Venerdì Santo, il vescovo: «Nessun dolore è inutile, l’amore di Dio porta tutto a compimento»

Durante la liturgia del Venerdì Santo, il vescovo Domenico ha rivolto la sua riflessione sul mistero della croce ricordando come nei secoli abbia rappresentato il simbolo del dolore umano e come, più di recente, essa è diventata anche il segno «della debolezza di Dio in questo mondo e del suo essere per gli altri fino in fondo».

«Il dolore, piuttosto che farci concentrare su di noi, ci apre a una percezione diversa del mondo, ci fa comprendere che non è il nostro dolore, ma è il dolore degli altri la misura di Dio e la misura dell’uomo». Durante la liturgia del Venerdì Santo, il vescovo Domenico ha rivolto la sua riflessione sul mistero della croce ricordando come nei secoli abbia rappresentato il simbolo del dolore umano e come, più di recente, essa è diventata anche il segno «della debolezza di Dio in questo mondo e del suo essere per gli altri fino in fondo».

Un capovolgimento che diviene comprensibile solo attraverso le parole di Gesù, nelle ultime parole pronunciate pendendo dalla croce: «tutto è compiuto». Compiuto, non finito: «in questo modo, riscatta l’assurdità della sua morte cruenta lasciandoci intendere che si sta compiendo, anzi si è compiuto, un disegno che supera la nostra comprensione umana», ma che di riflesso ci assicura «che grazie alla croce nessun uomo è solo, nessuna sofferenza è inutile, nessun sospiro è dimenticato, nessuna lacrima è versata in vano. Dio porta tutto a compimento con l’amore con il quale Gesù ama i suoi sino alla fine».

Una lezione che invita a non chiudersi di fronte ai nostri dolori e alle angosce, ma piuttosto «ad aprirsi a quelle che sono le tristezze e le ristrettezze del mondo». È per questa via, infatti, «che acquistano un senso le parole provocatorie di un grande padre della Chiesa, Giovanni Crisostomo, quando scrive: “grazie alla croce non viviamo più con il terrore del lupo perché ci è accanto il buon pastore”».

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