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Le 100 chiese di Amatrice. Un patrimonio di fede e di arte da puntellare perché torni a vivere

Un viaggio nelle frazioni di Amatrice, “il paese delle 100 chiese”, dove il sisma non ne ha risparmiata una. Sette mesi dopo la prima scossa i numeri sono impietosi: il 90% dei luoghi di culto è di fatto inagibile. Quasi cento edifici di culto sono stati colpiti e tutti, anche i più piccoli, hanno elementi di pregio artistico e storico. A questi se ne aggiungono almeno altri 50 gravemente lesionati e chiusi in attesa di verifiche

«Quel cumulo di macerie che si vede è ciò che resta della chiesa»: è la frase più ricorrente che si può ascoltare dalla viva voce di chi oggi, dopo sette mesi, tenta ancora di scrollarsi di dosso la paura scoccata alle 3.36 del mattino del 24 agosto dello scorso anno.

Anatomia di un territorio

Inoltrarsi nelle 69 frazioni di “mamma Amatrice” oggi vuol dire entrare nelle ferite profonde di una comunità circondata da cumuli di macerie e case sventrate da cui fuoriescono brandelli della vita che era prima dell’arrivo del “mostro”, pezzi di camere, cucine, mobili. Ma anche dai resti delle chiese, tantissime, santuari e cappelle. Luoghi di culto cui gli amatriciani sono affezionati come il santuario del XV secolo della Madonna di Filetta, patrona di Amatrice, o quello dell’Icona Passatora (Santa Maria delle Grazie), del XIV secolo, che per i suoi affreschi è detto la “Cappella Sistina” di questo lembo di terra. Entrambi i luoghi hanno visto la messa in sicurezza da parte del Mibact, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, e dei Vigili del Fuoco. Ma il grosso del lavoro attende di essere fatto.

Ricostruire le piccole chiese cadute, mettere in sicurezza quelle rimaste in piedi: sono gli stessi abitanti del posto a chiederlo. Sono loro i primi guardiani di questi luoghi di culto.
Cento chiese colpite. A Torrita come a Santa Giusta, a Collemoresco come a Patarico, a Casale, a Cossito, a San Lorenzo e Flaviano, a Faizzone, a Sant’Egidio a Sommati, fino a Saletta, che con i suoi 22 morti, è la frazione che ha pagato il prezzo più alto di vite umane dopo Amatrice.

Eppur si muove

In questi piccoli centri le chiese sono ormai distrutte. A dispetto dei malumori e del «qui non si muove niente», nelle aree del sisma, la Chiesa di Rieti sta portando avanti diversi interventi di messa in sicurezza e conservazione ovunque è possibile. Il tutto con l’idea di coinvolgere le comunità locali. Come nel caso del campanile del monastero “Santa Caterina” nella frazione di Scai. È stato questo il primo di una serie di interventi che la diocesi sta progettando e ai quali si darà corso nelle prossime settimane. Al momento ce ne sono una decina in fase di progettazione. Il secondo cantiere dovrebbe partire la prossima settimana. Gli interventi sono finanziati dalla Cei con un fondo speciale di 300mila euro messo a disposizione delle diocesi colpite dal terremoto. La diocesi di Rieti guarda anche alla possibilità di condividere con la popolazione il processo della ricostruzione, lasciando alle singole comunità la possibilità di “adottare” una chiesa. «Proteggere adeguatamente il loro interno, oltre che puntellarle all’esterno, è urgente e necessario», ribadisce il vescovo Domenico, che non dimentica le chiese di Accumoli, Borbona, Cittareale, Leonessa e Posta.

«Le condizioni di questo ingente patrimonio di fede – avverte mons Pompili – sono gravi. Quasi cento chiese sono state colpite e tutte, anche le più piccole, hanno elementi di pregio. A queste se ne aggiungono almeno altre 50 gravemente lesionate chiuse in attesa di verifiche».

«Nelle singole frazioni le chiese sono un punto di riferimento non solo religioso, ma anche culturale», aggiunge mons Luigi Aquilini, nativo di Amatrice, che segue insieme agli uffici diocesani il recupero dei beni culturali. «Ogni frazione ha la sua chiesa. Dopo il sisma i paesi sono pressoché vuoti e il rischio di furti è reale». La situazione è vasta e complicata, e si può avere la sensazione che tutto sia perduto, ma don Luigi rassicura: «Nulla è stato abbandonato».

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