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«Un uomo in divisa non può inginocchiarsi e piangere»: il libro dell’ex questore D’Andrea sul terremoto del 2016

Il libro "Ricominciare" scritto dall'ex questore di Rieti Gualtiero D’Andrea e presentato ieri a Roma, racconta i momenti tragici dell'emergenza post terremoto e la difficoltà di ricoprire un ruolo istituzionale lucidamente e senza lasciar trasparire le proprie emozioni

C’erano tutti quelli che c’erano, alla presentazione romana del libro Ricominciare, scritto dall’ex questore di Rieti, Gualtiero D’Andrea. Quelli che c’erano in quei momenti tragici subito dopo il 24 agosto 2016, quelli che lo affiancarono nella prima e nella seconda emergenza, durante i soccorsi, durante la gestione della logistica per i funerali, durante il sostegno ai familiari, durante quei momenti in cui il tempo sembrava essersi fermato su un fotogramma di un film di guerra.

C’erano l’allora prefetto Walter Crudo, il vescovo Domenico Pompili, l’allora comandante provinciale dei Vigili del Fuoco Maria Pannuti, Fabrizio Curcio che era ai tempi a capo della Protezione Civile, le tante istituzioni, i religiosi e le forze dell’ordine che respirarano insieme al questore quell’odore di polvere, di lacrime e di morte.

Visibilmente emozionato, il dottor D’Andrea rivive ancora quei momenti, a tratti non riesce a separarsene: «Non riesco a fermare nella mia mente, a tutt’oggi, le immagini di quel paesaggio; non riesco a fermare il corso dei miei pensieri. La razionalità si perde nel torpore dei ricordi». In prima linea fin da subito, l’allora dirigente, dalla normale e quasi pacata routine della questura reatina si trova improvvisamente catapultato a lavorare all’inferno, cercando di rimanere lucido per gestire in maniera ponderata le incombenze burocratiche, dando ordini ai suoi uomini senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni».

Tuttora, dalle pagine del suo libro, sembra non voler credere alla realtà, a quelle immagini terribili che la mente non riesce a cancellare, come «i corpi di bimbi esanimi recuparati sotto le macerie e avvolti in copertine verdi, trasportati in un’area nella quale un tempo avevavano giocato felici».

Ma la verità «è che il tempo non si ferma, e per rendersi conto di cosa sia un terremoto non basta guardare la televisione», e non è neppure sufficiente «recarsi sui luoghi del sisma per veirficare l’entità dei danni oppure osservare lo strazio di persone e cose».

Un libro dedicato non solo a chi c’era, ma anche nato con il desiderio di sostenere chi è rimasto tra mille difficoltà, con l’intento di mantenere viva la memoria di chi è perito in quella disgrazia, perchè il sacrificio della gente accumolese e amatriciana non sia vano.

D’Andrea rivive ognuno di quei tragici momenti, dalla prima scossa delle 3 e 36: «un dramma nel sogno che poi diventa incubo», le urla di dolore dei familiari, l’ultimo addio degli strazianti funerali sotto la pioggia con le autorità assiepate in uno spazio angusto e ristretto, tra la folla: una situazione difficile da gestire non solo emotivamente, ma anche professionalmente, da uomo delle istituzioni. E Gualtiero D’Andrea lo spiega bene: «La cosa più difficile per una persona in divisa è trovare un posto nascosto dove piangere, dove nessuno ti vede; un uomo in divisa che viene chiamato in soccorso non può inginocchiarsi e piangere, lo può fare solo in solitudine, a fine turno, lontanto dagli sguardi degli altri».

E in qualche modo, la narrazione diventa una sorta di terapia per ciò che è stato vissuto, e forse mai elaborato fino in fondo: la devastazione, il sangue, il senso di smarrimento, le problematiche che si ponevano giorno dopo giorno sui tavoli di lavoro improvvisati qua e là, in una situazione a dir poco devastante e precaria, ma dove si doveva decidere lucidamente e insieme la cosa più giusta. E si doveva farlo in fretta.

E poi, la gestione della sicurezza per le visite dei rappresentanti del Governo, delle tante autorità, del Presidente della Repubblica e addirittura del Papa. Incontrare il Papa e doverne tutelare la sicurezza in un posto dove di sicuro ormai non c’era più nulla, né a livello materiale, né a livello emotivo. Un quattro ottobre scolpito nella mente in maniera indelebile, immagini veloci e rubate di quella visita improvvisata e rapida, che il dottor D’Andrea conserva gelosamente al punto da sceglierne una come immagine del proprio profilo, sulla chat telefonica personale. Papa Francesco in primo piano, gli uomini delle forze dell’ordine di finaco, lui sullo sfondo, con un’espressione tra lo stupito e l’incredulo, il volto provato da tante notti insonni.

Un epilogo ancora da scrivere per le popolazioni dei paesi distrutti, una rabbia ancora viva, ferite ancora aperte, menti e cuori vulnerabili. E come conclude Gualtiero D’Andrea, ancora, a distanza di tre anni, «non sai con chi prendertela».

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