Università a Rieti: una responsabilità da non sfuggire, una risorsa da salvare

La crescente gravità della precaria condizione della Sabina Universitas in questi giorni sta suscitando un preoccupato dibattito. L’università reatina, che in pochi anni ha ottenuto diversi successi quanto all’aumento dei corsi e degli iscritti, soffre infatti di gravi problemi di finanziamento che potrebbero compromettere il suo futuro. Una prospettiva senz’altro da evitare: attraverso un maggiore impegno dei soggetti coinvolti e senza escludere soluzioni inedite, ma concrete, perché la scarsità di risorse è un dato di fatto che non va eluso, ma superato

L’università reatina chiuderà? Al momento le prospettive di sopravvivenza non sembrano molte, ma non è impossibile un miracolo all’ultimo momento. L’ostacolo, come sempre, è rappresentato dalla disponibilità di soldi freschi, che nessun ente tra quelli che la fondarono nel 2000 possiede.

A eccezione della Fondazione Varrone, creatura nata dalla riforma Amato, quando le funzioni della Cassa di Risparmio di Rieti vennero divise: da una parte la banca vera e propria; dall’altra la fondazione destinata a «gestire le partecipazioni della banca in modo da trarre ritorni di beneficio sociale». La Fondazione ha già fatto, versando al Consorzio universitario tutte le quote annuali di sua spettanza e forse di più. Potrà fare qualcos’altro? Su questa ipotesi, che salverebbe momentaneamente il Polo universitario, i pareri sono discordi.

Qui torna alla mente l’errore che si fece alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, quando le città vicine promossero le loro libere università (L’Aquila, Viterbo, Pescara, Chieti, Teramo) e dopo una decina di anni di memorabili battaglie politiche e studentesche, se le videro riconoscere attraverso una legge approvata dal Parlamento. Il Governo le statalizzò e se ne accollò le spese, per cui non ebbero problemi se non all’inizio.

Anche Rieti promosse la sua università libera intitolandola “delle scienze della terra”. Il comitato promotore era presieduto dallo scienziato “della luna” Enrico Medi, allora popolarissimo, e ne fecero parte tutti i docenti universitari nativi nell’umbilicus. Ma, in Consiglio comunale, il Pci e le sinistre bocciarono il progetto, affossandolo perché era stato presentato da democristiani, socialisti, repubblicani e socialdemocratici, cosicché la città risultò nuovamente divisa mentre le altre erano unite e coese.

Non c’è dubbio che tocchi ora alla classe dirigente provinciale, tutta e di qualsiasi colore, salvare il Polo universitario de La Sapienza, funzionante a Rieti insieme alla Facoltà di Scienze forestali dell’Università della Tuscia. Entrato da mesi in camera di rianimazione, dovrebbe trovare un salvatore o viceversa la sua prossima morte, decretata dalla freddezza dei conti e dei debiti insoluti di Provincia e Comune, impossibilitati a farvi fronte.

Ma anche agli universitari toccherebbe difendere la propria università. E i sindacati dovrebbero mobilitarsi per un ambito ove è richiesto il loro intervento per la prima volta: innanzi a questa catastrofe annunciata sarebbe preoccupante ignorare e non tener conto che il Polo ha quasi 1.400/1.500 studenti che lo frequentano; svolge decine di master per laureati provenienti da tutta Italia nei fine settimana; produce un indotto di centinaia di migliaia di euro l’anno grazie ai giovani che lo hanno scelto. Tutte persone che prendono camere in affitto per la loro provvisoria residenza e poi spendono in città per vivere, mangiare, vestirsi e divertirsi.

Se i soccorritori verranno meno, una tegola di proporzioni gigantesche cadrà sulle non facili prospettive della città. Il colpo comprometterebbe le residue speranze di accedere alla nuova modernità attraverso programmi che furono ben congegnati, quando il Polo universitario fu fondato, ma non tutti realizzati per l’insipienza della classe dirigente che seguì a quella “fondatrice”.
Le opportunità che fornisce l’università sono tuttora integre. Il Polo è un faro che illumina un ambiente cittadino povero di cultura e privo di orizzonti occupazionali. Che tutti guardino alla Fondazione Varrone, l’unico ente ad avere oggi le disponibilità finanziare per vincere la sfida della sopravvivenza, è naturale in una provincia dagli enti comunali che hanno i bilanci posti sulla soglia di un più volte annunciato default. Non c’è quindi da meravigliarsi e che nessuno se ne adombri.

Un intervento ad hoc della Regione Lazio, motivato dalla crisi abbattutasi sulla vita dell’intera provincia dopo il devastante terremoto dell’agosto 2016, sarebbe percorribile? La ciambella di salvataggio è anche nelle mani del presidente Zingaretti oltre che in quelle del notaio Valentini, presidente della Fondazione?

I prossimi giorni ce lo diranno. L’opinione pubblica attenta agli eventi di casa se lo chiede e spera nella politica sana e responsabile. È a questa politica che si fa appello e che si chiede di avere coraggio.

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