Chiesa di Rieti

Un lavoro generativo e da rigenerare: il richiamo del vescovo per il primo maggio

Rappresentanze delle sigle sindacali, del comparto imprenditoriale, e delle istituzioni si sono ritrovate nella chiesa di Regina Pacis per partecipare alla Messa presieduta dal vescovo Domenico nel giorno della festa di san Giuseppe lavoratore

È stata la riflessione sul rapporto tra l’uomo e la Terra a fare da sfondo alla riflessione del vescovo in occasione della Messa celebrata con i rappresentanti del mondo del lavoro nella chiesa di Regina Pacis. Rivolgendosi alle sigle sindacali, al comparto imprenditoriale, alle donne e agli uomini delle istituzioni, mons Pompili ha voluto sciogliere un equivoco attorno al brano della Genesi che indica all’uomo di dominare sulle risorse della natura. Qualcuno, infatti, legge in questo atteggiamento la radice della crisi ecologica, ma don Domenico ha chiarito che le parole della Bibbia hanno un indirizzo diverso: «“fecondità”, “moltiplicazione”, “soggiogare”, non evocano il depredare la Terra, ma danno la sensazione di uno sviluppo della creazione che bisogna perseguire. Danno ad intendere che la creazione che Dio ha avviato continua attraverso l’uomo».

Un eco dell’opera di Dio che avviene attraverso il lavoro: «ciò che trasforma continuamente la creazione orientandola verso lo sviluppo». Per questo, ha spiegato ancora il vescovo, il lavoro va sottratto a un altro equivoco: quello che ne fa un’immagine della schiavitù, dell’asservimento dell’uomo più che della sua realizzazione. Un modo di vedere, molto vivo fino a non molto tempo fa, che fa sembrare più nobile la rendita dell’impiego.

Una posizione non del tutto superata, che oggi rischia di tradursi anche nella rendita di posizione di chi ha il “posto fisso”. L’annotazione mons Pompili l’ha fatta rivolgendosi ai sindacati, guardati nella difficoltà di un momento in cui, anche a causa della pandemia, i posti di lavoro calano inesorabilmente. «Il sindacato è forte quando il lavoro è tanto, è debole quando il lavoro è poco», ha riconosciuto don Domenico, ma avvertendo le organizzazioni dei lavoratori a non soggiacere semplicemente alla pressione di quelli che il lavoro già ce l’hanno, alla sola difesa del lavoro superstite, ma a guardare al «lavoro da rigenerare», ad assumere l’atteggiamento di chi cerca di investire sul futuro.

Si innesta qui anche il discorso sulla scuola, anch’essa in difficoltà per la situazione sanitaria, perché «il lavoro si incrementa innanzitutto con la formazione». E poi occorre l’impegno, il sacrificio necessario per poter creare opportunità di lavoro. Un impegno collettivo, che deve vedere in rete tutte le istituzioni, per far sì che ci sia «una convergenza attorno a questa che è “la grande questione”: quella del lavoro, cioè dello sviluppo».

Guardando poi alla pagina evangelica, il vescovo ha rivolto l’attenzione all’essere Gesù il «figlio del carpentiere», cioè di chi è «imprenditore di sé stesso», ma anche di chi spende la propria abilità in grandi cantieri, con i quali si costruiscono palazzi o addirittura città. Il cantiere dei nostri giorni è quello della ricostruzione: quello del post-pandemia e, ancor prima, del post-sisma. Entrambi iniziano a mostrare qualcosa del proprio volto, anche in termini economici. Proprio in questi giorni si discute del Piano nazionale di ripresa e resilienza: un’occasione che toglie l’alibi della mancanza di risorse e rimette al centro la capacità di saperle orirntare verso uno sviluppo che sia integrale, equo e sostenibile. A questo proposito, mons Pompili ha annunciato la ripresa di Ridata, l’Osservatorio socio-economico messo in campo dalla Chiesa di Rieti che attraverso l’analisi dei dati disponibili si offre come compagno di viaggio nella lettura della realtà e delle prospettive sia dei cittadini e che delle istituzioni.

«Da che mondo è mondo – ha concluso il vescovo – senza il lavoro non c’è sviluppo e la creazione subisce una battuta d’arresto, contraddicendo il piano di Dio».

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