Chiesa di Rieti

Una luce che accompagna

Una domenica di festa e commiato al monastero di Santa Chiara, dove le claustrali hanno salutato la città di Rieti, dalla quale si allontaneranno momentaneamente per poi tornare quando i lavori di consolidamento post sisma saranno terminati.

Una domenica di festa e commiato al monastero di Santa Chiara, dove le claustrali hanno salutato la città di Rieti, dalla quale si allontaneranno momentaneamente per poi tornare quando i lavori di consolidamento post sisma saranno terminati.

Con l’occasione, la comunità ha festeggiato gli ottant’anni di vita religiosa della longeva suor Clara, vera e propria “colonna” del monastero di via San Francesco, donna «che non ha avuto paura della felicità», come ha voluto sottolineare il vescovo Domenico.

Perché «non si vince la paura di essere insignificante sgomitando e prevaricando, ma accogliendo e servendo. Allora si capisce finalmente perché se uno vuol essere il primo sia l’ultimo e il servitore di tutti».

«Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo – ha proseguito monsignor Pompili nell’omelia – così ragionano tra sé gli empi, secondo il libro della Sapienza. Per quanto il bene non faccia notizia, sempre aizza contro di sé il male. Infatti c’è sempre qualcuno che si irrita e te la fa pagare perché il giusto mette in discussione gli empi che non sopportano si possa vivere in modo diverso»

«La figura del giusto perseguitato dagli empi ci proietta nell’episodio evangelico, dove Gesù rivela ciò che lo attende. Dice apertamente: Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà. Ma a parole così consapevoli fa riscontro la totale incomprensione dei suoi. Non vogliono ascoltare certe cose perché nel frattempo stanno discutendo su chi è il più grande. Come spiegare una reazione così gretta e meschina? In realtà, la reazione dei discepoli è quella che sempre prende l’uomo di fronte allo spauracchio del fallimento. E così per paura di morire si finisce per aver paura di vivere».

Una paura di morire che a volta paralizza, o induce a fare scelte travolgenti, o apparentemente incomprensibili: «Perché, ad esempio, certe volte invecchiare significa peggiorare nel carattere e nello stile personali? Perché certi ‘trasalimenti’ da insospettabili cinquantenni/sessantenni che mandano tutto a scatafascio nella famiglia per inseguire una nuova storia? Perché la spregiudicatezza che non guarda in faccia a nessuno, pur di arraffare e depredare? Perché l’incoscienza di certi adolescenti che finiscono per suicidarsi, pur di uscire dall’anonimato? Per la paura di morire. Quindi, di vivere. E l’antidoto al male di vivere non è rinchiudersi in se stessi».

Una celebrazione sentita e partecipata, con le claustrali dietro la grata felici di ricevere tanto affetto e gioia. Al termine della celebrazione liturgica, animata dal coro Valle Santa, il vescovo Domenico ha voluto donare alle monache una lampada contornata da una corona di fiori, a simboleggiare la fiamma della fede, sempre accesa nei loro cuori.

 

 

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