La Web Tax è più vicina

Provvedimento necessario per frenare lo strapotere dei colossi americani

A novembre scorso sembrava cosa fatta, poi l’intervento del Governo (sotto la spinta dell’allora neo-segretario del Pd, Matteo Renzi) che fa un passo indietro. Ora, però, la cosiddetta Web Tax, ovvero la normativa tecnica che dovrebbe obbligare le multinazionali di Internet a pagare le tasse anche nel nostro Paese, sembra di nuovo in auge e pronta per essere varata. Forse.

Il dibattito nell’industria è ormai di attualità da diversi anni: operatori di telecomunicazione, mondo dei media, produttori di contenuti lamentano le condizioni normative asimmetriche che subiscono a favore delle .com, che (grazie a sedi legali negli Usa o in Paesi dai regimi fiscali più favorevoli) riescono a godere di un vantaggio competitivo rispetto ai player nazionali. Il Legislatore ha impiegato diverso tempo per accorgersi del problema, prima con il Governo Monti e poi con il nuovo Parlamento. A fine 2012, l’allora ministro dello Sviluppo Economico ed Infrastrutture, Corrado Passera, era stato molto chiaro: “gli daremo addosso”, promettendo tempi duri per i cosiddetti Over The Top (Google, Yahoo! e tutti gli altri). Il ministro, però, non riesce a mantenere la promessa, crolla il Governo e si va a nuove elezioni. Superata l’impasse istituzionale (elezione del Presidente della Repubblica e formazione del Governo), il Parlamento prova a riprendere in mano la materia.

A novembre scorso, l’onorevole Francesco Boccia (Pd), presidente della “V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione”, presenta una proposta di legge: è la Web Tax. Il cuore della norma è il passaggio in cui si prevede che “i soggetti passivi che intendano acquistare servizi online, sia come commercio elettronico diretto che indiretto, anche attraverso centri media ed operatori terzi sono obbligati ad acquistarli da soggetti titolari di una partita Iva italiana”. Partita iva italiana e, quindi, tasse in Italia.

Dopo un mese di polemiche politiche il Senato approva la Legge di Stabilità, che include una versione alleggerita della proposta Boccia: l’obbligo di possesso di partita Iva italiana è circoscritto solamente a chi vende pubblicità online “e link sponsorizzati”. Il Governo, però, decide di fare un passo indietro con il Milleproroghe, un dietrofront anticipato dall’allora presidente del Consiglio, Enrico Letta, già a poche ore dall’approvazione: “è evidente che quel tipo di intervento fiscale che la Camera ha introdotto ha bisogno di un coordinamento con le norme europee essenziali”. Un punto di vista condiviso anche da Matteo Renzi, da poche settimane neo-segretario del Pd, che ne invoca la sospensione.

Ma l’industria italiana e l’on. Boccia non si arrendono. La settimana scorsa, l’onorevole del Pd incassa l’appoggio di due pezzi da novanta: Carlo De Benedetti, Presidente del Gruppo L’Espresso, e Fedele Confalonieri di Mediaset. “I numeri segnalano una situazione di iniquità e disparità che va affrontata e risolta con il massimo della decisione da parte delle istituzioni europee e con il contributo di quelle nazionali”, ha detto il presidente del Gruppo Espresso. Sulla stessa linea il presidente di Mediaset, per il quale si tratta di una battaglia contro “il neocolonialismo imposto da queste grandi aziende americane”. Boccia promette che l’Italia affronterà il problema durante il semestre di presidenza europea: “Sono convinto – ha detto l’onorevole del Pd – che Renzi porrà questa come questione prioritaria, non solo in Italia ma come questione di civiltà europea, perché non è possibile vivere in un’Europa che non abbia idee su questo tipo di fiscalità”.

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