San Massimiliano ha profetizzato l'unità delle famiglie francescane del primo Ordine: minori, conventuali e cappuccini, ed è dunque particolarmente vicino all'esperienza interobbedenziale di Rieti

Uno sguardo all’Assunta attraverso le parole e la vita di Massimiliano Kolbe

La chiesa di san Francesco a Rieti, su iniziativa dei frati della Comunità francescana interobbedienziale, ha ospitato un momento di preghiera in memoria di padre Massimiliano Kolbe, meditandone la vita e gli scritti attraverso i misteri del Rosario. Dopo la preghiera, la processione aux-flambeaux in piazza San Francesco e rose bianche e rosse posate dai fedeli ai piedi della statua della Vergine

Una rosa bianca e una rosa rossa: questi i segni scelti dai frati della Comunità francescana interobbedienziale per celebrare la memoria di padre Massimiliano Kolbe, nel giorno del suo martirio.

A ispirare la scelta un episodio dell’infanzia del santo, quando la Madonna gli si è mostrata con due corone in mano, una bianca e una rossa. «Mi guardava con amore e mi chiedeva se volevo queste corone. La bianca significa che vivrò nella purezza e la rossa che sarò martire. Risposi che le volevo… allora la Vergine mi ha guardato con dolcezza e poi è scomparsa».

Il brano – tratto da una testimonianza della madre del santo – è stato tra quelli che hanno contrappuntato la recita del rosario. Nella sera tra il 14 e il 15 agosto, infatti, non si può rivolgere il pensiero a padre Kolbe senza meditare sulla Madonna. Per San Massimiliano, l’amore verso Maria non era semplicemente un fatto devozionale, ma rappresentava un impegno formale a collaborare con lei e come lei, con ogni mezzo, all’opera della redenzione. E l’apparizione della Vergine segna la scelta di un cammino che sarebbe durato tutta la vita.

Le due corone simboleggiano efficacemente l’amore di Dio, sovrabbondante, creativo, ma anche pronto anche ad assumere la sofferenza. Una lezione che il francescano ha poi testimoniato con forza nel campo di concentramento di Auschwitz, offrendo la sua vita in cambio di quella di Francesco Gajowniczek, un partigiano polacco, padre di famiglia. E sono state proprio le parole di quest’ultimo a completare la cornice dei testi meditati da padre Luigi Faraglia prima della breve processione aux-flambeaux sul piazzale davanti la chiesa di San Francesco: «Quando fui liberato, credevo che non sarei riuscito a perdonare. Poi, trovandomi di fronte ai civili tedeschi cacciati da queste terre, vedendo le loro donne con i bambini ho pensato che, se esisteva una differenza tra noi e i criminali, era proprio questa: noi eravamo rimasti uomini, nonostante tutto».

È l’ultima, difficile, lezione da Auschwitz di padre Kolbe. Dopo due settimane di agonia, senza cibo e senza acqua, il francescano martire volontario, tende il braccio e si rivolge al medico che lo sta per uccidere con una iniezione di acido fenico dicendo: «Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente. Solo l’amore crea». Un’eredità da raccogliere anche nel nostro tempo, tanto nella devozione mariana che nell’impegno culturale, perché questo cuore della tradizione cristiana è il fondamento dei valori più autentici dell’Europa tutta.

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