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Una città in salute: nel corpo e nello spirito

Mettendosi in ascolto del dibattito locale si ha un’impressione frammentaria e confusa. Abitiamo un territorio raccontato sull’orlo dell’abisso, dal punto di vista occupazionale o sanitario, ma che insieme riesce a fare festa in piazza, mettendo in vetrina personaggi di primo piano. Viene allora il dubbio di vivere nel mezzo di narrazioni parziali della realtà, o di essere più semplicemente incapaci di uno sguardo complessivo sulle cose, capace trovare in loro un filo coerente

Resta forte in città il dibattito sui temi della salute. La classifica proposta dal «Sole 24 ore» un paio di settimane fa sembra aver colpito un nervo scoperto mettendo Rieti in fondo all’elenco. Forse perché quei numeri coincidevano con una percezione diffusa, con un sentimento prevalente. Il successo dell’indagine del quotidiano di Confindustria presso l’opinione pubblica locale potrebbe dipendere anche dal gusto narcisistico di veder confermate le proprie intuizioni. Un piacere che non viene certo meno quando queste sono negative. E poi lo sappiamo: le occasioni per far polemica e rimproverare le classi dirigenti per qualcosa che va storto sono sempre ben accette. Ma come stiamo imparando anche grazie al laboratorio di RiData, i dati vanno trattati con cautela. Perché i numeri sono oggettivi, ma parlano meglio se messi in relazione ad altre voci, in rapporto ad altri dati, in dialogo con il contesto. È lo stesso «Sole 24 Ore», del resto, a mettere le mani avanti e a precisare che «L’Indice non ha la pretesa di essere esaustivo nella rappresentazione di una realtà complessa come la salute, né tantomeno della qualità dei servizi sanitari a livello territoriale». Una premessa opportuna visto che nei giorni successivi alla pubblicazione della classifica da parte del quotidiano, altre letture hanno provato a mostrare la situazione in modo diverso, cercando di ridimensionare un poco lo scontento. Tra queste quella dell’Assessore alla Sanità e l’Integrazione sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato, che facendo leva su alcuni dati epidemiologici ha parlato di «scelta arbitraria degli indicatori di salute utilizzati nella ricerca effettuata» dal «Sole 24 Ore».

Qui non entreremo nel merito: il gruppo di RiData sta lavorando proprio su questi aspetti e durante l’Incontro di cittadinanza programmato per la fine del mese potremo capirci di sicuro qualcosa in più. Ci interessa però soffermarci su questa visione “relazionale” dei dati. Perché quando si parla di salute bisognerebbe forse avere una visione più ampia, capace di mettere in conto le diverse voci che determinano la qualità della vita. Oltre ai servizi, ad esempio, pesano l’ambiente e la qualità dell’aria e delle acque: quanto a questo qualunque classifica conferma che non siamo affatto messi male. E poi ci sono gli stili di vita: quello che produciamo e mangiamo, ad esempio, ma anche il nostro modo di essere attivi. Della qualità del nostro agroalimentare siamo abbastanza sicuri da farne motivo di vanto, a volte fino al punto di preoccuparci della protezione delle nostre tipicità. E se ha ragione chi promuove il Rieti Sport Festival, non siamo davvero messi male neppure dal punto di vista della cura del corpo.

Il pregio maggiore della manifestazione non si trova infatti negli importanti ospiti che l’organizzazione è riuscita a coinvolgere. Tomas Lavik, Airton Cozzolino, Maria Grazia Cucinotta, Siniša Mihajlović, Max Giusti, Kristian Ghedina, Giorgio Rocca e gli altri funzioneranno di sicuro da richiamo e daranno pure visibilità, ma saranno comunque di passaggio, e dunque potranno incidere poco. La forza del Festival di Rieti sta piuttosto nell’aver compreso e valorizzato la profonda vocazione sportiva del territorio. Non solo quella delle prime squadre, con le loro affezionate tifoserie, e dell’atletica, che della città è un vero fiore all’occhiello. La vocazione sportiva di Rieti è anche nel variegato mondo delle tante realtà piccole e grandi che si occupano di ciclismo, escursionismo, arti marziali, nuoto, sport acquatici, equitazione, fitness. Un mondo radicato di giovani e adulti che frequenta le strutture e alimenta una forte cultura sportiva, portata alla luce anche dalla Chiesa in occasione dell’ultimo Giubileo.

Di certo non sostituisce un ospedale ben organizzato, ma non si può neppure dire che tutto questo movimento non faccia bene alla salute e probabilmente anche allo spirito. Se non altro perché lo sport aiuta a fare squadra, a competere rispettando le regole e a fare leva su se stessi, a superare i propri limiti, cioè a rinnovare la propria presenza nel mondo. Tutte cose di cui la città ha bisogno.

Fa bene tenerlo presente nei giorni di Pentecoste. In un tempo litigioso e avido di speranza come quello che stiamo vivendo un maggiore ricorso allo Spirito, può essere un motore importante. Il dato è certo, lo ha diffuso una fonte affidabile: lo Spirito Santo è «un ricostituente», da prendere quando si ha bisogno di «un cambiamento vero». È ciò di cui abbiamo bisogno «quando siamo a terra, quando fatichiamo sotto il peso della vita, quando le nostre debolezze ci opprimono, quando andare avanti è difficile e amare sembra impossibile».

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