Chiesa di Rieti

Un riferimento da ritrovare

Con la consegna del cantiere all’impresa, sono iniziati i lavori per il completo recupero del Seminario di Rieti: un intervento che si annuncia significativo per la Chiesa locale, ma anche per il futuro del centro storico del capoluogo

Nuova vita per un importante ed imponente sito architettonico del centro storico cittadino. Sono infatti iniziati i lavori nell’ex seminario vescovile di Rieti che accorperà in un unico complesso, la Casa della carità, tutte le attività caritative della diocesi e anche altro.

Tra cultura e carità

«I lavori che si sono avviati verso il seminario dicono di due priorità», commenta il vescovo Domenico. «Da un lato l’attenzione alle fasce più deboli e fragili della nostra comunità, dall’altra l’attenzione all’educazione delle giovani generazioni. Perciò il seminario che è sempre stato, fin dalla sua fondazione, un punto di riferimento ecclesiale e culturale, torna ad essere nel tempo che verrà un riferimento altrettanto importante, per la Chiesa e per tutta la comunità degli uomini».

Un progetto ambizioso

Attivo fino agli anni Ottanta, il grande complesso di notevole pregio storico che si affaccia su piazza Oberdan ha poi vissuto decenni di abbandono, e ora si appresta ad essere destinato all’accoglienza e a divenire una vera e propria “fabbrica che vive”.
Deteriorato ed alterato, compromesso e rimaneggiato più volte, il seminario chiede oggi di trovare una sua unità e una sua finalità. Nei secoli una sovrapposizione di strutture architettoniche diverse, a partire dai due nuclei orginari medievali che il Vignola, sin dal 1563, anno in cui gli venne affidato l’incarico, mirò a costruire come un unico corpo di fabbrica. Intento, quest’ultimo, perseguito da tutti gli architetti che nei secoli si sono succeduti nei vari interventi di ampliamento che il complesso ha registrato.
Stratificazioni architettoniche, legibilissime ad una attenta analisi del manufatto, che chiedono oggi di convivere, e lo fanno attraverso la creazione di percorsi che hanno la forza di connettere i periodi storici che si sono succeduti. Accoglienza come apertura, come accessibilità: il progetto, nelle molteplici destinazioni d’uso degli ambienti creati e pur nelle evidenti difficoltà di assemblare strutture architettoniche diverse, permette infatti di usufuire del novanta per cento degli spazi da parte delle persone affette da disabilità motorie.

In sintonia con i tempi

«Senza dubbio è un bel segno di ripartenza», dichiara il direttore di Caritas diocesana don Fabrizio Borrello. «Anche perchè consente di associare la Casa della carità con le nuove esigenze che si sono andate a creare in questa fase post Covid. Una realtà che diventerà dunque il centro propulsivo della Caritas, ma potrà esserlo anche per tutto ciò che nella comunità cristiana di Rieti si è allestito per venire incontro alle ultime esigenze: nuove povertà scaturite dopo l’emergenza sanitaria ed economica, e tutto ciò che rende ancora più attuale il Vangelo della Carità».

Alla ricerca della semplicità

Dopo i lavori, la cui conclusione è prevista tra due anni, la struttura sarà funzionale e rinnovata, pur mantenendo una semplicità di fondo. Tutte le scelte, dai materiali alle finiture, sono state totalmente condivise con la Soprintendenza, e volte alla ricerca di una decorosa essenzialità, a dimostrazione che la qualità architettonica non si manifesta attraverso la ricchezza dei materiali, ma passa bensì dalla ricerca di una bellezza elementare e pura, che ancor meglio riesce a far assumere valore all’antica natura del complesso.
«È un’idea minimalista – dicono i progettisti – che crediamo fermamente sia oggi il metodo più corretto per gli interventi di recupero dell’antico rispettandone canoni e linguaggi».

Le storie nella storia

Tanti i sacerdoti del territorio che si sono formati nel “vecchio seminario”, e naturalmente indelebili i ricordi legati al grande edificio a mattoncini a due passi dalla stazione. «Ci sono stato fino al 1974, e ho bellissimi ricordi della mia permanenza in seminario: era una sorta di grembo materno che ha generato tanti sacerdoti», dice don Rino Nicolò, storico parroco di Madonna del Cuore. Anche don Benedetto Falcetti non dimentica i suoi ricordi di studente: non solo studio, ma anche l’allegria, le passeggiate, la possibilità di fare tante amicizie, alcune delle quali giunte fino ad oggi. «Ci sono stato dal 1960 al 1965, allora c’erano più di cento studenti, come età si andava dalla quinta elementare al quinto ginnasio. Era un edificio che accoglieva tutti i ragazzi che volevano studiare, un luogo di cultura per tanti giovani reatini, moltissimi dei quali si sono formati tra quelle mura. Non ci si entrava necessariamente per diventare sacerdote. Era una convivenza educativa cristiana, stando lì facevi un cammino anche di discernimento vocazionale, e capivi qual era la tua strada. Io ci entrai solo per studiare, non per farmi prete, ed eccomi qui».
I sacerdoti reatini che hanno studiato sotto l’arco di via Terenzio Varrone ricordano le tante evoluzioni e migliorie apportate negli anni alla struttura. Con i vescovi Cavanna e Trabalzini arrivarono i corridoi, la mensa, la cappella privata e la novità più attesa da tutti gli studenti: i termosifoni! «Fu una festa, ci venivano sempre i geloni durante quegli inverni rigidissimi, accogliemmo la novità con grande gioia».

Don Felice Battistini, ora vicario del Cicolano, ricorda anch’esso con grande spensieratezza quegli anni. «Ci sono stato dal 1965 al 1972, poi sono stato il responsabile dei ragazzi, il sagrestano della cappella. Ricordo come fosse adesso la cucina con il refettorio al piano terra, le aule di sopra e i seminaristi di varie età divisi in gruppi. Le regole erano molto rigide, gli insegnanti severi. Ma forse anche per quello i momenti di ricreazione erano ancor più belli: si giocava a ping-pong e a biliardino, e il sabato e la domenica avevamo due ore libere e andavamo a camminare, spesso arrivavamo fino al santuario di Santa Maria della Foresta».

Memorie di un’epoca diversa, di una Rieti totalmente cambiata. «Uscivi e a parte qualche edificio antico vedevi solo campi coltivati, era una città di stampo quasi totalmente agricolo – conclude don Felice – e il seminario era un punto di riferimento culturale e formativo. L’avvio dei lavori mi fa particolarmente piacere, sarebbe molto bello se questa storica struttura tornasse ad essere il centro della vita diocesana com’era allora».

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