Un’umanità straziata e straziante è ormai alle porte

I dati per certi versi diventano un pericoloso dettaglio. Su cui c’è il rischio di assuefazione. Tra bollettini drammatici e aggiornamenti che si rincorrono si sta perdendo il senso di una realtà che non va più commentata con rabbia o dolore, ma affrontata con tenacia e determinazione. Il Mediterraneo, la culla per antonomasia della civiltà, è diventato un immenso cimitero. Dalla vita alla morte. Sono arrivati in 10mila negli ultimi giorni, oltre in 17mila dall’inizio del 2015. A cui dovrebbe aggiungersi più di un migliaio che non ce l’ha fatta ed è stata inghiottita dal mare. Si parla almeno di 3.500 persone scomparse dall’inizio dell’anno. Una fonte dell’intelligence registrata da «Avvenire» ha ammesso che «le previsioni sono le peggiori di sempre. Arriveranno più persone che in occasione delle primavere arabe». Chi prova a dare qualche numero parla di almeno 250mila profughi destinati a sbarcare quest’anno, con impennate drammatiche durante l’estate. Per avere un termine paragone, nel 2014, anno record, gli sbarchi furono 170mila. Intanto continuano ad arrivare notizie sempre più agghiaccianti di ripetuti naufragi di barconi e pescherecci, fino a quello di domenica scorsa che ci ha lasciato ancora più allibiti. Numeri di proporzioni gigantesche. Stiamo parlando di persone, uomini e donne, bambini, non cose, oggetti. Grande cordoglio, massima preoccupazione, solidarietà a livelli encomiabili, ma poi?

«Dobbiamo aspettarci un esodo», ha annunciato tempo fa da buon profeta il cappellano degli eritrei don Mosé Zerai. Che ha anche spiegato come verso Tripoli stiano riversandosi migliaia di profughi eritrei, etiopi e somali che il Sudan sta perseguitando e che quindi tentano la fuga verso Nord, sognando l’Europa. A loro si aggiungono poi i profughi siriani, quelli dello Yemen, quelli in fuga dall’Isis e dal suo terrore. Un’umanità in fuga che prima di tentare la traversata deve sperimentare anche il caos libico, dove i campi di raccolta sono in mano a 20mila miliziani che estorcono tutto quello che è possibile estorcere ai profughi per poi consegnarli nelle mani degli scafisti. «L’onda anomala di un’umanità straziata e straziante è ormai alle porte», ha denunciato sulla prima pagina del Corriere della Sera Franco Venturini. E questa umanità cosa trova una volta che si è messa in mare? Innanzitutto trova un sistema europeo di presidio delle frontiere marine, del tutto inadeguato rispetto a questa emergenza: da quando è operativa, cioè da novembre 2014, i migranti recuperati in mare dalle navi di Frontex sono poco più di 7mila. Gli altri 20mila hanno dovuto affidarsi soprattutto ai mezzi della Marina italiana. Come ha riconosciuto il direttore generale dell’Organizzazione mondiale dei migranti, l’Oim, William Swing, «gli sforzi compiuti dalle forze marittime italiane sono eroici. La guardia costiera, la Marina militare e i mercantili continuano a fornire un contributo essenziale». Le regole di ingaggio di Frontex prevedono che le unità navali europee intervengano solo nelle acque territoriali, per cui il salvataggio di migliaia di persone in mare aperto resta un problema scaricato sulle navi italiane. Ma è evidente che davanti a quello che è il più importante flusso migratorio oggi esistente al mondo, questo approccio sia drammaticamente inadeguato.

Oggi migranti e governi sono tutti in balia degli scafisti (che nei giorni scorsi hanno addirittura sparato per recuperare un’imbarcazione dopo che i profughi erano stati portati in salvo su un rimorchiatore italiano). Sono loro gli incontrastati e spregiudicati padroni del gioco, dato che l’Europa si è dimostrata distratta e impotente e non si è preoccupata di imporre altre regole. Invece è chiaro che per arginare gli scafisti bisognerebbe adottare misure che tolgano loro potere: ad esempio bisognerebbe creare corridoi umanitari sicuri. E imporre condizioni perché i campi di raccolta in Libia possano diventare punti in cui organizzare un’iniziale raccolta delle richieste di asilo. Ma l’Europa, favorendo l’abbattimento del regime di Gheddafi, ha improvvidamente spinto la Libia nel caos della guerra tra fazioni, e ora si trova ad aver a che fare con un paese assolutamente inaffidabile. Eppure questa è la vera emergenza umana, dalle dimensioni epocali, che abbiamo di fronte. Un’emergenza che sino ad ora è stata tamponata dalla generosità, in alcuni casi anche eroica, di tanti marinai che in questi mesi hanno portato in salvo migliaia di vite. Ma ora tocca alla politica uscire dal sonno e prendere finalmente l’iniziativa. Non c’è molto tempo davanti. Basta con i rimpalli di responsabilità e con le concertazioni per stabilire infinite linee operative. È un’urgenza mondiale, non tocca più il nostro Paese o questa immobile Europa, preoccupata solo di parametri economici e non di vite umane.

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