David Fabrizi

Nato a Rieti nel 1974 è grafico e fotografo.

A Cittaducale il deposito dell’identità. Viaggio tra i beni culturali colpiti dal sisma

Chi volesse farsi un’idea dell’identità culturale del territorio di Accumoli e Amatrice e insieme prendere la misura della violenza dello sciame sismico iniziato con la devastante scossa del 24 agosto dello scorso anno, dovrebbe visitare i depositi in cui il MiBact e la Diocesi di Rieti hanno messo in sicurezza dipinti e statue, paramenti e arredi sacri, oggetti di valore, campane.

Entrando nei tre siti di conservazione, infatti, si percepisce subito la misura del disastro, la fatica del non facile lavoro di recupero effettuato grazie all’indispensabile e mai troppo ringraziato aiuto dei Vigili del Fuoco. Ma allo stesso tempo si ha il privilegio di vedere concentrati i segni, la memoria, la fede, il pensiero di chi ha abitato e continua ad abitare il territorio dei Monti della Laga.

Nel solo deposito realizzato dal Mibact nella Scuola del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale, ora assorbita dall’Arma dei Carabinieri, ci sono oltre 4000 pezzi catalogati, messi in sicurezza e monitorati. Un patrimonio di arte sacra prodotto quasi esclusivamente da artisti locali, che di conseguenza esprime una spiritualità caratterizzata, originale. Come quella che si legge nelle occhiaie che segnano il volto della statua della Madonna recuperata dalla chiesa di Sommati, peraltro protagonista di uno degli interventi di salvataggio più complicati, insieme al crocifisso di Preta, ai quadri del museo, al gruppo scultoreo della chiesa di san Francesco.

Ma ogni reperto ha la sua storia da raccontare, a partire dai primi arrivati subito dopo il sisma, forse il 31 agosto, sicuramente dal primo settembre. Da quel momento le operazioni non si sono mai fermate. Neppure la nevicata eccezionale dello scorso inverno ha impedito di andare di chiesa in chiesa a tirar fuori le opere d’arte dalle macerie. A fare da guida sono spesso stati gli abitanti di Amatrice, Accumoli e delle tante frazioni sparse nel territorio, primi guardiani dei beni comuni crollati o lesionati.

I materiali arrivano al deposito di Cittaducale con una scheda compilata sul luogo di origine dall’unità del Ministero che si occupa dei recuperi. Il materiale raggiunge la Scuola Forestale scortato dal Nucleo Tutela dei Carabinieri con il supporto della Diocesi di Rieti. Una volta prese in deposito le opere vengono sballate e si cerca la modalità migliore di conservazione, possibilmente puntando a mantenere insieme gli oggetti secondo la provenienza e la data di recupero. Se necessario, all’arrivo si effettuano micro-interventi, che vanno dalla spolveratura alle velinature conservative. Il tutto viene sistemato, secondo la tipologia, in box a “tubo giunto”, o in scaffalature metalliche autoportanti.

A spiegarci la procedura è la dottoressa Cristina Collettini del MiBact che, con i suoi collaboratori, da un anno a questa parte lavora senza sosta al progetto di salvaguardia e conservazione del patrimonio artistico tratto in salvo dai crolli di Amatrice e Accumoli. Per i primi tempi le opere sono state posizionate in uno speciale automezzo: un tir attrezzato allo scopo, svuotato mano a mano che le strutture del deposito prendevano forma. Oggi l’allestimento è completo, l’ambiente è videosorvegliato e monitorato dal punto di vista microclimatico e la collocazione dei reperti viene progressivamente ricalibrata in base ai valori di temperatura e umidità.

Un risultato che ha richiesto un grande sforzo di adattamento dei locali di quella che un tempo era l’autorimessa della Scuola. Ma la scelta è stata scelta felice, perché tanto le strutture interne quanto l’involucro esterno, nel frattempo, hanno retto ottimamente alle tante scosse di terremoto che si sono succedute. Una sicurezza in più per opere conservate in un’area militare e piantonate dall’Arma.

È grazie a questo impegno congiunto della Chiesa di Rieti, del MiBact e delle Forze dell’Ordine che le opere restano nel nostro territorio: un vero concentrato di tele, calici, crocifissi, con il rispettivo cartellino identificativo, che attendono di poter essere ricollocato nelle strutture di provenienza. In prevalenza si tratta di chiese, ma ci sono anche il patrimonio del museo Cola Filotesio di Amatrice e gli oggetti recuperati dentro l’ospedale Grifoni.

E proprio sulla prospettiva della restituzione la dottoressa Collettini è moderatamente ottimista. Parlando delle chiese, in particolare, ci spiega che ciascuna messa in sicurezza è studiata e ragionata perché faccia da base al restauro definitivo: «I nostri ponteggi non sono semplici puntelli da togliere e poi rimettere, sono frutto di scelte specifiche, poiché nel nostro lavoro effettuare un intervento sbagliato e non ponderato può voler dire perdere il bene».

Chiediamo del destino dell’Icona Passatora, piccola “cappella Sistina” immersa tra i monti. La funzionaria del MiBact spiega nel dettaglio gli interventi, mostra i contenitori in cui è conservato ogni frammento: anche il più piccolo, è stato raccolto, stipato, catalogato e portato a Cittaducale. Gli affreschi sono stati fotografati e monitorati al millimetro, è stato disposto lo schema che permetterà di riparare e proteggere i dipinti da eventuali nuove scosse. Il laboratorio di restauro è in allestimento in un altro spazio della Scuola Forestale, e una volta concluso il suo compito resterà a disposizione dell’Arma per dare vita a percorsi didattici.

«Il nostro lavoro molto spesso va oltre le funzioni menzionate dalle direttive, per andare incontro ad esigenze affettive e simboliche» spiega la nostra guida. Lo spunto per la visita ce l’ha infatti offerto il temporaneo ritorno della statua di Santa Savina agli abitanti della frazione di Voceto. Per concessione del vescovo Domenico e grazie all’impegno di Ministero e Arma dei Carabinieri, il simulacro verrà infatti, come da tradizione, portato in processione. «Poi – assicura Collettini – tornerà qui, al sicuro».

Braccia rubate… al seminario. Un aiuto inedito ad Accumoli e Amatrice

Le cronache del dopo terremoto sono piene di polemiche e aspettative deluse. Difficoltà e lungaggini sembrano farsi avanti a ogni passo. Le massime autorità dello Stato e della Regione visitano di continuo i luoghi del disastro, ma non sembra che i cittadini sentano le istituzioni più vicine.

Eppure qualcosa si muove. Forse si va troppo piano, ma le abitazioni provvisorie vengono assegnate e il panorama umano va cambiando, anche in forza del rientro dei cittadini dalla costa, dove sono stati ospiti dalle strutture alberghiere.

Di sicuro se ne accorgono gli operatori della Caritas, che al lavoro “ordinario” di prossimità e ascolto attivo del territorio, continuano ad affiancare un’attenta analisi sull’evoluzione socio demografica e relazionale del territorio. Una presenza discreta che osserva i cambiamenti per prevenire i bisogni e portare aiuto dove serve. Sempre lavorando di casa in casa, di persona in persona. Perché ogni storia è unica, e ha bisogno di un percorso particolare.

Si intrecciano così le storie di chi cerca aiuto per riprendere in mano la propria attività e la propria vita, con quelle di chi continua a dormire nella roulotte, perché la sua casa in muratura ha retto ed è stata dichiarata agibile, ma di notte fa ancora paura. E poi ci sono le storie di chi è affetto da disabilità, di chi chiede aiuto per far pascolare il suo gregge, di chi non riesce a trovare lavoro, di chi è molto sensibile e prova vergogna a chiedere.

A dare una mano agli operatori reatini in questo scenario, oltre ai volontari che arrivano dalle Caritas delle altre regioni, la scorsa settimana è stata una presenza inedita. L’attività ordinaria si è infatti avvantaggiata delle braccia e dei cuori di un folto gruppo di seminaristi. Ospiti del Campo Caritas, hanno dato una mano nelle attività a supporto dell’infanzia e dei campi estivi di Cittareale, Borbona e Amatrice e si sono messi a disposizione del Centro d’Ascolto di Amatrice e del Centro d’Ascolto Itinerante. Né si sono tirati indietro davanti al lavoro manuale e di fatica, unendo all’ascolto il concreto supporto ad agricoltori e famiglie.

Nulla di strano, allora, se passando per i campi di Amatrice è capitato di vedere dodici aspiranti sacerdoti rimettere la legna pesante, costruire recinzioni in ferro, o dipingere steccati. Sono cose da fare mentre si provvede alla distribuzione di beni di prima necessita alle famiglie che ne hanno fatto richiesta. E non senza l’entusiasmo di voler esportare questo modello di prossimità fatto di apertura del cuore, fatica e lavoro manuale una volta divenuti sacerdoti.

Sì, ad Amatrice qualche cosa sta cambiando. E meno a rilento di quanto si creda.

Antonio Cicchetti torna sindaco di Rieti per una manciata di voti. Ora è il tempo del dialogo

È con una manciata di voti che Antonio Cicchetti torna sindaco di Rieti. Un centinaio di croci in tutto, su altrettante schede elettorali, fanno la differenza tra la maggioranza e l’opposizione e mettono fine a una campagna elettorale dai toni troppo accesi, che soprattutto negli ultimi giorni ha consegnato alle cronache parole ed episodi assai poco edificanti. L’ultimo pare sia avvenuto addirittura a urne chiuse, con una sostenitrice dello staff di Simone Petrangeli colpita al volto e ferita al naso.

Il nuovo sindaco ha subito preso le distanze dall’episodio e nel suo breve comizio in piazza ha opportunamente invitato a «rasserenare e pacificare». Le ultime fasi della propaganda hanno infatti portato a galla l’anima peggiore della città, ma, ritrovando la calma, anche da questo si può forse imparare qualcosa. Nella contesa elettorale si possono infatti leggere i disagi, i rancori, le delusioni dei cittadini, insieme alle loro speranze, al desiderio di futuro e a una insospettabile fiducia nella politica.

In pochi si sono soffermati sul ritorno di un serrato confronto tra destra e sinistra. Eppure già nelle percentuali del primo turno si indovinava il bisogno di ritrovare una qualche forma di “partito”, da adottare anche in funzione di collante sociale. Un movimento positivo, grazie al quale sia Petrangeli che Cicchetti sono riusciti a far convergere su di sé istanze diverse, a far mettere da parte i troppi distinguo dei rispettivi gruppi di interesse, a indirizzare verso obiettivi comuni. Una capacità di sintesi, questa, che rientra appieno tra i compiti della politica.

A urne chiuse, sembra opportuno che il vincitore non fermi questo processo, cercando di allargare il più possibile il dialogo ogni volta che i temi saranno di interesse generale. Perché è vero che al ballottaggio si può vincere pure con un voto solo, ma in questi casi il buon senso consiglia di comportarsi di conseguenza: tenendo ben presenti i reali rapporti di forza per non spaccare oltre la città. Tanto più che il ridotto scarto di voti racconta una società che vuole sì guardare avanti, ma senza rinnegare quello che di buono è stato fatto nel passato prossimo e remoto.

La sfida che ora si trova ad affrontare il nuovo sindaco di Rieti è dunque quella di interpretare questa sollecitazione, cercando di amministrare senza che nessuna forza positiva risulti esclusa.

foto di Massimo Renzi

Ludopatia: quando la società manca di fiducia in sé

È stato un momento significativo quello dell’incontro attorno ai temi della dipendenza patologica da gioco d’azzardo svolto nella Sala San Nicola del Palazzo Papale di Rieti. Se non altro perché – come è stato rilevato all’inizio dei lavori – pur non essendo sconosciuto tra i problemi del contesto locale, l’argomento è rimasto completamente al di fuori del dibattito e dei programmi elettorali per le amministrative.

La prospettiva del ritorno alle urne per il ballottaggio nel capoluogo, potrebbe però essere l’occasione per aggiungere ai discorsi dei due candidati, il sindaco uscente Simone Petrangeli, e lo sfidante Antonio Cicchetti, qualche proposta in merito. Macchinette mangiasoldi (e mangiavita), infatti, in città non mancano, e il nostro non sarebbe certo il primo Comune a regolamentare la vita urbana del settore alla ricerca di una qualche difesa per le categorie più fragili ed esposte.

Da questo punto di vista, il convegno dello scorso sabato offre non solo uno spunto, ma anche una considerevole mole di dati e argomentazioni giuridiche, etiche e mediche. Alle prime ha provveduto Stefano Rosati, avvocato e menbro del Fsi di Rieti, che tra gli altri dati ha ricordato che circa 12 milioni di euro vengono persi al gioco ogni anno nel capoluogo. «Guardando i negozi chiusi del centro – ha aggiunto Rosati – viene da domandarsi quanti consumi potrebbero essere sostenuti se qui soldi rimanessero nelle tasche dei cittadini» invece di essere “bruciati” nel gioco. La spesa per le scommesse, infatti, rappresenta una perdita secca, una spesa inutile, perché non si traduce in beni o servizi e dunque non avvia una virtuosa crescita economica.

Uno snodo accolto dal vescovo Domenico, che però ha voluto portare il discorso su un altro livello, invitando a cogliere nella dimensione ludica della vita quello spazio di libertà nel quale non trova spazio il «ritmo imposto dal produttore/consumatore».

Quando il gioco si capovolge in vizio, dunque, finisce con il negare questo «spazio franco in cui sperimentare la vasta gamma dei significati del vivere: libertà, amore, anima, arte» per condurre a «un’altra mentalità», quella di «tentare la fortuna per forzare la fatica del quotidiano». Una preferenza accordata al giocare piuttosto che al lavorare che finisce per sovvertire la realtà. È dunque pericoloso «mettere il silenziatore su quelli che sono i rischi e poi i danni cui si va incontro».

Anche perché «dietro questa scorciatoia si coglie un restringimento di visuale. La vita non è più vista come ricca di possibilità, ma come una strettoia in cui ci è dato di scommettere sulla fortuna o sulla sfortuna, senza averne alcuna responsabilità personale».  Una sfiducia nel futuro che a ben vedere, anche al di là della ludopatia, è tra le chiavi di lettura del nostro tempo, caratterizzato da una sorta di «vuoto dell’anima» per rispondere al quale occorre «restituire all’uomo la forza di riscattarsi da questa lenta e inesorabile forma di congedo dal vivere umano».

Da parte sua, il prof. Claudio Leonardi ha spiegato come il gioco patologico “plasticizza”, modella il nostro cervello e finisce con il determinare le nostre scelte. Una lezione preziosa, perché mette al riparo dall’idea che le troppe persone che finiscono in rovina a causa del gioco «se la sono andata a cercare». I giochi d’azzardo con cui abbiamo a che fare oggi, anche quelli apparentemente più innoqui, sono infatti studiati per sfruttare i meccanismi del cervello a proprio vantaggio, creando scientificamente i presupposti della dipendenza.

E a partire da questa conoscenza ha lanciato un allarme per quanto riguarda l’esposizione a queste pratiche degli adolescenti e dei bambini, fasce di età particolarmente vulnerabili perché il loro cervello non ha ancora completato a pieno il suo sviluppo. Buono dunque l’impegno del Fronte Sovranista sul tema, nella speranza che l’approfondimento stimoli un maggiore dibattito e una più piena consapevolezza nei cittadini, ma anche precise prese di posizione da parte della classe dirigente locale, in attesa che lo Stato si decida a cogliere le proprie contraddizioni.

Sant’Antonio e i segni dei tempi

Hanno avuto inizio lo scorso 12 giugno, con il “rito” della vestizione, i festeggiamenti per il Giugno antoniano reatino. Un momento tradizionale che di anno in anno si va però facendo più leggero. Perché di oro sul simulacro di sant’Antonio ne viene giustamente applicato sempre meno. Basta confrontare le immagini di un decennio fa con quelle odierne per misurare la differenza: da una statua ricoperta di preziosi ex-voto su ogni lato si è passati a un allestimento molto meno ricco, con le spalle del saio francescano completamente libere.

La scelta non sembra disturbare i devoti che dal tardo pomeriggio di lunedì entrano in San Francesco per pregare e partecipare alle liturgie. E dire che quando mons Delio Lucarelli, dall’ambone, espresse per primo il desiderio di eliminare l’oro dal contesto dei festeggiamenti, la navata della chiesa fu attraversata dallo stupore, quasi dallo scandalo, e per giorni si discusse tra favorevoli e contrari. Il dibattito non portò al taglio netto con la vecchia abitudine, ma negli anni le ragioni del vescovo Delio si sono fatte strada e oggi l’idea di restituire l’immagine del santo alla sua primitiva povertà sembra finalmente acquisita. Segno che al presule era toccato il compito di guardare lontano, di indirizzare i fedeli sulla pista del futuro. Quella di una Chiesa che – anche grazie a papa Francesco – preferisce i «mille volti» dei poveri alla «ricchezza sfacciata» di pochi privilegiati.

Ma dal punto di vista dei “segni dei tempi” sono anche altre le sfaccettature che contraddistinguono questo Giugno antoniano. La manifestazione è sempre “carica” di implicazioni di ogni tipo. La mole della macchina di sant’Antonio sembra essere l’immagine del complesso di tradizioni e aspettative che gravano sulla Pia Unione. E se non è facile manovrare il simulacro attraverso i vicoli di Rieti, lo è ancora meno organizzare un evento dal così forte richiamo popolare dopo quello che è successo pochi giorni fa a Torino, quando il panico e il caos si sono scatenati in piazza San Carlo di fronte ai maxi-schermi allestiti in occasione della finale di Champions.

Una circolare inviata a prefetti e questori dal capo della polizia, Franco Gabrielli, ha infatti stabilito che senza lo «scrupoloso riscontro delle garanzie di safety e security necessariamente integrate, in quanto requisiti imprescindibili di sicurezza» non potranno più svolgersi eventi. Una misura che risponde anche al clima di insicurezza che attraversa l’Europa a causa dei continui attentati di questo periodo, ma che andrà di certo a incidere su momenti di alta partecipazione nella piccola Rieti. Basti pensare alla benedizione dei bambini e al “concertone” (quest’anno sul palco ci sarà Fabio Concato), per i quali piazza San Francesco risulta ormai angusta, e forse sulla stessa processione dei ceri.

La quale, per inciso, inciampa in un terzo segno dei tempi: quello dei “supplementari” delle elezioni amministrative. Il ballottaggio verso cui sta andando la contesa politica reatina – programmato per il 25 giugno – ha infatti costretto la manifestazione religiosa al rinvio di una settimana. Il momento culminante del Giugno antoniano si svolgerà di conseguenza il 2 luglio. A quel punto la scelta del sindaco sarà fatta e al nuovo primo cittadino toccherà di indossare la fascia tricolore e di vivere il bagno di folla tra i devoti: non come trionfo di parte, ma in rappresentanza di un’istituzione di tutti i cittadini. Un momento di ricomposizione e unità dopo il clima da “scontro finale” di questi ultimi giorni che sarebbe davvero una grazia.

Verso l’Incontro pastorale: la Chiesa guarda ai giovani

«Mi cercava qualcuno!?». Così esclama, con un’aria tra l’incredulo e l’arrabbiato, un giovane in camicia dalla copertina della brochure di annuncio dell’Incontro pastorale diocesano, in programma per i prossimi 8, 9 e 10 settembre.

L’approccio può sembrare originale, ma il tono di sfida ci sta, perché proprio i giovani saranno il tema dell’iniziativa che, come l’anno scorso, intende coinvolgere le diverse anime della Chiesa locale. L’evento assumerà infatti la prospettiva del Sinodo dei giovani che la Chiesa sta preparando per il 2018.

E i giovani, ha spiegato il vescovo Domenico durante la veglia, «attendono che qualcuno li schiodi dal divano, simbolo del disamore per uno stato di cose che non hanno prodotto loro e nel quale non si identificano».
Uno sforzo che, in un certo senso, può anche voler dire una qualche messa in discussione dello status quo, delle certezze finora faticosamente maturate. In questo senso, la brochure di lancio dell’evento diocesano si presenta come una proposta aperta, giocata sul filo di due domande:

La Chiesa conosce i giovani? E i giovani, conoscono la Chiesa?

Alla prima domanda si può senza’altro rispondere che sì, di giovani la nostra Chiesa se ne intende. Li sa chiamare per nome, quasi li conta durante le cresime e le comunioni: sacramenti che hanno dietro la frequenza del catechismo e dunque una qualche familiarità con la parrocchia. E poi la Chiesa incrocia i giovani anche altrove: nei campi estivi tirati su dalla buona volontà di sacerdoti e volontari, negli oratori, in movimenti ecclesiali come quelli dell’Azione Cattolica, del Cammino Neocatecumenale e degli Scout. Senza contare i grandi momenti delle Giornate mondiali della gioventù, e la bella e ricca invenzione del Meeting dei Giovani di gennaio.

Ma a ben vedere è anche vero che la Chiesa i giovani non li conosce. Dopo la cresima questi si allontanano dalla parrocchia e diviene difficile intercettarli. Sembra che le loro esperienze, le loro aspettative, la loro ricerca di senso accadano in uno spazio precluso alla dimensione cristiana.

Su cento giovani italiani – si apprende da una recente ricerca dell’Istituto Toniolo – la metà circa si dichiara genericamente “cattolico”. Di questi, solo un quarto frequenta la messa domenicale e sono in tanti a ridurre le questioni di fede a una serie di regole da seguire. Le esigenze spirituali, però, non mancano, anche se i giovani tendono a risolverle inventandosi «un Dio a modo mio», una fede che si fonda su una modesta conoscenza della Bibbia e di Gesù.

Accade, forse, anche perché la Chiesa è criticata come istituzione. Gli scandali sessuali e finanziari hanno minato la sua credibilità e molti giovani si interrogano sulla sua “utilità” o “necessità”, visto che spesso faticano a comprenderne il linguaggio.

Da qui parte la necessità di scrollarsi di dosso i luoghi comuni e le vecchie abitudini. Occorre favorire l’incontro, anche perché, a ben vedere, i due mondi non sono affatto lontani. «Sotto traccia – aggiungeva il vescovo – in ogni giovane c’è la richiesta di un contatto con un interlocutore»: il punto è che talvolta faticano a trovarlo.

Anche se forse i giovani chiedono agli adulti solo di incrociare con rispetto i loro percorsi (per quanto tortuosi o inediti), di ottenere criteri di scelta più che norme da seguire. Forse hanno bisogno di una testimonianza credibile per prendere sul serio l’incontro con Gesù.

Potrebbe essere questo il punto in cui si chiude il cerchio con i verbi camminare, costruire e confessare, scelti come linee guida dello scorso anno pastorale. Perché altro non sono che un invito a lasciar modellare la propria vita dal Vangelo.
La brochure di lancio dell’Incontro pastorale è stata pubblicata in due versioni. L’alternativa vede una ragazza domandare: «C’è posto anche per me?». La risposta è ovviamente affermativa, perché alla Chiesa interessano tutti i giovani: credenti e non credenti. L’Incontro pastorale di quest’anno chiama tutti, nessuno escluso, a ragionare su percorsi formativi innovativi e coraggiosi, coinvolgendo di più le nuove generazioni, anche utilizzando linguaggi e strumenti in grado di toccare le loro sensibilissime corde.

Ricostruzione: tanti gli interventi sulle chiese terremotate

Basta affacciarsi un attimo nelle stanze della Curia vescovile riservate all’Ufficio Tecnico e a quello per i Beni culturali per capire quanto sia alto il livello di attenzione della diocesi di Rieti per le chiese che ricadono nei territori interessati dai quattro forti terremoti degli scorsi mesi. Sulle scrivanie e sugli schermi dei computer sono costantemente aperti disegni, pratiche, rilievi, disegni, progetti. Perché ogni edificio è importante: come bene in sé, ma soprattutto come luogo della comunità, come bene comune. Un discorso che non vale solo per le mura, ma anche per gli arredi, i paramenti, gli oggetti liturgici, i registri, i libri sacri. Cose spesso acquistate dalle parrocchie grazie alla generosità dei fedeli; memorie che si tramandano di generazione in generazione anche come segno di appartenenza.

Ecco allora che la diocesi di Rieti si muove su un doppio binario: da un lato cercando di recuperare e conservare quanto si trova all’interno delle chiese, dall’altro lavorando alla messa in sicurezza degli edifici. Un lavoro svolto a stretto contatto con il Ministero per i Beni Culturali e le amministrazioni comunali, ma anche “sul campo”, ascoltando i suggerimenti, le segnalazioni, le istanze della popolazione.

E mentre gli oggetti vengono stoccati e catalogati nel deposito individuato dalla diocesi allo scopo, attorno alle chiese crescono impalcature, si muovono imprese, si effettuano interventi di messa in sicurezza, nell’attesa di poter avviare la fase del restauro vero e proprio. Come nel caso della chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Configno di Amatrice, sulla quale gli interventi sono quasi conclusi. Situata nel centro dell’abitato della frazione, la chiesa mostra danni e lesioni diffuse in tutto l’edificio, con un parziale crollo all’interno. Di conseguenza è stata disposta un’opera di tirantatura e puntellatura. Un intervento effettuato con un ponteggio collegato opportunamente alla struttura e cerchiato nella parte sommitale con funi d’acciaio. Un lavoro da estendere anche al campanile, che verrà circoscritto con tubi, giunti e fasce in poliestere.

Operazioni al traguardo anche per la chiesa di San Felice a Posta, che ha richiesto una tempestiva messa in sicurezza. L’edificio presentava infatti danni in alcune parti della struttura e soprattutto nella facciata. Durante i sopralluoghi, sono infatti stati rilevati l’incipiente espulsione dei blocchi di pietra del rosone e importanti lesioni nella zona dell’altare laterale di San Felice.
Anche le operazioni sulla chiesa del Santissimo Salvatore a Belmonte sono quasi concluse. I danni all’edificio sono stati evidenziati in alcune parti della struttura, in particolare nelle murature portanti, nel cassettone in copertura della navata della chiesa e nei controsoffitti delle cappelle laterali. Di conseguenza l’intervento disposto dall’Ufficio Tecnico ha visto la realizzazione di un’opera di protezione del soffitto a cassettoni e del controsoffitto della navata laterale. L’intervento nella navata centrale è stato realizzato con strutture a tubi e giunti di sostegno di telai di coronamento, mentre per la protezione della caduta di materiale slegato si poserà una rete in poliestere. Tutte strutture ancorate alla struttura portante dell’edificio.

E mentre i lavori su queste tre chiese vanno verso la consegna, altri progetti, come quello per il santuario di San Giuseppe a Leonessa, sono pronti a partire. Quasi a dire che la ricostruzione per le comunità colpite dal terremoto, in qualche modo, parte proprio dalle chiese.

Rieti città amica della bicicletta, ma non troppo

È riuscita bene come sempre la consueta pedalata primaverile di Bicincittà, la manifestazione Uisp realizzata dall’Informagiovani del Comune di Rieti come momento di promozione di un modello di mobilità sostenibile.

Tanti i reatini hanno inforcato la “due ruote” per attraversare la città sotto il piacevole sole di maggio. Tanti soprattutto i bambini, che ben protetti dal serpentone guidato da un’auto della Polizia Municipale, hanno finalmente potuto pedalare in sicurezza tra le strade di Rieti.

Ma forse sta proprio qui il limite della manifestazione. Perché nel procedere sotto la tutela dei vigili urbani, il ciclista pare quasi una specie protetta. Pur essendo un piacevole momento di condivisione, la sgambata di Bicincittà resta infatti lontana dall’essere una vera festa di liberazione della bicicletta.

L’evento riesce piuttosto come una denuncia dei limiti incontrati dai ciclisti. Tanto, infatti, occorre ancora fare in città affinché la percezione della bicicletta passi dalla dimensione del tempo libero e dello svago a quella dei mezzi di trasporto.

Come intervenire, allora, affinché la manifestazione non sia la celebrazione della sconfitta, ma della vittoria della bici? La questione può sembrare oziosa, ma riguarda tutti, perché la bicicletta, con il suo andamento pacifico, è il simbolo stesso di una città dal ritmo umano e amica dell’ambiente.

Un’idea potrebbe essere quella di moltiplicarne la frequenza: una sola giornata l’anno pare davvero troppo poco come azione promozionale.

E poi, perché fare l’evento la domenica mattina, quando le strade vivono una ridotta intensità di automobili? Se la scommessa da vincere è quella della normalità, iniziative come Bicincittà andrebbero sperimentate nei giorni feriali, con il traffico ordinario.

Se lo scopo è quello di diffondere la cultura delle due ruote, occorre infatti coinvolgere gli automobilisti insieme ai ciclisti. E dopo un po’ di rodaggio, di educazione alla convivenza, ci sarebbe da trovare il coraggio sufficiente a disimpegnare la Municipale dall’iniziativa.

Perché, per riuscire fino in fondo, Bicincittà dovrebbe lavorare alla propria estinzione, sostituendo all’organizzazione verticale la promozione di un movimento più autonomo.

Come accade nelle Critical Mass: un rito che si tiene in tantissime città del mondo l’ultimo venerdì del mese e che vede i ciclisti in massa scendere spontaneamente a percorrere le strade delle loro città.

Un modo per ricordare che le strade non possono soltanto servire a far circolare ed ammassare le automobili, e che anzi occorre puntare l’attenzione su quanto i mezzi a motore contribuiscano a deteriorare la qualità della vita nelle città.

Legalità è futuro e ricostruzione, soprattutto per i giovani. Intervista al generale Pellegrini

Un incontro molto interessante, che segue un appuntamento precedente del 3 marzo: è quello che lo scorso lunedì ha visto il generale dei Carabinieri Angiolo Pellegrini insieme agli studenti del “Celestino Rosatelli” di Rieti per una giornata dedicata al suo libro Noi, gli uomini di Falcone durante il “Maggio dei Libri” promosso dall’istituto.

«Due mesi fa ho raccontato ai ragazzi le ragioni per cui ho scritto questo volume – ci spiega il generale – ho narrato gli episodi importanti, ricordato le vittime della mafia, coloro che immolarono la propria vita per migliorare la nazione. Sono tornato perché i ragazzi hanno espresso il desiderio di vederci ancora, e hanno preparato una bellissima manifestazione in cui hanno percorso tutto il libro con i loro commenti, le loro impressioni. Una cosa positiva, eccezionale, anche perché per tutta la vita rimarrà loro il ricordo di quanto hanno vissuto a scuola. Insieme alla consapevolezza che nelle loro mani è riposto il futuro del Paese».

Cosa ricorda degli anni dell’antimafia?

Tante cose. Ho vissuto per circa vent’anni nei reparti antimafia. Prima in Calabria, poi a Palermo, poi di nuovo in Calabria. Ricordo soprattutto – e mi fa commuovere – gli amici, le persone con cui ho condiviso la giornata. Troppi sono stati uccisi solo per il fatto di fare il proprio dovere. Sono le cose che racconto nel mio libro. Siamo oltre l’ottantesima presentazione e non mi fermerò. È importante che nelle scuole queste cose si sappiano.

C’è anche il tema controverso de rapporto tra la mafia e la religione…

È vero. Se pensa che, quando è stato arrestato Michele Greco, aveva la bibbia sul comodino… Ci fu un mafioso del quale la moglie, quando fu ucciso, disse che era «la mano di Dio», che era la mano armata del Padreterno perché puniva gli infami. Ci sono queste deviazioni che forse servono soltanto a giustificare l’eccessiva crudeltà dei delitti che si commettono e a mitigare in qualche modo il rimorso che penso tutti abbiano.

Siamo in un’area terremotata e guardiamo alla ricostruzione. Una fase che sappiamo essere guardata con interesse dalla criminalità organizzata. Come si fa a difendere la legalità?

Il rimedio sta a monte. Ai ragazzi dico che, compiuti i diciotto anni, non hanno bisogno di andare nelle piazze a protestare o a organizzare rivoluzioni. Hanno una forza, qualcosa di cui non ci si rende conto: la crocetta che si mette nelle cabine elettorali. Va messa per bene. Poi ci vuole tanta attenzione da parte della politica, ci vuole tanta attenzione da parte degli amministratori, ci vuole una grande attenzione da parte delle forze di polizia. Perché dove ci sono i soldi è come se ci fosse lo zuccherino per le organizzazioni criminali.

Lavoro e ricostruzione: fare insieme con la logica del dono

Piaccia o meno, le zone del terremoto sono lo specchio di un po’ tutta la provincia. Nel senso che l’emergenza ha ricondotto i problemi all’essenziale, scoprendo gli alibi e mettendo a tacere le troppe chiacchiere inutili.

Dopo i morti e i crolli, è rimasto sul piatto un territorio ricco di storia e natura, ma fragile, frammentato, disorganizzato, messo in svantaggio da un gigantesco problema di infrastrutture da inventare o completare, e da un panorama lavorativo fortemente affaticato, disorientato, a tratti compromesso.

La ricostruzione di Accumoli e Amatrice passa dalla soluzione di questi problemi: gli stessi, con modi e intensità diversi, del resto della provincia.

La direttrice provinciale della Cna, Enza Bufacchi, in un momento del Primo maggio ad Amatrice

Guardiamo all’ultimo punto: al lavoro. Cosa si può dire sull’argomento senza essere scontati e retorici? Uno spunto ce lo offre Enza Bufacchi, direttrice provinciale della Cna. Durante il “Primo maggio” organizzato ad Amatrice dall’Ufficio diocesano Problemi Sociali e Lavoro, poco prima della messa celebrata dal vescovo, ha suggerito tre parole: Complessità, Insieme e Dono. «Il terremoto – spiegava – ci ha messo davanti a una situazione molto complicata. Ne verremo fuori meglio se riusciremo a riconoscere la complessità, a non tagliarla, a includere tutti i punti di vista, tutte le esigenze, tutti i bisogni». Uno sguardo possibile «solo se ce ne faremo carico insieme», rinunciando «a una scorciatoia, a un punto di vista privilegiato», sia esso quello delle istituzioni o delle associazioni. «Solo se riusciremo a condividere i pensieri, le analisi, le soluzioni forse faremo le cose al meglio». E qui si inserisce la prospettiva del «Dono»: non tanto per esortare la continuità dello sforzo solidale visto finora, ma perché «quando doniamo, dobbiamo tener conto innanzitutto delle esigenze di chi riceve il dono, interrogarci se le cose che doniamo sono veramente utili o se invece tengono solo conto del punto di vista di chi dona».

Un approccio che tornerebbe utile anche per definire meglio alcuni punti legati al decreto legge 50/2017, che ha istituito nei Comuni del cratere, 15 nella nostra provincia, una Zona Franca Urbana, cioè un territorio delimitato nel quale sia le imprese che hanno avuto nel 2016 una diminuzione del fatturato del 25% rispetto alla media dei tre anni precedenti, sia le imprese nate dopo l’emissione del decreto e fino al 31 dicembre 2017, sono per due anni esentate dal pagamento delle imposte e esonerate dal versamento dei contributi previdenziali.

L’idea è buona, ma proprio Enza Bufacchi solleva alcune criticità. «Il provvedimento – ci spiega – risponde all’esigenza di incentivare le iniziative imprenditoriali nelle zone colpite dal terremoto ed è stato giustamente invocato da più parti per far fronte all’emergenza economica. Pone però alcuni problemi che in sede di conversione del decreto devono trovare soluzione».

Di cosa si tratta?

Il più urgente dei problemi è quello sollevato dalle aziende che nei mesi successivi al terremoto, anche grazie all’impegno degli imprenditori, delle imprenditrici e dei loro dipendenti, sono riusciti a limitare le perdite di fatturato e dunque non potranno beneficiare delle esenzioni di imposte e contributi previste nella Zona Franca Urbana. Dopo tanti sforzi, queste aziende si troveranno in una condizione di oggettivo svantaggio. Un handicap irrecuperabile perché consentirà ad alcune delle aziende esistenti e a tutte le nuove di praticare prezzi che, non dovendo tener conto di costi rilevanti perché esentati, saranno molto al di sotto dei prezzi di mercato.

Il provvedimento dovrebbe essere esteso a tutti gli operatori per evitare un’involontaria concorrenza sleale all’interno di uno stesso territorio?

Potrebbe essere una soluzione, ma non è la sola disparità da affrontare, perché il decreto pone questioni anche per quanto riguarda i contributi pensionistici. Ne viene sospeso il pagamento, ma senza che a questo corrispondano “contributi figurativi”. Al momento di andare in pensione, i dipendenti si ritroveranno privi di due anni di versamenti, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare. Uno svantaggio che oggi potrebbe spingere molti lavoratori ad abbandonare le imprese che il decreto intende aiutare per cercare di essere assunti in ditte concorrenti tenute a versare loro il dovuto.

Sembra che le misure pensate per favorire la rinascita contribuiscano, in modo assolutamente paradossale, ad appensantire l’imprenditoria che al terremoto ha resistito con le proprie forze e ad allontanare i lavoratori rimasti legati alla propria terra…

È così: non stiamo mettendo in discussione il provvedimento, ma è necessario richiamare l’attenzione su queste contraddizioni per ricercare insieme, soggetti istituzionali e associativi, soluzioni che consentano di agevolare l’impresa e il lavoro senza produrre però ulteriori danni e andando a risolvere altri problemi che il decreto lascia irrisolti. Perché, senza impresa e lavoro, è impossibile parlare di ricostruzione.

I bambini di Bergamo scoprono il terremoto di Amatrice dalle “Gocce di memoria” di Sabrina Vecchi

Dai bambini di una scuola elementare di Bergamo un percorso di solidarietà per i coetanei del paese terremotato di Amatrice

Ufficialmente è intitolata a Caterina Cittadini la scuola elementare di Ponte San Pietro a Bergamo, ma per tutti è la “Casa gialla”. Una scuola cattolica, diretta da suor Fiorangela, che nella giornata del 6 maggio ha voluto costruire un ponte con i territori della diocesi di Rieti più duramente colpiti dal terremoto.

Uno scorcio della mostra realizzata dai bambini a Bergamo per solidarietà verso i coetanei di Amatrice colpiti dal terremoto.

L’istituto ha infatti promosso una iniziativa formativa e solidale a sostegno dei progetti di rinascita scolastica ed educativa nelle zone di Amatrice. Una situazione che alunni, insegnanti e genitori della scuola elementare hanno voluto conoscere meglio anche attraverso la lettura dalle tracce biografiche dei caduti nelle scosse del 24 agosto, pubblicate dalla Chiesa di Rieti con il titolo “Gocce di memoria”.

Il libro è stato presentato dalla viva voce dell’autrice, Sabrina Vecchi, che raggiunto il bergamasco ha introdotto con tatto e simpatia i bambini a un tema non facile, anche grazie all’aiuto di alcuni contributi video. Sono infatti passate sullo schermo le immagini del saluto del vescovo durante la presentazione del libro a Torrita, il filmato del salvataggio della piccola Giulia dalle macerie nelle ore immediatamente successive al sisma, e uno spezzone partita del cuore, con il vescovo in campo a simboleggiare la voglia di andare avanti e di partecipare alla ricostruzione.

Coordinati dagli insegnanti e supportati dal prezioso aiuto dei gruppi di genitori, i piccoli non sono stati avari di domande, e non solo durante la presentazione vera e propria, ma anche durante la visita di Sabrina Vecchi alla galleria d’arte allestita dagli alunni all’interno della scuola, con tanto di sinossi delle proprie opere pittoriche, messe sul mercato per solidarietà.

Il denaro raccolto dagli alunni dalla “Casa gialla” di Bergamo grazie alla vendita dei quadri, infatti, sarà presto consegnato da una delegazione di bambini e genitori ai “colleghi” della scuola elementare di Amatrice.

Primo maggio ad Amatrice, il vescovo: «Il lavoro è al di là dei nostri interessi particolari»

È stato il contesto prezioso dei Monti della Laga a fare da sfondo alla messa celebrata in occasione della festa del lavoro ad Amatrice dal vescovo Domenico. «Una bella giornata» che ha visto partecipare una completa rappresentanza delle diverse categorie economiche insieme al mondo delle istituzioni

«Non si raccoglie la noce con un dito solo: ci vogliono tutte le dita della mano». È con la semplicità di un proverbio africano che don Valerio Shango ha offerto la chiave di lettura della festa del Primo maggio organizzata dall’Ufficio Problemi Sociali e Lavoro della diocesi di Rieti ad Amatrice.

All’evento sono stati infatti invitati a partecipare non solo i sindacati, ma anche le organizzazioni datoriali, gli artigiani, gli agricoltori, il mondo del commercio. Una partecipazione allargata rispetto ai canoni della festa del Lavoro, voluta per sottolineare la trasversalità del tema e per ribadire il bisogno di una convergenza, di uno sforzo unitario. Perché, soprattutto di questi tempi, va riscoperto il campo del «bene comune», un’espressione che di fronte alle macerie e i morti di Amatrice e Accumoli perde ogni enfasi retorica per lasciare scoperta la sua cruda sostanza, il suo essere la dimensione ineliminabile di una società che va avanti.

Non a caso, la necessaria «ricostruzione» dei paesi terremotati è stata assunta da tutti i presenti come una metafora da estendere all’intera provincia. Non ci sono solo le macerie di Accumoli e Amatrice, o le strutture lesionate di Cittareale, Borbona, Leonessa. Lo sguardo è allargato a un territorio che – ha detto il presidente Ascom Leonardo Tosti – viaggia a due velocità. Da un lato c’è la Sabina romana, che pare aver trovato una sua strada per lo sviluppo; dall’altro ci sono le aree interne, capoluogo compreso, che risultano sempre più depresse, isolate, spopolate. Ma il disagio – ha ammesso il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi – riguarda buona parte dei paesi dell’appennino e ha a che fare con trent’anni di abbandono da parte dello Stato.

Una dimenticanza che si legge nelle infrastrutture carenti o incomplete, un tema che ha visto Cgil, Cisl e Uil tornare a battere il tamburo, riprendendo il discorso dal documento elaborato e sottoscritto insieme al vescovo Domenico e da lui consegnato al Capo dello Stato.

Se è la carenza di strade, ferrovie e reti di servizi che impedisce l’arrivo di imprenditori e investimenti, che soffoca lo sviluppo delle iniziative locali, hanno detto Walter Filippi della Cgil, Paolo Bianchetti della Cisl,  e Alberto Paolucci della Uil, la «ricostruzione» deve necessariamente includere consistenti interventi in questa direzione. E su questo punto il sindaco di Amatrice ha invitato una sorta di «Patto», da stringere tra tutte le forze in campo, che sarebbe ben completato dall’estensione a cinque anni dell’esenzione fiscale concessa alle imprese attive nel cratere sismico.

«Soltanto quando è l’insieme che cresce, e non il singolo, si riesce ad essere tutti quanti realmente fecondi». Sono state le parole il vescovo Domenico, durante la messa, a mettere definitivamente a fuoco la questione. Guardando ai discorsi fatti da sindacati e forze sociali, al «Patto» evocato da Pirozzi, mons Pompili ha ricordato che lo sviluppo è possibile soltanto se «abbiamo in comune qualcosa che vada al di là dei nostri interessi particolari». Solo nel raggiungimento di un obiettivo più generale è possibile trovare spazio alla propria soddisfazione. Una tesi, questa del vescovo, implicitamente opposta a quella di chi pensa all’interesse generale come somma degli interessi particolari e l’interesse pubblico come somma degli interessi privati. Lasciare che ognuno si faccia strada da sé, infatti, esaspera la competizione e crea insicurezza sociale.

Quanto alle infrastrutture, don Domenico ha ripreso il discorso dall’etimologia della parola, ricordando che “Infra” sta ad indicare ciò che sta sotto e, in un certo senso, “prima”. Una sollecitazione ricca anche dal punto di vista spirituale, che risuona come un invito a guardare a ciò che “non si vede” eppure ci sostiene. Calata nel concreto della ricostruzione l’idea spinge a poggiare ogni sforzo su fondamenta solide. Senza infrastrutture moderne, infatti, «diverrà inutile parlare di sviluppo per queste terre ora in ginocchio». E il risultato si può conseguire a patto di essere uniti, di fare massa critica, e di allontanare ogni possibile disincanto o minaccia di rassegnazione.

«Bisogna ritrovare uno sguardo d’insieme perché diversamente non ce ne sarà per nessuno», ha ammonito il vescovo, che tornando sul tema del lavoro non ha mancato di cogliere dal Vangelo «un elemento non trascurabile dell’identità di Gesù, che viene identificato, non senza una punta di disprezzo, come “il figlio del falegname”». Oltre a rimandare a Giuseppe, ha sottolineato don Domenico, il testo di Matteo «fa scoprire l’esperienza di lavoro manuale che per trent’anni il Maestro ha vissuto, non come una iattura , ma come la possibilità di diventare veramente umano, cioè creativo». In un Primo maggio che a molti è sembrato la festa del “lavoro che non c’è”, la Parola sembrava proprio ricordare quanto il lavoro ci sia necessario per diventare uomini. Un discorso vero «innanzitutto per i giovani, che senza lavoro sono costretti a rimanere in famiglia, o ad andarsene all’estero».

Ma se il lavoro oggi manca, ha azzardato mons Pompili, è anche a causa della «tendenza è a far soldi più che a produrre ricchezza». Bisogna allora «ritrovare il gusto e la bellezza del fare che ci restituiscono alla nostra identità di con-creatori. L’uomo ha bisogno di sporcarsi le mani con serietà, responsabilità e sacrificio. Senza il lavoro non c’è l’uomo. Ma è vero anche il contrario: senza l’uomo il lavoro non si crea».

Nel cappuccio di Francesco 800 anni di fede: intensa celebrazione a Corvaro

È stata gioiosa e vivace la festa per il Cappuccio di san Francesco, celebrata nella seconda domenica di Pasqua dal vicario del Cicolano

C’era anche il ministro provinciale dei Cappuccini, padre Gianfranco Palmisani, ad affiancare don Francesco Salvi nella celebrazione della seconda domenica di Pasqua a Corvaro. Ma soprattutto c’era la gioiosa presenza di fedeli e religiosi da tutto il Cicolano, perché nel movimentato paese al confine con l’Abruzzo, la ricorrenza coincide con la festa del Cappuccio di san Francesco, che anima l’abitato con una sentita processione conclusa dalla messa.

La preziosa reliquia, baciata al passaggio da uomini, donne e bambini, viene infatti portata tra le strade del paese per ricordare il passaggio da quelle parti del Poverello. La processione passa anche in mezzo al mercato e si ferma sulla piazza attigua alla chiesa di San Francesco per lo spettacolo pirotecnico. La preghiera viene intervallata dal canto “Son terziario francescano”, di antica memoria, che attesta la grande tradizione francescana di Corvaro e del Cicolano. Al punto che, pur non attestata da documenti scritti, l’autenticità della devozione per la reliquia del cappuccio è certificata dalla durata, visto che l’evento si ripete senza interruzioni da ottocento anni.

Una chiave di lettura offerta dallo stesso padre Gianfranco, che, presiedendo l’Eucaristia, ha ricordato l’abitudine che san Francesco aveva di donare qualcosa di suo alle comunità nel suo attraversare il centro Italia, aggiungendo che nella Chiesa la tradizione ha il valore di un documento fondamentale.

«Il cappuccio qui esposto – ha sottolineato il frate – è segno della profonda stima che il santo ha riconosciuto ai vostri antenati. Una stima e un’amicizia che arriva fino a voi, che avete la fortuna di perpetuare questa tradizione». Ma ancora più bella, ha aggiunto frate Gianfranco, è la scelta di celebrare questa ricorrenza nel giorno dell’ottava di Pasqua, perché «è un tempo bellissimo, fondamentale della nostra fede. La Pasqua è il centro della nostra fede. È un evento misterioso, ma anche carico di amore, perché Cristo ha vinto la morte per la nostra salvezza. Questo è il messaggio centrale della vita cristiana».

Contenuti verso cui san Francesco è una guida sicura, con la sua capacità di saper vedere la bellezza del mondo al netto del peccato, quasi «con l’occhio di Dio». Padre Gianfranco ha infatti spiegato che l’avversione del santo per il peccato deriva dal suo impedire all’uomo di «vivere in pienezza, gustare l’amore di Dio e incontrare l’amore di Dio per ciascuno di noi».

L’indicazione che allora si può trarre dal dono del cappuccio da parte di Francesco, dal suo aver chiamato tutti alla fraternità, è un invito a partecipare alla creazione, a lavorare per un mondo più vero, più bello, più pacifico, più sano.

Dal Cicolano: un segno di presenza atteso con gioia

Tra i segni della sollecitudine e della carità pastorale del sacerdote ci sono le benedizioni nelle case in Quaresima e nel tempo di Pasqua: una preziosa occasione annuale di evangelizzazione e di conoscenza personale di tutti i parrocchiani e delle loro famiglie

Le benedizioni pasquali sono un’occasione preziosa per i sacerdoti e i fedeli. Grazie ad esse, infatti, i pastori possono avvicinare tutte le famiglie. La visita annuale del parroco è un impulso a rinsaldare i legami con la parrocchia e a riflettere sul percorso comunitario. In molti contesti, questa opera pastorale riesce più difficile, perché modalità e ritmi del lavoro costringono alla mobilità svuotando o quasi, durante il giorno, interi quartieri. Non mancano però realtà in cui la visita del sacerdote è attesa come un piccolo evento. E, proprio grazie al momento di vita spirituale vissuto fra le mura domestiche, i pastori riescono a individuare le difficoltà e le sfide che la parrocchia è chiamata ad affrontare.

Accade, ad esempio, a Corvaro, dove il nuovo parroco, don Francesco Salvi, ha raccolto volentieri la consuetudine avviata dal suo predecessore, che ancora lo affianca nel servizio. Don Daniele Muzi è infatti riuscito negli anni a mantenere il sapore di quella che un tempo era la benedizione del Sabato santo, durante il quale il prete entrava nelle abitazioni portando con sé l’acqua benedetta la mattina. Un uso che si legge ancora in alcuni segni di accoglienza nelle case, come la tovaglia bianca sulla tavola, completata dalla candela accesa e dalla croce.

Ma a Corvaro il rito non si limita alla benedizione, perché si accompagna alle confessioni e alla scelta di una casa in cui celebrare la messa. La liturgia vede la partecipazione di tutti gli abitanti del quartiere e si conclude con la benedizione delle famiglie in ciascuna abitazione.

«Si va di quartiere in quartiere – ci spiega don Francesco – ed è un momento molto intenso, che la gente aspetta con cura e coinvolgimento. Oggi sono venuti con me una quindicina di ragazzi, dell’eta della scuola media. Mi hanno accompagnato con grande gioia, una casa dopo l’altra».

Si procede dunque senza fretta, cercando di gustare il momento di preghiera e comunione.

Anche perché don Francesco, che ha preso servizio a Corvaro tre mesi fa, non ha certo atteso il tempo della Quaresima per entrare in rapporto diretto con i membri della comunità. «Dal giorno
del mio ingresso in parrocchia sono sono sempre stato presente – ci racconta – e ho avuto diverse occasioni per frequentare le case dei miei parrocchiani».

Un andare verso le persone, invece di attenderle in chiesa, che segue le indicazioni di papa Francesco, riuscendo particolarmente prezioso in un luogo che “di frontiera” lo è in tanti modi. E questo essere in movimento ha trovato un’immediata risposta nel sentimento di affetto e amicizia dei parrocchiani verso lo stesso sacerdote: «Anche la gente mi viene a trovare – conclude con Francesco – se capiscono che sono in casa, bussano. È bello, non ci si sente mai soli!».

A sei mesi dal sisma: una casa per ricominciare

Il 24 febbraio si contano sei mesi dalla prima tragica scossa di terremoto dello scorso agosto. Un periodo lungo, durante il quale la Chiesa non ha mai mancato di accompagnare e sostenere la popolazione, portando ascolto e consolazione, ma anche aiuti materiali grazie ai sacerdoti e ai laici impegnati

«Fino all’altro giorno, quando ancora non avevo il container, siamo stati dentro la roulotte». Quella di Antonio e Giovanna è una delle famiglie colpite dal terremoto che grazie alla Chiesa hanno trovato una prima soluzione al problema abitativo. Hanno infatti ricevuto uno dei container messi a disposizione dalla Caritas italiana in collaborazione con la diocesi di Rieti, installata nella frazione amatriciana di Casali di Sotto. «Sono ambienti piccoli, ma noi ci troviamo benissimo. Rispetto alla roulotte c’è la differenza tra la notte e il giorno. Dopo sei mesi è una rinascita. Il bagno è comodissimo, c’è la doccia e l’acqua calda. Abbiamo tutto qui», spiega il signor Antonio.

Ad ascoltarlo si fa avanti un paradosso: il terremoto che rimette in ordine le cose, perché rovesciando tutto rifonda anche la scala dei valori, elencando i bisogni secondo la scala della necessità. «Dalla Caritas è arrivato un aiuto veramente grande – aggiunge la signora Giovanna – ha realizzato per noi un mini appartamento. Per me è stata una luce che si è accesa». In fondo è stato questo il compito della Chiesa sui luoghi del terremoto nei sei mesi che ci separano dalla prima scossa del 24 agosto scorso: portare un po’ di luce e di speranza, essere i primi a muovere le macerie, a partire da quelle interiori.

Per questo si è puntato a tenere unita la popolazione, a rinsaldare e fare coraggio. Non a caso, insieme alle case per chi l’ha persa, la Caritas ha tirato su le Case della Comunità: spazi polifunzionali, in cui la vita può riprendere a poco a poco la sua normalità. Come nel caso del centro Sant’Agostino ad Amatrice, inaugurato a tre mesi esatti dal sisma: una struttura prefabbricata dove si celebra la messa, ma che all’occorrenza ospita anche il parrucchiere e l’estetista. L’idea è quella di coltivare la bellezza dei rapporti umani: cos’è del resto la Chiesa se non l’esistenza quotidiana di una comunità illuminata dalla presenza di un tabernacolo?

E siccome la vita prosegue solo con il lavoro, la Caritas e la diocesi non hanno trascurato le imprese e chi le manda avanti. Soprattutto quelle legate al settore agricolo e dell’allevamento. E se dove è venuta giù la casa sono arrivati i container, dove sono crollate le stalle e le rimesse degli attrezzi, dei mezzi meccanici e dei mangimi, Caritas ha portato strutture di emergenza, per evitare l’arresto della produzione, per dire da subito che anche dopo il sisma c’è futuro. In tante situazioni la Chiesa è intervenuta sin dall’inizio, senza sprecare tempo, rispondendo con urgenza all’emergenza prima di lasciare spazio alla fase della progettazione. Quest’ultima si è poi fatta avanti grazie alla presenza costante del vescovo, dei sacerdoti e dei religiosi, degli operatori Caritas. Perché la Chiesa è stata un punto di riferimento sin dai primi giorni per la popolazione messa di fronte alla tragedia del terremoto, e resta in ascolto delle tante esigenze: quelle dei cuori e quelle materiali.

A sei mesi dal sisma: nostalgia di casa e servizio. La presenza delle Ancelle del Signore

Due Ancelle del Signore scampate al terremoto affiancano don Savino D’Amelio nella gestione del Centro di Comunità Sant’Agostino, condividendo con i compaesani di Amatrice le speranze della ricostruzione

«Bisognava fare più in fretta. Completare i centri abitativi è urgente. La gente vuole ritornare. Non vede l’ora che gli diano la casetta per ritornare». A quasi sei mesi dal terremoto che ha sconvolto il centro Italia, suor Maria è tornata a stare ad Amatrice. Il sisma le ha portato via tre consorelle e il convento. Oggi abita insieme a suor Giuseppina, anche lei scampata miracolosamente ai crolli, in un modulo abitativo: quello realizzato dalla Caritas di lato al Centro di Comunità Sant’Agostino.

«Io sono arrivata nella comunità di Amatrice il 5 settembre 1965», ci dice sorridendo suor Maria, e ci confessa che dietro la vocazione c’è una bocciatura a scuola: «In seconda media: mamma mi disse che se non mi piaceva studiare dovevo lavorare. Mia cugina propose alle suore del mio paese, in provincia di Potenza, di farmi fare qualcosa. E io dopo un anno ho sentito la vocazione e non me ne sono più andata».

E anche se portano ancora addosso i segni del disastro, queste Ancelle del Signore sono presenze preziose, perché insieme ai sacerdoti conoscono la gente e in qualche modo fanno da punto di riferimento, animando la comunità e aiutando l’attività quotidiana della Caritas. Un esercizio di cura che è insieme presenza vigile e attesa del miglioramento: «L’altro giorno è tornata una signora con il figlio: voleva vedere se riusciva a recuperare qualcosa da casa. Dopo il terremoto è stata a Roma da una figlia, poi a Ascoli, ma è un disagio. Avere una casa propria, pure se prefabbricata, per un anziano è importante. Vuol dire disporre di una certa autonomia, di proprie abitudini».

Suor Maria e suor Giuseppina, pure se al riparo nel modulo prefabbricato, soffrono la stessa nostalgia di casa: «Il nostro convento era proprio bello. Negli ultimi tempi il Comune aveva illuminato gli archi: era la prima cosa che si vedeva salendo ad Amatrice. E quante belle giornate abbiamo passato. Un mese prima del terremoto, all’inizio di luglio, avevamo ospitato il camposcuola guidato da don Lorenzo Blasetti. Il terremoto ad Amatrice c’è da sempre, ma non avremmo mai pensato potesse arrivare a questo».

Oggi quella casa non c’è più: è rovinata a terra trascinando con sé le vite di suor Cecilia, suor Anna e suor Agata, sepolte sotto le macerie delle mura sbriciolate, insieme a quattro ospiti. Suor Maria e suor Giuseppina sono state estratte vive e oggi aspettano la ricostruzione, quasi come in un debito di gratitudine, da vivere con le finestre rivolte al complesso dell’Opera per il Mezzogiorno d’Italia, un luogo simbolo per il paese, dove padre Minozzi – nativo di Preta, una delle piccole frazioni di Amatrice – raccolse il testamento di tanti genitori morti al fronte durante la prima guerra mondiale: dare un futuro ai bambini rimasti orfani a causa del conflitto. In modo tanto drammatico quanto inaspettato sembra che il terremoto abbia ricondotto le suore verso i tratti originari della vocazione di don Giovanni Minozzi: anche oggi sono circondate da ragazzi e ragazzini, e gli orfani non mancano.

A sei mesi dal sisma: voci dal “convento di plastica”

Un ascolto che non dà risposte o soluzioni che non ci sono, ma offre ai singoli la speranza di non dover uscire dall’esperienza del terremoto da soli. È un po’ questa la missione dei Frati minori che si alternano nel “convento di plastica” di Santa Giusta per tenere vivo il filo della cura pastorale nelle frazioni colpite dal sisma

Sono tanti i modi in cui la Chiesa si è fatta vicina alle persone colpite dal terremoto: dal punto di vista materiale, ma ovviamente anche dal punto di vista spirituale. È quello che, ad esempio, fanno i Frati minori dalla loro base a Santa Giusta. Una piccola comunità francescana, ospitata in un container messo a disposizione dalla Caritas, che dallo scorso novembre ha avuto dal vescovo Domenico l’incarico di stare con la gente per portare loro un piccolo lume di speranza. Tre o quattro frati in tutto, che ogni mattina escono dal loro “convento di plastica” per recarsi nelle trenta frazioni a loro affidate per svolgere il proprio servizio.

«Le persone ci accolgono, aprono le porte e parlano con noi», spiega fra Massimo, che della comunità è un po’ la guida: «Spesso il nostro ministero è tutto nell’ascolto, nel senso letterale del termine». Il dato è confermato da fra Simone: «Il bisogno delle persone è principalmente quello di raccontarsi, di raccontare l’evento. Magari cento volte la stessa storia».

Pur nelle difficoltà del terremoto e con l’aggravio dell’inverno, quella dei frati minori ad Amatrice è dunque un’esperienza molto semplice, fatta di preghiera, condivisione, lavoro con la gente. Anche dal punto di vista pastorale, per le poche famiglie disperse per le frazioni è tutto da ricostruire.

«La giornata è molto semplice», racconta fra Giambattista, che a Santa Giusta è arrivato il 4 di febbraio: «Alla mattina, dopo la preghiera delle Lodi, alcuni di noi si incontrano con gli operatori della Caritas alla tenda centrale di Amatrice, dedicando il proprio tempo all’ascolto e alla consolazione delle persone, ma anche distribuendo i viveri arrivati in grandi quantità da tutta Italia. Altri invece partono per trovare le famiglie disperse per le frazioni, per capire e sondare i molteplici problemi che tuttora vivono, a distanza di mesi, dopo il terremoto».

Perché a sei mesi dal terremoto c’è gente che vive ancora in roulotte, nonostante l’inverno a mille metri. Di conseguenza, andare per famiglie è fondamentale, anche solo per capire i bisogni (cibo e vestiti, ma container, stufe, lavatrici). Spesso piccole cose, ma che aiutano ad affrontare l’inverno più serenamente. «Ma il nostro sostegno è anche molto pratico – aggiunge fra Giambattista – si cerca di dare una mano anche agli agricoltori e agli allevatori, che hanno perso le vacche o le pecore perché morte sotto il crollo delle stalle, oppure perché uccise dal freddo e dalla grande nevicata del 18 gennaio».

E i frati non si sono tirati indietro neppure quando si è trattato di dare una mano a sistemare e a smistare le grandi quantità di derrate alimentari che continuano ad arrivare e devono raggiungere le mense distribuite nei vari paesi. Compresa quella vicina a Santa Giusta, dove i francescani condividono il pasto con la popolazione, cercando di spronare le persone a non mollare nonostante la sfiducia sia veramente grande.

Il tutto senza mai smettere di rivolgersi al Signore: ogni giorno si celebra la messa nei container di alcune frazioni oppure nel “convento di plastica”: «Alla sera con le poche persone di Santa Giusta si celebra l’Eucarestia, ringraziando il Signore per i tanti doni ricevuti nonostante tutto», prosegue fra Giambattista. «Ancora oggi c’è gente arrabbiata (e ci sta!), persone che non si danno pace perché in pochi minuti si sono visti crollare la fatica e i sacrifici di anni di lavoro e di sudore. In tanti hanno perso in un colpo solo familiari e amici: oggi vivono alla giornata, senza grande fiducia».

Questa è la gente affidata alle cure pastorali dei frati: «Gente buona, che a volte si fa scrupoli a ricevere un po’ di latte, olio, pasta, detersivi, perché abituata a donare sempre quello che ha, ma anche gente che ha paura di rimanere senza niente e allora, in tutti i modi, cerca di accumulare cose che forse non userà mai. Persone felici e contente quando la si va a trovare nei container, che ti offrono una tazzina di caffè per farti sentire a casa loro e gente che, con tante lacrime, apre il proprio cuore e condivide l’amarezza che si porta dentro. Gente buona, semplice e accogliente, che ha solo il desiderio di vedere religiosi che stiano con loro, accompagnandoli così a riprendere in mano i fili delle proprie vite spezzate».

Il Papa fa la spesa per “i suoi” poveri ad Accumoli e Amatrice

La prima volta ad Amatrice di mons Konrad Krajewski risale allo scorso 30 agosto, quando Papa Francesco lo ha voluto al fianco del vescovo Domenico alla celebrazione del funerale delle vittime del terremoto.

E quel primo, tragico, contatto ha portato ad altri significativi momenti di solidarietà: tanto belli quanto inaspettati. Perché l’arcivescovo elemosiniere pontificio è tornato nel cuore del disastro, ma alla ricerca delle tipicità alimentari del luogo. Il Santo Padre, infatti, questa volta lo ha mandato a “fare la spesa” per rifornire le “sue” mense dei poveri.

E allora mons Krajewski, nuovamente accompagnato dal vescovo Domenico e dagli operatori della Caritas diocesana, il 20 febbraio si è recato a Pinaco, nell’Azienda Agricola di Antonio Aureli, al bivio di Santa Giusta da “Casale Nibbi”, e nello stabilimento del salumificio Sano di Accumoli, per rifornirsi di pasta, formaggi, vino, guanciale e prosciutto. Anche se poi “la spesa”, di fatto, è rimasta sullo sfondo, riuscendo come un pretesto per stare vicino alle persone, per parlare con chi sta affrontando i momenti più duri, per instaurare un rapporto di vicinanza con il tessuto economico compromesso dal sisma.

«Al momento non possiamo più produrre formaggi di alcun tipo, perché il caseificio è inagibile e la delocalizzazione va a rilento a causa della burocrazia – ci spiega Maria Grazia Nibi di “Casale Nibbi” – mentre il latte biologico siamo costretti a svenderlo a 0.35 centesimi al litro». Senza contare che l’azienda ha perso i suoi tre dipendenti: «Sono scappati via e di nuovi non ne vogliono venire, perché non ci sono case sicure dove possono dormire».

Un timore condiviso anche dai proprietari dell’azienda familiare, giunta alla quinta generazione, che però ad andar via non ci pensano nemmeno, anche se vorrebbere «mettere una casetta in legno nonostante la nostra casa sia agibile, per prevenire un’altra catastrofe», e si domandano quando potranno finalmente «sistemare le cose come sarebbe ideale per il futuro dell’azienda, e non semplicemente “com’era e dov’era”».

Il punto è che tanti interventi sarebbero già possibili ricorrendo ai contributi del Psr, previsti da prima del terremoto, insieme a quelli della ricostruzione, ma la macchina istituzionale sembra lenta, quasi inceppata.

Tante difficoltà, che però non tolgono la gioia di vivere, la voglia di farcela e il desiderio di un futuro tra le montagne di Amatrice: «Don Domenico mi ha promesso che mi sposa lui – ci dice scherzando Maria Grazia – e l’arcivescovo era così colpito dal mio taglio di capelli che gli ho promesso di farglielo uguale, se il Papa non obietta!».

Dialogo con l’eremita: una semplicità conquistata a fatica

La ricerca del nascondimento come scelta religiosa è la chiave per comprendere la scelta di fra Stefano. La sua vita solitaria, unica nella nostra diocesi, è la preziosa testimonianza di un’alternativa sempre possibile

«Non è una situazione facilissima. Le considerazioni da fare sarebbero tante». Il terremoto è arrivato a inquietare anche fra Stefano, l’unico eremita della nostra diocesi. Il suo eremo, in linea d’aria, dista pochi chilometri dall’epicentro delle ultime scosse intense. «Rimane la paura – ci dice – ma ci sono anche dei motivi di conforto, pure se è difficile parlarne. Bisogna vedere le cose dal punto di vista della fede. Sono cose delicatissime, ma bisogna sforzarsi di vedere l’intervento dall’alto. Anche se le domande rimangono. Non si può certo parlare di punizione divina: ad Amatrice sono morti degli innocenti. Al tempo stesso fatti come questi vanno visti come un ammonimento alla conversione, ad alzare gli occhi al cielo, a non confidare soltanto nelle cose materiali, nelle sicurezze umane».

È la chiave dell’esperienza eremitica questo affidarsi a Dio?
Posso dire in tutta onestà, insieme al profeta Geremia: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo. Benedetto l’uomo che confida nel Signore». Tutta la mia vita è stata un affidarmi a Dio. Di fronte ai rischi e ai problemi che ho avuto, non ho contato sulle sicurezze umane, non ne ho e forse non le ho mai cercate.

Come è nata la tua vocazione?
Ho avvertito la vocazione religiosa a 27 anni. Dopo un anno di riflessione sono entrato in un monastero benedettino. Lì, nel corso di due anni, ho maturato il desiderio della vita solitaria. L’ispirazione è stata quelle di sperimentare la forma originaria del monachesimo: il deserto di sant’Antonio abate. Così è cominciata la mia avventura. Ho quasi 50 anni: sono eremita da 20.

Un lungo percorso di vita e di fede…
È stato un cammino molto complicato. Ci sono le fatiche proprie della vita solitaria: quelle del deserto, della vita spirituale. E a queste si aggiungono tutta una serie di difficoltà ulteriori, legate alla particolare situazione attuale. Quella degli eremiti è una tradizione, non invento nulla. Ma questa tradizione con il tempo si è persa. Nei primi secoli era una scelta significativa anche nei numeri, oggi no. La tradizione si realizza con l’esperienza che si trasmette alla generazione successiva. Questo patrimonio comune oggi è assente. E allora si va a sbattere contro la totale incomprensione, che poi è la madre delle diffidenze e delle ostilità. La mia è stata una duplice difficoltà, che ho dovuto affrontare con pazienza e umiltà. La strada non è in discesa.

Il punto è che è un’esperienza in controtendenza, fuori della logica dei tempi e dell’ordinario.
È vero, ma sono convinto della perenne attualità dei valori del monachesimo: dal punto di vista sostanziale, per la vita spirituale, come chiave di ricerca interiore, ma anche negli aspetti esteriori. La vita di povertà e l’austerità sono valori eterni, ma oggi particolarmente necessari. Perché il mondo è andato da tutt’altra parte e in tanti oggi sentono di essere finiti fuori strada. Si avverte il bisogno di un ritorno alla semplicità, di una vita più autentica e più sana.

In questo senso la tua è una testimonianza: è dire che vivere altrimenti è possibile. Com’è la tua vita quotidiana?
Vivo secondo la regola benedettina, che cerco di seguire con stretta osservanza. È una vita di preghiera e lavoro. Svolgo una piccola attività artigianale, che mi ha consentito di essere povero, ma autosufficiente. Intaglio tavole di legno con frasi della Bibbia. Poi mi è di aiuto lo studio. In questi anni ho dovuto e potuto leggere tanto. Le difficoltà mi hanno costretto a scavare, a cercare. Ma ho anche molto tempo da impiegare e pochissime distrazioni.

Si direbbe che hai scoperto la profondità della vita nelle cose semplici.
Diventare semplici è la cosa più difficile. Dico innanzitutto dal punto di vista spirituale. È faticoso separare il cuore da tutti gli attaccamenti, da tutti i sedimenti, dagli inquinamenti che subiamo nel corso della vita. Si parte da questa complicazione del cuore umano per andare alla ricerca della purezza e della trasparenza. La semplicità è l’approdo: non è il dato di partenza, ma il punto di arrivo.

Vita religiosa: la preghiera è la «bomba atomica»

Lo scorso 4 febbraio Rieti ha festeggiato i 550 anni dalla nascita della beata Colomba con una solenne celebrazione eucaristica in Cattedrale. L’occasione è parsa propizia per incontrare la preziosa realtà delle monache del convento di Sant’Agnese, che sorge proprio sulla casa della terziaria domenicana.

«Siamo nove monache e una postulante». Così ci dice suor Maria Valentina Rizzo, lasciandoci affacciare brevemente sul chiostro e sugli ambienti antichi del monastero di Sant’Agnese: «La beata Colomba è stata una grande santa, e non lo dico perché siamo in casa sua. Speriamo che il Signore faccia crescere la nostra comunità e ci mandi qualche vocazione in più: sono fiaccole per la città». Un desiderio di continuità che nel cuore della madre domenicana si allarga a tutte le realtà monastiche presenti a Rieti: «Mi spiace che il monastero di Santa Chiara sia stato colpito dal terremoto e debba restare chiuso. So che ci vorrà del tempo per mettere le cose a posto: le monache ne soffrono, sono ospiti della loro comunità francescana, ma non è mai come essere a casa, nel proprio monastero».

Lo sa che in tanti si domandano cosa facciate dietro le spesse mura e le grate?
La nostra giornata è scandita dalla preghiera e dal lavoro. Il tempo è pieno: dalla mattina alla sera c’è sempre tanto movimento, ognuna secondo i suoi talenti. Lo sa che produciamo le ostie per tutta la diocesi?

Quando è nata la sua vocazione?
Avevo tre anni, e quando mi chiedevano «Cosa vuoi fare da grande?» già dicevo la “moccana”. Appena sapevo parlare e già c’era qualcosa. Poi ricordo che, quando avevo sette anni, vennero delle suore nel mio paese. Io chiesi a mia madre: «Mamma, ma le suore hanno anche i bagni?». Mi sembrava che le suore fossero angeliche, che non avessero bisogno di niente. Ma quella è la semplicità dei bambini: mi è capitato di rispondere a una domanda simile al telefono, era di una bimba di cinque anni che ci ha chiamato per sbaglio cercando di mettersi in contatto con la nonna. Poi, da ragazza, ho seguito mia sorella nell’ingresso in convento. Mi mancava un anno per diplomarmi alla scuola magistrale.

A casa come l’hanno presa?
Mio padre la prese molto male. Ci mise un anno per tornare a parlare con mia sorella e me. Sentiva il nostro ingresso in convento come un disonore. Quando lo chiamavo al telefono riattaccava: non ce la faceva a parlare, piangeva. E dava la colpa a nostra madre. Solo quando ha visto come vivevamo in convento ha ritrovato la serenità.

Forse perché vi ha visto felici…
Infatti lo siamo. Io qui sono felice. E sai perché? Il nostro vuoto lo riempie il Signore. Questa felicità ce la dà il Signore. A noi non importa del mondo: delle ricchezze, delle case. E amiamo gli uomini e le donne del mondo pregando per loro.

Eppure la scelta del monastero viene vista come una scelta infelice, difficile.
La nostra felicità nasce dalla fede. La fede supera tutto, senza c’è la disperazione. La fede sostiene l’uomo e l’anima. Ogni momento dovremmo pregare come San Paolo: «Signore, aumenta la mia fede». La fede ci fa crescere, ma la dobbiamo coltivare. È come una pianta in un vaso: bisogna dare l’acqua, togliere le erbacce. La vita religiosa è bella se hai la vocazione. Senza vocazione è un inferno. Si dice: vita comune, massima penitenza. Ma vale in convento come in famiglia: le divergenze si superano con l’amore.

Ma allora perché la vita religiosa è considerata poco attraente?
Perché il mondo sembra più attraente. Perché vince una certa idea della libertà, anche se poi ci si sacrifica e si soffre per ottenere le cose. In convento c’è l’obbedienza, che per noi domenicani comprende la povertà e la castità. Ma solo così ci si avvicina a quella libertà che si sperimenta quando Lui ci riempie la vita.

Cosa possiamo fare per aiutare le vocazioni a emergere?
Dovrebbero aiutarci i sacerdoti. Se c’è una vocazione, il parroco dovrebbe riconoscerla e aiutarla. Bisogna parlare della bellezza della vita religiosa, di quanto è bello e gratificante
essere sposa di Cristo. Lui non ci inganna mai, anzi, ci ama immensamente. Mi diceva una volta una signora: «Il Signore è pazzo di ciascuna di voi». Una ragazza, invece, mi ha confessato che, se ne avesse saputo qualcosa, avrebbe potuto farsi monaca. Se non è accaduto, è perché nessuno le aveva mai spiegato questa possibilità di vita.

A Rieti abbiamo comunque tanti monasteri…
Sono un dono di Dio. Ma bisogna pregare intensamente per tutte le vocazioni: maschili e femminili. C’è da superare tanta fragilità umana: il Signore chiama, ma bisogna anche saper rispondere. Se oggi non accede, ci vuole un di più di preghiera: la preghiera ha la forza della bomba atomica. E la Madonna chiede il rosario, che viene proprio dal santo padre Domenico. Noi lo recitiamo continuamente. Dobbiamo chiedere al Signore di aiutarci a rispondere alle sue chiamate, di aiutarci a comprendere meglio noi stessi. Se ci conoscessimo veramente, le cose andrebbero meglio. Ma la profondità del cuore umano la conosce solo Dio, Lui ci ha creato, Lui ci ha fatto e Lui ci conosce.

Gocce di memoria. Un nome dopo l’altro

«All’inizio pensavo che il vescovo mi avesse affidato un onere… invece era un onore». A qualche giorno dalla presentazione, Sabrina Vecchi racconta come è stato svolto il lavoro d’indagine sui caduti nel sisma che ha distrutto Accumoli e Amatrice. Una ricerca che ha poi dato vita alle “Gocce di Memoria” presentate al pubblico il 12 febbraio nella mensa di Torrita

«Ho impiegato due mesi pieni per rintracciare le storie e le vite di tutte le vittime del 24 agosto: è stato un lavoro intenso sia materialmente che emotivamente». A pochi giorni dalla presentazione, Sabrina Vecchi guarda ai passi compiuti con tenacia per tracciare i profili di tutte le persone portate via dal terremoto: «Ho condiviso il desiderio del vescovo Domenico che di ciascuno rimanesse almeno una traccia scritta, fosse anche solo un accenno».

Come si è svolto il lavoro?
Come punto di partenza abbiamo adottato le liste della Prefettura di Rieti. Poi sono andata avanti di nome in nome: cercando di essere fisicamente presente sui luoghi del terremoto, o scandagliando la rete internet. E un po’ alla volta i puzzle hanno preso forma: sono riuscita a ricomporre i nuclei familiari, ad associare i nomi alle professioni. I commercianti, il macellaio, il barbiere, il fornaio li conoscevano tutti, ma decine di nomi rimanevano ancora tali. Per fortuna ho avuto l’aiuto di tante persone: mi sono affidata ai parroci, alle associazioni delle frazioni di Accumoli e Amatrice, ai dipendenti comunali, agli esercenti di qualche chiosco miracolosamente rimasto in attività… e poco alla volta sono riuscita a contattare direttamente chi aveva perso tutto e tutti.

Non dev’essere stato semplice parlare con loro. Qual è stato il passaggio più duro?
Non sapevo come chiedere a un padre che ha perso entrambi i suoi bambini di dirmi qualcosa di loro, dei loro giochi, di come andavano a scuola. Alla fine ho provato a metterci il cuore, ho chiamato e abbiamo pianto insieme. Poi ci siamo risentiti e abbiamo pianto di nuovo.

Cosa hai imparato da queste conversazioni?
Non scorderò mai i genitori che si rimproveravano di non aver comprato al proprio bimbo «quel pacchetto di patatine», o i figli che nell’ultima telefonata con i genitori hanno avvertito «qualcosa di strano nella voce: magari aveva bisogno di me». E non dimenticherò l’anziana signora che non si dava pace per non aver invitato il marito a sgranare il rosario in cucina con lei in piena notte: «Se fosse venuto in cucina a fare il rosario con me, la camera non gli sarebbe crollata addosso». Ho imparato che ogni attimo, ogni gesto insieme agli altri è importante. Soprattutto con gli affetti più cari.

So che alcune informazioni sono arrivate da fonti imprevedibili…
È vero: ad esempio, alcune storie hanno iniziato a prendere forma dai racconti dei soccorritori e dei sanitari dell’ospedale di Rieti. Alcune notizie le ho ricavate dalle automobili trasportate nelle carrozzerie di Rieti: anche quei pezzi di ferro acciaccati e i loro documenti hanno raccontato la vita di tanti. I parenti dei defunti di Roma e provincia li ho trovati quasi tutti tramite associazioni, albi professionali, club calcistici che hanno pubblicato sulle proprie pagine social i necrologi dei loro amici. Una grossa mano l’hanno data anche i giornali del litorale laziale, e poi i sindaci e le scuole: ricordo il preside del Liceo Gullace di Roma, che ha tracciato la figura di Lamberto e di sua moglie, morti in vacanza ad Amatrice, l’Associazione Nazionale Trapiantati che ha ricordato Fabrizio, il loro informatico, e i compagni di scuola di Sergio, quelli di Erika e di molti altri.

Ti è capitato di essere stata cercata a tua volta?
Sì, una volta diffusa la notizia del progetto molti parenti mi hanno cercato perché fosse inserito nel libricino un particolare del carattere, un dettaglio, un aggettivo adatto ai loro cari.

Durante la presentazione hai detto che tra tante lacrime sono stati proprio i familiari delle vittime a farti coraggio…
Mi viene in mente quando il titolare del Bar Rinascimento di Amatrice, che si era abituato a vedermi stazionare nel suo locale con il foglio dei nomi in mano, un giorno mi ha detto: «Quel signore lì ti può aiutare». Era un uomo esile e silenzioso con una giacca da cacciatore. Ho pensato fosse il conoscente di qualche vittima. Mi disse a bruciapelo che aveva perso l’unico figlio di 29 anni e la moglie, spirata nel letto accanto a lui. Lo aveva supplicato di aiutarla, ma lui, immobilizzato dalle macerie, non aveva potuto farlo. Ebbi un fremito. Non sapevo cosa dire, non ero pronta. Mi ha abbracciato dicendomi di non preoccuparmi, mi ha offerto un caffè. Quel caffè con Sergio ha un sapore che non dimenticherò mai: il sapore della dignità e del coraggio.

Qual è l’ultima storia che hai ricostruito?
Ho rintracciato per ultima la signora Anna, che nel sisma ha perso la mamma e la zia, le due persone che mi mancavano per terminare il lavoro. Ero riuscita a scovare l’indirizzo di Roma, ma nessun numero di telefono. Ho chiamato i vicini, gli esercizi commerciali del quartieri adiacenti al suo civico e alla sera la signora Anna si è ritrovata con una decina di sconosciuti al citofono che la pregavano di contattarmi. Quando mi ha chiamata, mentre mi scusavo “dell’invasione” è esplosa in un pianto dirotto: «Signorina, non so cosa vogliate fare delle storie di mamma e zia, ma solo il fatto che io sia stata ricercata con tanta tenacia mi basta a sentirmi amata e non dimenticata». C’è però ancora una storia: l’ho raccolta proprio durante la presentazione. È quella della signora Sofia, di Grisciano. La sua storia ci era sfuggita perché la sua morte è stata registrata dalla Prefettura di Ascoli Piceno e non da quella di Rieti. La traccia è già inclusa nella ristampa del volume.

Le Ancelle del Signore a Amatrice: nostalgia di casa e servizio

Due Ancelle del Signore scampate al terremoto affiancano don Savino D’Amelio nella gestione del Centro di Comunità Sant’Agostino, condividendo con i compaesani di Amatrice le speranze della ricostruzione

«Bisognava fare più in fretta. Completare i centri abitativi è urgente. La gente vuole ritornare. Non vede l’ora che gli diano la casetta per ritornare». A quasi sei mesi dal terremoto che ha sconvolto il centro Italia, suor Maria è tornata a stare ad Amatrice. Il sisma le ha portato via tre consorelle e il convento. Oggi abita insieme a suor Giuseppina, anche lei scampata miracolosamente ai crolli, in un modulo abitativo: quello realizzato dalla Caritas di lato al Centro di Comunità Sant’Agostino.

«Io sono arrivata nella comunità di Amatrice il 5 settembre 1965», ci dice sorridendo suor Maria, e ci confessa che dietro la vocazione c’è una bocciatura a scuola: «In seconda media: mamma mi disse che se non mi piaceva studiare dovevo lavorare. Mia cugina propose alle suore del mio paese, in provincia di Potenza, di farmi fare qualcosa. E io dopo un anno ho sentito la vocazione e non me ne sono più andata».

E anche se portano ancora addosso i segni del disastro, queste Ancelle del Signore sono presenze preziose, perché insieme ai sacerdoti conoscono la gente e in qualche modo fanno da punto di riferimento, animando la comunità e aiutando l’attività quotidiana della Caritas. Un esercizio di cura che è insieme presenza vigile e attesa del miglioramento: «L’altro giorno è tornata una signora con il figlio: voleva vedere se riusciva a recuperare qualcosa da casa. Dopo il terremoto è stata a Roma da una figlia, poi a Ascoli, ma è un disagio. Avere una casa propria, pure se prefabbricata, per un anziano è importante. Vuol dire disporre di una certa autonomia, di proprie abitudini».
Suor Maria e suor Giuseppina, pure se al riparo nel modulo prefabbricato, soffrono la stessa nostalgia di casa: «Il nostro convento era proprio bello. Negli ultimi tempi il Comune aveva illuminato gli archi: era la prima cosa che si vedeva salendo ad Amatrice. E quante belle giornate abbiamo passato. Un mese prima del terremoto, all’inizio di luglio, avevamo ospitato il camposcuola guidato da don Lorenzo Blasetti. Il terremoto ad Amatrice c’è da sempre, ma non avremmo mai pensato potesse arrivare a questo».

Oggi quella casa non c’è più: è rovinata a terra trascinando con sé le vite di suor Cecilia, suor Anna e suor Agata, sepolte sotto le macerie delle mura sbriciolate, insieme a quattro ospiti. Suor Maria e suor Giuseppina sono state estratte vive e oggi aspettano la ricostruzione, quasi come in un debito di gratitudine, da vivere con le finestre rivolte al complesso dell’Opera per il Mezzogiorno d’Italia, un luogo simbolo per il paese, dove padre Minozzi – nativo di Preta, una delle piccole frazioni di Amatrice – raccolse il testamento di tanti genitori morti al fronte durante la prima guerra mondiale: dare un futuro ai bambini rimasti orfani a causa del conflitto.
In modo tanto drammatico quanto inaspettato sembra che il terremoto abbia ricondotto le suore verso i tratti originari della vocazione di don Giovanni Minozzi: anche oggi sono circondate da ragazzi e ragazzini, e gli orfani non mancano.

Casa Buon Pastore: tra preti come in famiglia

Ci sono sacerdoti anziani, ma non è una casa di riposo. Ci sono sacerdoti giovani, ma non è una parrocchia. Accoglie seminaristi e studenti, ma non è il convitto di un seminario. Stiamo parlando della Casa Buon Pastore, la struttura diocesana compresa nel complesso ex “Stimmatini”: forse è poco conosciuta, eppure è un’esperienza importante per la vita della Chiesa locale

«Se dovessi dare una definizione alla “Buon Pastore” – ci spiega il direttore del complesso, don Nicolae Zamfirache – direi che è una “casa canonica allargata”. Siamo 15 sacerdoti: alcuni sono impegnati in parrocchia, altri sono in pensione e svolgono attività diverse, ad esempio in ospedale, oppure come don Giacomo, che ha l’incarico di esorcista. È con noi anche il vescovo emerito Delio e, dopo il 24 agosto, abbiamo accolto anche quattro parroci delle zone terremotate. Ci sono sacerdoti che sono venuti in diocesi per lo studio e danno una mano nelle parrocchie il sabato e la domenica. L’idea di fondo è quella di offrire ai sacerdoti la possibilità di vivere una vita in comune».

Come si svolge la giornata al “Buon Pastore”?

La Casa ha un programma giornaliero, ma non prevede alcun obbligo di partecipazione. A dettare il ritmo è la preghiera: la giornata inizia con le Lodi alle 6.30 e alle 7.30 si celebra la messa. I sacerdoti che non svolgono attività in parrocchia si riuniscono e concelebrano. Poco prima di pranzo si recita l’Ora media, alle 17 i Vespri e alle 21 la Compieta. Due momenti importanti sono quelli dei pasti, durante i quali ospitiamo anche sacerdoti che vengono da fuori. In molti hanno una casa parrocchiale, ma di tanto in tanto preferiscono condividere il pasto e stare insieme ai confratelli. I momenti in comune comprendono anche lo svago: dopo cena condividiamo la serata, guardiamo il telegiornale o la partita e commentiamo la giornata. Spesso è con noi a pranzo anche il vescovo Domenico. Per condividere un momento in comune, ma anche per ascoltare ciascuno da parte.

Che rapporto c’è tra i sacerdoti giovani e quelli più anziani?

C’è un dialogo molto bello tra le generazioni. È utile ai sacerdoti più giovani, che imparano dall’esperienza dei più navigati, ma anche agli anziani fa piacere condividere le proprie esperienze di vita e di attività pastorale. A volte nascono confronti tra come era la pastorale in passato e come viene concepita oggi. Si ragiona sui cambiamenti dei tempi e delle esigenze.
Come in famiglia…
Sì, in fondo siamo proprio come una grande famiglia. Non a caso festeggiamo insieme gli onomastici, i compleanni, gli anniversari di ordinazione…

La Casa Buon Pastore offre anche altri servizi?

Certamente: accoglie gruppi di preghiera e ritiri del catechismo. Stiamo ospitando un corso di crescita personale. E siamo a disposizione dei vari uffici della diocesi: ultimamente, ad esempio, l’Ufficio Scuola ha chiesto i nostri spazi. E non di rado ospitiamo l’incontro del clero con il vescovo del terzo giovedì del mese.

Ma dal punto di vista pratico chi si occupa di far funzionare la struttura?

Nella “Buon Pastore” ci sono tre religiose che si occupano di tenere in ordine la casa. Sono indiane, e sin dal loro arrivo si sono dedicate ai sacerdoti. Il loro carisma è quello di annunciare la Buona Novella: raggiungono il risultato servendo la diocesi nella cura dei nostri sacerdoti. Una disponibilità verso l’altro che scende a cascata sui fedeli.

La casa Buon Pastore si trova nel quartiere di Campoloniano, il più recente e popoloso della città. Che relazione c’è tra i sacerdoti presenti e questo contesto?

Un rapporto molto bello, fatto di rapporti quotidiani. Ad esempio vengono diverse persone a confessarsi. Alla Casa “Buon Pastore” un sacerdote al quale aprire il cuore si trova sempre. E dopo la prima volta, in tanti si affezionano a un dialogo condotto con calma da un pastore che non ha in agenda altri gravosi impegni pastorali.

Vale anche per i parroci delle zone di Accumoli e Amatrice?

Beh, per loro è diverso: spesso ritornano sui luoghi del sisma. Si appoggiano a noi dopo aver perso le case canoniche, ma non hanno mai abbandonato la propria gente. In questo modo cerchiamo di aiutarli ad accompagnare chi sta vivendo il momento più duro, ma anche a preparare la ricostruzione.

Le chiese dopo il sisma. Il vescovo: «preoccupazione per i beni culturali»

Con il crollo della parete sinistra della chiesa di Sant’Agostino ad Amatrice si fa più forte la preoccupazione per il futuro dei beni religiosi e culturali nei territori colpiti dal sisma. Perché questi edifici sono anche simboli, segni di appartenenza. Tengono unite comunità messe alla prova da difficoltà che sembrano non non trovare fine

Lo scoramento è evidente negli occhi del parroco don Savino D’Amelio: «È un pianto infinito», ha dichiarato a caldo al telegiornale regionale, «non potevo immaginare che sarebbe successo anche questo. È una cosa impossibile da sopportare. Ma ci dobbiamo dare forza».

Parole dure, che trovano eco nel commento del vescovo Domenico: «Abbiamo visto la chiesa di Sant’Agostino cadere un pezzo dopo l’altro: il tetto, l’abside, il campanile, la facciata. Uno stillicidio, mattone su mattone, che provoca quasi un senso di tradimento, di colpevole distrazione. Certo, la terra trema ancora, ma proprio il carattere seriale delle scosse avrebbe dovuto produrre ancora maggiore tempestività e determinazione».

Qualcosa invece non ha funzionato…

È evidente. La diocesi ha sempre monitorato le chiese nel cratere sismico. Il caso di Sant’Agostino non andava neanche segnalato: posta al margine della zona rossa, la chiesa era da assicurare anche come messaggio di una cura efficiente per ciò che rende Amatrice uno dei borghi più belli d’Italia. Quanto è accaduto in questi mesi, nel migliore dei casi, denuncia invece una sorta di miopia. La cura dei beni culturali sembra andare a due velocità: più efficace per i beni mobili, recuperati e conservati con cura e impegno, mentre per gli edifici assistiamo alla quasi immobilità. Questo non sembra accadere nelle altre regioni. Secondo i dati a nostra disposizione, all’inizio dell’anno si registravano solo 8 interventi di messa in sicurezza nel Lazio, tra quelli terminati, in corso e sospesi, contro i 90 delle Marche, i 24 dell’Umbria e i 15 dell’Abruzzo.

Anche sui beni culturali c’è il problema della «burocrazia che fa aspettare le vittime del terremoto», per usare le parole di papa Francesco della scorsa domenica?

Papa Francesco ha colto un punto importante, ha visto cosa non funziona. La burocrazia in sé non è un ostacolo, è un sistema di garanzia. Ma il suo esercizio non è astratto o automatico, dipende dall’impegno delle persone. Il Papa ha chiesto a ciascuno di fare la differenza. Dopo il 30 ottobre la basilica di San Benedetto a Norcia è stata puntellata a dovere, cercando di salvare il salvabile. Le nostre chiese, e non parlo solo di Amatrice, ma anche di Accumoli, Borbona, Cittareale, Leonessa e Posta, sono esposte alle scosse dal 24 agosto senza particolari protezioni. Ci saranno senz’altro delle ragioni, ma a parità di normative si è agito in modo differente.

A guardare la situazione viene quasi un senso di impotenza…

Anche volendo intervenire, come diocesi non ne abbiamo la facoltà effettiva. La competenza sui beni culturali è del ministero. È vero che fin dal primo decreto sul sisma ai proprietari degli immobili era concesso di operare le messe in sicurezza, all’inizio senza alcun finanziamento, dal 22 dicembre con l’accesso ai fondi emergenziali. Ma in pratica non è possibile agire perché mancano i protocolli. Anche questo è il sintomo di qualcosa che non funziona. Ciò detto, in molte chiese non possiamo entrare perché poste sotto sequestro. In tutte le altre situazioni, le iniziative richiedono comunque permessi e pareri da ottenere caso per caso. In questi giorni dovremmo poter iniziare a lavorare su un primo edificio. Se possibile andremo avanti di chiesa in chiesa continuando a dialogare con lo Stato e confidando nella sensibilità della popolazione. In tanti sono affezionati alle loro chiese e non è esclusa qualche forma di “adozione”.

È paradossale avere gli strumenti per salvare beni e non poter agire…

Sapevamo che le cose sarebbero state difficili, ma non così complicate. Il nostro è senza dubbio il territorio che ha maggiormente sofferto. Durante la fase più drammatica, quando c’era da fare spazio al dolore, quando c’erano da consolare i vivi e da seppellire i morti, ci dava fiducia l’idea che altri erano chiamati a farsi carico della conservazione del volto del Paese, di non lasciarlo inghiottire dal terremoto. Abbiamo creduto che la situazione eccezionale avrebbe visto una risposta straordinaria. L’inerzia di questi mesi ci fa guardare al panorama dei beni culturali con maggiore preoccupazione.

Tolto Sant’Agostino, ci sono altre chiese-simbolo su cui concentrare l’attenzione?

Intanto Sant’Agostino non la darei perduta per quel che resta: la parete destra si può ancora mettere in sicurezza. Per quanto tardivo, l’intervento andrebbe fatto. Detto questo, ogni chiesa è importante, anche se, parlando di oltre cento edifici, può essere ragionevole porsi delle priorità. Ad esempio, ci sono il Santuario della Madonna di Filetta e quello dell’Icona Passatora. Sono piccoli edifici ricchi di storia e di affreschi. Proteggere adeguatamente il loro interno, oltre che puntellarle all’esterno, è urgente e necessario. Ma forse non si è ancora compreso pienamente il valore unico per tutta l’Italia di questa particolarissima realtà costituita da una fitta rete di frazioni e luoghi di culto, talvolta non facili da raggiungere.

Rieti, le iene e la buona notizia

A leggere sui social, e non solo, si direbbe che viviamo in una città incattivita. L’argomentare è quello dei «calci nel culo». Le parole sono usate per annunciare «il disprezzo più profondo». Il clima è quello del «tempo di guerra», o almeno di guerriglia: fatto di «blitz», incursioni in terra nemica, esplosioni di rabbia.

In molti si comportano come iene: vivono raggruppati in branchi o “clan”, formati da individui molto uniti tra loro (anche una decina), che difendono strenuamente il loro territorio di caccia.

Si danno continuamente alla battaglia, ma in realtà sembrano aver già vinto la depressione, la delusione, la sconfitta. Lo si vede dalla narrativa che li accompagna, dalle chiose nei titoli dei giornali: «è bufera»; «è il caos»; «incubo senza fine»… Pare ci siano da raccontare solo conflitti e recriminazioni.

Messe così le cose, si può cedere alla disperazione o decidere di cambiare registro. Si può ancora ritrovare la fiducia, confidare in una logica positiva. Si può coltivare l’idea che tra una tesi e un’antitesi è sempre possibile una sintesi. La cultura del muro contro muro può essere senz’altro superata da quella dell’incontro.

Certo, per andare verso l’altro occorre essere disponibili a fargli spazio. Che poi vuol dire mettere il coinvolgimento avanti alla malafede, l’impegno avanti alla negligenza, il servizio avanti all’accusa. Si tratta cioè di cambiare il segno del proprio coinvolgimento personale.

Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, papa Francesco invita i giornalisti a cogliere in ogni fatto lo scenario di una possibile buona notizia. Chiede agli operatori dei media di non concedere mai «al male un ruolo da protagonista», cercando piuttosto di «mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone».

È detto ai professionisti della comunicazione, ma suggerisce a ciascuno di ritrovare la prospettiva del bene come antidoto al senso di precarietà e di spavento che ci circonda, a questo inesorabile scivolamento nell’apatia e nella disperazione. Per come vanno le cose oggi, quando non si soccombe alla rabbia sorda, alla denuncia rancorosa, al gusto per le accuse alla rinfusa, si dà già una buona notizia. In un certo senso, forse, “si è” una buona notizia.

foto di Massimo Renzi

Mattia Caroli e i Fiori del Male al Meeting dei Giovani: «Lo spirito era quello giusto»

Mattia Caroli e i suoi “Fiori del Male” hanno suonato dal vivo al Meeting dei Giovani. E forse il concerto è stata l’occasione di una sorpresa reciproca tra la band e il pubblico dell’evento

«Un’esperienza che ci ha portato in un luogo che ricercavamo da molto e dato la possibilità di esplorare una realtà per certi aspetti distante dal mondo che quotidianamente ci circonda». Così Mattia Caroli guarda al Meeting dei Giovani svolto ad Amatrice dal 6 all’8 di gennaio. Con i suoi “Fiori del male” ha suonato dal vivo nel giorno più difficile della manifestazione, mentre un vento gelido premeva sulla tensostruttura. Ma la tempesta di neve non ha guastato l’emozione: «Dopo aver condiviso qualche ora insieme – spiega il frontman del gruppo reatino – ci siamo sentiti affini e in sintonia con tutti i partecipanti: un’esperienza di forma e formativa».

Ti ha stupito che sia stata la Chiesa a immaginare e proporre un evento del genere?
Impulsivamente direi di sì. Ma seguendo con attenzione il percorso di Papa Francesco direi che il Meeting è in sintonia con un grande cambiamento in atto. È in corso la rottura di un rapporto asimmetrico, una sorta di ritorno alle origini.

Cosa ti è piaciuto di più del Meeting?
Lo spirito: era quello giusto. Capita di trovarsi in situazioni tecnicamente perfette, ma emotivamente gelide. Ad Amatrice di freddo ce n’era tanto, ma era ben compensato dall’emozione del momento. E poi mi ha colpito l’elasticità mentale, l’unione tra le persone che hanno partecipato. Mentre a volte invece ci nascondiamo dietro riti formali che ci estraniano gli uni dagli altri.

Pensi che questa mancanza di apertura sia un tratto che caratterizza la nostra città in modo particolare?
Beh, ci sono sempre delle eccezioni. Mi sembra che Rieti non viaggi troppo lontano dal resto della nostra penisola: vive la crisi del capitalismo e quella dei valori più profondi, come accade dappertutto. Ovunque si fanno evidenti, disuguaglianza e mancanza d’amore sono segni di chiusura mentale. Quello che personalmente ritengo manchi alla città non sono le possibilità, ma gli sviluppi.

Però ci sono anche molti segni di apertura. Il successo raccolto dal tuo gruppo, ad esempio, arriva anche da fuori. Direi che siete orgogliosamente reatini senza riuscire provinciali…
Noi amiamo la nostra provincia: è un posto spirituale e creativo. Quindi la viviamo appieno quando non siamo in tour. Ci vuole molto lavoro e molta pazienza con le persone, ma le possibilità non mancano.

Del vostro repertorio colpisce il brano con cui avete chiuso il concerto: Saturday Morning. Dal video traspare l’immagine di un mondo in macerie: le persone indossano una maschera antigas che impedisce ogni contatto umano, anche i baci. Mi è sembrato in tema con il Meeting…
Esattamente. Nella vita, come nel video, si tratta di fare una scelta: noi preferiamo quella del protagonista nel finale, che si toglie la maschera e ricomincia a respirare. Ti do un’esclusiva: a metà gennaio il video di Saturday Morning uscirà in una nuova forma: nuove immagini per la versione aggiornata del brano. Questo perché il video compie due anni e così anche il nostro progetto.

Su cos’altro state lavorando in questo periodo?
Principalmente al tour di febbraio, alle stampe in vinile del nostro primo album e a un brano in italiano.

Ci vediamo al prossimo Meeting dei Giovani?
Volentieri, o magari anche prima, con l’arrivo della bella stagione!

Rieti dopo il sisma. Ludovisi: la sicurezza passa da urbanistica e buona politica

È stato diffuso ieri un documento dell’assessore all’Urbanistica del Comune di Rieti, Giovanni Ludovisi, che entra nel dibattito sugli scenari aperti in città dal sisma

Una premessa, uno svolgimento per parole chiave, una serie di proposte. È il contenuto di un documento diffuso da Giovanni Ludovisi, assessore all’Urbanistica del Comune di Rieti. Una riflessione che prova a non incagliarsi sui singoli problemi, ma tenta di collocare lo scenario aperto dal terremoto all’interno di una visione più ampia, di un’idea di città che va dalla solidità dei muri agli stili di vita.

«Il momento dell’emergenza si distingue da qualunque altro: esso è caratterizzato da paura, impotenza, elaborazione del lutto in circostanze straordinarie. C’è molto disorientamento e si fatica a riconoscere e ritrovare equilibrio nel mondo nel quale ciascuno ha vissuto fino a ieri», si legge nel testo.

Sembrano parole cucite sull’incertezza del “tornare a scuola” che sta animando il dibattito di questi giorni…

È vero, e il movimento popolare nato attorno al tema scuole mi sembra una cosa positiva. Comprende qualcosa del senso di comunità sempre necessario di fronte alla catastrofe. Il sisma, che a pochi chilometri da noi ha fatto segnare un pensate carico di vittime, pone alla città capoluogo compiti precisi. Il ripristino delle attività di base, come è la scuola, è tra questi. Ma tutti sono tenuti a dimostrare la propria maturità. Senza fare allarmismi inutili. Basta rileggere le parole pronunciate ieri dal Sindaco Petrangeli alla Camera per capire che la necessità di fare comunità e l’impegno sulle politiche sociali devono essere il traino di una ricostruzione di area vasta.

Nel documento si parla di resilienza.

La capacità di far fronte in maniera positiva al trauma, l’attitudine a riorganizzare positivamente le cose partendo dai problemi, mi pare l’unica via. E l’inquietudine che sta attraversando la città spinge a pensare che bisogna guardare in maniera integrata al patrimonio edilizio e alla dimensione sociale e psicologica della comunità. C’è da superare un trauma collettivo. E secondo me la nostra città e i nostri borghi dispongono degli anticorpi necessari. Bisogna attivarli.

Cosa bisognerebbe fare?

In questo momento c’è innanzitutto da valutare il rischio in modo oggettivo. Lo sciame sismico continua, ma sta sfogando la propria energia relativamente lontano da Rieti. Nel nostro Comune non si registrano faglie sismiche in attività. Di fronte al terremoto abbiamo le stesse probabilità dei mesi precedenti al 24 agosto. A Rieti le cose sono arrivate diversamente da Amatrice e da Norcia. Ciò detto, è anche vero che la poca distanza non rende meno paurosa e meno pericolosa la situazione. Vuol dire che abbiamo un certo tempo – che è meglio immaginare limitato – per intervenire sul patrimonio edilizio e monumentale del nostro territorio, per disporre azioni sociali e sulla città in grado di ridurre il rischio. Da assessore all’urbanistica mi paiono prioritarie le azioni che si possono attuare subito, ma è anche urgente attivare le procedure per gli interventi che necessitano di un percorso più complesso.

In questi giorni di forte preoccupazione per la sicurezza sismica delle scuole, fa riflettere che lo stesso dibattito non tocchi il tema delle abitazioni private…

Per quanto riguarda le scuole sono dell’idea che bisogna riparare i piccoli danni subiti dagli edifici scolastici per garantire il prima possibile la ripresa delle lezioni. Nei casi in cui si prevedono lavori prolungati occorre individuare strutture alternative. Ciò detto il Sindaco è responsabile dell’intera comunità, da qui il suo grande impegno di questi giorni; credo che sia necessario un piano integrato di interventi sia pubblici che privati per il miglioramento sismico dell’intera città: dalle scuole, alle abitazioni private, agli edifici di pregio artistico, storico e monumentale.

Il problema è dove trovare i soldi

Mi pare si possa iniziare dalle risorse che il Governo mette a disposizione delle città che ricadono nei territori più vulnerabili. Il Decreto Legge è un primo passo in avanti, ma anche le possibilità che nasceranno dal piano Casa Italia saranno importanti. Cominciamo a dire però quali sono azioni immediate da fare: ad esempio, per quanto riguardo le nuove costruzioni, il Programma Pluriennale di Attuazione già adottato dal Consiglio Comunale, consente intanto ai numerosi privati di avanzare proposte per una edilizia antisismica e energeticamente all’avanguardia.

E per quanto riguarda l’esistente?

C’è da dare subito inizio a un “Piano di recupero” dell’intero centro storico di Rieti e dei borghi, da strutturare per Unità Minime di Intervento. Con interventi pubblici chiari, definiti e condivisi, sono possibili azioni importanti, magari aggiungendo strumenti incisivi quale la definizione di un nuovo e opportuno strumento amministrativo, il “fascicolo sismico”, facoltativo, ma da incentivare con sgravi fiscali, da istituire attraverso l’approvazione di un apposito regolamento. Uno strumento volto ad favorire e coordinare gli interventi di rinforzo locale e di miglioramento sismico come segmenti di un progetto di adeguamento di ciascun aggregato strutturale. Queste proposte bisogna condividerle con gli Ordini professionali e con tutte le associazioni di categoria.

Parrebbe necessario un ritorno dalla semplice amministrazione alla visione politica…

Infatti: mettendo in moto un po’ di buona politica, si possono pensare strumenti urbanistici meno tradizionali. Ad esempio un “Accordo di programma”, a tutela di tutte le parti in causa, volto a coinvolgere anche le aree della zona Porrara e le contigue dell’ex Zuccherificio. Una rigenerazione urbana volta a favorire investimenti di qualità, mantenendo gli stessi carichi urbanistici oggi previsti, è una prima ipotesi di lavoro.

Nel documento diffuso ieri si parla di un “Ufficio speciale per la Ricostruzione”. Cos’è?

È una struttura prevista dal decreto del Governo che sarebbe bene costituire subito per avviare la riparazione dei danni “leggeri”, e sul quale far convergere tutti gli attori del territorio. È necessario aprire un dibattito di idee per una città sostenibile e a misura di tutti. In questa direzione è bene non dimenticare gli interventi e le progettualità già avviate, comunali ed europee, come il progetto Vital Cities che mira alla partecipazione e al perseguimento del benessere diffuso. Sono cose possibili se si continua a predisporre progettualità finalizzate a finanziamenti regionali, statali ed europei, come già fatto per Ri(vi)Ve e Rieti 2020 – Parco circolare diffuso.

Una città sicura è anche una città più vivibile?

In questo momento particolare possiamo mettere in moto meccanismi virtuosi e dare vita a una città moderna, accogliente, aperta alla condivisione e alla cooperazione, ma anche capace di rispondere ai bisogni individuali. Non solo: bisogna cogliere fino in fondo la posizione di Rieti, definire il suo ruolo rispetto alla Capitale e all’area “Civiter”. La città ha l’opportunità di sviluppare la sua vocazione naturale: quella di essere lo snodo di un “Area vasta” che va, se mi si consente la provocazione, da Amazon ad Accumuli.

Scarica il documento dell’Assessore all’Urbanistica

Le aree interne dopo il terremoto. Ricostruzione come rinascimento

A Amatrice si affaccia la possibilità di costruire nel modo più avanzato, ma sarà anche necessario mantenere il sapore di uno dei Borghi più Belli d’Italia.

Proprio quando il peggio sembrava essere passato, il terremoto è tornato a far sentire la sua voce. Alla scossa del 24 agosto, con il suo drammatico carico di vittime, hanno fatto seguito due repliche il 26 e il 30 ottobre. Hanno provocato diversi feriti e innumerevoli crolli, compromettendo il patrimonio storico e artistico in un’ampia area compresa tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo.

L’ultima scossa, la più violenta, è stata un colpo micidiale. Amatrice è stata definitivamente incenerita. Ad Accumoli la resistenza è al limite. Il capoluogo sembra avere retto, ma risultano compromessi comuni prima risparmiati, come Leonessa.

Ma ad essere franato è soprattutto il morale. Ormai si vive in un clima di grande incertezza. In tanti a Rieti preferiscono l’automobile al proprio letto. Mentre nell’amatriciano è sempre più difficile dare speranza. «La gente – ci spiega il parroco di Amatrice, don Savino D’Amelio – non ne può più. In tanti dicono “qui non si può più stare”. Botte così forti ogni giorno buttano giù i cuori, psicologicamente si crolla». «Ma andremo avanti», aggiunge il sacerdote: aggrappandosi alla fede, ma anche all’attesa di quanto è stato ripetuto più volte dal Governo: «Si ricostruice subito, dov’era e com’era».

Una promessa tutta da interpretare, perché il processo di ricostruzione ha un suo carattere anche storico. Sul ground zero di Amatrice si affaccia la possibilità di costruire nel modo più avanzato, ma sarà anche necessario mantenere tutto il sapore di uno dei Borghi più Belli d’Italia. Realizzare pienamente entrambi gli scopi è la sfida da vincere. Riuscirci, sarebbe come realizzare un piccolo Rinascimento. Dopo decenni di incuria e conseguente spopolamento, lo stile di vita dell’Italia più interna tornerebbe ad affermarsi come un modello sociale adatto al mondo contemporaneo.

La scelta di ricostruire i centri distrutti dal sisma, infatti, non è scontata. Sembra intimamente legata a una riflessione sul problema dell’urbanizzazione. Lo stile di vita più tranquillo dei piccoli centri è desiderato da molti, ma non ha la forza sufficiente per contrastare la forza gravitazionale delle città. Quelle più grandi risultano attraenti per il loro potenziale economico, sociale e culturale, per la loro capacità di concentrare servizi.

Lo sconvolgimento portato dal terremoto offre l’occasione per sperimentare modi per colmare il divario, anche grazie alle nuove tecnologie informatiche. Si indovina facilmente quanto la ricostruzione non sia soltanto un problema di edilizia. Nei giorni dell’emergenza, ad esempio, tutti hanno dovuto fare i conti con la qualità delle strade; la necessità di un ospedale ad Amatrice non è più messa in discussione da nessuno; la fragilità di una economia basata sull’eccellenza agricola e alimentare si è fatta avanti in modo drammatico.

Sono venute a galla tutte le difficoltà che si incontrano nell’abitare le aree interne, lo sforzo in controtendenza necessario per mantenere vivo un patrimonio spirituale, culturale ed economico, piccolo nelle dimensioni, ma grande nel valore. Una fatica visibile in gran parte della provincia di Rieti. Al punto che viene da chiedersi se in fondo non sia un po’ tutto il territorio ad essere terremotato. Se al di là dei danni materiali, una volta superata l’emergenza non sia il caso di ripensare il tema della ricostruzione su una scala più ampia.

A due mesi dal sisma, la Chiesa resta accanto

L’impegno della Chiesa di Rieti sui luoghi colpiti dal terremoto del 24 agosto non viene meno, ma va continuamente rimodulandosi seguendo l’evoluzione della situazione

È salendo in questi giorni ad Amatrice e Accumoli che si percepisce davvero la devastazione del terremoto. La polvere si è posata, le tende quasi non ci sono più, tutto è “messo in sicurezza”, ma c’è un silenzio insopportabile: la calma piatta del dramma consumato.

Con la maggior parte dei media, se n’è andato il clamore. La Chiesa rimane. Restano la tenda della Caritas e quella per la messa. Il sentimento e l’esperienza della condivisione, della speranza, della preghiera non sono esauriti. Non cambiano la presenza e l’impegno dei volontari, il supporto alle persone, l’attenzione per la situazione.

E non si fermano i piccoli aiuti concreti: dai generi alimentari al vestiario, ma anche casalinghi, saponi, accessori. Esigenze minute, che talvolta sfuggono alla rete degli aiuti di Stato, ma che non escludono la progettazione di qualcosa di più grande.

A patto di restare in ascolto della realtà del territorio. Un esercizio utile anche più in generale, perché, a ben vedere, l’area del “cratere” riproduce in scala un contesto più ampio. Ad Amatrice e Accumoli ci sono i familiari delle vittime, i residenti nelle frazioni, quelli che vivono in case sparse. Molti sono stati costretti a nuovi luoghi di residenza.

Anche se in forme meno drammatiche, questa frammentazione si riproduce tale e quale anche nelle zone della diocesi risparmiate dai movimenti della terra. E in qualche modo sembra che il fronte aperto dal sisma sia quasi una palestra per affrontare più in generale il tempo presente.

Che per la Chiesa vuol dire esserci, ma senza risultare invadente. Vuol dire riuscire attraente perché portatrice di una Parola capace di tradursi in azione concreta e duratura: ci sono da curare i cuori, ma insieme bisogna ricostruire le case e le imprese.

Attraverso la Caritas è stata fatta una ricognizione accurata delle realtà esistenti e si incomincia a dare vita a diverse soluzioni materiali: contributi a fondo perduto, acquisto diretto di beni e servizi, aiuti per la nascita di nuova imprenditoria.

Una cura per la ripresa economica da inquadrare in un più ampio intervento di costruzione e ricostruzione. Perché lo stare in comunità ha bisogno di assumere forme e luoghi.

La promessa è di rimettere in piedi le chiese nelle piazze. Nell’attesa occorrono strutture polifunzionali, provvisorie ma accoglienti. Saranno utili al culto, ma anche come luogo di incontro, come spazio per incontrarsi e discutere. Per ragionare insieme su una rinnovata responsabilità verso il creato, che tenga conto della storia, delle bellezze e delle fragilità del territorio. Con la prospettiva di una struttura stabile nel punto di incontro di Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio. Un complesso in grado di raccogliere il sentimento cristiano degli “uomini dell’Appennino”, di calarlo nelle intuizioni della Laudato si’, di tradurlo in accoglienza, in esperienza di vita per i giovani.

Una casa del futuro da iniziare a sperimentare già nei primi giorni del prossimo gennaio. Proprio ad Amatrice, dal 6 all’8 gennaio, si terrà la seconda edizione del Meeting dei Giovani.

Un’esperienza aperta ai ragazzi di tutta Italia che nella prima edizione, a Greccio, ha incontrato la benedizione di papa Francesco. La tre giorni sarà realizzata con l’aiuto delle Misericordie d’Italia, e sarà centrata sul grande tema dell’amore. Quello di Amoris lætitia, ma anche quello che migliaia di gesti volontari hanno già fatto sentire sui luoghi del disastro.

Caritas internationalis: ad Amatrice per testimoniare l’attenzione del mondo

Il 26 settembre il segretario generale di Caritas Internationalis, Michel Roy, ha fatto visita ai territori devastati dal sisma del 24 agosto. Un contatto diretto per coordinare al meglio le offerte di aiuto che continuano ad arrivare da tutto il mondo

Essere sul posto, capire direttamente la situazione. Farsi vicini per testimoniare la partecipazione di tutto il mondo alla tragedia che ha colpito il Centro Italia. Sono le ragioni che il 26 settembre hanno spinto Michel Roy, segretario generale di Caritas Internationalis, a fare visita ai luoghi colpiti dal sisma del 24 agosto, accompagnato ad Amatrice da Paolo Beccegato, vicedirettore vicario e responsabile di Area Internazionale della Caritas italiana, da don Andrea La Regina, responsabile per le emergenze della Caritas Italiana, e dal direttore diocesano mons. Benedetto Falcetti.

Una visita speciale, perché porta sulle macerie di Accumoli e Amatrice uno sguardo che in qualche modo abbraccia tutto il mondo: «Siamo testimoni di ciò che accade nel mondo e della solidarietà di tutti», ci spiega Roy. «Sono stato in Nepal tre mesi dopo il terremoto del 25 aprile dell’anno scorso e la gente si sta mobilitando più o meno alla stessa maniera. Dal mio punto di osservazione è importante vedere le cose direttamente. Tutto il mondo è la nostra casa e tutta la gente è la nostra famiglia. Per ciò che succede qui come altrove siamo presenti».

Il tema dei terremoti è una costante negli impegni di Caritas internationalis. Oltre al Nepal, viene in mente la tragedia di Haiti nel 2010. La piccola Chiesa di Rieti si è sempre attivata nelle situazioni di emergenza, ma oggi si ritrova a essere oggetto della solidarietà internazionale. Quanta risonanza ha avuto nel mondo il dramma di Accumoli e Amatrice?

Il mondo globalizzato è fatto di comunicazioni globalizzate: ciò che è accaduto qui si è saputo subito dappertutto. Il giorno dopo abbiamo ricevuto un messaggio dalla Cina: i direttori diocesani di ciò che corrisponde alla Caritas hanno subito manifestato la loro solidarietà. Lo stesso è accaduto da un po’ tutte le parti del mondo. E alle parole sono seguiti gesti materiali, con l’invio di denaro e aiuti. La scorsa settimana dagli Stati Uniti d’America abbiamo ricevuto nuove sollecitazioni perché c’è gente che vuol dare di più. Caritas Spagna ci segnalava un’azienda che voleva investire molto sul problema. Caritas Polonia ci ha mandato del materiale. Siamo testimoni di questa solidarietà globale: nella preghiera e nelle azioni concrete.

Giorni fa, il vescovo Pompili parlava del terremoto come di un fattore che ribalta tutto: le case, ma anche la percezione che abbiamo delle cose e delle persone, i giudizi e i pregiudizi. E faceva il caso degli immigrati che hanno salvato le vite degli italiani…

Ho visto nella televisione italiana la presenza di migranti che sono venuti per aiutare. Non so esattamente cosa hanno fatto, ma questo segno è una cosa molto importante, che si può condividere. La visione che la gente può avere dei migranti è molto spesso negativa, tutti i segni che portano avanti una diversa consapevolezza dell’umanità sono molto importanti.

Caritas Internationalis ha suoi progetti concreti per Accumoli e Amatrice?

Caritas Internationalis non ha una funzione operativa, ma svolge un ruolo di coordinamento delle Caritas nazionali di fronte ai grandi disastri, alle maggiori emergenze, perché a loro volta possano coordinare le Caritas diocesane. Ma non è una struttura verticale: come in molte altre situazioni nella Chiesa, il lavoro si svolge in modo orizzontale. Siamo come al centro di un cerchio, se così possiamo dire, più che al vertice di una piramide. Parliamo di 165 Caritas nazionali nel mondo, organizzate in sette regioni: qui siamo in quella europea. Il nostro è un lavoro di animazione e coordinamento. E anche di rappresentanza: siamo il portavoce delle Caritas del mondo di fronte alle Nazioni Unite. Siamo tra le nove più grandi organizzazioni umanitarie del mondo, con le quali ci riuniamo due volte all’anno a Ginevra. Lo scorso maggio siamo stati presenti in maniera molto forte al Summit umanitario mondiale di Instambul. Il nostro presidente, cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, ha portato uno degli interventi maggiori e siamo molto determinati nel portare avanti i risultati di questi incontri.

Oggi siamo ovviamente presi dalla situazione di Accumoli e Amatrice, ma Caritas internationalis ha senza dubbio il quadro della situazione nel mondo. Quali sono attualmente le emergenze principali?

Nel mondo ci sono le emergenze “naturali”, come questa del terremoto nel Centro Italia, sulle quali i media sono capaci di suscitare una sensibilità e un interesse importante, anche se spesso cade molto rapidamente. Ma le emergenze più preoccupanti sono quelle dimenticate. La guerra nel Darfur dura ormai da 11 anni: quasi tre milioni di sfollati nell’ovest del Sudan di cui non si parla più. Nel sud Sudan credo ci sia la situazione peggiore nel mondo, oggi, perché non c’è più governo e la gente muore di fame: di questo non si parla abbastanza. La Repubblica Centrafricana – tutti questi drammi nello stesso scenario nell’Africa centrale! – anche qua è molto complicato riprendere una vita normale perché con la guerra tutto è stato distrutto, anche l’amministrazione. Il problema della guerra è evidente in Siria e in Irak. C’è guerra anche nel sud-est della Turchia, una guerra civile. Ci sono conseguenze sul Libano, sulla Giornania, nella stessa Turchia e sull’Europa. Ciò che passa dai media è Aleppo, che affronta una situazione terribile. Anche la situazione dei migranti, non solamente in Europa, ma ad esempio in America centrale, è un’emergenza. Tanta gente muore in Messico. Tanti minori che vanno verso gli Stati Uniti incappano in un sistema di traffico degli esseri umani molto forte. Questa realtà delle persone migranti, rifugiate, sfollate, è stata discussa la settimana scorsa dalle Nazioni Unite. Non c’è stato un grande risultato, ma si riconosce che è una delle emergenze più importanti, anche legata al cambiamento climatico. Ci sono persone che si muovono perché non c’è più acqua, non c’è più possibilità di produrre. Sono molto numerose: centinaia di milioni. Si muovono dentro i loro paesi o verso paesi vicini. È uno dei problemi maggiori per gli anni che verranno.