Ecumenismo

Una chiesa in legno a Campoloniano per i cristiani ortodossi

È quasi un frutto buono del terremoto la chiesa che la comunità ortodossa romena sta costruendo a a Rieti, nel popoloso quartiere di Campoloniano. La posa della prima pietra è avvenuta lo scorso sabato alla presenza delle maggiori autorità religiose romene in Italia, affiancate dal vescovo Domenico, dai alcuni sacerdoti e dal sindaco Antonio Cicchetti

Uniti dai santi

Sarà dedicata a un santo “romeno” e a una santa “reatina” la nuova chiesa dei cristiani ortodossi romeni di stanza a Rieti, di cui sabato è stata solennemente festeggiata la posa della prima pietra. Sarà infatti dedicata a san Giuseppe il Nuovo di Partos, vescovo di Timisoara, titolare della comunità parrocchiale che afferisce alla diocesi italiana della Chiesa ortodossa romena, ma anche a santa Barbara. E non solo perché è la patrona della città che ha accolto i fedeli provenienti dalla Romania. La martire è assai venerata nella cristianità orientale e, già da qualche anno, la sera del quattro dicembre i fedeli ortodossi usano raccogliersi in Cattedrale, terminato il pontificale della comunità cattolica, per pregare dinanzi alle reliquie della grande martire, conservate sotto l’altare maggiore.

In ricordo delle vittime del sisma

In più, l’edificio di culto sarà anche un modo per tenere viva la memoria delle vittime del terremoto del 2016. In qualche modo, infatti, sono state le conseguenze del sisma a spingere la parrocchia guidata da padre Constantin Holban ad adoperarsi per avere un proprio luogo di culto. Lo ha confidato lo stesso sacerdote durante la cerimonia che segna l’avvio dei lavori, ricordando la collaborazione in questi anni della locale Chiesa cattolica. Ai fedeli ortodossi la Curia aveva infatti assegnato in uso la chiesa di Santa Lucia, che lo sciame sismico del 2016 ha però reso inagibile; quindi il trasferimento alla Madonna dell’Orto, risultata però troppo piccola: non a caso, per le feste principali come Natale o Pasqua, la comunità ha trovato ospitalità nel salone parrocchiale di Regina Pacis. Una situazione che ha convito padre Constantin e i suoi fedeli della necessità di edificare la nuovo complesso parrocchiale.

Una chiesa in legno

Un aiuto importante l’ha offerto il Comune di Rieti, che ha individuato un terreno adatto nel quartiere di Campoloniano, che costituisce ormai il nucleo più popoloso della città. Qui sorgerà una chiesa sarà in legno, secondo la tradizione delle regioni settentrionali della Romania. Sarà la seconda in Italia con questo materiale dopo quella edificata a Moncalieri, alle porte di Torino. Lo stile di queste e delle altre chiese sparse nel mondo, testimonia la presenza internazionale di emigrati dal Paese: la Romania costituisce un’isola latina in terra slava in cui il cristianesimo ortodosso, con il proprio Patriarcato, costituisce la confessione religiosa maggioritaria.

In preghiera sulle fondamenta

Sabato mattina, erano tanti i cristiani romeni e reatini radunati per la cerimonia nel prato dietro la scuola materna di Campoloniano, a un passo dal cortile della casa diocesana Buon Pastore e a due passi dalla locale parrocchia di San Giovanni Battista. A presiedere la liturgia è stato il vescovo che guida l’eparchia italiana, Siluan Span, affiancato dal vicario generale e da diversi sacerdoti giunti da varie città. Non mancava la rappresentanza cattolica, in testa il vescovo Domenico, con il direttore dell’Ufficio diocesano che si occupa della pastorale ecumenica e missionaria, don Marco Tarquini, e i due sacerdoti che guidano la vicina parrocchia del quartiere, don Lorenzo Blasetti e don Roberto D’Ammando. Ricco e sublime il rito di benedizione, con la tipica abbondanza di acqua lustrale e incenso, tra icone e parati, in un susseguirsi di invocazioni e tropari, litanie e Kyrie eleison, a segnare i materiali fondamenta dell’edificio sacro. La lapide commemorativa riporta l’iscrizione in due lingue, romeno e italiano.

Ciò che unisce è maggiore di ciò che distingue

Terminata la lunga cerimonia, il primo a rivolgere il saluto è stato padre Holban, emozionato nel ribadire che «tutto quello che è stato fatto qui è opera del Signore». Ha ricordato don Luigi Bardotti, che accolse fraternamente la comunità ortodossa a Santa Lucia, e ha ringraziato don Marco, che come parroco di Sant’Agostino la ospita ora nella chiesetta delle Porrara. E poi tutti i sacerdoti cattolici, con il vescovo Domenico in testa, per l’accoglienza «da veri fratelli».

Mons. Pompili ha espresso piena condivisione dei sentimenti di letizia, parlando della posa della prima pietra come di «un motivo di gioia da condividere». E grato per la memoria che l’edificio farà delle vittime del terremoto, il vescovo si è detto certo che il profilo della nuova chiesa sarà un dono «che sicuramente arricchirà il nostro sguardo». Di questo ha ringraziato la comunità ortodossa, «con la quale ci sentiamo molto vicini, perché non è più tempo di marcare le differenze, è tempo piuttosto di camminare insieme pur nella distinzione, perché ciò che ci accomuna, il Vangelo di Gesù Cristo, è molto di più di ciò che ci divide». Un sentimento sottolineato da don Marco, bravo iconografo oltre che sacerdote, con il dono di due icone da lui realizzate, raffiguranti due santi venerati da cattolici e ortodossi: san Silvano del Monte Athos e san Serafino di Sarov.

Alla cerimonia era presente pure il sindaco Antonio Cicchetti, a rappresentare l’Amministrazione comunale che ha ben volentieri dato seguito alla richiesta di un terreno per il luogo di preghiera della comunità, ben integrata nel tessuto cittadino: «crediamo che uno dei principi fondamentali per integrarsi sia quello di vivere secondo il proprio modo, pregare secondo la propria cultura, la propria tradizione, il proprio sentimento religioso, poter mantenere il fuoco che è dentro ciascuno di noi anche in un luogo lontano», ha detto il primo cittadino, ricordando il vincolo che lega italiani e romeni: «Siamo tutti figli della stessa madre che è Roma, una cultura millenaria ci associa, crea fra di noi più somiglianze che differenze. Un popolo antico, venuto da noi come prima immigrazione, che ha seminato, creando famiglie, creando lavoro, creando piccola impresa. Di questo siamo riconoscenti, anche per la bravura degli artigiani romeni, sono veramente artisti più che artigiani. Noi saremo a fianco fino alla realizzazione».

A seguire i lavori sarà un reatino, Antonio Pilati, che ha offerto la sua consulenza e professionalità gratuitamente, come in gran parte volontaria sarà l’opera degli addetti (romeni esperti nei campi dell’edilizia e dell’artigianato non mancano certo). Se tutto procederà per il meglio, la prima chiesa tutta in legno nel reatino vedrà la luce per l’autunno prossimo.

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