene che Chi lo metterà in pratica e insegnerà a fare lo stesso, sarà considerato grande nel Regno dei Cieli.

Questa grandezza non si sostanzia di beni terreni e nemmeno di parole. Non chi dice «“Signore, Signore”, ma chi fa la volontà del Padre mio entrerà nel Regno dei cieli».

Occorre operare concretamente e Cristo stesso ci dice come: «Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame» ma «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi… Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me».

Bisogna, poi, avere coraggio e diventare artigiani del perdono, esperti di pace, di quella pace fondata sulla giustizia sostanziale e non solo formale, come ci ripete Papa Francesco, Allora arriverà, nel cuore degli uomini, il Natale e l’Angelo del Signore dirà: «Vi annunzio una grande gioia» e a lui si unirà una moltitudine dell’esercito celeste che canterà: «Gloria a Dio nell’alto cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

Giubileo: la Porta di tutti

Sarà per il tempo di Avvento, o più prosaicamente perché i lavori del Plus vanno lentamente verso la conclusione, ma la città pare disporsi ad un minimo di miglioramento.

Si direbbe in crescita il desiderio di uscire da una condizione sfavorevole, dall’immobile curvatura spazio-tempo della città di provincia. Quasi che ad un tratto fosse giunta la voglia di superare l’isolamento e lontananza dalla modernità per fare posto ad un rinnovamento sia economico che spirituale.

A questi sentimenti sembra continuare a rivolgersi il vescovo Domenico. In modo esplicito, quando il contesto o l’intenzione lo richiedono, ma anche tra le righe delle omelie, dei discorsi, dei suoi vari messaggi, emerge il costante tentativo di indicare una possibilità, di ricordare che non tutto si decide «sopra le nostre teste», perché ognuno «è figlio del proprio destino, nel senso che decide di sé».

Si dirà che proprio qui si apre il problema. Che il punto è se, come persone, città, territorio, sapremo farcela e reagire, se saremo in grado di alzare la testa per guardare l’orizzonte e scegliere la giusta direzione, se saremo capaci di muoverci tutti insieme su una rotta che ci allontani dalla tristezza degli ultimi anni, dalla recessione, dal declino.

Di certo l’occasione non manca. Non è in fondo anche a questo che ci richiama il Giubileo aperto da Papa Francesco nel giorno dell’Immacolata Concezione? Non è la richiesta di una conversione, non suona come la spinta ad un cambio di passo, a guardare al mondo con fiducia?

Lo stesso don Domenico, il giorno della sua ordinazione episcopale ricordava che nel Giubileo si rintraccia «un tempo per ricominciare aperto a tutti! Non basato sulle nostre timide ed incerte capacità, ma sull’iniziativa di Dio. L’uomo deve solo aprirsi – ammoniva il vescovo – schiudendo la porta della sua incomunicabilità».

E proprio qui si innesta «la missione della Chiesa, quella di sempre», che è di «rendere possibile ogni volta di nuovo questo miracolo: restituire a ciascuno la parola e ancor prima la disponibilità ad ascoltarsi».

Per questo c’è da sperare che la partecipazione all’apertura della prima Porta Santa della diocesi, la mattina del 13 dicembre in Cattedrale, e poi in tutte le altre occasioni che la diocesi ha programmato per dare seguito all’Anno Santo, sia la più ampia. Lecito attendersi che arrivino insieme ai tanti fedeli da tutto il territorio diocesano, anche persone appartenenti ad altre realtà. Non tanto per consumare una curiosità, ma per sentirsi coinvolti nella prospettiva aperta da Papa Francesco spingendo una semplice porta di legno a Bangui: quella di camminare sulle strade del mondo senza avere paura, con fiducia, avendo come riferimento la misericordia del buon samaritano.

In fondo, in un Giubileo caratterizzato da tante singolarità, «perché è il primo di un Papa latinoamericano… perché è la prima volta che si apre la Porta Santa di San Pietro a Giubileo iniziato, otto giorni prima, nella Repubblica Centroafricana… perché sono due i Papi, uno emerito e l’altro regnante, presenti nell’atrio della basilica vaticana… perché fa memoria della conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II», non ci sarebbe nulla di strano!

Parole dal Silenzio: Compassione. Note su un Dio apatico

Compassione è una delle parole più belle che abbiamo nel vocabolario. Ma è una parola che noi applichiamo a Dio molto raramente. L’immagine di Dio, purtroppo, per molti secoli è stata condizionata non dalla rivelazione biblica, ma da alcuni assunti filosofici. Fin dall’inizio la riflessione teologica ha preso per buono quanto la filosofia diceva dell’essere e lo ha applicato a Dio. Tra questi assunti c’è l’immutabilità. Ne deriva un Dio lontano, che non può essere coinvolto nelle sofferenze dell’uomo. Ma è davvero così?

Guarda il video su YouTube.

L’Avvento, guardando ai nostri giorni

Cerchiamo di attualizzare la storia, quando si ha a che fare con la Parola di Dio che è “viva ed eterna” (1 Pt 1,23). Proviamo, cioè, a vedere in che misura le cose accadute al tempo della nascita terrena di Gesù sono istruttive anche per la Chiesa di oggi, senza, tuttavia, pretendere di poter spiegare la complessa realtà dei nostri giorni.

Noi non aspettiamo più, come quei “pii e timorati di Dio”, perché la redenzione d’Israele si è perfettamente compiuta. Colui che doveva venire è venuto e non se ne può aspettare un altro (Mt 11,3; Lc 7,19). Eppure anche noi aspettiamo qualcosa; ogni epoca aspetta una nuova “visita di Dio”. Dice una preghiera liturgica dell’Avvento: “Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, noi aspettiamo, o Padre, la nostra redenzione”. Tale attesa assume un carattere più intenso in questa specie di “avvento” più lungo che è la nostra vita. Aspettiamo tutti, nella Chiesa, un rinnovamento spirituale, la realizzazione piena della nuova Pentecoste auspicata dal Concilio Vaticano II.

Anche oggi, si profilano diversi atteggiamenti, mentalità, schieramenti di opinione che somigliano, in parte, a quelli che esistevano al tempo della prima venuta del Salvatore. Sono archetipi di mentalità religiose che si ritrovano, sotto forme diverse, in quasi tutte le situazioni storiche. La tendenza “sadducea” è quella che spinge verso una secolarizzazione più radicale e a un’intesa piena, quasi senza riserve, con il mondo e la cultura del mondo. Essa identifica la salvezza con il progresso, non però con il progresso della fede, perché è pronta ad attenuare l’unicità del messaggio cristiano per un’intesa più ampia con tutti. La tendenza che richiama quella dei “farisei” attribuisce un’importanza capitale alle forme esterne della religiosità e ai riti tradizionali; ma non intende per tradizione la perenne e vivente “Tradizione” della Chiesa che risale agli Apostoli, ma piuttosto piccole e riformabili tradizioni umane; difende le proprie preferenze ideologiche e politiche. La mentalità da “Esseni” è impersonata da coloro che si isolano, formando gruppi religiosi chiusi in se stessi. Non hanno il cuore aperto alla salvezza di tutti, anche degli avversari. Infine, c’è anche oggi, il partito degli “Zeloti”, cioè di coloro che pensano di dover ricorrere alla violenza e alla rivoluzione, nel ritenere che ci sia un rapporto diretto tra la loro azione e la salvezza di Dio.

Queste tendenze possono anche avere dei valori positivi e, del resto, ben pochi, credo, possono ritenersi del tutto immuni da qualcuno dei tratti negativi messi in luce. Ma non è questa la cosa importante. Ciò che importa è che i “Vangeli dell’Infanzia” ci prospettano un modello e un atteggiamento diversi da ogni altro: quello dei pii e umili di cuore che aspettavano la redenzione d’Israele e l’aspettavano soprattutto da Dio. Trasferiamo in noi le loro virtù, impregnandoci del loro spirito, specie nel tempo di Avvento in cui la Liturgia ce li pone continuamente davanti agli occhi, ma anche nel resto dell’anno, dal momento che possiamo ripetere ogni giorno (nella Liturgia delle Ore) le loro preghiere: il Magnificat, il Benedictus, il Nunc dimittis.

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

Quanto siamo tanti al mondo?

Si può ragionare dei problemi ambientali e climatici ignorando «il problema della sovrappopolazione ed anzi incoraggiandola?». La domanda è emersa durante il XII Forum internazionale dell’informazione per la salvaguardia della natura, svolto a Rieti lo scorso fine settimana. Ma lo si sente dire sempre più spesso: al mondo siamo troppi. Di conseguenza dovremmo seriamente pensare ad una sistematica politica di riduzione demografica.

Chi spinge in questa direzione fa spesso leva sui numeri: si stima che nell’anno 2030 sul nostro pianeta ci saranno circa 8,5 miliardi di abitanti. E la popolazione continuerà a crescere raggiungendo 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100. Sono dati che per i teorici della sovrappopolazione bastano e avanzano. E si indispettiscono se qualcuno dice il contrario. Ad esempio quando Papa Francesco afferma che «la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale».

«Ma come – rispondono – è “evidente” che gli uomini “pesano” sul pianeta, ne consumano le risorse, lo “sporcano”. Dunque meno siamo e meglio è. Altro che “crescete e moltiplicatevi”: qui è ora di darsi una regolata!».

Sembrano verità di senso comune, ma tanta fierezza ghibellina mette a disagio. Chiama in causa una domanda imbarazzante: se siamo troppi, chi tra noi è superfluo? E chi lo decide? Una preoccupata risposta la fornisce Ilija Trojanow nel suo pamphlet intitolato proprio “L’uomo superfluo”:

«La legge suprema del neoliberismo parla chiaro: è superfluo chi non consuma e non produce. Questo significa sacrificare i contadini del terzo mondo che praticano un’agricoltura di sussistenza, abbandonare i poveri che vegetano ai margini delle grandi metropoli, trascurare il sempre più nutrito esercito di disoccupati e precari che popolano i paesi occidentali».

Sarò di parte, ma preferisco la prospettiva della Laudato si’: il problema non è il “quanti siamo”, ma che non ci possono essere pace e benessere – anche ecologico – senza una più equa distribuzione delle risorse. La sofferenza del pianeta non può essere considerata una questione separata dalla sofferenza dei poveri.

Di fronte al problema demografico, si può rispondere «preservativo in Africa», oppure mettere seriamente in discussione «l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo».

Il tema politico vero, cioè, pare essere quello di un necessario e radicale cambiamento del modello di sviluppo, puntando ad un sistema di rapporti sociali ed economici che mettano la persona al centro di ogni discorso. Una atteggiamento che si rintraccia anche in tanti “movimenti civici”, con i quali vale certamente la pena di lavorare.

Un angelo al Bataclan

Vent’anni fa Jeff Buckley si esibiva al Bataclan, il teatro del diciannovesimo che l’altro ieri è stato tra i luoghi scelti dall’attacco terroristico che ha sconvolto l’Europa e il mondo. Le vittime sono state numerose. Ma il brano lo dedichiamo «non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage».

Vedi il video su YouTube.

La gioia che non ti aspetti

È quando meno te lo aspetti che nella tua vita di fede si illumina un mondo nuovo e si schiudono orizzonti inaspettati. Poche domeniche fa, si è celebrato in parrocchia un battesimo. Grazie a Dio è un evento frequente, vista l’estensione del quartiere e l’elevato numero di coppie giovani.

C’è una adeguata preparazione, sia ai genitori che ai padrini, nella quale si affronta il sacramento sia nel suo valore teologico, sia nella valenza spirituale e materiale. Una dimensione che convolge la vita familiare e il futuro del battezzato.

In questi incontri si può anche valutare il livello di propensione, il desiderio e la fede dei genitori. Capita che qualcuno viva l’evento solo perché va fatto, o che preferisca farlo al di fuori della celebrazione Eucaristica, perdendo nella propria persona l’immenso valore spirituale del sacramento che ci inserisce a pieno titolo nel Popolo di Dio.

Ma il Signore non si nega mai e i frutti delle conversioni sono nelle sue mani. In questa domenica che non dimenticherò mai, al termine del battesimo, mentre si lasciava il fonte battesimale, ho sentito il padre della bambina appena battezzata, sussurrarle: «Benvenuta».

Mi sono volto indietro e ho visto il sole negli occhi di questo giovane padre. Con una semplice parola ha condensato tutta la sacralità del Battesimo. Quanta gioia c’è nella nascita di un figlio, quanto sconvolgimento di fronte a un orizzonte di vita che cambia radicalmente: da quel momento la tua vita è legata a quel minuscolo dono che ti è affidato e ogni sospiro, ogni sorrisetto entrano dentro il tuo essere. È quello il momento in cui si loda il Signore del grande dono ricevuto e si cerca il suo aiuto per la missione che ti viene affidata.

Sicuramente, già alla nascita, quel benvenuto pieno di carezze c’è già stato, ma la gioia di questo padre è stata più grande quando la sua bambina, tramite il sacramento del Battesimo è diventata parte del Popolo di Dio, è diventata figlia di Dio, erede e coerede, come Gesù, del suo Regno.

È sicuramente così per tutti i genitori il coinvolgimento nel primo sacramento che ricevono i loro figli e anche chi non lo esprime con le parole lo sente dentro di sé. Ma è stato infinitamente bello per me ascoltare quella parola.

E mi torna in mente un’altro episodio di due anni fa, quando il bambino di tre anni, di madre americana e padre nostro concittadino, dopo aver ricevuto il sacramento è venuto in sacrestia e in uno stentato italiano, mi ha detto «grazie». In quel momento non sapevo se ero in cielo o in terra, talmente è stata forte l’emozione che ho avuto. La stessa emozione che mi ha regalato il giovane padre.

Rieti, il vescovo e la politica: il rischio dell’esempio

Il Consiglio Comunale ha voluto conoscere il vescovo e don Domenico non si è tirato indietro. Né ha rinunciato a portare nell’Aula la propria franchezza, la “parresia” sempre invocata da papa Francesco.

Chiamato in causa, ha avuto il coraggio di dire quel che pensa. Ha elencato le contraddizioni, le opere incompiute, le decisioni mai prese. Ma senza fare atti d’accusa, senza voler dettare l’agenda politica, e senza neppure rischiare di riuscire presuntuoso, perché in fondo certe cose sono ben chiare a tutti.

Piuttosto il vescovo è sembrato interessato a lanciare lo sguardo dentro e oltre queste situazioni, per indicare insieme le cause del disagio e le potenzialità inespresse.

E se le prime si trovano nel prevalere dell’interesse di una parte su quello comune, le seconde stanno necessariamente in una cultura della cooperazione e della solidarietà civile.

Di fronte al discorso di mons. Pompili, qualcuno ha lamentato una certa passività del Consiglio comunale, capace al massimo di incassare ed applaudire. Un giudizio poco generoso verso l’istituzione, ma quando pure fosse meritato andrebbe a sua volta considerato come il risultato di un contesto assai povero. Andrebbero tenute presenti le modalità di selezione degli eletti, la crisi dei partiti, e la marginalità del ruolo dei consiglieri dettata dalle riforme.

Dovremmo cioè interrogarci su come siamo messi, su come funzionano davvero le cose. Dove si trovano i gruppi di pressione che hanno spinto la città alla deriva? Quale ruolo hanno gli imprenditori, gli intellettuali, le professioni? Come incidono i giornali e la Chiesa, e dove sono situate le sponde della cittadinanza?

La società civile sembra esistere solo sul web, ma è sufficiente? Il tema ci dovrebbe preoccupare. Le intelligenze non mancano, ma i più attivi scadono spesso nell’autopromozione. In pochi sembrano effettivamente portatori di istanze collettive, capaci di rappresentare una qualche realtà.

Si avverte il diffuso bisogno di un nuovo senso di comunità, ma non si intravede ancora un meccanismo che conduca a questo esito la società a pezzi riconosciuta dal vescovo con tanta chiarezza.

Come fare a rimettere i cocci a posto, come ricomporre il puzzle, rimane un problema.

Appoggiandosi alle parole del teologo e oppositore al Nazismo Dietrich Bonhoeffer, mons. Pompili ha provato a indicare un rimedio nello sguardo lungo, proiettato al futuro, da percepire come una promessa e non come una minaccia. «Per chi è responsabile – scriveva il tedesco – la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde anche se provvisoriamente molto mortificanti».

Un auspicio che dovrebbe farsi consapevolezza, sentimento comune. Il metodo migliore per riuscirci sembra quello di coltivare le cose buone, di restituire fiducia all’altro, facendosi carico in prima persona del rischio dell’esempio e della testimonianza. Un discorso che vale per ciascuno, ma che non può certo riuscire senza l’impegno di chi ha responsabilità pubbliche.

A Rieti non si fa nulla?

C’è un luogo comune che vale davvero la pena di abbattere: quello secondo cui a Rieti non si fa nulla. «Abitiamo una città morta» ripetono in tanti con automatica rassegnazione, ma il tono si fa indignato quando c’è in ballo la lite di qualcuno con il pub sotto casa. Queste storie condominiali, infatti, paiono quasi scontri epici tra il bene e il male, tra i paladini di una “movida” che «porta sviluppo» e «gente della preistoria» che «soffoca una città con tantissime possibilità».

Ma forse tutta questa attenzione – anche mediatica – è mal riposta. Non solo per la reale misura dei fatti, ma anche perché, a ben vedere, la città è tutt’altro che morta. Spaurita forse sì, disorientata anche, ma non si può dire che manchino le iniziative, le proposte, le aperture.

La settimana appena conclusa, ad esempio, ha visto svolgersi un festival chitarristico di altissimo livello. C’è stata anche la presenza in città di tantissime persone dalle località europee gemellate, ed il passaggio nella Valle Santa delle ProLoco attive sui Cammini Francescani. Buone proposte sono arrivate anche dall’Archivio di Stato; è ancora in corso un’ottima edizione del Reate Festival; si è parlato di filosofia; sono state proposte letture di classici.

E pure nelle settimane e nei mesi che ci siamo lasciati alle spalle non sono certo mancate piccole e grandi manifestazioni di ogni genere, né la stagione più fredda si annuncia priva di proposte. Non c’è stata e non ci sarà tra Rieti e dintorni una sola settimana senza un convegno, un concerto dal vivo, un evento sportivo, una proiezione. E a proporre sono in tanti: pubbliche amministrazioni, fondazioni, scuole, locali, associazioni culturali. Anche la Chiesa in questo senso dà un contributo di non poco conto.

Non tutto andrà per il meglio, ma non c’è neppure da essere catastrofisti. Piuttosto converrebbe cercare di riconoscere e valorizzare le varie esperienze, di raccordarle, di superare il vizio dell’autoreferenzialità. Le tante liti che emergono dalle cronache, in fondo, sembrano il frutto più dell’incomprensione che della cattiveria. Sembriamo semplicemente incapaci di trovare un punto di vista comune, un terreno che riguardi tutti. Ed è questo, in fondo, il problema che rimane aperto.

Rieti: rispondere al declino puntando su se stessi

I tagli e gli accorpamenti di questi giorni richiedono che Rieti e provincia dimostrino la capacità di far fronte in maniera positiva ai problemi, per ricostruirsi un ruolo restando sensibili alle opportunità positive e alle identità offerte dal territorio

In questo tempo di tagli e dismissioni, l’ipotesi era nell’aria. La notizia dell’accorpamento della Prefettura di Rieti con quella di Viterbo non è arrivata del tutto inaspettata. Ma ha fatto comunque un certo effetto.

Il clima in città pare quello di una definitiva sconfitta, di un territorio al crepuscolo. Appresso alla Prefettura ci sono la Questura, il Comando dei Vigili del Fuoco e chissà cos’altro. Uffici e posti di lavoro che si aggiungono ai tanti persi finora.

Per qualcuno è semplicemente l’attacco finale, l’ultima cannonata sulle nostre povere mura. Per altri l’annuncio ha il sapore di un brutto risveglio, il gusto amaro di un sogno di gloria interrotto.

Il coro di queste voci suona come un rassegnato mugugno. Forse perché si sta esaurendo l’euforia “anti-casta”. L’idea di istituzioni solo clientelari, inefficienti e sostanzialmente inutili, tutto a un tratto sembra infantile e ridicola.

La mezza abolizione delle Province pare aver diffuso una consapevolezza nuova: pure quando funziona male lo Stato serve. E quando s’inceppa è senz’altro meglio riparare i guasti che buttare tutto alle ortiche. Almeno non ci si trova con personale da ricollocare, funzioni da riorganizzare, servizi da riaffidare.

Fa un certo spavento il procedere “all’italiana” delle riforme. Sembrano pensate per navigare a vista, per aggiustare il tiro secondo il caso invece di seguire un progetto preciso. Ma è inutile lamentarsi per l’approccio cialtrone e approssimativo. Con la protesta si riuscirà senz’altro a tamponare qualche deriva, ma nel suo insieme la trasformazione sembra destinata a compiersi, perché legata a condizioni storiche ed economiche più che ai progetti di questo o quel Governo.

Conviene allora fare appello al senso di realtà e cercare di sopravvivere alla transizione. La situazione politica, economica e sociale di Rieti non è più quella di ieri. Lo sguardo sulla città capoluogo e sulla sua provincia non può che cambiare.

Ma non per questo dobbiamo ingoiare a cuor leggero la fusione a freddo con Viterbo. La diffusa preferenza per Terni da parte di cittadini, amministratori e sindacati sembra giustificata. Giocano a favore ragioni logistiche, storiche e culturali. Ben venga lo strumento del referendum per correggere il tiro e spingere la Valle Santa e i suoi dintorni verso l’Umbria. Ma è una ricerca del male minore. Non riesce a nascondere la disperazione di un territorio che continua a guardare fuori di sé, alla ricerca di appigli, appoggi, dipendenze.

Non dovremmo invece discutere di come ritrovare dall’interno le forze e la fiducia? Il ritrarsi dello Stato potrebbe essere la volta buona per smetterla con il popolo bambino, sotto tutela, ovunque guidato e accompagnato. Potrebbe essere l’occasione per cominciare ad essere un territorio adulto, capace come tanti altri di fare leva su di sé, sulle proprie risorse, sulla propria storia e intelligenza.

Che Rieti non manchi di nulla lo si dice sempre e ovunque, ma nei fatti non sembriamo crederci fino in fondo. Per questo vale la pena di insistere sui nostri beni ambientali, artistici, culturali. La Prefettura e la Provincia possono chiudere o traslocare, ma non le nostre montagne, le nostre acque, i nostri santuari, la nostra storia. Non si tratta di chiudersi in se stessi, ma di guadagnare quella «matura misura di sé» che dà prospettiva e forza al dialogo con le realtà circostanti.

Terni, sì, ma anche Roma e l’Abruzzo. Tante direttrici aperte in una zona di frontiera che non subisce la storia, ma valorizza la propria posizione e le proprie risorse senza complessi e senza distrazioni.

È la capacità di produrre una propria economia e una specifica cultura a giustificare il grado di “capoluogo”, a rendere necessarie le istituzioni, ad imporre il bisogno di servizi. Tutte cose che scivolano tra le dita dei territori subalterni, inetti a produrre un proprio punto di vista, a dare corpo alle proprie ambizioni.

Sono cose che si ottengono ritrovando innanzitutto il senso della “Comunità”. Non in modo astratto, ma secondo concrete linee di azione, su terreni di lavoro condivisi, allargando la partecipazione alle iniziative che già funzionano. Senza farsi prendere da un esagerato ottimismo, ma senza neppure cedere all’idea di essere povere vittime di un destino avverso.

Croce Amica, i lavoratori contro Asl e Regione

I lavoratori di Croce Amica, nella giornata di ieri, hanno dato vita ad una protesta pacifica e disperata, bloccando l’ingresso della Asl di Rieti.

La ditta ha gestito per anni il trasporto dei malati, ma oggi si trova ad aver perso la gara per l’affido del servizio, che va alla ditta romana Croce Rosa.

Di conseguenza i 22 operatori attuali si ritrovano con la prospettiva del licenziamento e della disoccupazione a partire dal 24 agosto: l’appalto non prevedeva per la ditta subentrante l’obbligo di riassumerli.

Un punto che i lavoratori contestano alla stessa Asl e alla Regione Lazio, ma che più in generale lascia intravedere le linee di frattura che si vanno aprendo nel Paese sotto la spinta della privatizzazione (o esternalizzazione) dei servizi.

Viene infatti da chiedersi perché un servizio delicato come il trasporto dei malati non debba essere svolto direttamente dallo Stato.

E viene il sospetto che alcuni risparmi vantati dalle pubbliche amministrazioni abbiano troppo a che fare con il precariato e i tagli fatti sui salari dei lavoratori e troppo poco con un’effettiva riduzione degli sprechi.

Don Vincenzo Santori: un «santo» sacerdote da non dimenticare

Il 30 agosto dello scorso anno moriva mons. Vincenzo Santori. Penitenziere della Cattedrale e Presidente della coop. Massimo Rinaldi, editrice di «Frontiera», nei lunghi e fecondi anni della sua attività pastorale, don Vincenzo è stato padre spirituale attento e discreto, valido insegnante di Religione Cattolica, vice rettore del Seminario di Rieti, parroco di Antrodoco prima e di Regina Pacis a Rieti poi. A un anno dalla scomparsa pubblichiamo questo scritto di mons. Luigi Bardotti.

Scrivo altri miei ricordi di don Vincenzo: ho vissuto 22 anni con lui. Ad un anno di distanza dalla sua morte vorrei ancora scrivere qualcosa affinché, almeno viventi noi che lo abbiamo conosciuto, possiamo conservare un ricordo di gratitudine per questo Sacerdote, certamente modello per la Chiesa reatina.

Ho vissuto con un santo

Don Vincenzo non diventerà un Santo riconosciuto dalla Chiesa, ma io che ho vissuto con lui, accanto a lui, soprattutto oggi ho la sensazione di avere avuto la fortuna di vivere con un Sacerdote modello di ogni Sacerdote da cui ho imparato tanto. Oggi posso ricordare quanto forse allora non ho apprezzato fino in fondo.

Don Vincenzo, Sacerdote di grande preghiera

La sua giornata cominciava sempre alle 6,30; si viveva in comunità con Angela Pasqualoni e il bagno era unico: lui andava per primo, prendeva un po’ di caffè dal termos e poi scendeva in chiesa. Il suo posto fisso era l’inginocchiatoio davanti al Confessionale (che ora è stato tolto). Rimanva in ginocchio un po’ e poi, seduto, recitava il Breviario. Spesso rifletteva, tenendo gli occhi chiusi.

Don Vincenzo era un grande conoscitore della Liturgia. La Parrocchia di Regina Pacis venne avviata da Mons. Fulvio Bragoni; don Vincevo è stato l’artefice della nuova, grande chiesa. Ne ha curato nei minimi particolari tutta la sistemazione: Altare – Tabernacolo con le due lampade – Ambone – Battistero – Confessionali – portone – pavimento… nulla lasciava alla improvvisazione o al “mi piace”, ma tutto secondo le regole liturgiche. La Chiesa per lui doveva essere realtà fisica che portava a cogliere il Mistero e vivere la Comunità come comunione.

A mio parere aveva fatto bene ogni cosa. Anche se poi qualcosa si è cambiato. La celebrazione della S. Messa era un momento che viveva con totale partecipazione; a volte teneva gli occhi chiusi, assorto nel mistero; anche fisicamente era solenne e il suo incedere era sempre misurato perché nella Divina Liturgia anche il camminare –come i paramenti sacri – era per lui diverso dal… camminare «normale».

Personalmente lo osservavo e rimanevo catturato e rispettoso davanti a Lui mentre celebrava. Le sue Omelie erano sempre preparate per tempo. Mi diceva: «Già il lunedì dopo la Domenica bisogna cominciare a vedere, meditare la Parola di Dio della Domenica che verrà». Si scriveva sempre qualche appunto. Passava ogni giorno almeno due ore davanti al Confessionale: se richiesto, confessava con calma, attenzione e la gente andava molto da lui.

La Direzione spirituale

Per don Vincenzo un Parroco doveva stare in parrocchia ed essere trovabile sempre. Diceva a me: «Tu corri troppo. Anche per la tua salute fermati un po’. A volte vengono a cercarti, ma non ti trovano».

La sua era una presenza fisica e non tramite cellulare che non ne ha mai avuto. Nel suo studio teneva la porta aperta e dalla strada si vedeva che c’era; la gente entrava anche solo per un saluto. A volte era turbato per la gran quantità di persone che entravano per cercare denaro: una volta donò ad un povero il suo cappotto.

Dialogava con grande pazienza, attenzione ascoltando spesso persone con problemi o depresse. Quando saliva dopo questi colloqui aveva un sorrisetto stanco e diceva soltanto: «Quanti guai». La sua presenza in parrocchia poi era di andare spesso nelle famiglie e – in modo particolare – dove c’erano malati oppure qualche lite familiare.

Era un grande maestro di spirito: io stesso ne ho fatto esperienza quando ci separammo dopo aver lasciato Regina Pacis (1993)

Sacerdote saggio, prudente e coraggioso

Vivendo con lui ho potuto cogliere nelle parole e nei gesti tanta saggezza, prudenza e coraggio insieme. Era un prudente ma non un pauroso. Parlava poco e con parole misurate, ma ascoltava molto, in silenzio; nelle nostre riunioni tra Sacerdoti a volte c’erano discussioni forti: ascoltava, taceva ma poi la sua parola arrivava sempre cercando di conciliare, prendere i problemi con più calma e fede.

Era un archivio di almeno 50 anni di storia di questa Diocesi e Città. Qualcosa ci raccontava: i suoi ricordi del bombardamento di Rieti erano impressionanti: bene ha fatto «Frontiera» a farsi raccontare qualcosa prima della sua morte. Quanti ricordi di Antrodoco, del Seminario, della Azione Cattolica… raramente, ma ogni tanto qualcosa diceva ed erano ricordi di soddisfazioni, ma anche di amarezze.

E coi Sacerdoti e Vescovi: quanti ne ha conosciuti, amati, stimati. Mai e poi mai una valutazione pettegola o negativa, su nessuno ma di tutti diceva solo i lati positivi.

Alcune volte, dopo aver lasciato Regina Pacis, ho cercato di farlo parlare della Parrocchia:assolutamente non disse mai nulla e mi diceva: «Il capitolo della mia vita a Regina Pacis per me è chiuso» e non diede mai un giudizio né sulle persone né sui cambiamenti.

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Mi sono permesso di scrivere “qualcosa” su don Vincenzo perché ho sempre avuto la sensazione di aver vissuto con una santo che mi ha molto aiutato. E vorrei tanto che Sacerdoti così non siano dimenticati perché hanno dato la loro vita per la nostra Chiesa e la nostra gente.