Sinodo per l’Amazzonia

Vescovi italiani al Sinodo: «In ascolto del grido della terra e dei poveri. L’Amazzonia è metafora del mondo»

Sono tre i vescovi della Conferenza episcopale italiana che parteciperanno al Sinodo speciale sull’Amazzonia, voluto da Papa Francesco dal 6 al 27 ottobre. Sono mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e mons. Domenico Pompili, vescovo di Rieti. Hanno tutti storie significative alle spalle, testimoni in vario modo delle ferite alla terra che attraversano anche il nostro Paese

I vescovi italiani al Sinodo speciale sull’Amazzonia. Per mettersi «in ascolto del grido della terra e dei poveri». Per dare voce all’emergenza Italia dove si contano 41 Siti di interesse nazionale in cui l’inquinamento è talmente grave da comportare un rischio sanitario. Ma soprattutto al Sinodo per cercare insieme nuovi cammini di evangelizzazione per la Chiesa perché se il Vangelo di Gesù entra nel cuore dei popoli, la Terra guarisce e le culture fioriscono.

Il grido della terra e la voce dei giovani

“È un Sinodo che parte da una zona geografica specifica del mondo ma che riguarda il problema del creato e quindi riguarda tutti”, esordisce mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo. Autore di un libro “Il Capolavoro imperfetto” (edito dai Dehoniani), Spreafico sentenzia:

“Non c’è solo la Terra dei Fuochi, l’Ilva di Taranto, la Valle del Sacco. Da Nord a Sud, anche in Italia, la situazione è grave.

Ma invece di occuparcene, rimaniamo ancora a guardare alla finestra. Non abbiamo capito la gravità del tempo in cui siamo. Il Sinodo sarà importante anche per una presa di coscienza”. Gli fa eco mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali che agli studenti scesi in piazza per il “Friday for future” dice: “è un grido il loro che deve risvegliare la coscienza degli adulti. Possono esserci certamente aspetti naif, ma è un grido profetico, è il grido di chi non vuole un futuro di distruzione e di morte. E’ un grande segno che viene dato agli adulti perché agiscano per un cambiamento degli stili di vita ed invertano la rotta del cammino dell’umanità. Ai ragazzi, mi sento di dire: continuate a portare avanti questo grido e fatelo diventare stimolo per azioni e interventi virtuosi”. Mons. Santoro ha un passato di 27 anni in Brasile prima come sacerdote fidei donum e poi come vescovo. Conosce bene questo territorio avendo visitato molte volte le diocesi di Manaus (capitale dello Stato dell’Amazzonia) e di Parintins, un’isola immersa nel Rio delle Amazzoni. Partecipare al Sinodo, dice, “è innanzitutto condividere il grido dell’Amazzonia, il grido dei poveri e quindi denunciare il paradigma della cultura del consumo  e dello scarto che trasforma il pianeta in una grande discarica”.

I “viri probati”

Nei mezzi di comunicazione, sta ricevendo grande attenzione la proposta – presente nell’Instrumentum Laboris – di “cambiare i criteri di selezione e preparazione dei ministri” autorizzati a celebrare l’Eucarestia. In parole più semplici, l’ordinazione presbiterale dei cosiddetti “viri probati”, laici sposati, per risolvere le difficoltà che le comunità in Amazzonia hanno di “celebrare frequentemente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti”. Mons. Spreafico taglia subito corto:

“Nell’istrumentum Laboris sono state dedicate molte poche righe a questo tempo. Per cui non direi che sia il tema centrale del Sinodo.

Dibatteremo sicuramente questa questione ma dobbiamo evitare di considerarla centrale. Esiste un problema pastorale e di evangelizzazione ma ricordiamoci sempre che il matrimonio dei sacerdoti che gli ortodossi, ma anche le Chiese orientali cattoliche così come le Chiese protestanti ammettono, non è stata la soluzione alla scristianizzazione dell’Europa. Non mi sembra che sia la risposta al problema della evangelizzazione dell’Amazzonia. Certo, è un tema di cui si deve parlare come si dibattono altre questione ma non ne farei il centro della preoccupazione del Sinodo”. Sulla possibilità che da questo Sinodo possano scaturire novità in questo senso, mons. Spreafico risponde: “Questo non lo so dire. Non vedo la prospettiva di unità in questa fase. E’ un tema che riguarda la Chiesa universale e non possiamo pensarlo solo all’interno di una parte della Chiesa che è in Amazzonia”. “Una questione vetusta”, commenta dal canto suo mons. Santoro, che “distoglie l’attenzione dai veri problemi. Sono andato in Brasile nel 1984 e già allora si parlava di queste cose. E’ un discorso che aizza semplicemente i cultori delle guerriglie interne al mondo ecclesiastico e non tocca nessuno dei problemi più gravi che ci sono”.

“L’Amazzonia – aggiunge – ha bisogno dell’attenzione del mondo sulla questione ambientale ma ha anche bisogno del Vangelo, dell’annuncio”.

La questione che sta più a cuore a mons. Santoro è quella relativa ai “nuovi cammini per la Chiesa a partire dall’Amazzonia”. L’incontro – spiega – “tra quel qualcosa di originale insito nel cristianesimo come la vittoria di Cristo sulla morte, e la cultura dei popoli indigeni. Quell’incontro che rende possibile in Amazzonia e dappertutto un annuncio della fede cristiana pieno di ardore ma anche rispettoso,  come suggerisce il Papa, dei popoli. La Chiesa “ha molto da imparare dai popoli indigeni, da una cultura che da valore alle relazioni e crede che tutti gli elementi della vita, l’acqua, l’aria, la terra sono collegati tra loro”. L’annuncio in questa terra è quindi “un cuore che incontra la cultura, la favorisce, la fa sviluppare e si mette in ascolto per ciò che quella cultura può insegnare a tutto il mondo. D’altro canto l’annuncio esplicito della Resurrezione di Cristo è indispensabile anche per la cosmovisione amazzonica”.

Non è terra “matrigna”

Il terzo vescovo italiano presente al Sinodo, mons. Domenico Pompili di Rieti, viene da una terra, Amatrice, che è stata ferita tre anni fa da un terremoto che ha lasciato morti e distruzione. “Non è terra matrigna”, dice subito e spiega: “credo che il terremoto non sia una fatalità ma l’effetto di un difficile rapporto tra l’uomo e l’ambiente che non è facile gestire ma di cui bisogna sempre più prendere consapevolezza. Se un simile terremoto fosse successo in Giappone, sarebbe stato relegato in un articolo di cronaca. Da noi è stata ed è un’autentica tragedia. Questo significa che il problema va affrontato di petto”. Rispetto al Sinodo dice: “sono curioso e anche pronto ad ascoltare.

L’Amazzonia è metafora del mondo e il Sinodo ci permette oggi di portare l’attenzione del mondo sulla grande questione del rapporto tra uomo e ambiente.

Per farlo però bisogna superare due posizioni emergenti nello spazio pubblico: quella dei cosiddetti negazionisti che tendono a minimizzare l’impatto del cambiamento climatico e quello dei terroristi che fanno al contrario una comunicazioni sul filo delle fine imminente del mondo. Dobbiamo prenderci del tempo per capire cosa non va in questa casa comune e come invertire la rotta. Il pianeta terra è l’unico che abbiamo”.

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