Festa della patrona

Il vescovo: «L’educazione è il rimedio a una società che pensa solo al presente e non si cura del futuro»

È tornato sugli argomenti del suo Discorso alla Città, il vescovo Domenico, rivolgendosi ai fedeli riuniti in Cattedrale in occasione della solennità di santa Barbara

Il clima di festa non è il solito, per questa insolita Santa Barbara in tempo di pandemia. Niente fiera, meno gente in giro, le manifestazioni culturali collaterali del cartellone “Santa Barbara nel mondo” ridotte all’osso e condensate in una serata da seguire di collage video da seguire solo in tv. Ma le campane di Santa Maria suonano ugualmente a festa, la cappella berniniana dedicata alla martire, nella navata sinistra del Duomo, è regolarmente illuminata e addobbata, il sacello sotto l’altare maggiore che della vergine oriental-sabina custodisce le ossa è visibile e i fedeli, con tutte le regole del distanziamento rigorosamente rispettate, vi si accostano per l’atto di devozione.

In Cattedrale i posti contingentati e distanziati si riempiono tutti per il pontificale serale del vescovo Domenico, che già al mattino aveva celebrato con i Vigili del fuoco, doppiamente in festa per colei che è la protettrice del Corpo (e di cui alla vigilia avevano condotto in volo in elicottero la sua effigie sui cieli di Rieti) e della città da loro servita.

Gonfalone del municipio e sindaco in fascia tricolore in prima fila ricordano che festeggiare la patrona ha un suo valore di “civicità” e di “socialità” che va oltre l’aspetto strettamente spirituale. E l’omelia di monsignor Pompili, dopo il “Discorso alla città” della vigilia, non manca di richiamare alcuni aspetti che aiutano a riflettere non solo la comunità cristiana, ma la realtà sociale tutta.

Parte dalla grande fede che Barbara, cristiana risoluta in un contesto di ostinazione pagana che stando alla tradizione ingabbiava il suo stesso padre che ne eseguì personalmente la condanna a morte: fu una, dice don Domenico, che aveva preso «sul serio le parole di Gesù» appena risuonate nel Vangelo proclamato: «Venite a me vuoi tutti che siete affaticati e stanchi e io vi darò sollievo. Portate su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore».

Non si fece spaventare di affermare la sua dignità, rifiutando un matrimonio combinato e dicendo no alla logica di violenza che ancora imperversava nell’impero. Un impero, però, ormai sull’orlo del tramonto. E gli indizi del declino, sottolinea monsignore, erano evidenti allora, tra III e IV secolo, e ci devono mettere in allarme anche oggi: si trattava del calo demografico e di una cultura ormai imbarbarita. Oggi come allora – è la riflessione del vescovo che, come già nel discorso della vigilia, mette l’accento sulla questione dell’educazione – «la crisi demografica e quella educativa sono segni di una crisi che – al netto del Covid – non è solo economica, ma spirituale».

E proprio dalla vicenda di santa Barbara il presule invita a trarre spunti validi per poter affrontare la situazione.

Primo spunto: «servono… maestri». Pompili ricorda il vincitore del Global Teacher Prize, il maestro indiano Ranjittsinh Disale «che appena arrivato al villaggio cui era stato destinato per la scuola femminile non si è scoraggiato: la scuola era una stamberga e una su dieci delle ragazze si recava saltuariamente a lezione per andare nei campi», ma lui ce l’ha messa tutta per entrare nella situazione e inventarsi mille strategie per poter trasmettere la conoscenza. Segno che la cultura, l’educazione può essere determinante.

Il secondo spunto «è che più del fuoco può il coraggio», ha proseguito monsignore ricordando il detto popolare “Si nasce incendiari e si muore pompieri”. «In realtà, ci vuol poco a distruggere. Molto di più si richiede per costruire. Oggi la tendenza è a demolire. Ma chi ricostruisce poi? Santa Barbara si sottrasse alla follia di un impero economico e militare che non aveva alcun riguardo per la persona ed introdusse dentro una società in fiamme la libertà e la creatività».

E poi, terzo spunto: «la fede è l’unico antidoto alla superstizione». Quella superstizione che ai tempi del tramonto dell’impero era la “pax romana” basata in realtà su violenza e sopraffazione. Anche oggi si tende ad adorare “idoli” che sono, dice Pompili, «violenza, bullismo, razzismo». E come santa Barbara non esitò a sollevarsi contro il padre per ribellarsi a tale situazione, così oggi serve un rigurgito di fede risoluta e convinta.

Santa Barbara è la giovane che si solleva contro il padre che non esita ad eliminarla. Sembra l’effetto di una società che pensa solo al presente cioè a se stessa e non si cura abbastanza di dare un futuro ai propri figli.

E un riferimento valido, nella comunità reatina, è un «maestro dei nostri tempi» che è stato monsignor Lorenzo Chiarinelli, in cui onore, alla vigilia, era stato inaugurato il busto collocato sotto il porticato del Duomo, emblematicamente – evidenzia don Domenico – «tra la città e il tempio»: un segno che, conclude l’omelia di monsignore, vuol ricordarci «che se ai medici spetta salvare il mondo, ai maestri tocca salvare il futuro».

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