A sei mesi dal sisma: voci dal “convento di plastica”

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  • Un ascolto che non dà risposte o soluzioni che non ci sono, ma offre ai singoli la speranza di non dover uscire dall’esperienza del terremoto da soli. È un po’ questa la missione dei Frati minori che si alternano nel “convento di plastica” di Santa Giusta per tenere vivo il filo della cura pastorale nelle frazioni colpite dal sisma

    Sono tanti i modi in cui la Chiesa si è fatta vicina alle persone colpite dal terremoto: dal punto di vista materiale, ma ovviamente anche dal punto di vista spirituale. È quello che, ad esempio, fanno i Frati minori dalla loro base a Santa Giusta. Una piccola comunità francescana, ospitata in un container messo a disposizione dalla Caritas, che dallo scorso novembre ha avuto dal vescovo Domenico l’incarico di stare con la gente per portare loro un piccolo lume di speranza. Tre o quattro frati in tutto, che ogni mattina escono dal loro “convento di plastica” per recarsi nelle trenta frazioni a loro affidate per svolgere il proprio servizio.

    «Le persone ci accolgono, aprono le porte e parlano con noi», spiega fra Massimo, che della comunità è un po’ la guida: «Spesso il nostro ministero è tutto nell’ascolto, nel senso letterale del termine». Il dato è confermato da fra Simone: «Il bisogno delle persone è principalmente quello di raccontarsi, di raccontare l’evento. Magari cento volte la stessa storia».

    Pur nelle difficoltà del terremoto e con l’aggravio dell’inverno, quella dei frati minori ad Amatrice è dunque un’esperienza molto semplice, fatta di preghiera, condivisione, lavoro con la gente. Anche dal punto di vista pastorale, per le poche famiglie disperse per le frazioni è tutto da ricostruire.

    «La giornata è molto semplice», racconta fra Giambattista, che a Santa Giusta è arrivato il 4 di febbraio: «Alla mattina, dopo la preghiera delle Lodi, alcuni di noi si incontrano con gli operatori della Caritas alla tenda centrale di Amatrice, dedicando il proprio tempo all’ascolto e alla consolazione delle persone, ma anche distribuendo i viveri arrivati in grandi quantità da tutta Italia. Altri invece partono per trovare le famiglie disperse per le frazioni, per capire e sondare i molteplici problemi che tuttora vivono, a distanza di mesi, dopo il terremoto».

    Perché a sei mesi dal terremoto c’è gente che vive ancora in roulotte, nonostante l’inverno a mille metri. Di conseguenza, andare per famiglie è fondamentale, anche solo per capire i bisogni (cibo e vestiti, ma container, stufe, lavatrici). Spesso piccole cose, ma che aiutano ad affrontare l’inverno più serenamente. «Ma il nostro sostegno è anche molto pratico – aggiunge fra Giambattista – si cerca di dare una mano anche agli agricoltori e agli allevatori, che hanno perso le vacche o le pecore perché morte sotto il crollo delle stalle, oppure perché uccise dal freddo e dalla grande nevicata del 18 gennaio».

    E i frati non si sono tirati indietro neppure quando si è trattato di dare una mano a sistemare e a smistare le grandi quantità di derrate alimentari che continuano ad arrivare e devono raggiungere le mense distribuite nei vari paesi. Compresa quella vicina a Santa Giusta, dove i francescani condividono il pasto con la popolazione, cercando di spronare le persone a non mollare nonostante la sfiducia sia veramente grande.

    Il tutto senza mai smettere di rivolgersi al Signore: ogni giorno si celebra la messa nei container di alcune frazioni oppure nel “convento di plastica”: «Alla sera con le poche persone di Santa Giusta si celebra l’Eucarestia, ringraziando il Signore per i tanti doni ricevuti nonostante tutto», prosegue fra Giambattista. «Ancora oggi c’è gente arrabbiata (e ci sta!), persone che non si danno pace perché in pochi minuti si sono visti crollare la fatica e i sacrifici di anni di lavoro e di sudore. In tanti hanno perso in un colpo solo familiari e amici: oggi vivono alla giornata, senza grande fiducia».

    Questa è la gente affidata alle cure pastorali dei frati: «Gente buona, che a volte si fa scrupoli a ricevere un po’ di latte, olio, pasta, detersivi, perché abituata a donare sempre quello che ha, ma anche gente che ha paura di rimanere senza niente e allora, in tutti i modi, cerca di accumulare cose che forse non userà mai. Persone felici e contente quando la si va a trovare nei container, che ti offrono una tazzina di caffè per farti sentire a casa loro e gente che, con tante lacrime, apre il proprio cuore e condivide l’amarezza che si porta dentro. Gente buona, semplice e accogliente, che ha solo il desiderio di vedere religiosi che stiano con loro, accompagnandoli così a riprendere in mano i fili delle proprie vite spezzate».

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    David Fabrizi

    Nato a Rieti nel 1974 è grafico e fotografo.

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