Chiesa di Rieti

Mons Chiarinelli: un maestro, una guida, un amico per tutti

La scomparsa don Lorenzo segna la perdita di un punto di riferimento sicuro per la Chiesa locale e la comunità reatina, ma anche per la Chiesa italiana

Quel mattino del 21 gennaio del 1983, quando dalle aule del “Varrone” sentimmo suonare le campane a festa, la sorpresa non fu poi tanta. Per noi studenti del Liceo classico come per tutti i reatini. In Curia, in contemporanea con l’annuncio dato a Sora e in Vaticano, monsignor Amadio comunicava la lieta notizia che don Lorenzo Chiarinelli era stato nominato vescovo.

Poca sorpresa perché in tanti se lo aspettavano. Anche noi ragazzetti appena ginnasiali che, nel passaggio dal quarto al quinto ginnasio (così si chiamavano , e almeno qui a Rieti ancora si chiamano, i primi due anni del Classico), ci eravamo dovuti rassegnare al cambio del prof di Religione. Chiarinelli, che monsignore lo era già da un bel po’, aveva infatti lasciato la cattedra che, fino all’anno prima, lo vedeva un’ora a settimana parlare agli alunni under 16 delle otto classi del biennio dello storico liceo di piazza Mazzini, ritagliandosi qualche mattinata reatina tra i molteplici impegni di più alto livello, come le lezioni all’Urbaniana – vi insegnava Patristica nell’Istituto di Catechesi Missionaria – e l’incarico di assistente regionale del Meic, il Movimento ecclesiale d’impegno culturale, del quale aveva seguito, a livello nazionale, la trasformazione dal precedente Movimento laureati di Ac. Quello che era stato poi per lui una sorta di naturale prosecuzione del precedente servizio svolto a fine anni Sessanta in Fuci, la federazione degli universitari cattolici, come vice assistente nazionale, nei gloriosi tempi fucini di eredità montiniana. Così come altri insegnamenti di spicco che lo avevano visto in campo nel campo della Filosofia e dell’Antropologia.

Di queste cose, ovviamente, noi poco più che quindicenni di allora sapevamo poco e niente. Ma sapevamo benissimo che don Lorenzo era una “capoccia” e che il fatto che avesse lasciato la scuola dovesse preludere di sicuro a qualcosa di importante. Ecco perché la notizia non ci giunse inaspettata. Così come non giunse inaspettata pure negli ambienti ecclesiali, che la accolsero con un sentimento di gioia e orgoglio misto, però, a una non nascosta tristezza per il fatto che la Chiesa locale veniva in qualche modo a perdere quella che, come ci diceva in Ac il compianto don Luigi, era la sua intellighenzia.

Nella diocesi reatina i piani pastorali, il rinnovamento della catechesi, i convegni di settembre, le scelte fondamentali nell’evangelizzazione sulla scia del Vaticano II, impostate durante l’episcopato di monsignor Dino Trabalzini, portavano in gran parte la sua firma. Monsignor Francesco Amadio, che a Trabalzini era succeduto nel 1980, aveva continuato ad avere don Lorenzo alla sua destra, come direttore dell’Ufficio catechistico e responsabile del coordinamento pastorale. E ora toccava a lui dare l’annuncio che il Papa lo aveva scelto per guidare la diocesi che in Ciociaria raggruppava le sedi episcopali di Sora, Aquino e Pontecorvo.

E furono Trabalzini e Amadio i due presuli conconsacranti che, accanto al cardinale Sebastiano Baggio, prefetto della Congregazione dei Vescovi, gli imposero le mani nella solenne liturgia di ordinazione episcopale. In quel pomeriggio domenicale del 27 febbraio 1983 la Cattedrale di Santa Maria, sul cui presbiterio per la terza volta il chierico nativo di Pratoianni si prostrava per il sacramento dell’Ordine, era gremitissima. Con qualche amico riuscimmo a intrufolarci in “piccionaia”: salimmo di straforo sulla cantoria dell’organo sopra il transetto sinistro, e da lì ci godemmo tutta la cerimonia, compreso il momento – che venne poi commentato da una memorabile poesiola in dialetto di Vincenzino Marchioni – in cui non fu facile, dopo l’unzione col Crisma, posizionargli sul capo lo zucchetto che appariva ribelle alla sua irta capigliatura.

Due domeniche dopo, all’indomani di una struggente celebrazione di commiato in Cattedrale, fummo in tanti i reatini (compreso un pullman con noi giovani) ad accompagnarlo nel suo ingresso a Sora. Negli anni successivi, dalla sede del Frusinate i contatti con la sua terra di origine non vennero mai interrotti. Per dirne una, a Villa Sant’Anatolia si sarebbe visto più volte, per i corsi dei catechisti della sua diocesi o per i campi nazionali e regionali di Ac che non di rado si tenevano nella casa sul lago del Turano.

L’impegno nel cammino pastorale post conciliare continuò a vederlo protagonista anche a livello nazionale: al convegno ecclesiale di Loreto, nell’aprile dell’85, era lui uno dei due vescovi vice presidenti del comitato organizzatore presieduto dal cardinal Martini. E il rinnovamento catechistico nel quale aveva alacremente lavorato da prete lo portò in modo quasi naturale a seguire il settore in Cei, venendo eletto dai vescovi italiani alla presidenza della Commissione episcopale per la dottrina della fede e la catechesi. In tale veste ebbe modo di seguire la pubblicazione di tutti i nuovi Catechismi Cei per le varie fasce d’età.

Nel 1994 il trasferimento ad Aversa, dove sarebbe rimasto solo tre anni. Il suo episcopato nella diocesi campana venne segnato da un evento tragico quale l’uccisione di don Peppino Diana: era da poco lui a reggere la diocesi campana, quando avvenne il martirio del prete colpito dalla camorra, di cui Chiarinelli celebrò il funerale.

Poi, nel 1997, il ritorno nel Lazio, con la nomina a vescovo di Viterbo. Ricordo come ci tenesse a sottolineare che il ministero episcopale lo aveva iniziato nella terra di san Tommaso d’Aquino e concluso (diventando poi emerito della diocesi viterbese) in quella di san Bonaventura da Bagnoregio: i due dottori medievali particolarmente cari a una mente da “Summa” e al tempo stesso intrisa di quello spirito francescano della propria terra nativa che don Lorenzo sempre ha tenuto a rievocare. Fu lieto di poter accogliere a Bagnoregio, il 6 settembre 2009, Benedetto XVI in visita apostolica alla città nativa del grande biografo di san Francesco.

Frattanto, il suo ruolo nella Chiesa italiana continuava a essere in primo piano: negli anni, il presule reatino è stato membro della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo e presidente del Comitato scientifico organizzatore delle Settimane dei Cattolici Italiani, conducendo, in questa veste, la 44esima Settimana Sociale che si svolse a Bologna nell’ottobre 2014 sul tema “Democrazia: nuovi scenari – nuovi poteri”.

Da non dimenticare poi gli incarichi nella Santa Sede, come membro membro della Congregazione dei Vescovi e membro della Congregazione per le Cause dei santi. In quest’ultimo dicastero ebbe modo di seguire, in particolare, le procedure che portarono al riconoscimento di santa Ildegarda di Bingen come dottore della Chiesa.

Era ormai il 2012, e da due anni Chiarinelli si trovava “in pensione”. Divenuto emerito di Viterbo nel 2010, era tornato a vivere nella sua casa reatina al quartiere Regina Pacis, assieme all’inseparabile sorella Alba, dopo che i genitori – che con Alba lo avevano sempre seguito nei suoi spostamenti nelle tre sedi episcopali – erano entrambi volati in cielo.

E la sua Rieti, dove è stato maestro e guida non solo spirituale ma anche morale e culturale di tanti, gli rivolge ora l’ultimo saluto, prima della sepoltura nella sede viterbese come vescovo emerito della quale si è addormentato nella pace dei giusti.

di Nazareno Boncompagni, foto Antonio Cipolloni

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